Il paesaggio non si conosce solo quando si sa il nome e l’identità di tutto quello che contiene, ma quando si ha la percezione intima delle relazioni al suo interno, come quella tra il passero e il rametto. Il paesaggio interiore risponde al carattere e alle sfumature di un paesaggio esteriore; la forma della mente individuale è influenzata tanto dai geni quanto dallo spazio fisico, dalla geografia dei luoghi.
Rimarco spesso, qui sul web e nei miei interventi pubblici, quanto sia fondamentale per noi intessere una relazione culturale (nel senso più pieno e compiuto del termine) consapevole con i luoghi e i paesaggi nei quali siamo per starci veramente bene, sia che li abitiamo stanzialmente e sia che ne siamo visitatori occasionali. Una dote che dovremmo saper elaborare di default, come creature intelligenti e senzienti, ma che a volte trovo mancante.
D’altro canto qualsiasi relazione si deve basare su una altrettanto compiuta empatia, ciò che permette la connessione profonda, la riconoscibilità reciproca, la percezione di essere una parte del tutto che dà vita, identità, valore, senso al paesaggio nel quale stiamo e, di rimando, lo dà a noi nello starci dentro. Non si tratta di una relazione tra due singolarità, in contatto ma comunque divise, ma tra le due parti di un unico insieme – un unico organismo, mi viene da dire.
È quella «percezione intima delle relazioni» di cui scrive Lopez, lo stato individuale che fa del paesaggio esteriore il paesaggio interiore così che ogni cosa contenga – l’intera sua geografia materiale e immateriale – ci entri dentro e elabori tanto i nostri pensieri quanto lo stato d’animo. La possiamo elaborare a vari livelli tale percezione intima, in base alle nostre volontà e capacità ma, in un modo o nell’altro, deve esserci in noi. Altrimenti in quel paesaggio non ci stiamo veramente, non ci viviamo, non ci relazioniamo con esso, lo stiamo solamente utilizzando per i nostri fini ricreativi o per altro.
E anche qui, in questa eventuale mancanza relazionale, o assenza, sta la radice della devastazione di certi luoghi, pensati solo come oggetti da utilizzare, sfruttare per propri fini, consumare, luoghi verso i quali, appunto, si rifiuta e rigetta qualsiasi relazione. Il che denota bene – come rimarca Lopez – anche la «forma della mente» degli autori di tali devastazioni nonché, aggiungo io, il loro valore umano.
[Panorama di Ny-Ålesund, tratto da www.facebook.com/nyalesundresearch.]La ticinese Tessa Viglezio è una scienziata giovane (è nata nel 1997) ma dal curriculum notevole e già prestigioso. Laureata in biologia e con un master in Ecologia e Conservazione, è stata capo della stazione italiana di ricerca polare “Dirigibile Italia” del CNR a Ny-Ålesund, sulle isole Svalbard, mentre ora lavora per il Consorzio internazionale Sios, che gestisce il sistema integrato di osservazione dei territori artici delle Svalbard le cui misurazioni supportano le ricerche scientifiche sul sistema meteoclimatico e ambientale del nostro pianeta.
[Tessa Viglezio in un’immagine tratta da www.facebook.com/dirigibileitalia.]Intervistata da Andrea Bertagni sul “Corriere del Ticino”, ha formulato – da scienziata tanto quanto da Sapiens – alcune considerazioni estremamente significative sul clima attuale e sul rapporto tra le Alpi e noi abitanti dei loro territori. Eccone alcune:
«Alle isole Svalbard i ritmi non sono frenetici come quelli europei, è tutto molto più lento. Anzi, non tutto. Il cambiamento climatico è ad esempio avvenuto in modo molto più veloce». Le temperature sono drasticamente salite, mettendo a rischio gli stessi abitanti, che avendo costruito le loro case sul permafrost, sono costretti a ristrutturare continuamente, visto che il permafrost si sta riducendo molto velocemente rendendo il terreno instabile.
«Quando torno a casa, mi rendo conto che in Svizzera e in Ticino il cambiamento climatico non è avvertito come un problema urgente come invece succede alle Svalbard dove è sotto gli occhi di tutti. Me ne rendo conto e un po’ mi rattristo perché c’è poca consapevolezza che prima o poi i suoi effetti arriveranno e si manifesteranno in tutto il suo clamore anche in Svizzera». Non che qualcosa non stia già succedendo, come dimostrano lo scioglimento dei ghiacciai alpini o l’innalzamento generale delle temperature. Ma se il surriscaldamento del clima costringe già oggi a ricostruire casa forse la presa di coscienza è diversa. Senza il forse. E il fenomeno appare in tutta la sua reale forza e presenza. «È solo questione di tempo prima o poi gli effetti del cambiamento non potremo fare a meno di vederli con i nostri occhi anche in Svizzera e in Ticino.
