Le meraviglie di Bricconi

Nel frattempo che in alta Val Seriana, nel comune di Valbondione, pensano di “valorizzare” il loro meraviglioso territorio di montagna mettendo in atto delle emerite puttanate (scusate, ma quando ci vuole ci vuole!) per giunta definendole «turismo 2.0» (!?), delle quali ho scritto in questo articolo, più a valle, dove evidentemente l’aria più pura dacché non ammorbata dai gas di scarico dei mezzi volanti dona maggior limpidezza di idee alle menti, si sta realizzando un progetto di recupero di un antico borgo rurale a dir poco sublime, per concezione, per realizzazione e per bontà delle ricadute sia economiche che culturali. È il progetto di recupero di Contrada Bricconi, nel territorio del comune di Oltressenda Alta, veramente notevole sotto ogni punto di vista ed emblematico di come si possa, e si debba, intervenire nella costruzione di un buon futuro per le terre di montagna non solo salvaguardando bellezze, valori e identità ma se possibile accrescendole.

Del progetto di Contrada Bricconi ne ha parlato l’amico architetto Luciano Bolzoni su “Domus”, in un articolo del gennaio 2019, nel quale così esordisce al riguardo:

Il territorio è il territorio, il paesaggio è il paesaggio, una mappa è una mappa. Questo possiamo dire su Contrada Bricconi: un’invenzione progettuale nata intorno a un vecchio borgo in pietra che diventa futuro, uno sguardo attuale su ciò che accade oggi in montagna, una fotografia che riflette un momento irripetibile per il paesaggio alpino, che sarebbe errato ridurre al concetto di ritorno alla terra o di ripopolamento di un luogo.
Contrada Bricconi porta con sé un’avventura che va chiarita prima di tutto con i suoi attuali gestori, un duo di cittadini che ha scelto un luogo di montagna come ambito per ritrovare una nuova esistenza professionale. Qui, un ambizioso programma di vita si accompagna a un progetto di architettura che recupera l’anima della contrada, la fa sua e la trasforma in un pezzo di futuro. Il disegno di architettura fa così traslare il passato di un vecchio villaggio – scelto non a caso per ospitare le imminenti aree di ricettività (ristorazione e ospitalità) – al suo domani, che coincide con lo spazio dove si lavora.

Leggetene il seguito cliccando qui o sull’immagine in testa al post.

Per far conoscere ancora meglio il progetto di Contrada Bricconi e, ancor più, per vivere il luogo (il modo migliore per comprenderlo il più possibile, inutile dirlo) l’Officina Culturale Alpes organizza per il prossimo 12 luglio una giornata in visita al borgo, primo appuntamento del calendario della propria iniziativa #RestArt che rappresenta il terzo step del progetto speciale dedicato ai “Luoghi in Attesa”. Per saperne di più sulla giornata e su come parteciparvi, cliccate sull’immagine qui accanto: ma state certi che Bricconi è un luogo che merita una visita oltre che tutta la vostra considerazione.
Molto più dell’alta Val Seriana, senza dubbio, dove sarà meglio tornare quando saranno rinsaviti – innanzi tutto verso loro stessi. Ecco.

(Le immagini fotografiche nell’articolo sono © Roberto Macagnino.)

Evviva gli elicotteri di Valbondione!

Cari amici valbondionesi,

lasciatemi dirvelo quanto sia “orgoglioso” di essere un vostro conterraneo, bergamasco come voi! Perché leggo delle iniziative turistiche che le vostre istituzioni preposte hanno progettato e sono veramente contento: proprio bellissime, in particolare quella dei voli con elicottero ai rifugi sulle vostre meravigliose montagne! Finalmente qualcuno che dimostri come si valorizza il proprio territorio, come lo si fa conoscere sul serio e in modo moderno, mica con quelle solite banalità come camminate a piedi, visite culturali guidate, valorizzazioni progettuali del patrimonio storico, artistico, rurale… che noia! Siamo nel 2020, viviamo nell’era di internet, mica vorremo ancora arrivare sulle vette dei monti a piedi, come si faceva già millenni fa, eh?! L’elicottero, un mezzo tecnologico, all’avanguardia e per nulla inquinante è la soluzione!

