“La Montagna assetata”

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Qualche giorno fa, grazie alla preziosa opera di informazione e sensibilizzazione di Michele Comi, vi raccontavo in questo articolo di come in Valmalenco, laterale della Valtellina, si voglia avviare l’ennesimo sproporzionato e scriteriato progetto di predazione delle risorse idriche montane, e ciò nonostante il cambiamento della situazione climatica sulle Alpi oltre che contro il reiterato parere negativo degli organi tecnici competenti.

A quelle mie osservazioni, relative a un caso tra tanti simili riscontrabili in molte località alpine, fanno eco le parole ben più prestigiose di Enrico Camanni pubblicate sabato 11 settembre in un suo editoriale su “La Stampa, a commento della notizia che il Rifugio Quintino Sella al Monviso chiudeva per la siccità dal momento che il Monviso, montagna un tempo ricca di ghiacci e acque, è a secco. Affiancata all’editoriale di Camanni si può leggere una riflessione di Carlo Petrini su siccità e agricoltura di montagna.

Ebbene sì: mentre le nostre montagne si deglacializzano e conoscono situazioni di siccità mai viste prima, a fronte di temperature sempre più elevate anche in alta quota, politici e imprenditori senza scrupoli e legati a strategie di sfruttamento industriale delle risorse naturali risalenti al secolo scorso, dunque non solo obsolete ma palesemente nocive, pensano unicamente a continuare la predazione di quelle risorse, nascondendosi dietro la scusa delle “energie rinnovabili” attraverso un greenwashing tanto ipocrita e bieco quanto pericoloso. Senza più neve e pure senza più acqua, il che significa inevitabilmente senza più cultura, identità, sviluppo, vitalità: di questo passo che montagne saranno quelle del futuro prossimo? Come è possibile che progetti dissennati come quello della Valmalenco e come tanti altri, turistici, industriali, commerciali in giro per le Alpi vengano ancora pensati e realizzati?

Vi ripropongo di seguito l’editoriale di Enrico Camanni, che offre molti spunti di riflessione sul tema. Riflessioni quanto mai necessarie e che devono diventare al più presto azione concreta e definitiva contro chi vuole depredare, degradare, soffocare le nostre montagne e le genti che le abitano, privandole di qualsiasi buon futuro.

Alla fine della piccola età glaciale, verso la metà dell’Ottocento, lo storico parigino Jules Michelet scriveva che «le Alpi sono il serbatoio dell’Europa e il teatro delle alte relazioni che intercorrono fra correnti atmosferiche, venti, vapori e nuvole… Arbitrando elementi diversi e opposti, ne favoriscono la pace. Li accomunano sotto forma di ghiacciai e li distribuiscono equamente fra le nazioni». L’immagine non va intesa in senso politico ma ecologico, perché le nevi hanno realmente il potere di immagazzinare l’acqua d’inverno e restituirla gradualmente tra la primavera e l’estate, alimentando sorgenti, ruscelli, torrenti e fiumi, ma anche fontane, acquedotti e campagne. Dissetandoci generosamente, senza eccessi né sprechi. Dai tempi di Michelet i ghiacciai sono smagriti terribilmente e i serbatoi idrici d’alta quota si sono ridotti almeno del cinquanta per cento, ma poiché l’acqua delle montagne ha continuato a dissetare le città, a illuminare le nostre case, perfino a innevare artificialmente le piste di sci, nessuno s’è posto il problema che un giorno potesse scarseggiare o finire. Abbiamo sviluppato un’idea talmente consumistica della montagna, magnifico terreno di giochi e avventure, che per decenni, forse secoli, ci siamo scordati che ogni prelievo ha un limite e le risorse naturali possono esaurirsi, comprese le nevi “perenni” che studiavamo a scuola nell’ora di geografia, memorizzando quell’aggettivo raffermo come una verità inviolabile.
Invece non è così, non c’è nulla di perenne in natura. Tutto cambia, tutto si trasforma. La crisi climatica lo certifica con la violenza dei fenomeni estremi, alternando alluvioni e bombe d’acqua di potenza inaudita alla siccità di questa e altre estati, o di inverni senza neve, innalzando a vista d’occhio il livello delle nevi “immacolate ed eterne”, come ci insegnavano nell’ora di religione, cancellando i nevai e prosciugando le riserve. La sete di questi giorni è la sete di un pianeta ormai diviso in due parti dall’effetto serra, con la desertificazione che avanza da sud fino alla barriera delle Alpi, mentre a nord la fusione dei grandi ghiacciai e delle calotte polari è destinata a sollevare il livello dei mari e annegare le coste. Ci mancherà l’acqua dolce e malediremo quella salata.
Pochi giorni fa sono stato nel cuore del Monte Bianco e dalla Tour Ronde all’Aiguille du Midi, dalla Vallée Blanche all’Aiguille du Plan, ho visto distese di neve rosa.
«È la sabbia del deserto» mi hanno spiegato, «ha soffiato per giorni e ha insanguinato i ghiacciai».
Più che la scena di un crimine, mi sembrava la metafora del riscaldamento globale, come se il deserto fosse già arrivato a contaminare la nostra illusione di purezza e irraggiungibilità dell’alta montagna. L’incontaminato non esiste più, la crisi ecologica è ovunque, anche a quattromila metri. Siamo tutti responsabili e vittime di quello che ci sta succedendo. Guardando la neve color salmone e le cordate che ci camminavano sopra, ho pensato che per noi è solo un fenomeno fisico, perché abbiamo la spiegazione, mentre la sapienza orientale saprebbe scorgervi qualche rivelazione, forse un’ammonizione, comunque non si rifugerebbe nella spiegazione scientifica. I ghiacciai himalayani, a differenza dei nostri, sono considerati dalle popolazioni dei luoghi speciali, governati da prodighe divinità. Le candide cime innevate recano il dono della fertilità, perché dalla neve sgorga l’acqua e dall’acqua nasce la vita. Ogni esistenza scende dalle montagne.