[Tessa Viglezio con il collega glaciologo Jacopo Pasotti al lavoro negli ambienti polari delle Svalbard. Immagine tratta dal profilo Instagram di Jacopo Pasotti.]
Nel frattempo potrebbero essere messi in campo azioni e strumenti capaci di rallentare l’innalzamento delle temperature e tutto quello che si porta dietro. «Abbiamo le tecnologie e le capacità di innovazione, usiamole anche per il clima».
Così Tessa Viglezio chiude le proprie considerazioni, con una speranza che è però anche un appelloalle istituzioni pubbliche affinché agiscano finalmente e concretamente per contrastare le conseguenze della crisi climatica. D’altro canto pure sulle Alpi tali conseguenze, con i disastri che ne conseguono, si fanno sempre più frequenti e distruttive: basti pensare alle frane da fusione del permafrost, alle esondazioni di fiumi e torrenti che si fanno viepiù violente, ai fenomeni estremi come la tempesta Vaia, eccetera. Probabilmente noi qui, a differenza degli abitanti delle isole Svalbard, siano meno sensibili, più distratti, convinti che in un modo o nell’altro ce la possiamo sempre cavare, troppo viziati per percepire e elaborare il rischio. O forse, mi viene da temere, non abbiamo (più) la stessa relazione con il territorio nel quale abitiamo che invece le genti delle Svalbard ancora conservano, non ci sentiamo più legati ad esso, all’ambiente naturale del quale abbiamo dimenticato di fare parte. Così, inevitabilmente, non sappiamo più cogliere i segnali d’allarme che il territorio e l’ambiente ci inviano attraverso i fenomeni in rapida estremizzazione, e di questa svagatezza diffusa la politica – a livello globale salvo rarissime eccezioni, purtroppo – se ne approfitta per soprassedere al problema, liquidandolo con tante belle parole ma con ben pochi fatti concreti: le tante COP sul clima susseguitesi nel corso degli anni lo dimostrano bene.
[L’altipiano di Fellaria, nel Gruppo del Bernina, uno dei pochi ambienti “polari” delle Alpi lombarde. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo.]Dobbiamo arrivare a subire i disagi degli abitanti delle Svalbard e vederci trasformare, degradare, rovinare i territori nei quali abitiamo per essere più consapevoli di ciò che sta succedendo a noi e all’intero nostro pianeta e dunque per intimare alla classe politica di smetterla di blaterare e invece agire con decisione e rapidità al fine di scongiurare conseguenze ancora più deleterie della crisi climatica? O preferiamo continuare a pensare che, anche stavolta, «andrà tutto bene»?
[Tutti i premiati con i candidanti dell’edizione 2025 e gli organizzatori del Premio.]Il Premio “Marcello Meroni” non è un “semplice” premio. Non lo è perché intitolato a una persona veramente eccezionale come era Marcello Meroni, astrofisico, alpinista di livello eccelso, istruttore Nazionale di Alpinismo, persona di grandissima intelligenza e di altrettanta modestia. E non lo è perché dedicandosi a persone “eccezionalmente normali” che si sono contraddistinte per aver portato a termine iniziative di puro volontariato legate alla montagna e caratterizzate da originalità, valenza sociale, dedizione e meriti etici e culturali, ne riconosce le grandi qualità, che sono anche se non soprattuttoumane.
Una prerogativa della quale mi sono nuovamente potuto rendere conto sabato scorso a Milano, partecipando alla premiazione dei vincitori del “Meroni” 2025 nella prestigiosa cornice della Sala Alessi di Palazzo Marino, e ritrovandomi in mezzo a gran belle persone, di valore prezioso, dai talenti molteplici, capaci di fare cose realmente eccezionali ma come fossero “normali” – tutta gente di montagna o sulla quale è di casa, per giunta, garanzia di consonanza intellettuale e spirituale. Donne e uomini, insomma, che è un inestimabile privilegio conoscere e frequentare, persone eccezionalmente normali – ma potrei dire per loro è l’eccezionalità a essere “norma” – che per ciò ringrazio di gran cuore: Nicla Diomede, Laura Posani, Luca Calvi, Flavia Cellerino, Anna Staffini Cammelli, Anna Giorgi, Claudio Gasparotti, tutti i vincitori delle varie categorie e le persone che hanno ricevuto la menzione d’onore e, last but non least, Marco Soggetto e Annamaria Gremmo la quale con me ha candidato e presentato il vincitore della sezione “cultura” del Premio, Giovanni Baccolo.