Ha ragione la vostra sindaca, quando afferma che «Siamo nell’epoca del 2.0 e di conseguenza i paradigmi su cui si è abituati a pensare il turismo in montagna sono radicalmente cambiati, così come è cambiato il turista e il suo modo di viaggiare. Proporre ai turisti di raggiungere i rifugi ed esplorare le nostre montagne con l’elicottero significa rispondere adeguatamente alla nuova domanda del turismo 2.0.» Oddio, a dire il vero non è che si capisca molto quello che vuole dire, pero sì, duepuntozero! Così si parla! La montagna 2.0, magari anche 4.0 o 18.0 o anche di più (dare i numeri fa sempre il suo effetto!): perché infatti non pensare a sviluppare ancora di più queste idee così adeguate alla nuova domanda turistica? Perché, ad esempio, salire al Rifugio Merelli al Coca con l’elicottero e poi non realizzare, per dire, anche un mega toboga per il bob estivo, che sarebbe anche il più lungo e ripido che esista? Tutto il mondo parlerebbe di Valbondione! Oppure un ponte tibetano “DA RECORD“, visto quanto vanno di moda, tra il Rifugio Coca e il Passo delle Miniere, oppure ancora una filiale dell’Oriocenter o dell’IKEA accanto al Barbellino, che sarebbe il centro commerciale più alto d’Europa! Questo sì che significa esplorare le montagne e valorizzare il loro ambiente!  «L’esperienza visiva e sensoriale di poter vedere il nostro territorio dall’alto è impressionante», cito ancora la vostra sindaca e ha nuovamente ragione: altro che andare a piedi, attraversarle camminando per comprendere le forme del paesaggio e le sue componenti oppure la sua identità culturale o altre robe così vecchie e superate! E poi in effetti l’ambiente lo si preserva bene con l’elicottero, visto che vola in cielo e semmai inquina lassù e non sporca in terra! Al limite, be’, quello che scrive qualche giornale, «In silenzio, sostando sulle rive del laghetto si può sentire il loro “respiro”» (delle montagne, s’intende), ecco, sarà un po’ difficile, il silenzio per sentire il respiro, col rumore dell’elicottero che va avanti e indietro, ma chi se ne importa! In città semmai ci sarebbe bisogno di silenzio, mica in montagna! Per questo è bello portare in montagna i rumori della città! D’altronde lo dice anche il grande Simone Moro, testimonial dell’iniziativa, che non è assolutamente di parte sul tema! Avete fatto bene a ingaggiarlo per sostenere la vostra idea!

Peraltro, state tranquilli, che di disabili e anziani che voleranno con l’elicottero ce ne saranno ben pochi, come succede sempre in questi casi, dunque di posti a disposizione per tutti ce ne saranno senza problemi! Evviva!

Finalmente si va in montagna in maniera innovativa e divertente! Peccato che non possa venirci, io: purtroppo quest’estate ho altro da fare – farò un sacco di escursioni montane per le quali ho steso un elenco ma, accidenti, l’ho ordinato alfabeticamente e voi, con la “V” di Valbondione, siete in fondo alla lista, che peccato! – altrimenti ci sarei venuto certamente, a vedere come valorizzate il vostro meraviglioso paesaggio con l’elicottero. Tanto le cuffie antirumore ce le ho!

Complimenti, insomma, a tutti voi. Meritate veramente di godere di tutti i risultati che la vostra iniziativa vi porterà. E complimenti anche alla vostra sindaca: lei sì che ha la mentalità giusta e i principi migliori per difendere e valorizzare il suo territorio – anche se non si capisce molto quello che dice ma, evidentemente, va bene che sia così! Bravi tutti, sì sì!

