Land (&) Art #9

Sopra: Theo van Doesburg, Stained glass composition VIII, 1918-19, vetro colorato. Immagine tratta da www.wikiart.org.

Sotto: campi coltivati nella pianura cremonese, Lombardia. Immagine tratta da Google Maps, rielaborata da Luca.

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Una Venezia molto… veneziana

Venezia è una delle città più belle e uno dei luoghi più suggestivi del mondo, inutile rimarcarlo. Sovraccarica di iconologie, di simbolismi, di immaginari a volte troppo superficiali e francamente inutili (se non dannosi) per uno spazio antropizzato così particolare e delicato, è facile intuire che Venezia sia tra i luoghi più raffigurati in assoluto, in ogni modo ovvero con ogni media lo si possa effigiare tentando di fissare almeno una minima parte del fascino urbano, delle sue architetture e dei monumenti, degli angoli più caratteristici, del rapporto con l’acqua che penetra (nel)la città e viceversa, del suo paesaggio unico.

Una delle più belle e intense rappresentazioni di Venezia che abbia mai visto l’ho intercettata qualche giorno fa grazie a un articolo di “Artribune” (lo potete leggere anche on line qui): è dell’artista tedesco Gerhard Richter e si intitola Venedig (Treppe), un olio su tela del 1985:

Al di là delle note critiche sull’opera, che potete leggere qui, trovo che in questo dipinto Richter abbia perfettamente reso visibile la dimensione di sospensione in cui vive Venezia, dalla quale trae il suo fascino inimitabile tanto quanto l’inquietudine rispetto al proprio precario equilibrio geografico. Le prospettive ideali che l’opera possiede, fornite dalle linee nette e dalle partizione che creano – terra/acqua, acqua/cielo, luce/ombra, presenza/assenza – e di contro la particolare tecnica pittorica che rende l’idea di un’immagine fotografica sfocata nonché l’assenza di ciò che rende Venezia immediatamente riconoscibile a chiunque, ovvero i suoi celeberrimi monumenti o le vedute dei canali i quali però sono anche gli elementi principali dell’immaginario turistico-commerciale che per certi versi deturpa il fascino cittadino, fanno dell’opera un fermo-immagine super dimensionale della realtà di Venezia, che viene analizzata nel profondo da un punto di vista alternativo e al contempo viene ammantata di un onirismo delicato e enigmatico. In effetti nella raffigurazione di Venezia di Richter è assente un altro elemento immancabile in città: l’umanità, la quale però, come accennato, le conferisce “vita” in modi a volte soverchianti e generanti nel suo paesaggio (nel senso antropologico del termine) una sorta di rumore di fondo. Richter invece pone nel proprio scorcio veneziano una sola figura umana (è la moglie, per la cronaca) così togliendo quel disturbo antropico e riportando la relazione tra il luogo e le persone entro una dimensione ben più profonda e meditativa, quella che probabilmente abbisognerebbe un luogo così speciale come Venezia e che rimanda all’altra relazione naturale tra lo spazio antropizzato e l’ambiente della laguna, una comunione tra terra e acqua che vivo di un equilibrio certamente precario eppure secolare, probabilmente armonico se non fosse per una presenza umana invece sovente dissonante.

D’altro canto Gerhard Richter ha prodotto una vastissima serie di opere dedicate al paesaggio, sia antropizzato che naturale, interpretato e raffigurato in modi originali e intriganti. Venezia è protagonista di altre sue notevoli opere ma lo sono anche le montagne, per cui tornerò più avanti a parlarvi di Richter e della sua arte. Potete comunque da subito approfondire la sua conoscenza dal sito ufficiale, assai ricco di notizie e di contenuti su ogni aspetto del suo lavoro.

P.S.: l’immagine dell’opera è presente su molti siti web; io l’ho tratta dal citato articolo di “Artribune”.

Il prodigio di Edward Hopper

[Edward Hopper, Interior Courtyard at 48 rue de Lille, Paris, 1906.]
Pochi altri artisti, nella storia, hanno manifestato e concretizzato la dote di saper trasformare l’ordinario in straordinario come ha saputo fare Edward Hopper. Lo ha fatto lungo l’intero arco della sua carriera artistica, in opere celeberrime come Nighthawks, che credo ben pochi non conoscano, e con pari prodigio lo ha fatto in opere meno note ma di similare fascino, anche quando prodotte all’inizio della sua attività. Ad esempio quelle del soggiorno a Parigi, ove giunse nel 1906 appena finiti gli studi, a ventiquattro anni, rimanendovi per qualche mese semplicemente per «visitare esposizioni e musei, frequentare i caffè degli artisti, dipingere all’aria aperta» e, soprattutto, per imparare a dipingere la luce, che nella capitale francese «era diversa da qualunque cosa avessi mai visto prima. Le ombre erano luminose: c’era più luce riflessa. Perfino sotto i ponti c’era una certa luminosità»[1]. Ma forse, ribadisco, ancor più per imparare a raffigurare lo straordinario che sovente c’è nella normalità, ciò che soltanto lo spirito più sensibile riesce a cogliere e, sapendolo cogliere, sa trarne la più fremente energia vitale e una altrettanto vitale bellezza elementale, elemento prezioso come nessun altro alla base del divenire della realtà e dell’armonia dell’essere.

Il dipinto qui sopra raffigurato, che ho ritrovato qualche giorno fa vagabondando sul web e che all’istante ha generato questi miei pensieri, è quanto mai rappresentativo di ciò che vi ho appena scritto: è l’angolo urbano più anonimo e banale che si possa considerare eppure, la luce, le ombre, i chiaroscuri, le armonie cromatiche tanto semplici quanto perfette… agli occhi di chi ammira si palesa inopinatamente una visione straordinaria, inspiegabile e intrigante, enigmatica e affascinante. Anche se si è perfettamente consci che quella ammirata sia soltanto la raffigurazione di qualcosa di pienamente ordinario. Ecco, qui sta la magia, questo è il prodigio mirabile (ovvero uno dei prodigi) dell’arte di Hopper. Una dote espressa e eguagliata forse solo da pochissimi altri artisti nella storia o forse, io dico probabilmente, da nessun altro.

[1] Entrambe le citazioni sono tratte da https://luoghidautore.com/2013/10/07/edward-hopper-un-americano-a-parigi/.

Land (&) Art #7

Sopra: Piero Manzoni, Achrome, 1958-1959, Collezione privata. Immagine tratta da qui.

Sotto: Ghiacciaio dell’Adamello, Effluenza del Mandrone, Lombardia/Trentino Alto Adige. Immagine tratta da Google Maps (e rielaborata da Luca).

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Land (&) Art #6

Sopra: Lucio Fontana, Concetto spaziale, La fine di dio, 1963; immagine tratta dal web.

Sotto: Parco nazionale di Torronsuo (Torronsuon kansallispuisto), Finlandia; immagine tratta da Google Maps (e rielaborata da Luca).

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