Perché ho deciso insieme ad Annamaria di candidare proprio lui? Be’, banalmente (per così dire) potrei rispondere perché ha scritto un libro fenomenale come “I ghiacciai raccontano”, dove la narrazione della glaciologia e del fascinoso mondo dei ghiacci terrestri articolata da Giovanni è proprio “eccezionalmente normale”, cioè capace di raccontare cose a volte anche complicate con una chiarezza e comprensione divulgative più uniche che rare, che pure le persone “normali” (espressione sciatta ma comune, come sapete) possono comprendere.
Ma sarebbe una risposta fin troppo facile, appunto; in realtà c’è di più, dal mio punto di vista.
Nel 1994, il primo di agosto ai “Colloqui di Dobbiaco”, Alexander Langer (altra figura eccezionale, senza dubbio alcuno) proferì quella famosa riflessione, in verità una domanda: «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. Ma come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile?» Conversione che già allora appariva necessaria per come le avvisaglie del cambiamento climatico in corso fossero sempre più evidenti. Be’, sono passati più di trent’anni ma quella riflessione, quella domanda di Langer è ancora senza una buona risposta. O per meglio dire: le risposte ci sarebbero, ormai ben definite, ma ancora non desideriamo di considerarle veramente.
Forse, questa nostra mancanza di responsabilità collettiva ci deriva anche dal fatto che non sappiamo e non vogliamo ancora renderci conto di ciò che da decenni fino a oggi ci dice la scienza, con i suoi dati tanto inequivocabili quanto scomodi, fastidiosi, indesiderati appunto. E forse è stata un po’ una mancanza della scienza, il fatto che ancora non si desideri ascoltare le sue verità nonostante siano le nostre verità, ciò che noi siamo e che è il nostro mondo.
Ecco, Giovanni Baccolo è uno scienziato che, proprio con uno degli elementi geografici del nostro mondo e delle nostre montagne fondamentale quale è il ghiaccio, ha proprio la capacità di farci desiderare di saperne sempre di più, di essere sempre più consapevoli di ciò che ci sta accadendo intorno e dunque di rimetterci in relazione autentica con il mondo che viviamo così da essere un elemento finalmente benefico, per quanto ci è possibile, e non più negativo come troppo spesso siamo stati, noi genere umano, fino a oggi. Se un cambio di paradigma potrà avvenire, riguardo la nostra presenza nel mondo e l’impronta antropica che vi generiamo, così determinante anche per la storia recente e futura dei ghiacciai, è anche grazie a persone “eccezionalmente normali” come Giovanni.
Per questo sono stato veramente felice che la giuria del “Premio Meroni” abbia accettato la candidatura di Giovanni ritenendola meritevole del riconoscimento. Perché se lo è meritato lui e, se così posso dire, ce lo siamo meritati noi che abbiamo la fortuna di poterlo ascoltare e di saper imparare da lui.
Ecco anche perché il “Premio Meroni” non è soltanto un “semplice” premio. È un premio eccezionale, perché riconosce – e fa conoscere – persone all’apparenza normali che viceversa fanno cose “fuori dal mondo”, da quel mondo ordinario dove invece troppo spesso viene ritenuta eccezionale la vacuità e che tuttavia potrà salvarsi – dostoevskijanamente – proprio grazie alla bellezza profusa da certe persone normalmente eccezionali.
Di nuovo grazie di cuore a tutti quelli che hanno contribuito in ogni modo, attivamente ma anche solo con la presenza nel pubblico in sala, a rendere l’evento così bello e potente.
P.S.: su “Fatti di Montagna” trovare un bel resoconto della cerimonia di premiazione, mentre nella sezione “Altri Spazi” del blog di Alessandro Gogna trovate le motivazioni dei premi assegnati.
