Piero Terracina, 1928-2019

La memoria non è il ricordo; il ricordo si esaurisce con la fine della persona che ricorda il suo vissuto. La memoria è come un filo che lega il passato al presente, è proiettata nel futuro e lo condiziona.

(Piero Terracina, 1928-2019)

È assai significativo che una figura della memoria così importante come Piero Terracina leghi, non solo metaforicamente, il passato con il futuro, facendo di questo una proiezione del primo. Significativo dacché il nostro presente pare voler dimenticare pervicacemente il passato, negandone la memoria o quanto meno ignorandola, così soffocando sul nascere qualsiasi proiezione verso il futuro ovvero qualsiasi programmazione, progettazione, invenzione di un buon futuro. Si vive in un eterno presente come se “ieri” fosse già preistoria e come se “domani” non dovesse mai arrivare: una condizione di smemorato immobilismo culturale, e di conseguenza sociale, politico, antropologico, che alla fine si trasforma in una sostanziale privazione di libertà.

Forse anche per questo che Piero Terracina ha saputo pronunciare parole emblematiche come quelle citate – che ho tratto da qui. La foto è invece tratta da “Moked”: cliccandoci sopra potrete leggere un articolo a ricordo di Terracina tratto dal portale.

L’epitaffio del CENSIS

Quello pubblicato dal CENSIS qualche giorno fa non è “solo” il Rapporto sulla situazione sociale del paese, così come si intitola. Non è solo una fotografia dettagliata di come è messa la società italiana ad oggi, non è soltanto un’indagine statistica i cui dati delineano una certa realtà con le sue innegabili dacché scientifiche verità.

No. Quello del CENSIS è un epitaffio per l’Italia.

Un epitaffio, sì. Un discorso funebre, una iscrizione sepolcrale bell’e pronta per la tomba nella quale di questo passo verrà calato il corpo dell’Italia. Un “paese” politicamente morto, istituzionalmente quasi, culturalmente comatoso e socialmente catatonico.
“Paese”, poi, solo per mera convenzione, dacché l’Italia è sempre rimasta e sempre rimarrà nei termini «una mera espressione geografica», come disse il Metternich, giammai nazione perché mai quello italiano è stato un “popolo”, privo di qualsiasi identità culturale nazionale e incapace di formulare qualsivoglia concezione civica del paese in cui meramente vive.

Punto. Non c’è molto altro da aggiungere.
Tanto, anche a fronte dell’oggettiva, articolata e sentita denuncia sullo stato del paese che il Rapporto del Censis delinea e rende chiarissima, non accadrà nulla.
I politici se ne fregheranno, forse qualcuno traviserà le considerazioni del CENSIS per ricavarne qualche fake news strumentalizzante e propagandistica ma il tutto durerà qualche ora, non di più.
I media al solito si accoderanno ai loro “rais” politici, spareranno qualche titolone ad effetto e poi cancelleranno ogni articolo al riguardo in breve tempo.
Il “popolo” italiano, privo di qualsiasi senso civico (dacché mai educato ad averne uno) e sempre più analfabeta funzionale, non capirà affatto la portata del Rapporto (quanti lo leggeranno sul serio?) e continuerà a postare emerite cazzate sui social come principale impegno intellettuale quotidiano, poi votando i soliti ignobili politici che stanno distruggendo il paese e addirittura invocando “l’uomo forte”, come segnala il Rapporto, senza ovviamente comprendere che tale uomo forte sarà la massima rappresentazione del popolo stesso (che, come sempre, ha i governanti che si merita) e dunque il peggio del peggio: non colui che risolverà i problemi ma quello che li renderà definitivamente irrisolvibili, con tutti i danni letali conseguenti.

Quindi? Che fare?
Sarcasticamente, mi verrebbe da dire che ben venga quell’uomo forte invocato: così il paese sarà definitivamente distrutto e si genererà quella tabula rasa necessaria a costruire un paese nuovo e vero, una nuova e vera cultura civica, un’altrettanto vera società civile. Un futuro autentico e positivo, insomma.
Anche perché non si può nemmeno sperare che qualche paese straniero invada l’Italia: chi vorrebbe occupare un paese tanto disastrato e ingovernabile perché privo degli elementi culturali, sociali, antropologici necessari a qualsiasi buon governo?

