[Cogne, Valle d’Aosta. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Regione Valle d’Aosta“.]«La natura è piena d’infinite ragioni, che non furon mai in isperienzia.»
Così scrisse Leonardo da Vinci per rimarcare l’imprevedibilità delle forze naturali, contro le quali l’uomo può ancora fare ben poco, subendone le conseguenze sovente tragiche quando quella “ragione naturale” sfugge al nostro intendimento e a ciò che di conseguenza facciamo per cercare di governarla. Spesso inutilmente.
[Cervinia, Valle d’Aosta. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Regione Valle d’Aosta“.]Agli amici della Valle d’Aosta e del Ticino, regioni particolarmente colpite dall’ultima ondata di maltempo in modi che nessuna ragione umana avrebbe potuto pensare, va tutta la mia solidarietà. Che singolarmente non conta nulla, ovvio, ma che mi auguro possa unirsi alla vicinanza di tanti altri che nel vedere immagini come quelle qui riproposte hanno sentito il proprio animo rabbuiarsi.
[Valle Maggia, Cantone Ticino. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Radiotelevisione Svizzera“.]Se non possiamo fare esperienza delle ragioni della natura, come scrisse Leonardo, noi uomini almeno di quelle immagini e di ciò che raccontano la dobbiamo fare. Necessariamente.
Sono terribili e inquietanti le immagini del maltempo che ha colpito molte valli alpine, alle cui genti va tutta la vicinanza e la solidarietà, per quel che può servire. Luoghi di bellezza naturale assoluta che in breve tempo si sono trasformati in specie di gironi infernali nei quali non il fuoco ma l’acqua si è abbattuta con inaudita violenza su ogni cosa dando la vivida e spaventosa impressione di non poter lasciare scampo a niente e nessuno. Non che i danni provocati dal maltempo altrove siano meno terribili, ovviamente, ma di certo immagini come quelle giunte da Noasca, in Valle dell’Orco, con la Cascata di Noaschetta che letteralmente esplode dal pendio sopra le case del paese e rende furiose le acque del torrente Orco, fanno veramente paura. E il maltempo poi non risparmia nessuno, piccoli comuni come Noasca e grandi località rinomate come Cervinia – al pari di paesi ben più efficienti e organizzati, oltre che dotati di una migliore gestione dei territori, come la Svizzera.
Purtroppo questi episodi sono l’ennesima manifestazione dell’estremizzazione in corso dei fenomeno meteorologici nonché della loro crescente frequenza, che fa dei territori montani, già di norma delicati e fragili, zone che abbisognano di un’attenzione assai sensibile, ben più che in passato, quando ancora il cambiamento climatico non era in corso con effetti importanti. Se resta come sempre ineludibile la predominanza della Natura e delle sue forze sulla pur ipertecnologica civiltà umana odierna – la quale a volte invece si sente invincibile al punto da credere di poterle imbrigliare e controllare, quelle forze, finendo inesorabilmente per essere strapazzata e vinta – risulta sempre più indispensabile costruire (a volte ri-costruire) l’equilibrio tra uomo e Natura nell’ottica della realtà corrente e in divenire, che evidentemente non è quella di solo pochi lustri fa e non sarà la stessa che vivremo tra venti o trent’anni. Per fare ciò, occorre innanzi tutto destinare risorse molto maggiori a tale attività di quelle fino a ora stanziate (scarse anche per l’altrettanto scarsa attenzione della politica nazionale verso la questione), ma ancor più bisogna elaborare una consapevolezza ecoambientale finalmente piena e compiuta, che in tal modo faccia da solida base d’azione per l’efficiente e virtuosa gestione politica dei territori, senza più ideologismi di qualsivoglia natura e progetti dall’impatto ambientale a rischio troppo elevato quando non da subito palese, dei quali purtroppo le nostre montagne, e le iperturistificate Alpi in particolare, sono già oggi fin troppo piene.
Chissà se dalle devastazioni cagionate ai territori, dalla sofferenza e dai disagi che le comunità residenti devono sopportare sapremo tratte delle utili lezioni per il futuro, oppure se già domani ci saremo dimenticati di tutto quanto e torneremo a pensare cose del tipo «sono eventi eccezionali, non accadrà di nuovo!»
Già, chissà.
