Bergamo e Brescia capitali 2023 del più necessario buon futuro

Da bergamasco DOC quale sono (cognomen omen!), non posso che essere oltre modo felice di avere le città di Bergamo e Brescia capitali della cultura 2023 e augurarmi che – al netto di quel logo veramente sgraziato, ma è la mia mera opinione e vale quel che vale – i tanti eventi che nel corso dell’anno si succederanno, nel contesto delle due città e nell’accoglienza dei rispettivi Genii Loci, possano veramente spargere una quantità incommensurabile (d’altronde mai sufficiente) di cultura. Che resta una delle cose delle quali il paese più ha bisogno in assoluto, ad ogni suo livello (e spesso proprio a quei livelli nei quali la cultura dovrebbe rappresentare una dote immancabile e invece manca, eccome!), ovvero la base fondamentale per costruire il suo futuro e per esso una società realmente libera, progredita, avanzata, consapevole che vi possa tracciare la migliore e più fruttuosa strada, a vantaggio di tutti – anche di chi si mostra indifferente se non menefreghista verso la cultura, già. Ma chissà che non possa rinsavire, grazie a tutto ciò!

Cliccando sull’immagine in testa al post, potrete visitare il sito web ufficiale di Bergamo Brescia 2023, che diventeranno ufficialmente “capitali della cultura” dal prossimo venerdì 20 gennaio con la doppia inaugurazione. Dunque, che sia un grande, fortunato e proficuo anno culturale per Bergamo, Brescia e per tutta l’Italia!

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La wilderness dentro

Abitiamo un pianeta, noi umani, del quale abbiamo praticamente esplorato ogni suo angolo e addomesticato quando non antropizzato, nel bene e nel male, la sua componente selvaggia, al punto che – io credo – il concetto di wilderness, inteso come la Natura nel suo stato originario e non ancora contaminata da interventi umani, sia diventato meramente ideale e utopico. D’altronde il termine, così lessicalmente scenografico, è usato e abusato in modo ormai spropositato e sovente per identificare luoghi naturali che del proprio stato originario non hanno più nulla ma li si vuol far credere ancora “selvaggi” per turistificarli meglio. Ma forse, al riguardo, una domanda sarebbe da porci: cerchiamo e a volte crediamo di trovare il “selvatico” nel mondo che frequentiamo, ma lo abbiamo ancora dentro noi stessi? Ovvero, siamo capaci di percepirlo, comprenderlo e armonizzarci a esso?

Dalle possibili risposte a queste domande temo derivi la realtà di un controsenso sostanziale: quando pensiamo al “selvaggio”, ovvero alla Natura che ci viene di considerare tale, subito lanciamo la mente in territori lontani e remoti nei quali crediamo che quel termine abbia ancora un senso compiuto. Comprensibilmente ma, con ciò, in qualche modo anche palesando l’acquisita incapacità di identificarlo altrove proprio perché non sappiamo più percepirlo dentro di noi. Abbiamo voluto diventare così “Sapiens” da perdere totalmente la nostra genesi animale ma, in questo modo, restando diversi passi indietro agli animali veri e propri, i quali infatti con il mondo naturale mantengono una relazione ben più armoniosa e meno dannosa della nostra. È solo perché loro non sono “intelligenti” come noi? E se fosse vero invece il contrario e la nostra intelligenza fosse solo una dote di matrice meramente “tecnicista” (forse meramente dettata dalla fortuna di possedere un pollice opponibile) presunta, autodecretata e funzionale al nostro voler dominare in modo indiscutibile il mondo? E a saperlo distruggere, come diretta e terribile conseguenza.

Insomma: penso che se siamo in grado di ritrovare in noi stessi la natura selvatica che geneticamente possediamo, e se la sappiamo comprendere e contestualizzare alla nostra relazione con il mondo nel quale viviamo, forse nel nostro mondo iperantropizzato il “selvaggio” lo possiamo fortunatamente ritrovare anche nel bosco appena fuori casa, lì dove la Natura, nella sua vitalità biologica, c’è in forme diverse con sostanza uguale a quella che si trova nelle tundre artiche o nella foreste equatoriali. È la stessa cosa, la stessa vita, solo diversa in quanto è differente il territorio ma ciò non cambia di una virgola il senso e l’essenza della nostra relazione con essa.

