Land (&) art

Che cosa è l’arte, signore? È la natura concentrata.

Così scrive Honoré de Balzac nelle Illusioni perdute: e se una tale affermazione la si può facilmente contestualizzare alla rappresentazione artistica dell’ambiente naturale – o del “paesaggio”, ma il termine non sarebbe corretto, come sapete – così come altrettanto facilmente si può trovare Natura e paesaggio in opere artistiche anche non figurative, meno facile risulta fare l’opposto: trovare concentrazione di arte nella Natura. O, per meglio dire, nel territorio naturale che sia stato antropizzato, nel quale l’uomo sia intervenuto elaborandone la morfologia e la geografia – e dunque ove lo abbia fatto senza guastare e dissestare lo stato di fatto naturale precedente.

[Sol Lewitt, Wall Drawing 565, 1988; immagine tratta da qui.]
[Vigneti nella regione del Markgräflerland, Baden-Württemberg, Germania; immagine tratta da Google Maps.]
Tuttavia, quando di arte nella Natura se ne possa trovare, nel senso di opera umana in armonia con il territorio naturale e quindi, a suo modo, espressione anche estetica oltre che architettonica, tecnica, ecologica eccetera, allora probabilmente avremo la fortuna di godere d’un luogo che, come la migliore opera d’arte, soddisfa la nostra ricerca del “bello” e ci fa stare bene in esso. Che sono poi condizioni tra quelle fondamentali per le quali la relazione tra l’uomo e i luoghi abitati e vissuti raggiunge il suo apice e rende quella parte di mondo un “bel” posto. In fondo i “bei paesaggi” sono proprio questi: luoghi la cui bellezza non la cogliamo e ammiriamo solo fuori ma ce la sentiamo dentro di noi.

Il paesaggio nella testa

[Il paesaggio intorno a San Quirico d’Orcia, Siena. Foto di Luca Micheli da Unsplash.]

Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.

(Lucius Burckhardt)

Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia bello? Perché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.

E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noi, è una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe, per così dire, di essere “brutto” dentro?

Ne (ri)parlerò (perché l’ho già fatto di frequente, qui sul blog) a breve di questo tema e di Lucius Burckhardt, personaggio tanto poco noto quanto assai significativo e a suo modo illuminante.

Il paesaggio come “patrimonio genetico”

[Foto di pasja1000 da Pixabay.]
Noi esseri umani, fin dalla notte dei tempi e in fondo come ogni altro animale, riteniamo fondamentale marcare ovvero contrassegnare lo spazio nel quale viviamo, affermando con tale pratica il nostro essere – il che, paradossalmente, ci ricorda pure la nostra “animalità”, appunto. Ma, in buona sostanza, cosa contrassegniamo?

Anch’io, da quando il mio vagare nello spazio s’è fatto consapevole – o meglio: da quando ho sentito il bisogno di conseguire una maggiore consapevolezza di quanto stessi facendo, comprendendo che non era un semplice moto nello spazio fine a sé stesso (e non solo per una mia volontà che non lo fosse) e del quale percepivo, pur in tutta la sua apparente semplicità, molti più sensi di quello meramente ludico-ricreativo (anche senza afferrarli, in principio), mi sono inevitabilmente chiesto cosa realmente stessi praticando e, forse anche di più, dove lo stessi praticando (al fine di rispondere poi all’inevitabile ulteriore domanda: perché lo facessi). La “Natura” in generale, la montagna, le vette, le dorsali i versanti i boschi le colline le valli i prati i nuclei abitati piccoli e grandi… ok, ci siamo, ma cos’è tutto questo? È quasi doveroso chiederselo, nel personale processo di acquisizione della consapevolezza del muoversi nello spazio, non fosse altro per l’ambiguità di fondo presente proprio nel vocabolo “spazio”, estremamente indeterminato e potenzialmente fuorviante: in fondo tutto è spazio, dalla più piccola porzione di terreno fino alle vastità cosmiche (senza contare che certa antropologia contemporanea – Marc Augé, ad esempio – usa il vocabolo “spazio” per designare le superfici “non simbolizzate” del pianeta, cioè quelle magari praticate dall’uomo ma sostanzialmente non vissute).

