Ultrasuoni #7: No Means No, Big Dick

È possibile suonare un gran pezzo punk/hardcore solamente con il basso e la batteria?
Be’, probabilmente no.

A meno che non vi chiamiate Wright, siate fratelli – Rob e John – e siate il bassista e il batterista dei No Means No, una delle più originali punk band mai apparse nel panorama musicale.

Il pezzo in questione è Big Dick, autentico virtuosismo ritmico che rende affermativa, in modo più unico che raro, la risposta alla mia domanda iniziale e dimostra la grande perizia tecnica e il sensazionale affiatamento della “premiata ditta ritmica Wright”, un’intesa musicale probabilmente favorita dal legame di sangue fra i due ma non per questo così scontata e, dunque, comunque sorprendente.

Fatto sta che Big Dick è un gran pezzo punk, appunto, tanto originale nella sua struttura “minimalista” (ma ad ascoltarlo non pare affatto così!) quanto trascinante (l’assenza degli altri strumenti a ben vedere acuisce la pulsante energia del brano) e risulta forse quello più celebre di un album, Wrong, uscito nel 1989, ricolmo di colpi di genio musicali ovvero di altri pezzi sublimi al punto da non dimostrare affatto la sua vetustà, anzi, rimanendo ad oggi un’autentica pietra miliare e un esempio di come si potesse (possa) suonare veemente punk/hardcore con la raffinatezza del più colto jazz e la perizia più tecnico progressive rock – senza contare la potenza dei testi, che miscelavano graffiante ironia a profonda intelligenza.

Dunque , loro potevano suonare un gran pezzo punk/hardcore solamente con il basso e la batteria (e poi con tutti gli altri strumenti, ovvio). E lo ribadisco: yes means yes!

Bowie, 2016-2021

Sebbene ho attraversato centomila miglia
mi sento molto tranquillo
e penso che la mia navicella spaziale sappia dove andare.

[Da Space Oddity, 1969. Testo originale: «Though I’m past one hundred thousand miles | I’m feeling very still | and I think my spaceship knows which way to go». Immagine tratta da “Critica Impura“, fonte qui.]

Ultrasuoni #6: Argine, Le luci di Hessdalen

[Immagine tratta dal profilo facebook della band, cliccateci sopra per visitarlo.]
Mi sto riascoltando, in questi giorni, Le luci di Hessdalen, album del 2004 della band campana Argine, e mi riconfermo la stessa sensazione della prima volta che lo ascoltai e di quando scoprii gli Argine, nel 2010 con il successivo album Umori d’Autunno. Rispetto a questo, più prettamente neofolk pur tra le innumerevoli sfaccettature del suono creato dal gruppo di Corrado Videtta, in Le luci di Hessdalen risulta evidente la dimensione di “transito”, o potrei anche dire di viaggio, dalle precedenti esperienze punk/post-punk a quelle, appunto, più intimiste del folk apocalittico: un passaggio che si manifesta attraverso brani dal mood molto diverso, a volte molto elettrico, altre volte già di matrice fervidamente dark (ascoltate i brani qui sotto), ma nei quali nell’insieme si riconosce una coerenza stilistica e un gusto estetico/artistico veramente eccelsi, più unici che rari nel panorama musicale italiano e capaci di suscitare emozioni notevoli.

La personale sensazione riconfermata di cui dicevo all’inizio nasce proprio da qui: gli Argine hanno da soli più classe della stragrande maggioranza degli altri “artisti” musicali italiani messi insieme. Sono un gioiello pressoché nascosto ai più che tuttavia, se e quando viene scoperto, brilla di luce purissima ed emette baluginii sonori preziosi, sovente incantevoli.

Ascoltate me: mandate al diavolo tanti musicistucoli pseudo-alternativi che i media vogliono farvi credere così bravi e “fighi”, e poi ascoltate gli Argine: capirete quanta distanza, e quanta differente sostanza artistica, vi sia tra loro e quelli.

Ultrasuoni #5: Frankie Goes to Hollywood, Warriors of the Wasteland

Tra i gruppi di “seconda fascia” del pop anni ’80 ovvero quelli non così celebrati come altri – da noi, intendo dire – eppure tra quelli più originali ed emblematici vanno sicuramente annoverati i Frankie Goes to Hollywood: e non solo per essere riusciti a diventare parecchio noti con soli due album pubblicati – ma con un filotto di singoli notevoli e vendutissimi – ma pure, a mio modo di vedere, per un’attitudine musicale assolutamente significativa per molta parte della scena pop del decennio (a prescindere dall’essere pure un’icona LGBT, come d’altronde tanti artisti del periodo). Un’attitudine punk rock purissima – non a caso da quell’ambito scaturisce la storia della band come di tante altre del tempo, seppur spesso in modi sovente invisibili o quasi – virata, mediata, acculturata e proposta in salsa pop-dance ma senza mai scadere nel banale, sia nella scrittura dei brani e sia nelle musiche. Warriors of the Wasteland ne è un ottimo esempio: la struttura del brano quasi hard rock, arrangiamenti potenti con un che di “epico”, un’esecuzione altrettanto potente e, dal vivo, proposta in forma elettrica per rimarcare quell’attitudine punk rock “genetica” del gruppo, ben evidente nel video dell’esibizione al Montreux Rock Festival del 1986 che vi propongo, che poi altrove svaniva totalmente e “antiteticamente” – vedi (senti) in brani come The Power of Love – ma sempre, da rockettari o da mielosi, mantenendo uno stile personale e peculiare che fa dei FGTH una band senza dubbio da rivalutare e riscoprire.

Ultrasuoni #4: John Zorn, Naked City

John Zorn, musicalmente, è tutto. Ha fatto di tutto, ha suonato di tutto, ha composto, arrangiato (re)interpretato tutti i generi e ne ha inventati di nuovi, ha realizzato così tanti album che potrebbero riempire tutto un negozio di dischi. Al suo strumento principale, il celeberrimo sax alto, può far fare di tutto – secondo molti è il musicista vivente con la maggior padronanza tecnica di ciò che suona, il più virtuoso in assoluto – e tutto o quasi di ciò che ha fatto e fa ha lasciato e lascia un segno nella musica d’avanguardia contemporanea. Ma, per riassumere un po’ tutto quello che è John Zorn, a mio parere resta valido quello che lessi tempo fa su un periodico musicale (“Rumore” se ben ricordo) in un articolo nel quale l’estensore scrisse, molto semplicemente, che Zorn «è un genio». Che è come dire, a suo modo, un “tutto”, no?

Scegliere cosa proporre nella sterminata discografia zorniana è come trovare il più bel rametto di lavanda in un campo della Provenza in estate. Dunque resto legato ai miei ricordi personali ovvero all’album e al progetto che non solo mi fece conoscere Zorn ma, letteralmente, mi sconvolse – come sconvolse tantissimi altri appassionati di musica – e mi spalancò le porte di nuovi, inopinati universi sonori: i Naked City, probabilmente la più razionale follia mai creata nella storia della musica, nel video qui proposto con la loro più recente formazione (tutti supervirtuosi, peraltro: sappiatelo, se già non li conoscete. Trovate i nomi nei credits del video). Ma tornerò ancora varie volte a occuparmi di John Zorn, in futuro. Inevitabilmente.