Destra? Sinistra? Ancora?!

Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Se una cosa è di destra, non va bene alla sinistra.
Se una cosa è di sinistra, la destra protesta.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.

La sicurezza è di destra, il clima è di sinistra,
gli immigrati di sinistra e la Madonna di destra.

Sinistra, destra, destra sinistra.

Una bella minestrina è di destra, il minestrone è sempre di sinistra (cit.).
Gli operai erano di sinistra, oggi son di destra.
I “padroni” erano di destra, oggi son di sinistra.
Abbassare le tasse è di sinistra e pure di destra, ma sia la sinistra che la destra non le abbassano.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Il culatello è di destra, la mortadella è di sinistra (cit.).
Eccetera.

Ma veramente ancora oggi, nel 2019, siamo qui a dibattere di politica in questo modo che non solo è ormai retorico e anacronistico, ma pure – vista la realtà dei fatti – francamente idiota?
Non è forse che (come già osservavo qui) proprio questa presunta “alternanza”, che ci viene fatta credere come la quintessenza della democrazia, sia invece diventata il suo più pericoloso cancro? Non ci sarebbe bisogno, pure qui, di un bel cambio di paradigma, di molta più concretezza oggettiva e molta meno puerile retorica?

Chiedo, ecco.

L’epitaffio del CENSIS

Quello pubblicato dal CENSIS qualche giorno fa non è “solo” il Rapporto sulla situazione sociale del paese, così come si intitola. Non è solo una fotografia dettagliata di come è messa la società italiana ad oggi, non è soltanto un’indagine statistica i cui dati delineano una certa realtà con le sue innegabili dacché scientifiche verità.

No. Quello del CENSIS è un epitaffio per l’Italia.

Un epitaffio, sì. Un discorso funebre, una iscrizione sepolcrale bell’e pronta per la tomba nella quale di questo passo verrà calato il corpo dell’Italia. Un “paese” politicamente morto, istituzionalmente quasi, culturalmente comatoso e socialmente catatonico.
“Paese”, poi, solo per mera convenzione, dacché l’Italia è sempre rimasta e sempre rimarrà nei termini «una mera espressione geografica», come disse il Metternich, giammai nazione perché mai quello italiano è stato un “popolo”, privo di qualsiasi identità culturale nazionale e incapace di formulare qualsivoglia concezione civica del paese in cui meramente vive.

Punto. Non c’è molto altro da aggiungere.
Tanto, anche a fronte dell’oggettiva, articolata e sentita denuncia sullo stato del paese che il Rapporto del Censis delinea e rende chiarissima, non accadrà nulla.
I politici se ne fregheranno, forse qualcuno traviserà le considerazioni del CENSIS per ricavarne qualche fake news strumentalizzante e propagandistica ma il tutto durerà qualche ora, non di più.
I media al solito si accoderanno ai loro “rais” politici, spareranno qualche titolone ad effetto e poi cancelleranno ogni articolo al riguardo in breve tempo.
Il “popolo” italiano, privo di qualsiasi senso civico (dacché mai educato ad averne uno) e sempre più analfabeta funzionale, non capirà affatto la portata del Rapporto (quanti lo leggeranno sul serio?) e continuerà a postare emerite cazzate sui social come principale impegno intellettuale quotidiano, poi votando i soliti ignobili politici che stanno distruggendo il paese e addirittura invocando “l’uomo forte”, come segnala il Rapporto, senza ovviamente comprendere che tale uomo forte sarà la massima rappresentazione del popolo stesso (che, come sempre, ha i governanti che si merita) e dunque il peggio del peggio: non colui che risolverà i problemi ma quello che li renderà definitivamente irrisolvibili, con tutti i danni letali conseguenti.

Quindi? Che fare?
Sarcasticamente, mi verrebbe da dire che ben venga quell’uomo forte invocato: così il paese sarà definitivamente distrutto e si genererà quella tabula rasa necessaria a costruire un paese nuovo e vero, una nuova e vera cultura civica, un’altrettanto vera società civile. Un futuro autentico e positivo, insomma.
Anche perché non si può nemmeno sperare che qualche paese straniero invada l’Italia: chi vorrebbe occupare un paese tanto disastrato e ingovernabile perché privo degli elementi culturali, sociali, antropologici necessari a qualsiasi buon governo?

Ma, ribadisco, tanto del Rapporto CENSIS tra qualche ora nessuno più parlerà. L’italiota società dei magnaccioni tornerà a cantare beatamente ma-che-ce-frega-ma-che-ce-importa e tirerà dritta, avanti così, a passi svelti e incrollabili verso il suicidio finale. Gli altri, vedranno di fuggire (se non l’hanno già fatto) in qualsiasi modo possibile alla catastrofe statale. Amen.

Cliccate sull’immagine per leggere e acquistare il Rapporto del CENSIS.

Il “black friday” (per la nostra lingua)

(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Mario Baudino, su “La Stampa” dello scorso 26 novembre, rende conto dell’irritazione dell’Académie Française – equivalente transalpino della nostra Accademia della Crusca, la quale peraltro le è precedente essendo la più antica istituzione linguistica al mondo – riguardo la diffusione sempre maggiore di quello che a Parigi chiamano “franglese”, ovvero un francese sempre più infarcito di termini anglosassoni, cogliendo la buona occasione del black friday onnipresente e globale dei giorni scorsi.