I predatori dell’acqua alpina

Sapete poi (anche) perché sulle montagne vengono installate così tante “giostre” da luna park per il facile e rapido divertimento del turista? Ponti tibetani, mega-panchine, passerelle panoramiche… senza contare le infrastrutture maggiori e più funzionali all’industria turistica, ovviamente. Perché l’antica strategia del panem et circenses vale parecchio pure sui monti, già. Così, distratti, svagati, sollazzati i forestieri e parimenti confusi e illusi i locali, certi personaggi che purtroppo detengono il potere di “fare”, sulle montagne, possono tranquillamente tanto quanto ipocritamente imporre progetti ben più depredanti le risorse materiali e il valore immateriale dei territori montani in questione, a tutto vantaggio dei loro personali tornaconti e a totale degrado e mortificazione dei monti (i loro, spesso) che, nelle sedi pubbliche del “divertimentificio” turistico e grazie alla sottomessa eco dei media locali, quegli stessi personaggi dicono tanto di “valorizzare”, “rilanciare”, “sviluppare” eccetera.

Un ennesimo e recente caso al riguardo lo si riscontra in Valmalenco, laterale della Valtellina che da Sondrio si incunea verso Nord tra monti splendidi e via via più alti fino ai (sofferenti, ahinoi) ghiacciai italo-svizzeri del Gruppo del Bernina. Cito testualmente quanto scrive Michele Comi – mirabile guida alpina e persona profondamente nonché “geograficamente” informata sui fatti – sulla propria pagina Facebook, in riferimento alle significative immagini che vedete qui sopra (che a loro volta traggo dalla pagina):

Ecco la supposta estiva somministrata all’insaputa dei valtellinesi, forse troppo impegnati a postare foto di porcini. Il triste epilogo dell’insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno.

Gennaio 2013:
«𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐 𝒇𝒆𝒓𝒎𝒂 𝒍’𝒂𝒔𝒔𝒂𝒍𝒕𝒐 𝒂𝒍𝒍’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂.
𝑵𝒐𝒏 𝒄’𝒆̀ 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒔𝒑𝒂𝒛𝒊𝒐, 𝒊𝒍 90% 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒆̀ 𝒈𝒊𝒂̀ 𝒊𝒎𝒃𝒓𝒊𝒈𝒍𝒊𝒂𝒕𝒐 𝒆 𝒔𝒇𝒓𝒖𝒕𝒕𝒂𝒕𝒐 𝒂𝒊 𝒇𝒊𝒏𝒊 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒆𝒍𝒆𝒕𝒕𝒓𝒊𝒄𝒊. 𝑺𝒕𝒂𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒓𝒊𝒔𝒄𝒉𝒊𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒍 𝒅𝒊𝒔𝒂𝒔𝒕𝒓𝒐 𝒊𝒅𝒓𝒐𝒈𝒆𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒄𝒐 𝒆 𝒄𝒊 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒎𝒎𝒐 𝒕𝒓𝒐𝒗𝒂𝒕𝒊 𝒊 𝒍𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒅𝒆𝒊 𝒄𝒐𝒓𝒔𝒊 𝒅’𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒊𝒏 𝒍𝒂𝒓𝒈𝒂 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒔𝒄𝒊𝒖𝒈𝒂𝒕𝒊, 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒆 𝒊𝒏 𝒂𝒍𝒕𝒂 𝒎𝒐𝒏𝒕𝒂𝒈𝒏𝒂.»