Ma, ribadisco, tanto del Rapporto CENSIS tra qualche ora nessuno più parlerà. L’italiota società dei magnaccioni tornerà a cantare beatamente ma-che-ce-frega-ma-che-ce-importa e tirerà dritta, avanti così, a passi svelti e incrollabili verso il suicidio finale. Gli altri, vedranno di fuggire (se non l’hanno già fatto) in qualsiasi modo possibile alla catastrofe statale. Amen.

Cliccate sull’immagine per leggere e acquistare il Rapporto del CENSIS.

Un futuro “dispiacevole”, per i libri?

(Photo credit: Angel Hernandez da Pixabay)

In lettura sono stati constatati dei passi indietro nella maggior parte dei 36 paesi dell’Ocse. Rispetto al primo rilevamento effettuato nel 2000 si delinea un calo del piacere della lettura da parte dei quindicenni.

Così riporta questo articolo di “SwissInfo” dedicato ai risultati dei test PISA dell’OCSE, resi pubblici qualche giorno fa (ne ho già detto qui) e che stanno suscitando notevoli dibattiti, anche per certe situazioni nazionali – ad esempio quella italiana, sì – non esattamente rosee.

Insomma, a stare ai risultati suddetti, giustamente evidenziati dalla testata svizzera, il futuro dei libri e della lettura appare quanto mai incerto, se non già inquietante, in considerazione del fatto poi che la fascia d’età citata è una di quelle fondamentali per la formazione dei lettori adulti nonché una di quelle più “performanti”, a livelli di vendite, del mercato editoriale.

Ma non solo il futuro appare buio in tal senso. Torna in mente quel famoso adagio, «un bambino che legge sarà un adulto che pensa», e constatare che possa venir meno quella insuperabile e irrinunciabile educazione al pensiero, all’intelligenza, alla civiltà, alla libertà che sanno dare i buoni libri letti nell’età della formazione, è veramente qualcosa di preoccupante.

C’è una speranza, almeno: vista la giovane età dei soggetti in questione, ci può essere il tempo necessario per migliorare tale realtà e farla tornare virtuosa per il bene di tutti. È un compito fondamentale che devono assumersi la scuola, l’istituzione statale, i media e l’opinione pubblica e in primis la famiglia. E di questi elementi, temo che solo uno (in rari casi due) abbia o abbiano la volontà e la consapevolezza necessaria – salvo eccezioni che mi auguro sporadiche – ad assumersi questa responsabilità. Ma ne va del futuro dell’intera società: sarebbe il caso di riflettere su ciò e di agire con la dovuta sollecitudine e con altrettanta efficacia.

 

Giacomo Paris, “Jung parlava con i pesci”