È pure in Italia una questione ormai vecchia ma sempre assai viva, quella della diffusione di parole inglesi quasi senza alcuna “resistenza” linguistica da parte del lessico nazionale e, ancor più, di chi lo parla – ne ho disquisito più volte anche qui sul blog, in passato – con risultati non di rado grotteschi tanto quanto sconcertanti.
Ovvio che la duttilità della lingua inglese, unita all’ormai comune uso su scala mondiale, offra soluzioni linguistiche facili e d’effetto; d’altro canto la traduzione letterale di “black friday” in italiano sarebbe venerdì nero, definizione che evoca (anche nella traduzione letterale francese, peraltro) e viene utilizzata per giornate ben poco allegre e con accezioni solitamente negative quando non tragiche – provate a pensare a quanti “venerdì nero dei trasporti” vi siano stati durante gli ultimi anni!

Se è sempre affascinante constatare come le parole e le varie definizioni del parlato cambino i propri significati per ciascuna lingua nella quale vengano utilizzate, spesso diventando gli uni antitetici agli altri, è anche da denotare che la rapida e facile diffusione di termini di altre lingue – anglosassoni in primis – è segno di una certa mancanza di vitalità del lessico nel quale si “insediano” e non tanto della lingua in sé quanto del rapporto di essa con chi la parla. Da questo punto di vista, seppur in modo ancora prodromico stante la realtà dei fatti, la questione è pure di carattere identitario: si può in effetti sostenere che uno degli elementi che determina l’identità nazionale, ben più che confini o domini politico-amministrativi, sia proprio la lingua condivisa e parlata, capace di generare coesione culturale e sociale tra gli individui meglio che qualsiasi cittadinanza. Una eccesiva introduzione e diffusione di termini “alieni” dacché provenienti da altre lessici, quantunque diffusi un po’ ovunque, potrebbe dunque minare il suddetto carattere identitario della lingua nazionale; come ho sostenuto altre volte, la cosa in sé non sarebbe un grosso problema se avvenisse in un contesto culturale nel quale la conoscenza e la padronanza della propria lingua madre siano a livelli accettabili, altrimenti sì, può essere un problema ovvero può portare ad un sostanziale aggravamento delle conoscenze linguistiche nazionali diffuse e a un (paradossale) disamore, o quanto meno disinteresse, per la propria lingua, che si ripercuote poi a cascata su altri elementi – la lettura, le capacità espressive e cognitive, il livello di alfabetizzazione diffuso e i relativi fenomeni di analfabetismo funzionale, eccetera.

Per cui ben vengano gli “allarmi” delle varie Accademie linguistiche nazionali riguardo tali fenomenologie, fosse solo per una questione di tenere alta l’attenzione su tale argomento rimarcandone l’importanza pratica per chiunque. D’altronde, come si rimarca spesso in merito, la lingua è un elemento vivo ma è e resta così se e quando viene mantenuta vitale dagli individui che la utilizzano, la parlano avendone cura e consapevolezza lessicale, e ne comprendono il prezioso valore culturale. Non esiste idioma pur vivissimo che non rischi di svanire rapidamente senza chi lo parli e lo scriva con adeguata cognizione di causa: non è solo una mera questione di “black friday” o altro del genere, insomma, ma di non svendere a prezzo fin troppo scontato pure la nostra lingua, convinti di aver fatto un grande affare e invece avendo preso una gran brutta fregatura.

Parole populiste

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/diego_torres-1118992/)

Uscire (o scendere) dalla Torre d’avorio: Viene chiesto a chi ha un’opinione propria, non incasellabile nelle posizioni alternative dei talk show, di scendere dalla Torre d’avorio e di ritornare in mezzo alla gente vera. Di solito a chiederlo è qualcuno che ha una sola incessante idea – e palesemente è sbagliata – ma è un’idea abbastanza gretta e grossolana che sicuramente è condivisa dal popolo (che sa). Poco importa se il grezzone guadagna 12mila euro al mese o se è un sedicente imprenditorone con manie di inferiorità, l’importante è che l’altro scenda dalla torre. Curiosità per distratti: l’espressione Torre d’avorio viene dal Cantico dei cantici a indicare sensualmente il collo della Sulammita e viene successivamente usata per indicare la Madonna.

(Da un altro bell’articolo di Gianluigi Briguglia intitolato Lessico spicciolo per populismi, su “Il Post” del 25 novembre scorso. Leggetelo interamente – e meditatelo nei suoi a mio parere ottimi spunti – qui o cliccando sull’immagine.)

Sciopero?!

(Image credit: https://pixabay.com/it/users/iirliinnaa-3829110/; elaborazione mia.)

È in corso un ennesimo sciopero, in Italia, questa volta dei benzinai. Una pratica di (presunta) protesta talmente frequente da essere diventata “normale”, e per ciò notevolmente depotenziata e banalizzata in merito al suo senso e al valore originari.

Fermo restando il rispetto e la comprensione per le motivazioni di chiunque protesti, spesso con giusta causa, trovo che qui la pratica dello sciopero sia ormai anacronistica, demagogica, pletorica e di mera facciata, legata a solite e ottuse strumentalizzazioni di parte, all’incapacità di dialogo istituzionale tra gli elementi politici nazionali e al voler/dover far scena a beneficio dei media; di contro, lo sciopero spesso crea problemi soprattutto a chi non c’entra nulla con le parti in causa nella vertenza a cui si riferisce.

Sarà, ma credo che ad oggi, anno 2019, e salvo rarissimi casi, essere qui ancora a “risolvere” vertenze sindacali nei settori produttivi del paese a colpi di scioperi, sia soltanto o una meschina messinscena, appunto, o comunque una cosa da società arretrata e in costante regresso.

(Image credit: https://pixabay.com/it/users/iirliinnaa-3829110/; elaborazione mia.)