In calce a quanto sopra, sono molto d’accordo con quanto ha scritto questa mattina Pietro Lacasella su “L’AltraMontagna”: «È curioso invece notare una generale assenza di preoccupazione per gli eventi meteorologici estremi che si sono abbattuti, negli ultimi giorni, sui territori montani. […] Viene spontaneo chiedersi il motivo di questo silenzio: forse perché la montagna, e i suoi abitanti, interessano solo quando offrono spunti di propaganda? Forse perché la montagna viene intesa unicamente come un luogo rilassante dove alzare i calici e trascorrere le vacanze? Forse perché questi eventi meteorologici probabilmente si inseriscono in un quadro di cambiamento climatico già previsto dagli esperti, che disturba le coscienze, ma sostanzialmente ignorato dall’attuale classe dirigente?»
Di attraversamenti sciistici invernali della catena alpina ce ne sono stati parecchi, dal primo del 1956 compiuto da due squadre rispettivamente capitanate da Walter Bonatti e Bruno Detassis – che per allora fu un’impresa quasi epica – alle traversate contemporanee e spesso con protagonisti ugualmente rinomati, come quella compiuto di recente dal noto scrittore-esploratore francese Sylvain Tesson. Si tratta di traversate “per la lunga” delle Alpi, generalmente da est a ovest, le più lunghe e complicate dunque più difficili ma anche le più “ordinarie” nel loro criterio puramente geografico e orografico. Di traversate con gli sci “per la larga” della catena alpina invece non ce ne sono molte documentate, essendo innanzi tutto meno “logiche” – in fondo le Alpi si potrebbero attraversare da sud a nord o viceversa in mille modi con altrettante diverse rotte – ma non per questo risultano meno sciisticamente laboriose, e possono offrire numerose altre “logiche” che diano loro un senso.
Alberto Paleari, guida alpina ossolana e prolifico scrittore, decide di intraprendere con due amici una traversata sciistica invernale delle Alpi unendo due dei principali laghi alpini, l’italiano lago Maggiore e lo svizzero lago dei Quattro Cantoni, con uno scopo preciso: raggiungere la città di Altdorf, nel Canton Uri, e portare il proprio omaggio al mito fondativo elvetico per eccellenza, Guglielmo Tell, il cui monumento adorna la piazza centrale della città.
Il viaggio è raccontato da Paleari in L’attraversamento invernale delle Alpi. Dal lago Maggiore al lago dei Quattro Cantoni (MonteRosa Edizioni, 2017, 202 pagine), ed è il diario di un’avventura vera e propria oltre che pienamente compiuta: non solo scialpinisticamente, anche geograficamente, storicamente, sul piano culturale e dal punto di vista antropologico, per come la rotta percorsa dalla piccola squadra guidata da Paleari diventa il fil rouge narrativo dei territori, dei luoghi e dei paesaggi attraversati […]
[Alberto Paleari, al centro, e i due amici protagonisti della traversata ai piedi del monumento a Guglielmo Tell di Altdorf. Foto di Alberto Paleari.](Potete leggere la recensione completa di L’attraversamento invernale delle Alpi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
[Il Pizzo Coca, la vetta più alta delle Alpi Orobie. Immagine di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]«Senza lo sci la montagna muore!» Quante volte si legge uno slogan come questo, ed altri di simile tenore, nelle notizie che danno conto di progetti di infrastrutturazione sciistica delle nostre montagne?
Qualche volta quell’affermazione ha un senso, la maggior parte delle altre volte no, e ciò per diversi motivi, ormai ben risaputi anche dai sassi. Ad esempio, quelle parole sono già state spese (insieme ad altre simili, appunto) a Lizzola/Valbondione, in Val Seriana, dove si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici (!) per unire il piccolo comprensorio sciistico locale con quello di Colere (in Valle di Scalve, entrambe nelle Alpi Orobie in provincia di Bergamo), creandone uno da 50 km di piste la gran parte sotto i 2000 metri di quota. In pratica, 1.400.000 Euro al km, oltre a tutte le altre spese accessorie: un investimento a dir poco iperbolico, visto che, come detto, non andrebbe a generare un comprensorio così concorrenziale rispetto ad altri, già ben più vasti e in contesti ambientali e altitudinali migliori, presenti in Lombardia. Senza contare che da Milano, con un viaggio in auto di durata simile, si raggiungono località come Alagna Valsesia, Gressoney, Cervinia, con i loro mega comprensori sciistici che, obiettivamente, quello di Colere-Lizzola se lo mangiano.