[Veduta aerea di Whittier. Foto del Forest Service Alaska Region, USDA, CC BY 2.0, fonti www.flickr.com e commons.wikimedia.org.]Di posti strani in giro per il mondo ce ne sono parecchi e spesso si trovano in zone montane o remote, le cui difficili geografie e morfologie contribuiscono parecchio alla loro stranezza.
In Alaska ce n’è uno che, in un’ipotetica graduatoria di tali posti, potrebbe piazzarsi molto bene: è Whittier, un piccolo centro abitato posto sulle frastagliate coste del Golfo di Alaska, ma in mezzo a grandi montagne e vasti ghiacciai, che è praticamente composto da… un solo grande edificio, il Begich Towers Condominium, che regala al comune il bizzarro “titolo” di «Città sotto un unico tetto» («Town under one roof» in originale).
[Foto di Enrico Blasutto, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]In questo grande (e obiettivamente brutto) palazzone, nato negli anni Cinquanta come caserma militare, vi abita la gran parte dei 272 abitanti di Whittier e si trova quasi tutto ciò che serve alla vita quotidiana della comunità: la stazione di polizia, una clinica, una videoteca, un negozio di alimentari, una chiesa, gli uffici comunali, un bed & breakfast, una lavanderia a gettoni e una piscina nel seminterrato. Solo le scuole sono in un altro edificio, che però è collegato al primo da un tunnel sotterraneo. In pratica, l’intera socialità della comunità di Whittier si svolge al chiuso della Begich Towers, il che certamente la agevola in considerazione del clima invernale parecchio ostico di questa parte del mondo (sei mesi di pioggia all’anno, venti fino a 130 km/h) ma di contro genera un che di claustrofobico non indifferente. La maggior parte delle persone in età da lavoro è invece impiegata al locale porto, nella gestione delle relative infrastrutture logistiche e nella pesca.
[Foto di Barbara Ann Spengler, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]La cosa singolare è che Whittier è già di suo un luogo parecchio isolato. Da terra è raggiungibile solo attraverso uno stretto tunnel di oltre 4 chilometri nel quale possono transitare alternativamente sia le auto che i treni (le prime soltanto da 15 anni a questa parte, quando il tunnel venne adeguato allo scopo); dal mare vi si giunge attraverso rotte tortuose tra fiordi, baie e isole separate da stretti di varia taglia; infine ci sarebbe anche un piccolo aeroporto, ma la sua breve pista non genera sensazioni di grande sicurezza. Dunque, è come se gli abitanti di Whittier avessero deciso di rimarcare – e rivendicare con maggior forza – tale peculiarità geografica del loro comune isolandosi doppiamente dal resto del mondo, quello lontano e quello vicino, quasi separandosene come una colonia di viaggiatori spaziali dentro la propria astronave.
[Foto di Enrico Blasutto, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]D’altro canto, la stranezza di un posto del genere non è sfuggita ai tour operator crocieristici, tant’è che oggi Whittier si è attrezzato di un molo presso il quale in estate possono attraccare navi da crociera anche piuttosto grandi. Cosa poi ci facciano le migliaia di turisti che queste navi trasportano una volta sbarcati a Whittier, è per me un mistero. Mi auguro solo che non decidano tutte quante insieme di visitare l’interno della pur grande Begich Towers: sarebbe un pegno troppo grande da pagare rispetto all’isolamento suddetto!
Nel suo libro I ghiacciai raccontano, Giovanni Baccolo tra mille altre cose affascinanti traccia, più o meno succintamente, le figure e l’attività scientifica di alcuni personaggi fondamentali nello studio dei ghiacciai della Terra.
Una di quelle che ho trovato più emblematiche – e tra poco lo capirete subito anche voi perché – è John Mercer (1922-1987), brillante scienziato inglese, geografo di formazione, pressoché sconosciuto al grande pubblico. Durante la sua carriera Mercer lavorò in Inghilterra, Canada, Australia e Stati Uniti, occupandosi dei più disparati temi: dall’uso delle risorse ambientali da parte delle popolazioni dell’Oceano Pacifico alla glaciologia, campo nel quale si distinse particolarmente producendo una serie impressionante di risultati. Fu tra i primi a indagare la vulnerabilità delle grandi calotte polari al cambiamento climatico e a studiare l’Antartide come un sistema glaciale capace di profondi sconvolgimenti per l’intero pianeta.