In verità, ogni volta che cammino lungo un qualsiasi itinerario che attraversa uno spazio, una certa porzione di mondo, mi rendo concretamente conto di come tutti gli elementi naturali e antropici che vi ritrovo sono come tante tessere d’un mosaico composto da diversi strati, i quali a volte sono uno sopra l’altro ma più di frequente sono l’un l’altro accostati o impilati, combinati e connessi. Se gli ambiti frequentati dall’uomo si possono considerare come palinsesti antropologici, in senso materiale, ugualmente ciò vale anche in senso immateriale e riguardo i concetti descrittivi e identificativi che nel tempo le scienze umane hanno formulato per consentire di dare alcune buone risposte a chi come me, quando si muove nello spazio, si chiede il “senso” e il valore del proprio moto in relazione allo spazio in cui si manifesta – al di là del mero godimento estetico dell’andare per sentieri.

Fondamentalmente quegli strati, grazie ai quali io cerco di cogliere in un unicum prima visivo e poi intellettuale e culturale la porzione di mondo che frequento e nella quale sto viaggiando, sono tre. Il territorio è lo spazio fisico in cui mi muovo, quello a volte determinato da caratteristiche geofisiche (monti, fiumi, mari…), in altri casi correlato ad una determinata pertinenza oggettiva (cultura comune, lingua, usi e costumi, storia politica, eccetera) che ne può determinare le caratteristiche materiali e immateriali – la cosiddetta territorializzazione.

Muovendomi nel territorio, entro in relazione con esso e in esso mi caratterizzo come un elemento più o meno interattivo: divento parte dell’ambiente, inteso come il complesso delle cose in relazione reciproca nel e col suddetto (determinato) territorio. L’ambiente, in pratica, è il risultato delle qualificazioni e delle trasformazioni biologiche, storiche e culturali del territorio messe in atto da tutti gli elementi ivi presenti. Trovo molto interessante, al riguardo, il termine tedesco per ambiente, umwelt, nel quale il prefisso um– anteposto al vocabolo welt, “mondo”, esprime un senso di circolarità e dunque di totalità omnicomprensiva di ogni cosa che faccia parte del mondo o, contestualizzando il vocabolo, di un certo territorio.

Dunque, nel mio andare per il mondo mi muovo nel territorio (geografico) ed entro in relazione (biologica) con il suo ambiente: lo vivo, in buona sostanza, e non solo in senso fisico ma pure, anche più, in senso emotivo. Determino il luogo, che la geografia umana definisce proprio come lo spazio emotivamente vissuto. In tal senso la definizione di luogo è legata alla mia soggettività, alla personale percezione della sua realtà in senso materiale e ancor più immateriale, alle mie suggestioni pur quando siano totalmente individuali ed esclusive. D’altro canto sono un uomo e dunque un essere sociale (non smetterei di esserlo anche se vivessi come il più selvatico eremita, semmai rifiuterei consapevolmente questa peculiarità umana), cresciuto in un determinato contesto culturale dotato d’una propria omogeneità di fondo peraltro del tutto legata al territorio nella quale si manifesta e alla sua territorializzazione: la mia soggettività è inevitabilmente formata da elementi generati da quel contesto, similmente a quella di diversi altri individui che vivono lo stesso ambito, e questa compartecipazione emotiva più o meno diretta determina il luogo anche in senso materiale, mentale e in modo identificabile e riconoscibile. Mi viene da dire, in pratica, che il luogo sia l’evoluzione finale del processo di qualificazione e trasformazione nonché delle relazioni proprie dell’ambiente, il tutto incrementato e valorizzato dall’appropriazione emotiva di chi lo vive e frequenta. Da essa scaturisce (o dovrebbe scaturire) il “senso di luogo” che citavo poco fa, inteso proprio come il significato strutturato derivante dal complesso delle interazioni sociali, psichiche, emotive, sentimentali, intellettuali (anche quando contrastanti) nonché prettamente funzionali – il tutto sviluppato nel tempo storico – delle persone che frequentano il luogo. Una strutturazione di senso molto complessa e sostanzialmente sfuggente, nella sua completezza, anche perché in costante evoluzione (e così deve sempre essere, se il luogo vuole rimanere tale), ma d’altro canto d’importanza basilare, perché è in tale ambito (che a questo punto è anche antropologico) che si genera pure l’identità culturale, forma concreta del legame reciproco tra i luoghi del territorio e le persone che li vivono e se ne possono dire competenti (senza alcuna devianza etnocentrica, sia chiaro).