[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]Ma poi è veramente quello che serve, al territorio di Valbondione? L’ennesima riproposizione del modello monoculturale sciistico, basato su schemi ormai obsoleti, al posto di un nuovo progetto di sviluppo turistico realmente sostenibile e adeguato al luogo, strutturato nel tempo in base a modelli al passo con i tempi e la realtà in divenire. Questa in poche parole è la situazione, in alta Val Seriana.
[Panorama di Valbondione; sul monte a sinistra si vedono i tracciati delle piste da sci di Lizzola. Immagine tratta da https://www.tripadvisor.it/.]Già si sono levati gli strali dei sostenitori del mega progetto sciistico (che si è già guadagnato la “Bandiera Nera” di Legambiente, poche settimane fa) contro chi vi si oppone: «Niente proposte, solo critiche!», hanno asserito, nel solco dello slogan citato all’inizio di questo articolo e di una sottomissione pressoché totale al modello monoculturale sciistico, nonostante la realtà in divenire. Ovviamente non è vero che non vi siano proposte alternative, semmai non c’è la volontà di considerarle e recepirle; d’altro canto bastano pochi secondi di ricerca sul web per trovare decine di progetti di sviluppo turistico non sciistico – o post sciistico – che stanno ottenendo risultati eccellenti, anche più di quelli che prima ottenevano impianti e piste.
Per quanto riguarda Valbondione, è un comune situato in uno dei territori più “alpestri” (se non il più alpestre in assoluto) sono ogni punto di vista delle montagne bergamasche, annoverando alcune delle vette più elevate di questa regione orografica, una rete sentieristica eccezionale, rifugi tra i più rinomati della zona nonché alcune unicità come il Pinnacolo di Maslana, con vie di arrampicata tra le più famose della bergamasca, o le cascate del Serio, tra le più alte d’Italia e d’Europa. Per tali motivi e per molti altri, personalmente proporrei a Valbondione, come progetto di sviluppo turistico di grande valenza e dal portato potenziale enorme per il suo intero territorio oltre che di carattere assolutamente innovativo e per ciò ampiamente attrattivo, l’adesione alla comunità dei “Villaggi degli Alpinisti”.
I Villaggi degli alpinisti sono un’iniziativa dei club e delle associazioni alpine che premia le località di montagna votate al turismo vicino alla natura. A caratterizzarle sono l’originalità, l’elevata qualità dei loro paesaggi naturali e culturali così come le molteplici offerte per lo sport della montagna. Nata nel 2008 dalla Österreichische Alpenverein (ÖAV, il Club Alpino Austriaco), oggi la rete conta 40 località e regioni in Austria, Germania, Italia, Slovenia e Svizzera alle quali l’associazione offre supporto e servizi per lo sviluppo dei propri programmi, grazie all’aiuto del Ministero Federale Austriaco dell’Agricoltura, Foreste, Ambiente e Acque (ciò in quanto giuridicamente l’associazione è austriaca) e delle sovvenzioni del Fesr/Fondo europeo per lo sviluppo rurale.
In concreto, i Villaggi degli alpinisti sono centri di sviluppo regionale esemplari nell’ambito del turismo alpino sostenibile con una tradizione corrispondente. Garantiscono un’interessante offerta turistica per gli alpinisti e gli escursionisti di ogni genere, vantano un’eccellente qualità paesaggistica e ambientale e sono impegnati a preservare i valori culturali e naturali del posto. Come centri di competenza alpina, i Villaggi degli alpinisti puntano su responsabilità individuale, capacità e sovranità, nonché sul comportamento rispettoso dell’ambiente e responsabile dei loro ospiti in montagna. Inoltre, fungono anche da modello per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile nella regione alpina in armonia e, naturalmente, nel rispetto delle disposizioni di legge e dei programmi in materia.
[Lungo il sentiero per il Rifugio Antonio Curò, con Valbondione sullo sfondo. Immagine tratta da www.indieroad.it.]I Villaggi degli alpinisti si impegnano consapevolmente nell’attuazione del protocollo della Convenzione delle Alpi, un trattato internazionale stipulato tra gli otto Stati alpini e l’Unione Europea, che ha come fine lo sviluppo sostenibile e la tutela delle Alpi. La filosofia del progetto comprende le seguenti aree, su cui si basano anche i rigorosi criteri di selezione delle comunità: filosofia del turismo, carattere dei villaggi e fascino alpino, agricoltura di montagna e silvicoltura, tutela della natura e del paesaggio, mobilità / trasporti ecocompatibili, comunicazione e scambio di informazioni.