Cordialmente,

Luca

Tra terra e cielo

Se c’è una cosa – secondo me – che rende certe giornate dal cielo così perfettamente terso e profondamente azzurro da sembrare finte invece assolutamente affascinanti, è l’osservazione dei profili dei monti che con insuperabile nitidezza si stagliano contro quell’azzurro perfetto. La linea che creste, dorsali e cime disegnano è netta e dinamica, dotata di evidente eppure anche arcana “morfo-logica” (sostantivo, ovvero logica delle forme). Il contrasto materiale e cromatico è altrettanto netto ma niente affatto antitetico se non nell’iniziale percezione visiva, appunto: anzi, quella linea che il profilo dei monti disegna nel cielo non marca un “confine”, come verrebbe facile pensare, ma una congiunzione, il contatto di due elementi non discordanti ma concordanti in modo, per così dire, giustificante.

La visione mi fa pensare all’etimologia originaria del termine “confine”, alquanto interessante: viene dal latino confinis “confinante”, composto di con– e del tema di finire, “delimitare”. Non è quindi, nel principio, una parola che indica una separazione o una divisione, piuttosto indica proprio la congiunzione di due elementi. La utilizziamo, oggi, con un’accezione sostanzialmente ribaltata rispetto a quella originaria: parliamo di confine e pensiamo a qualcosa che divide perché sostanzialmente ci è stato insegnato così fin dai tempi della scuola, mentre in verità è il punto in cui due elementi non necessariamente contrapposti, siano essi materiali o immateriali, si toccano, entrano in ovvero stabiliscono un contatto. E in effetti, quando camminiamo lungo le creste dei monti e raggiungiamo le loro vette, non stiamo come in nessun altro posto (simbolicamente nonché geograficamente) con i piedi ancora a terra ma con il corpo già “immerso” nel cielo? Diventiamo noi stessi elementi di contatto come le cime che dal piano lungo i corpi montuosi si elevano e si “immergono” nel cielo, ciascuna di esse punto assoluto della congiunzione tra terra e cielo – anche al di là delle millenarie interpretazioni in tal senso delle sommità dei monti elaborate da numerose civiltà.

È anche una correlazione “estetica”, a ben vedere: di una bellezza materiale, di sostanza, con un’altra bellezza immateriale, eterea, delineata in una giornata così radiosa come dalla linea tracciata da due campiture di diverso colore sulla tela d’un quadro. Anche in tal caso, nessun confine c’è, e ci potrebbe essere, tra diverse forme e manifestazioni della stessa bellezza, se la si osserva con sguardo ampio, libero e olistico, che sappia cogliere il dettaglio nel complesso senza trascurare l’uno per l’altro ma percependone la relazione ineludibile. Proprio come si dovrebbe osservare un’opera d’arte, insomma: ma cos’è l’arte, d’altronde – e da sempre, secoli fa ma sovente pure oggi anche se in forme diverse – se non una rappresentazione della bellezza insita nella visione del paesaggio mutuata dalla sensibilità umana? Appunto: non c’è nessun confine di sorta, nemmeno qui.

P.S.: la foto in testa al post è mia, si.

Vacanze da “Belle Epoque” al Grand Hotel sui monti… questa sera alle 21.00 in RADIO THULE, su RCI Radio.

Questa sera, 13 maggio duemiladiciannove, ore 21.00, live su RCI Radio in FM e in streaming, appuntamento con la 14a puntata della stagione 2018/2019 di RADIO THULE intitolata “Saluti e baci dal Grande Albergo del Pertüs!