Agosto 2021:
«𝑾𝒆 𝒂𝒓𝒆 𝒑𝒓𝒐𝒖𝒅 𝒕𝒐 𝒂𝒏𝒏𝒐𝒖𝒏𝒄𝒆 𝒕𝒉𝒂𝒕 𝑯𝒀𝑫𝑹𝑶𝑨𝑳𝑷 𝒉𝒂𝒔 𝒃𝒆𝒆𝒏 𝒂𝒘𝒂𝒓𝒅𝒆𝒅 𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂𝒄𝒕 𝒇𝒐𝒓 𝒕𝒉𝒆 𝑬&𝑴 𝒔𝒖𝒑𝒑𝒍𝒚 𝒐𝒇 𝒕𝒉𝒆 𝒏𝒆𝒘 𝒑𝒓𝒐𝒋𝒆𝒄𝒕 “𝑮𝒓𝒂𝒏𝒅𝒆𝑴𝒂𝒍𝒍𝒆𝒓𝒐”, 𝒍𝒐𝒄𝒂𝒕𝒆𝒅 𝒊𝒏 𝑰𝒕𝒂𝒍𝒚, 𝒑𝒓𝒐𝒗𝒊𝒏𝒄𝒆 𝒐𝒇 𝑺𝒐𝒏𝒅𝒓𝒊𝒐.»

Grande derivazione Mallero.

Per dovere d’informazione va riesumato il doppio parere tecnico negativo espresso a suo tempo da ARPA riguardo la prima «piccola» e poi «grande derivazione Mallero» (sorprendentemente ignorato!) che si occupa della valutazione preventiva degli impatti sull’ambiente e sulla salute pubblica di piani, progetti e opere.
1° parere negativo, anno 2009: NO a piccola derivazione (per derivare una portata massima di 1300 l/sec): «Le operazioni in progetto comportano lo scavo di 50000 mc di materiali da trasferire per la quasi totalità alla cava Brusada-Ponticelli, in comune di Lanzada, in qualità di ricolmamento di una camera di coltivazione. A livello ambientale non si può ritenere che questa movimentazione di materiali sia ottimale per il territorio e le zone abitate, soprattutto in merito a qualità dell’aria, polveri e rumori ma anche in considerazione del fatto che l’intensa attività di cave e miniere presenti in zona è già da anni problematica […] 4 camion all’ora in andata-ritorno, circa 1 ogni 15 minuti per circa 16 mesi. Le strade di collegamento fra i cantieri e la miniera Brusada-Ponticelli attraversano tutto l’abitato di Chiesa Valmalenco e quello di Lanzada, con ovvie conseguenze circa l’incremento del traffico, del rumore e dell’inquinamento atmosferico in una situazione già caratterizzata dalla sovrapposizione di traffico di cava e turistico [..] a livello ambientale l’autorizzazione dell’opera implicherebbe un consistente depauperamento del tratto di corso d’acqua sotteso alla derivazione con conseguenze sull’ecosistema, sugli habitat naturali e sulla circolazione delle acque sotterranee; tutto questo andrebbe ad incidere su una situazione in cui è in corso un perenne tentativo di riequilibrio della naturalità a seguito delle attività di cava […] Il progetto interagisce con un territorio ad elevata naturalità, poco colonizzato, noto per la vocazione turistica […] è da prevedere un depauperamento del torrente per i prossimi 30 anni, mentre il traffico legato principalmente allo scavo della galleria di derivazione/cantieri è da prevedere per circa 2 anni.»
2° parere negativo, anno 2012: NO a grande derivazione (per derivare una portata massima di 9500 l/sec): «Preso atto delle consistenti modifiche apportate dal progetto presentato a suo tempo per la piccola derivazione, che sostanzialmente modificano tutto l’impianto […] è evidente un ulteriore e ancor più cospicuo impatto negativo sul corso d’acqua; pertanto con la presente si ribadisce nella sostanza il parere tecnico negativo.»