E se in una direzione tale legame diventa essenza identitaria, come detto, dall’altro si trasforma in – se così posso dire – “patrimonio genetico” da cui attinge la vita il Genius Loci, lo spirito del luogo “con cui l’uomo deve scendere a patti per acquisire la possibilità di abitare”, come ha scritto Christian Norberg-Schulz nel proprio celeberrimo saggio sul tema. In fondo, il legame antropologico dell’uomo con il luogo diviene pure il principale “alfabeto” immateriale con cui poter comunicare con il Genius Loci e così da esso “acquisire” informazioni fondamentale per vivere il/nel luogo e, al contempo, “comunicare” le proprie – le convenienze, i bisogni, le necessità, le trasformazioni, le paure, le visioni riguardo il luogo stesso. Un dialogo fondamentale, questo (quantunque non di rado rivelatosi cacofonico e sterile) per tracciare e lasciare buoni segni nel territorio vissuto – non è stato un caso l’uso che ho fatto, poco sopra, del termine “alfabeto”: alla fine i segni sono gli stessi, e la differenza è identica a quella che corre tra la parola parlata e quella scritta.

Il paesaggio è nulla

[Henri de Toulouse-Lautrec, “M. Fabre, Officier de reserve”, olio su tela, 1891, Buenos Aires, Museo Nacional de Bellas Artes: uno dei rari dipinti di Toulouse-Lautrec che ritrae un “paesaggio”.]

Non esiste che la figura, il paesaggio è nulla, non dovrebbe che essere un accessorio. Il paesaggio dovrebbe essere usato solo per rendere più intelligibile il carattere della figura.

(Henri de Toulouse-Lautrec, citato in Douglas Cooper, Toulouse-Lautrec, Edizione d’Arte Garzanti, Milano, 1963, pag.6.)

Trovo molto interessante questa citazione del grande Toulouse-Lautrec in quanto del tutto contestuale alla sua peculiare arte, così capace di raffigurare la comédie humaine del suo tempo che viveva nel chiuso delle sale da ballo, dei casino o delle case d’appuntamento parigine, quasi sempre di notte e praticamente mai all’aperto, costruendo così un immaginario ambientale che non aveva bisogno di “paesaggi” ma, nel caso ve ne fosse qualche accenno, li rendeva funzionali e accessori ad esso. Altrettanto interessante, riportando le parole di Toulouse-Lautrec all’interno di un punto di vista “paesaggistico” e partendo dall’assunto che ho appena rimarcato, è che il principio “anti-paesaggio” espresso dal grande pittore francese è in fondo simile a quello che sta alla base dello sfruttamento dei paesaggi a scopo turistico, resi ugualmente funzionali e accessori a una fruizione meramente ludica, da comédie humaine contemporanea. Con una differenza, però: il godereccio popolo notturno ritratto da Toulouse-Lautrec non ricercava nemmeno il paesaggio, anzi, in qualche modo lo riteneva superfluo e lo sostituiva con i luoghi del divertimento cittadino; l’altrettanto godereccio (per così dire) popolo turistico contemporaneo invece pretende un paesaggio che faccia da sfondo alle proprie attività ludiche, ma lo usa come fosse similmente un luogo di mero divertimento, una scenografia senza senso ne forma e con solo una forzata sostanza ricreativa, facendone di fatto qualcosa di parimenti superfluo. Ah, be’, ce n’è pure un’altra, di differenza: almeno allora c’era un mirabile artista come Toulouse-Lautrec a fissare il tutto sulla tela e sulla carta in dipinti e disegni memorabili; oggi invece ci sono dei banalissimi smartphone e l’immagine evanescente dei social, a fare ciò.

In verità, oggi, dalle scienze umane e della Terra è risaputo il contrario di quanto affermato dal pittore francese: le figure umane, con la loro presenza e la relativa relazione, sono quelle attraverso le quali si può rendere più intelligibile il paesaggio. E pure, a ben vedere, nel paesaggio inteso come rappresentazione culturale del territorio l’uomo non è che un accessorio. Che può generare (ovvero concepire e significare) il paesaggio, certamente, ma che, se non è in grado di compiere tale azione culturale, non è affatto indispensabile a esso.