In Italia i Villaggi degli alpinisti sono otto e solo uno è in Lombardia (Laveno/Valle di Lozio, Valle Camonica, provincia di Brescia). Ecco: Valbondione, per le sue caratteristiche e innanzi tutto per essere ai piedi di alcune delle vette principali e più rinomate delle Alpi Orobie nonché per le grandi potenzialità offerte dalla rete escursionistica locale, come già rimarcato, potrebbe senza dubbio diventare uno dei Villaggi degli Alpinisti maggiormente esemplari sia per le Alpi lombarde che per l’intera regione alpina italiana, sviluppando un volano turistico, sociale, economico, culturale di grande valore e fortemente attrattivo per un pubblico estremamente vasto. Inoltre, per tutto ciò, Valbondione così eviterebbe di infilarsi in quel cul-de-sac inesorabilmente generato, temo, dal progetto sciistico paventato, risparmiando una somma enorme di denaro che potrebbe essere investita a reale e generale vantaggio dell’intero territorio e di tutta la comunità per il sostegno a lungo termine della socioeconomia locale nonché, ultima ma non ultima cosa, salvaguardando il proprio ambiente naturale e la sua peculiare bellezza.
[La conca del Lago Barbellino, una delle zone in quota più spettacolari delle Alpi lombarde.]Vorranno gli amministratori locali considerare una proposta del genere o altre di simile sostanza, oppure decideranno di incatenarsi ai destini già ora pressoché segnati di un ennesimo sviluppo turistico sciistico spendendo le ingenti cifre di denaro pubblico prospettate?
Be’, personalmente mi auguro (e lo auguro agli abitanti di Valbondione) che per questa volta non debbano essere i posteri a comunicare «l’ardua sentenza».
[Immagine datata 25 luglio 1877, fonte: notrehistoire.ch.]Il ghiacciaio d’Argentiere (glacier d’Argentière), è uno dei grandi apparati glaciali che scendono dal versante settentrionale del Monte Bianco; il suo spettacolare circo superiore, quasi pianeggiante, è posto ai piedi del Mont Dolent nei pressi della cui vetta si congiungono i confini di Francia, Svizzera e Italia (è una delle rare triplici frontiere del mondo).
Nonostante la sua estensione possa far pensare a un ghiacciaio meno sofferente di altri degli effetti del riscaldamento climatico, è invece tra quelli dai bilanci di massa maggiormente negativi: l’Argentiere in meno di vent’anni – tra il 2003/2004 e il 2020/2021 – ha perso più di 20 metri di acqua equivalente (la differenza tra l’accumulo e le perdite per ablazione, cioè dalla fusione di neve e ghiaccio, espressa come volume equivalente di acqua).
Tuttavia, al solito più dei dati numerici sono le immagini che rendono l’idea della situazione: così, se nel 1877 – anno al quale si riferisce la “cartolina” sopra riprodotta – la fronte del ghiacciaio lambiva l’abitato di Argentiere, a 1250 m di quota, oggi la stessa fronte (peraltro spezzata in due parti delle quali l’inferiore si sta rapidamente coprendo di detrito roccioso) è pressoché invisibile dal paese, nascosta in alto oltre i rilievi del vallone glaciale ormai ampiamente boscato, come si vede nell’altra “cartolina” qui sotto, datata luglio 2023.
[Fonte dell’immagine: www.montagne-et-genepi.fr.]Una cosa curiosa da conoscere, ma che fa ben capire quanto sia cambiata la montagna in relativamente poco tempo e in molti aspetti della relazione dell’uomo con il suo ambiente, è che per la sua comodità d’accesso il ghiaccio della fronte dell’Argentiere dal 1908 al 1951 fu scavato e tagliato per rifornire gli hotel della zona durante la stagione estiva. La richiesta di ghiaccio era così ingente che in piena stagione turistica si raggiungeva una produzione di 24-30 tonnellate al giorno, che tuttavia si interruppe quando negli hotel i frigoriferi divennero di uso comune. Dunque si può dire che, almeno in quella circostanza, il progresso umano servì per “preservare” il ghiacciaio; peccato non abbia poi saputo farlo più estesamente in altri modi.