Anno 2021: al via gli espropri.

«𝐴 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑟𝑡𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑠𝑐𝑒𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑣𝑎 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑡𝑜 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑜𝑟𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑛𝑡𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑖𝑚𝑝𝑒𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑠𝑡𝑖𝑡𝑢𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑙𝑜𝑐𝑎𝑙𝑖…» (Giuseppe Songini, Acque misteriose. Libro bianco sull’uso delle acque nei grandi impianti idroelettrici della provincia di Sondrio, 2006).

Ecco, questo è quanto riferisce Michele Comi sulla vicenda.

Nota bene: per evitare le farneticazioni di certi sputasentenze che tanto proliferano sul web, preciso che, per quanto mi riguarda, non è in discussione l’eventuale necessità di una captazione idrica, ma il palese e tremendo gigantismo generale dell’opera, totalmente fuori misura e contesto come rilevato per ben due volte e in periodi differenti dall’ARPA, e ancor più è da discutere senza ombra di dubbio la forma mentis ben visibile alla base di progetti del genere, basati unicamente sulla depredante patrimonializzazione delle risorse materiali e immateriali delle montagne per ricavarci un mero business, convenientemente celato dietro i consueti propositi di sviluppo i quali, invece e indubitabilmente (ARPA dixit, ribadisco) le montagne le soffocano definitivamente. Per dirla in breve e “sottilmente”, così da essere più chiari possibile, in queste opere ciò che fa senso è la loro assoluta mancanza di buon senso. Assoluta.

Ecco, questo io discuto fermamente. Una mancanza che, in una società che volesse veramente definirsi progredita, avanzata nonché operante a favore dei propri membri (cittadini, abitanti, residenti, visitatori – tutti noi, insomma), sarebbe combattuta come la peste. Invece, siamo ancora fermi a ciò che con parole perfette afferma Michele Comi, alla «insensibilità comune verso il destino delle montagne, che conferma l’assenza di qualsiasi forma di educazione che metta i cittadini in grado di comprendere e valutare quel che viene deciso a loro danno».

Cieli inquietanti, ma intriganti

[Immagini di (dall’alto e da sinistra a destra): Daoudi Aissa, Tom Barrett, Egor Yakushkin, Laura B, tutte tratte da unsplash.com.]
Se non fosse così foriero di maltempo e di possibili, conseguenti danni – posta la “tropicalizzazione” (termine invero fuorviante, anche se rende l’idea) dei fenomeni meteorologici cagionata dal cambiamento climatico – il cielo ingombro di nubi temporalesche in costante movimento, con tutte le sfumature possibili del grigio che presenta, così ribollente di nembi gonfi e poi sfilacciati e poi ancora addensati l’uno addosso all’altro, possiederebbe (e possiede, salvo quanto sopra) un fascino insuperabile, quasi ipnotico seppur per certi versi inquietante, appunto. Sembra di osservare un orizzonte sospeso in cielo fatto di morfologie poliformi, poderose, soverchianti, monti e valli e conche e colline nebulose dai contorni a volte netti, altre volte sfrangiati, capaci di generare nell’osservatore la percezione di un inopinato paesaggio, possente e definito nell’istante della visione ma che, solo pochi attimi dopo, ha già cambiato aspetto, forme, consistenze, tonalità, suscitando così ulteriori e diverse percezioni che regalano sensazioni tanto particolari quanto effimere, dato che bastano solo pochi altri secondi perché nuovamente tutto muti e assuma ancora altre sembianze e variazioni acromatiche. È uno spettacolo dei più affascinanti, senza alcun dubbio ma con molto paradosso: in fondo, nel mentre lo si ammira incantati tocca sperare che non metta in atto ciò che di meteorologico così vistosamente e tenebrosamente minaccia! Ma il cielo azzurro, in tutta la sua purezza a volte insuperabile e sempre così incantevole e tranquillizzante, non saprà mai essere parimenti fascinoso. La bellezza, a volte, è tale perché è drammatica, già.

P.S.: in verità ho già parlato di questo tema altre volte, ad esempio qui e qui e pure qui, anche se attraverso differenti punti di vista. A chi ritenesse questo articolo banalmente ripetitivo, chiedo perdono e pazienza.