[John Mercer in Perù nel 1976. Fonte: byrd.osu.edu.]Così Giovanni Baccolo traccia la sua figura, alle pagine 70-71 del libro:
Nel 1978 il glaciologo inglese John Mercer pubblicò un pionieristico lavoro sulla potenziale instabilità dei ghiacciai dell’Antartide occidentale. Inutile dirlo, a impensierire lo scienziato furono le modifiche apportate dalla nostra specie al clima del pianeta. In quattro succinte pagine, lo studioso ammoniva sul rischio che l’aumento della temperatura provocato dall’utilizzo dei combustibili fossili potesse compromettere i fragili equilibri che assicurano l’esistenza della calotta antartica occidentale. Mercer predisse che, se non avessimo ridotto le emissioni di anidride carbonica, sarebbero bastati pochi decenni per osservare le prime avvisaglie di instabilità. La scomparsa della calotta antartica occidentale porterebbe a un innalzamento di oltre 5 metri del livello del mare. Il valore sembra poca cosa rispetto ai 50 metri di risalita potenzialmente prodotti dalla fusione dell’Antartide orientale. Mentre però la fusione di quest’ultima è improbabile grazie alla sua intrinseca stabilità climatica e glaciologica, per l’Antartide occidentale non è così. Quei 5 metri di aumento sono una possibilità tutt’altro che remota.
Quando Mercer pubblicò il suo studio sulla prestigiosa rivista “Nature”, l’accoglienza da parte della comunità scientifica fu quantomeno tiepida. Solo una sparuta minoranza riconobbe l’importanza del lavoro. Tanti altri lo bollarono come inutilmente allarmistico e al limite del fantascientifico. Lo studioso tentò di ottenere ulteriori fondi per finanziare le ricerche, ma non riuscì nell’impresa. Le sue idee erano troppo in anticipo sui tempi. All’epoca, la scienza del cambiamento climatico era ai suoi esordi e si cominciava solamente in quegli anni a ipotizzare che il massiccio impiego di combustibili fossili avrebbe portato a una sostanziale perturbazione del sistema climatico. Era poi opinione diffusa che le grandi calotte glaciali polari fossero strutture pressoché eterne, impossibili da perturbare in modo significativo. Oggi sappiamo però che tale visione non era in realtà giustificata da solide evidenze scientifiche. Mercer aveva ragione, l’Antartide occidentale è un sistema intrinsecamente instabile e il cambiamento climatico antropogenico la sta intaccando. Le sue previsioni si stanno avverando con sorprendente puntualità.
Ecco: Mercer fu tra gli scienziati che prima di altri e con particolare forza evidenziò la correlazione tra l’impiego dei combustibili fossili, i cambiamenti climatici e la fusione dei ghiacci terrestri, polari e non solo. Eppure, scrive Baccolo, in tanti – colleghi inclusi – bollarono il suo studio come «inutilmente allarmistico e al limite del fantascientifico».
Invece Mercer aveva ragione.
Ora capirete di sicuro, appunto, perché la sua figura sia così emblematica.
[Scorcio della Barriera di Ross, in Antartide, che fu oggetto degli studi glaciologico-climatici di Mercer. Foto di Michael Van Woert, NOAA Photo Library, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org.]Quante volte la scienza, presentando prove assolutamente rigorose, mette in guardia l’umanità dai pericoli piccoli e grandi derivanti da certe attività antropiche, senza tuttavia essere ascoltata?
Oggi ancora più di qualche decennio fa, pare che il razionalismo scientifico sia antitetico e inviso tanto alla geopolitica che governa su scala planetaria quanto alla politica locale e alle proprie azioni nei territori di riferimento: basti pensare – per citare un esempio “montano” – alla continua realizzazione di impianti sciistici in zone dove qualsiasi report scientifico-climatico mette nero su bianco l’assenza di condizioni ambientali adatte allo scopo. Anche oggi in questi relativamente “piccoli” casi la scienza viene bollata di diffondere inutili allarmismi, così da giustificare quei progetti e i relativi stanziamenti milionari di soldi pubblici.
Dove sta dunque la “fantascienza”, in realtà? In ciò che la scienza a volte cerca di rivelarci o che certa politica ci impone di credere? Ovvero, a proposito di quanto appena scritto: sta nei report climatici o in certi progetti sciistici?
E quando dovremo dare inesorabilmente ragione a quelli a cui oggi viene dato torto, che fine avranno ormai fatto le nostre montagne e la vita delle loro comunità?
Credo sia bene tenerla presente, la storia di John Mercer. Già.