In fin dei conti, vista la realtà storica della civiltà umana, se fossimo (rimasti) più selvatici e ci relazionassimo di più e con maggiore armonia con quel mondo, anche ove sia pesantemente antropizzato, potrebbe pure essere che il mondo in cui viviamo ne trarrebbe dei bei vantaggi. Magari no, ma io, forse sbagliando o equivocando, penso di sì.

P.S.: nell’immagine in testa al post, un angolo di selvatico domestico, con segretario personale a forma di cane a mollo e un ospite speciale laggiù in fondo (ingrandite l’immagine per scovarlo).

Ultrasuoni #30: Simple Minds

Tutto questo gran ritorno a sonorità anni Ottanta che colgo nettamente in tanta musica pop odierna ascoltata sulle varie radio, anche da parte di artisti molto giovani (evidentemente dotati di produttori più “maturi”), mi piace molto per un motivo fondamentale: perché mi fa rendere conto quanto i suoni originali, quelli di quarant’anni fa, siano sostanzialmente inimitabili e insuperabili, nonostante la tecnologia contemporanea a supporto delle produzioni di oggi, anche perché dotati, gli originali, di un carisma artistico eccezionale.

[Immagine tratta da www.virginradio.it.]
In questi giorni sto ascoltando un “best of” dei Simple Minds, band tra le più influenti di quel decennio anche se, forse, non tra le prime che si potrebbero citare in tema di notorietà assoluta, e quel carisma eccezionale scaturisce da ogni brano o quasi, sia da quelli della prima parte di carriera, considerata eccelsa, che del seguito, quando alcuni enormi successi (Don’t You (Forget about Me), Alive And Kicking) li hanno fatto considerare “mainstream”, anche troppo per alcuni. Eppure io trovo classe sublime sia in uno dei brani simbolo della prima fase (e un po’ di tutto il Synth-pop del tempo), New Gold Dream (81/82/83/84), che diede anche il titolo al loro album del 1982…

che ad esempio in All The Things She Said, non tra i brani più celebri ma comunque un perfetto esempio del loro Pop rock elettronico, armonicamente perfetto o quasi, a tratti epico (ascoltatevi la parte finale), dotato d’un’anima elettrica (comunque i Minds venivano dal punk) eppure assolutamente popular:

Un gran pezzo, insomma, che proprio nel non essere considerato tra i più celebri della band dimostra la grandezza generale dei Simple Minds e la loro capacità di creare brani comunque capaci di lasciare una traccia forte e indissolubile nel panorama musicale degli ultimi decenni – come numerose altre band di quell’epoca, grandissime come forse nessun altra ha saputo (o potuto) essere nei lustri successivi. Dei brani di oggi che riecheggiano così platealmente le sonorità Eighties, quanti sapranno rimanere nel tempo e nella memoria collettiva allo stesso modo?

[Immagine tratta da www.wegow.com.]

Battiato + Sapienza

Un anno fa Franco Battiato decideva di lasciare definitivamente il nostro spaziotempo per avventurarsi verso nuove infinità dimensionali, ma lasciando perpetuamente tra noi il suo spirito a custodire la presenza sempiterna della sua arte e donandoci il suo enorme retaggio culturale quale patrimonio insuperabilmente prezioso.

Mi fa un gran piacere ricordare Battiato con quanto scrisse lo scorso anno l’amico Davide Sapienza sul “Corriere della Sera”, il quale visse il grande e piuttosto raro privilegio di dissertare a lungo con il maestro siciliano in occasione del suo celebre concerto di Cartagine, in Tunisia, nel 1993, e ne scrisse nell’articolo qui sopra riproposto da par suo e con la propria consueta, mirabile sensibilità verso quei paesaggi ultradimensionali, materiali e immateriali, delle cui esplorazioni Battiato ha saputo fare un’arte nell’arte interamente meravigliosa che ci ha regalato – e ci regala, vedi sopra.

Cliccate sull’immagine dell’articolo per ingrandirla, e buona lettura.