Consumo del suolo, inquinamento dell’aria, coma dell’intelligenza

Nella mappa di sinistra, potete vedere raffigurata la situazione del consumo di suolo in Italia al 2016. Ovviamente il tono rosso cupo denota il consumo maggiore. (Fonte: ISPRA.)
Nella mappa di destra, potete vedere raffigurata la situazione dell’inquinamento dell’aria in Italia a fine 2017. Ovviamente il tono rosso cupo denota l’inquinamento maggiore. (Fonte: ESA.)
Cliccate sull’immagine per vederla in un formato più grande, e constatate la similarità delle due mappe.
Ora, provate a immaginare le due mappe sovrapposte. L’immagine che ne scaturisce – consentitemi di essere molto franco – è quella della nostra più assoluta imbecillità.
È la stessa dimostrazione di folle (se non criminale) idiozia che, noterete, non fa dire nulla al riguardo da parte di nessuno o quasi, con in prima fila a guardare altrove i soliti, immutabili politicanti nostrani – troppo persi, costoro, in scempiaggini propagandistiche pressoché vuote d’alcun senso e d’alcuna reale importanza.

Ha ragione Davide Sapienza, il geopoeta, che sulla sua pagina facebook incita a sostenere chiunque propugni “abbattimenti seriali di scempi edilizi, capannoni vuoti e abbandonati, strutture mai terminate. Serve qualcosa di clamoroso.” Proprio così: qualcosa di clamoroso. Che altrimenti non renda clamorosamente cupo il nostro futuro prossimo.

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La Svizzera (e la “Svizzeritudine”), secondo Gottfried Keller

Seldwyla, secondo l’antica parlata, indica una località solatia e deliziosa, che si trova da qualche parte in Svizzera. Essa è ancora circondata da alte mura e torri, come lo era trecento anni fa, ed è rimasta sempre lo stesso nido; l’originale e profondo intendimento di questo insieme è stato consolidato dalla circostanza, che gli stessi fondatori della città, si erano posti a una buona mezz’ora da un fiume navigabile, con il chiaro segno, che non se ne sarebbe fatto nulla. Ma essa è sistemata bene, nel mezzo di verdi monti, troppo esposti a mezzogiorno, cosicché il sole la può investire appieno, ma neppure un alito di vento la sfiora. Così vi cresce attorno alle antiche mura un buon vitigno, mentre più in alto sui monti si estendono zone boscose, che costituiscono il patrimonio della città; perciò è questo stesso un emblematico e curioso destino, che la comunità sia ricca ma la cittadinanza povera e precisamente che nessuna persona di Seldwyla abbia qualcosa e nessuno sappia, di che cosa essi da secoli vivano.

(Gottfried Keller, Kleider machen leute (“Gli abiti fanno le persone”) in Die Leute von Seldwyla (“La gente di Seldwyla”), 2a ed. 1873-1874.)

Gottfried Keller in un disegno di Karl Stauffer-Bern del 1887

Quella descritta da Keller, scrittore “nazionale” svizzero per eccellenza ovvero uno dei più significativi in senso assoluto della letteratura elvetica (ma pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano), è una località immaginaria, Seldwyla, che tuttavia compendia in modo letterariamente efficace i principali caratteri della Confederazione e delle sue genti: il paesaggio montano e boscoso (patrimonio della città così come della Svizzera reale, innegabilmente) e la cura agricola delle terre (i vitigni) ma pure la difesa di esse (le alte mura e le torri), la concretezza degli abitanti (il fondare la città a mezz’ora da un fiume navigabile) così come una certa condizione sociale, e socioeconomica, che per certi versi è emblematica anche per la contemporaneità elvetica. Come si può leggere su Wikipedia nella voce dedicata alla novella da cui è tratto il testo qui citato, “Persone di poche parole, gli abitanti di Seldwyla, ridono raramente e non perdono tempo ad immaginare storielle divertenti ed altre amenità. Essi non vogliono saperne di politica, che, secondo loro, conduce spesso a guerre, che loro, essendo da poco arricchiti, temono più del diavolo.