Tra i vari bacini lacustri prealpini svizzeri, quello di Zurigo deve certamente la sua notorietà alla presenza sulle sue sponde della più importante città svizzera, la quale fa pure da inesorabile catalizzatrice della presenza antropica lungo le rive, più urbanizzate nella parte settentrionale del bacino – attorno a Zurigo, appunto – mentre via via che si scende verso le Alpi il paesaggio si fa sempre più rurale e silvestre. Tra le località che a Nord rappresentano meglio le peculiarità del territorio – Zurigo a parte – vi è Küsnacht, cittadina che della prima è da sempre uno dei sobborghi più eleganti e mondani; a Sud invece le poche case bianche raccolte attorno alla chiesa e circondate da boschi e prati del villaggio di Bollingen ne fanno un perfetto contraltare. Un cambio di paesaggio e di atmosfera notevoli in soli 30 km di distanza – ma una distanza pur ristretta nella quale si può condensare pressoché l’intera esistenza di una delle più grandi menti umane del Novecento, che qui visse: Carl Gustav Jung. Il quale a Küsnacht e Bollingen aveva le sue residenze principali, a ben vedere ciascuna rappresentante in modi diversi i due principi fondamentali della sua psicanalisi analitica (di derivazione platonica, e non casualmente o per pura logica psicanalitica), l’intro-verso e l’estro-verso, facendo di tale piccola porzione di Confederazione un territorio per molti aspetti “junghiano”.
D’altro canto parrebbe una cosa fuori da ogni logica condensare in così poco spazio, pur metaforicamente, una personalità variegata come quella di Jung, per “genetica” – se così si può dire – uno svizzero DOC, figlio di un pastore protestante, in teoria un prodotto antropologico della più piena cultura mitteleuropea, anzi di quella schwyzertütsch tipica della Svizzera centrale di storia teutonica, ancor più rigida e rigorosa. Perché in realtà Jung fu un individuo alquanto passionale, inquieto, dal carattere a volte impetuoso ma, soprattutto, assai contraddittorio eppure, forse proprio in forza di tale poliedricità, estremamente coerente con se stesso (ci vuole una rigorosa coerenza per mantenere in relazione elementi assai diversi quando non antitetici – la stessa Confederazione Elvetica ne è un esempio, in senso geopolitico) e, al contempo, molto più umano di certi altri personaggi fondamentali del tempo, su tutti il suo maestro Sigmund Freud. Così, quando nel 1955 morì la moglie Emma, Jung visse un periodo di notevole prostrazione mentale, spirituale e anche fisica, che restò custodita nelle appartate mura della sua “Torre” di Bollingen – la dimora che si fece costruire tra lago e boschi quale perfetta rappresentazione della sua visione esistenziale più matura.
È qui, in questo spazio-tempo intimo e per certi versi “misterioso”, che lo scrittore bergamasco Giacomo Paris decide di raccontare del grande psicanalista svizzero nel suo nuovo racconto, Jung parlava con i pesci, (Bolis Edizioni, 2019), il terzo di un percorso di narrazione rivolto ad alcune tra le più grandi figure del pensiero moderno – prima Freud e Hegel – attraverso il quale Paris è come se squarciasse il velo del reale/conosciuto per guardare dentro e superare le convenzioni biografiche condivise su tali grandi personaggi []

(Leggete la recensione completa di Jung parlava con i pesci cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Consigli di lettura

Una cosa che faccio troppo raramente, qui sul blog, e che invece dovrei fare con maggior frequenza è quella di consigliare libri che so per certo – ovvero per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – interessanti e importanti da conoscere per capire meglio il mondo in cui viviamo.

Comincio qui con Arte e politica in Italia. Tra fascismo e Repubblica, uscito nel 2018 per Donzelli Editore e firmato da una delle voci più limpide e autorevoli della critica artistico-culturale in circolazione, Michele Dantini, il quale nei suoi ultimi lavori si sta impegnando nell’analisi delle relazioni fondamentali tra la produzione artistica e la pratica politica nel nostro tempo – e non sono io a dover rimarcare quanto l’arte sia uno dei migliori strumenti da sempre di rappresentazione e rivelazione del tempo in cui viene prodotta e della sua realtà oggettiva, ben al di là dei suoi meri confini espressivi e mediatici. In Arte e politica in Italia, come evidenzia il sottotitolo si sofferma in modo ampio e dettagliato su alcune figure di artisti, critici, intellettuali che sembrano trovarsi ideologicamente agli antipodi nel corso degli anni venti e trenta: Edoardo Persico, Giuseppe Bottai, Marinetti, Carli, Gobetti, Suckert-Malaparte, Soffici, Croce, un poeta come Montale, studiosi come Lionello Venturi o il giovane Argan e pure artisti considerati «minori» come Tullio Garbari. Ma Dantini pone anche le premesse per una comprensione più diramata e molteplice di Lucio Fontana, cruciale trait-d’union tra le due metà del secolo se considerato dal punto di vista dell’«arte sacra» e del suo rinnovamento nonché, anche questo è inutile rimarcarlo, figura culturale il cui retaggio risulta fondamentale ancora oggi.

Insomma: un ottimo strumento culturale, questo libro, anche in relazione all’analisi del rapporto che c’è, o ci può essere, tra cultura e politica ovvero delle criticità piuttosto palesi in esso presenti nel panorama italiano che nel periodo preso in esame dal libro trovano molta parte della loro genesi.

Cliccate sull’immagine della copertina del libro per saperne di più.