Sul crinale montano tra Lecco e Bergamo, a 1200 m di quota, dove le ultime punte del manzoniano Resegone lasciano il posto alla più placida dorsale del Monte Albenza, tra antichi castagneti e maestose faggete giace silenzioso un imponente edificio, di proprietà privata e in gran parte disabitato. Tanti escursionisti ne restano incuriositi e affascinati, chiedendosi cosa ci faccia un edificio così grande immerso nei boschi e lontano da tutto; i locali lo chiamano “il Convento”, perché sanno che per qualche tempo fece da colonia estiva seminariale. In verità, tale edificio ha una storia ben più vecchia e nobile, perché ai tempi della Belle Epoque fu uno dei primi alberghi di montagna di lusso delle Alpi lombarde, testimonianza singolare ed emblematica (non solo per la zona in questione) della nascita e dello sviluppo del turismo alpino: era il Grande Albergo del Pertüs, dal nome del vicino e angusto passo (“pertugio”, da cui il toponimo dialettale) che collegava il bacino del Lago di Como con le valli bergamasche.
Un edificio tutt’oggi assolutamente affascinante e in grado di narrare una storia tanto poco conosciuta quanto intrigante e sorprendente, nonostante la sua monumentale presenza lassù sui monti appaia così silenziosa… Una storia che vi narrerò in questa puntata di RADIO THULE, sicuro che anche in questo modo l’ex Grande Albergo del Pertüs vi incuriosirà e ammalierà.

Dunque mi raccomando: appuntamento a stasera su RCI Radio! E non dimenticate il podcast di questa e di tutte le puntate delle stagioni precedenti, qui. Infine, segnatevi già l’appuntamento sul calendario: lunedì 27 maggio, ore 21.00, la prossima puntata di RADIO THULE! Stay tuned!

Thule_Radio_FM-300Come ascoltare RCI Radio:
– In FM sui 91.800 e 92.100 Mhz stereo RDS.
www.rciradio.it (Streaming tradizionale)
http://rciradio.listen2myradio.com
(64 Kbps, 32000 Hz Stereo AAC Plus)
– Player Android: Google Play
Il PODCAST di Radio Thule: di questa puntata e di tutte le precedenti di ogni stagione, QUI!

Davide Sapienza, “L’Uomo del Moschel”

Uno degli errori più gravi che noi adulti quasi inesorabilmente commettiamo, una volta diventati tali, è quello di non saper restare almeno un poco bambini. Nell’animo, nello spirito, nella visione delle cose del mondo, nella leggerezza con cui le potremmo affrontare e spesso risolvere senza troppi inutili arzigogoli mentali. Ne commettiamo invece non di rado un altro, di errore, intessendo le azioni quotidiane di infantilismo. Che è ben altra e diversa cosa rispetto al restare un po’ bambini, sia chiaro. Dacché se riuscissimo a restarlo, anche in piena età adulta, sapremmo realmente vedere il mondo con occhi ben più curiosi, attenti, perspicaci anche se in modo “alternativo” e chissà, appunto, forse lo sapremmo comprendere in un modo assai più ampio di quello solito, che viceversa nella nostra razionalità adulta ma a volte fin troppo ristretta riteniamo il più completo e corretto. E sapremmo sfruttare al meglio anche nella realtà materiale le visionarie immaterialità tipiche della mente dei bambini: la creatività, la fantasia, le illusioni, i sogni…
Ecco: somnium, il sogno. Quante volte si rimprovera ai bambini di vivere nel mondo dei sogni – o lo si rimprovera agli adulti come accusa di bambinesca ingenuità – senza capire che non è affatto qualcosa da rimproverare ma da ammirare e, magari, imitare! In fondo “I sogni sono per sempre, anche da adulti abbiamo questa opportunità e basterebbe farsi la domanda, «sono io adulto capace di sognare e percepire come quando avevo cinque anni?»” E proprio questo è uno dei passaggi “cardine” (a pagina 62) del nuovo libro di Davide Sapienza, L’Uomo del Moschel, edito da Bolis Edizioni, un racconto che pur nella sua brevità (sono meno di 80 pagine), e nonostante di primo acchito possa apparire un testo di letteratura per ragazzi, è invece un piccolo scrigno di grandi illuminazioni intessute dei temi principali della narrativa e del pensiero geopoetico di Sapienza – l’Oltretempo, l’Ognidove, l’andare selvatico, il legame (o “patto”) con la Natura, la mappa come “elemento genomico”, il tempo come spazio. Su tutto ciò si dipana la storia di Zurio, un bambino di cinque anni affascinato dalla Natura e da una valle montana []

(Leggete la recensione completa de L’Uomo del Moschel cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)