Ecco: svizzeri, appunto. Oggi che è il 1° di agosto, la Festa Nazionale Svizzera, anche di più.

Una (prima) piccola/grande rivincita della geografia

Saul Steinberg, “View of the World from 9th Avenue”, copertina del “The New Yorker” del 29 marzo 1976.

Qualche giorno fa è uscito nella sezione Libri de Il Post un piccolo ma interessante articolo (clic) nel quale si mette in luce la particolare presenza crescente, sugli scaffali delle librerie, di guide, atlanti illustrati e, in generale, di pubblicazioni che tornano a narrare i luoghi del mondo anche attraverso le raffigurazione geo-cartografiche, proprio quando in altri ambiti – quello scolastico nostrano, ad esempio – la geografia è stata sciaguratamente eliminata, provocando un danno antropologico e culturale immane.

Dice, l’articolo:

“Forse è una reazione alla diffusione di Google Maps e Google Street, che rendono esplorabile ogni anfratto della Terra. La riproducibilità fotografica satellitare del mondo ha trasformato la cartografia in una scienza esatta, basata sulla visibilità assoluta […] ma questa visibilità ha rosicchiato il regno dell’immaginabile geografico, fin quasi a estinguerlo. La risposta di molti libri è stata quella di inventarlo da capo, riavvicinando paradossalmente e giocosamente la cartografia ai suoi inizi, quando le mappe erano infestate di mostri terrestri e marini.”

Per me, che di recente ho tenuto numerosi interventi pubblici parlando di mappe geografiche come opere d’arte (ovvero di camminare come pratica artistica) nonché dell’importanza della conoscenza e della connessione tra l’uomo e il territorio geografico, leggere di questa piccola/grande rivalsa della geografia rispetto all’imperare dei non luoghi contemporaneo mi apre il cuore e lo spirito. Conoscere il territorio, identificarsi in esso e fare che esso ci identifichi, comprenderne le peculiarità geografiche, saperlo leggere come un testo ecostorico assoluto, saperlo pure rappresentare, se non con tratti grafici quanto meno con le parole, la sensibilità e l’immaginazione (generando così l’equivalente paesaggio), ritengo sia qualcosa di imprescindibile per l’uomo che voglia realmente dirsi essere umano. Perché noi uomini siamo tali anche in forza del nostro legame con il territorio che abitiamo e col quale interagiamo, per pochi attimi o per lungo tempo: indebolire o addirittura rompere questo legame non genera soltanto fenomeni di alienazione e dissonanza cognitiva ma, appunto, non ci permette più di definirci umani. Diventiamo forestieri nel nostro territorio, che è poi manifestazione geografica (e non solo) locale dell’intero pianeta Terra. Non comprendere ciò, ribadisco, equivale a non poterci realmente definire abitanti di esso.

P.S.: per saperne di più sull’illustrazione di Steinberg in testa al post, cliccate qui.

L’Heimat silvestre

Salgo lungo il sentiero, supero un ponticello in legno, svolto e attraverso una radura alla quale, sulla destra, fanno da limite alcuni grossi massi. I rumori del fondovalle sono assopiti ma ancora udibili; non ci sono altri escursionisti in zona. La traccia si fa ripida, punta in direzione dell’apice del prato verso il bosco, lo contorna per qualche metro poi, con una piega a gomito verso destra, vi entra decisa.
E mi ritrovo qui:

Gli alberi altissimi, il cielo quasi invisibile, la lama di luce solare penetrante, ogni rumore ora svanito.

Nella mente, d’improvviso, come per via di qualche elucubrazione che ricava le sue giustificazioni dall’inconscio, più che da saperi acquisiti, e vi dà forma e le modella con la stessa materia dell’animo, la prima cosa che si fa intellegibile è un pensiero, una parola, un concetto ma forse anche di più: casa. Anzi, per meglio dire: oikos [1].