Una certezza, su quei tifosi “fascisti”

[Immagine tratta da “Roma Today“, cliccateci sopra per leggere l’articolo da cui è tratta.]
Trovo assolutamente disgustoso ma d’altro canto certamente emblematico quanto è accaduto nella storia del calciatore della Lazio Elseid Hysaj e riguardo lo striscione apologetico comparso a Roma. Un caso che palesa il profondo degrado culturale nel quale il calcio sguazza da tempo, così grave da adombrare qualsiasi virtù che viceversa si potrebbe intestare ad un gioco così popolare e seguito.

Però, be’, meno male che l’Italia è un paese di dirittura morale insuperabile, ben conscio della propria storia (recente) con la quale ha certamente fatto i conti traendone preziosi insegnamenti civici, morali e culturali, vero? Quindi, in forza di ciò, senza alcun dubbio sia la società calcistica in oggetto e sia, soprattutto, lo stato italiano con le proprie istituzioni giuridiche, di fronte a quella ignobile presa di posizione palesemente apologetica con modi configurabili dalla legge come reato, provvederà con la massima celerità a impedire perennemente l’accesso allo stadio da parte della tifoseria in questione e, soprattutto, a perseguirla come l’ordinamento giuridico impone.

Bisogna essere assolutamente certi che ciò verrà messo in atto quanto prima. O no?

Albione sull’orlo di una crisi di nervi

[Immagine tratta da qui.]
Mi si fa sempre più vivida l’impressione che la Gran Bretagna, dopo la Brexit, stia andando incontro a una generale crisi di nervi.

Ciò in base a molteplici evidenze: in primis dal punto di vista economico e sociale, per come la Brexit stia mettendo in crisi molti settori produttivi e, di conseguenza, un’ampia parte della popolazione ad essi collegata, nel mentre che, di contro, l’entrata nel Regno Unito dei cittadini europei per poter lavorare – dal momento che certe filiere produttive sono andate in difficoltà anche per la mancanza di mano d’opera – è ora diventata parecchio difficile, in base alle restrizione imposte dall’uscita dalla UE. Circostanze difficili previste, queste, ma che ora si comincia a ritenere più gravi di quanto ipotizzato. Quindi dal punto di vista socioculturale, per come la Brexit abbia non solo messo in evidenza ma stia rendendo sempre più drammatiche le fratture esistenti nella società civile britannica, presenti anche prima dell’uscita dall’Europa del paese ma ben più latenti e sottotraccia, mentre ora le condizioni politico-culturali generate dall’autoisolamento post-Brexit – oltre che da leaderships politiche francamente piuttosto discutibili, e non mi riferisco solo a quelle al potere – sembra le stia acutizzando in maniera vieppiù deleteria: un esempio in tal senso, forse “banale” eppure a mio modo di vedere emblematico, è quanto accaduto dopo la sconfitta della nazionale inglese nei recenti campionati europei di calcio. Inoltre temo vi sarà pure una crisi di nervi istituzionale, con le pulsioni separatiste della Scozia sempre più forti, una ben maggior irrequietudine nell’Irlanda del Nord rispetto agli ultimi anni tanto che, al riguardo, si sono manifestati nuovamente fatti violenti tipici del tempo dei Troubles e, soprattutto, con la concreta incertezza su cosa accadrà dopo la dipartita di Elisabetta II, comunque un simbolo e un’icona identitaria per il Regno Unito alla quale non si può che augurare ancora una lunghissima vita ma, con tutto il rispetto del caso, la sua bella età ce l’ha mentre alle sue spalle una figura di simile carisma non c’è proprio, almeno al momento.

Ho sempre pensato alla Brexit come a una grande stupidaggine ma ne ho “compreso” l’attuazione riconoscendo la realtà peculiare della Gran Bretagna e la sua unicità, per tanti motivi, rispetto al resto dell’Europa; tuttavia, ripeto, mi pare che le più fosche previsioni riguardo il dopo Brexit si stiano realizzando – pensando a quelle socioculturali come le peggiori, più che quelle economiche. Mi auguro che qualche suddito di Sua Maestà particolarmente saggio e illuminato sappia rimettere in sesto la situazione generale del paese placando la crescente e sempre più irosa inquietudine ma, ora come ora, stando alla realtà dei fatti e alle figure istituzionali in gioco, questa possibilità mi sembra si stia allontanando ogni giorno di più.

P.S.: per la cronaca, il titolo di questo articolo richiama quello del celebre film di Pedro Almodovar, mentre l’Albione citato è l’antico nome della Gran Bretagna.