Ottime “regole” di gestione del paesaggio

Il paesaggio è un elemento culturale, dunque la sua salvaguardia rappresenta pienamente un’azione culturale, anche nel senso politico del termine: sostengo ciò ad ogni buona occasione, qui e altrove, e non mi stancherò mai di farlo.
Posto ciò, resto sempre assolutamente incantato nonché stupito – nel bene e nel male – ogni qualvolta abbia modo di constatare cosa fossero (e in parte cosa sono tutt’oggi) le Regole, il sistema di gestione autonomo della proprietà rurale collettiva diffuso nelle zone dolomitiche di Veneto, Trentino e Friuli (nonché in minima parte, ovvero con forme parzialmente assimilabili, in altre zone delle Alpi).
Fin dal XIII secolo, quando le prime Regole nacquero, hanno permesso un’ottimale amministrazione collettiva di quasi tutto il patrimonio agro-silvo-pastorale di proprietà comune delle famiglie originarie e destinato sia al godimento diretto sia al finanziamento delle opere di pubblica utilità, il tutto caratterizzato da inalienabilità e da indivisibilità. Non solo, ma anche grazie a queste ultime peculiarità citate, le Regole hanno permesso l’ideale conservazione delle caratteristiche del territorio, con indubbi vantaggi dal punto di vista ecologico oltre che, ovviamente, paesaggistico.

masi-la-valTale regime tradizionale non era esente da pecche – come, ad esempio in alcune (ma non in tutte), il divieto per le donne di partecipare alla gestione di esse nonché alla trasmissione dei diritti regolieri, prescrizione eliminata solo in tempi recenti – tuttavia, nella pratica, per secoli è stato uno dei migliori esempi sulle Alpi di rapporto armonico tra la Natura e le attività antropiche sussistenti in essa, al punto che i regolieri ancora oggi – ove le Regole conservino una qualche valenza giuridica – difendono la loro autonomia dall’amministrazione pubblica di matrice statale, che più volte ha manifestato la tendenza a cercare di assimilare queste terre comuni a quelle di un demanio comunale: a ciò i regolieri hanno tenacemente opposto il principio che invece la Regola si tratti di una proprietà privata esclusiva degli abitanti originari.

1885___SourceUna sorta di antico senso civico rurale a salvaguardia di un territorio inalienabile e indivisibile, il tutto difeso da un forte reclamo di autonomia – se non autodeterminazione – e libertà consapevole, come quella di chi vive e conosce un paesaggio da secoli. Una cosa stupefacente, appunto, nel bene – per i mirabili risultati ottenuti e da tutti visibili – e nel male, per tutte le innumerevoli volte nelle quali viceversa si può constatare come il paesaggio naturale, messo invece nelle mani di amministratori incompetenti, incapaci, menefreghisti, truffaldini quando non criminali, venga puntualmente distrutto, sia nelle sue forme naturali che nella sua essenza culturale e antropologica, con i risultati che poi abbiamo di fronte sempre più frequentemente: sfruttamenti impropri e rovinosi delle risorse naturali, scempi ambientali, dissesti idrogeologici, frane e alluvioni, eccetera eccetera eccetera.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAEppure, di metodi, sistemi, principi e idee per fare bene qualcosa, soprattutto se qualcosa di interesse collettivo, e dunque dai vantaggi dei quali tutti possiamo/potremmo usufruire, la storia antica e recente, ma pure la realtà contemporanea, ne offre a iosa. Basta (ri)prenderli e (ri)metterli in pratica: una cosa estremamente semplice e lampante. Probabilmente troppo, per chi invece mira ad ottenere tornaconti personali o lobbistici cercando di tenere nascosto il tutto. In fondo, la cultura diffusa in una società si soffoca anche così: corrompendo e/o eliminando gli elementi primari e alla portata di tutti che la possono agevolare – anche perché, poi, serve almeno un poco di cultura per comprendere che è in atto un tale scellerato meccanismo… Sarebbe finalmente il caso di capirlo, una volta per tutte!

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