Poi, l’intelletto reclama il governo di questa inopinata percezione, la rimodella o la modifica, forse la storce ma, senza dubbio, crea qualcos’altro che lì, in quel momento, non mi sembra affatto fuori luogo: “heimat”, concetto da me studiato per tanto tempo, sostanzialmente indefinibile (chi lo ha definito sovente lo ha parimenti traviato) e dunque definibile in mille personali modi, magari pure antitetici tra di loro ma, in verità, necessariamente da cogliere e contestualizzare in determinati spazi e determinati momenti temporali, nonché in determinati stati d’animo. Ecco, non so bene perché ma credo che me lo potrei pure spiegare, se lo volessi, solo che penso che non sia così importante – insomma, lì, nel bosco, quella domenica mattina, lo stare lì con negli occhi esattamente quello che ho cercato di fissare nell’immagine che vedete, ho pensato prima a “casa” e poi a “heimat”.

Forse soltanto una particolare sensazione del momento, forse no, qualcosa di più profondo e articolato. Tuttavia, appunto, non trovo di dover forzare alcuna elucubrazione che non sia piuttosto un prodotto spontaneo e “naturale” del mio essere lì – nel senso duale del termine: in quanto essenza (io sono) e in quanto presenza (io sto). Il senso autentico delle cose e degli eventi quasi sempre scaturisce da sé, serve solo la facoltà di saperlo cogliere e comprendere nella sua autenticità, senza aggiungervi nessun’altra sovrascrittura. E il bosco – come pochi altri ambiti, io credo – è uno spazio, un ambiente, un luogo dentro il quale ciò avviene nel modo più evidente. Un luogo nel quale qualsiasi sovrascrittura umana, anche quando presente, diventa secondaria.

[1] Dal quale peraltro deriva il nostro prefisso eco-, quello ad esempio di “ecologia”.

Claudio Ferrata, “Il territorio resistente. Qualità e relazioni nell’abitare”

Nel dibattito pubblico contemporaneo il termine “territorio” è senza dubbio uno dei più utilizzati, e verrebbe da pensare che ciò sia inevitabile vista il suo significato ordinario tanto funzionale: tuttavia, tale inevitabilità rivela in effetti la sostanziale superficialità con la quale il termine viene usato e abusato, facendogli assumere accezioni quasi esclusivamente oggettive e pratiche senza affrontare alcun approfondimento teorico e concettuale. Approfondimento invece del tutto necessario e fondamentale, perché il territorio non è soltanto quel certo determinato spazio proprio di una giurisdizione, nel quale si abita e si lavora, che si utilizza o attraverso il quale si viaggia, eccetera; e questa superficialità rimanda all’altrettanto superficiale visione generale con cui oggi molti ambiti tecnici e culturali o pseudo-tali (fatta eccezione “congenita” per le scienze umane ma non del tutto, purtroppo) osservano il mondo in generale, i suoi ambienti, i luoghi più o meno antropizzati, le dinamiche attive in questi spazi vissuti.
Claudio Ferrata, geografo e docente ticinese, affronta la non semplice impresa di mettere nero su bianco alcuni punti nodali sulla questione in Il territorio resistente. Qualità e relazioni nell’abitare (Edizioni Casagrande, 2017), agile e rapido (sono meno di 50 pagine) tanto quanto denso pamphlet nel quale l’autore mette in buon ordine le basi concettuali circa la nozione di “territorio”, anche attraverso un breve excursus storico dell’evoluzione della stessa, per poi muoversi nella direzione d’una sua fruizione più pratica e proficua, ovvero di una determinazione dell’essenza e del valore concreto contemporanei del territorio al fine di indicarne una buona e virtuosa evoluzione futura. […]

(Leggete la recensione completa de Il territorio resistente cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)