La prima neve

La notte scorsa è comparsa la prima neve, sui monti sopra casa: una leggera polvere bianca, dai 1700 metri in su, a coprire le vette e rinfrescare a modo l’aria mattutina.

È sempre un piccolo evento, la prima nevicata della nuova “brutta stagione”, per qualcuno deprimente in quanto segnala l’imminente ritorno dell’inverno e del freddo (ma chissà quanto, poi, coi cambiamenti climatici in corso), per altri allettante dacché annuncia pure future giornate e vacanze sciistiche, ma comunque suggestivo per come sappia cambiare di colpo il paesaggio con quel tono bianco e apparentemente neutro capace tuttavia di non rendere affatto neutrale ad esso lo sguardo, la mente, l’animo. Pur se la si osserva da lontano, la neve, la mattina magari mentre si va verso il luogo di lavoro e le solite mansioni quotidiane: sa concedere quel quid di inopinata e stimolante diversità alla giornata che – ci scommetto – in chiunque dona anche solo qualche attimo di piacevolezza.

Ricordavo di aver scritto qualcosa, riguardo la prima neve della stagione, e una breve ricerca me l’ha fatto ritrovare: un raccontino tratto da una raccolta inedita che forse tale rimarrà per sempre, ma non perché non la ritenga meritevole d’essere pubblicata, anzi! Solo che non è ancora giunta la sua ora, e considerando che si tratta di testi ormai vecchi di qualche anno, potrebbe anche essere che quell’ora epifanico-editoriale non giunga nemmeno mai. O magari invece verrà molto presto, chissà. Proprio un po’ come accade con la prima neve dell’anno, sui monti: a volte arriva che è ancora estate, altre volte a gennaio non s’è ancora vista. Ma c’è da augurarsi che arrivi sempre, prima o poi, e il più possibile copiosa, ecco.

Insomma, buona lettura eh!

(Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.)
La prima neve

Quando la prima neve cade sui tetti del villaggio ai piedi delle montagne, tutti i bambini corrono verso le finestre rivolte alle più alte vette del massiccio nella speranza che i bianchi nembi carichi dell’algido dono, magari sulla spinta d’un poco di vento, s’aprano a mostrare la cima più alta: lassù certamente essi potrebbero intravedere il Re Gigante della Grande Montagna, intento a spargere nel cielo intorno con ampi movimenti delle colossali mani i fiocchi nevosi. Egli osserva dalla sua dimora di ghiaccio sita sulla più alta vetta l’andamento stagionale, il cambio delle tonalità naturali dei boschi e dei prati, lo scomparire delle corolle floreali sugli alpeggi, il rientro delle mandrie nelle stalle, le prime gelate notturne; inoltre, suoi falchi messaggeri per l’ultima volta nell’anno salgono fino alla più alta vetta e riferiscono dei cambiamenti avvenuti al Gigante. Egli sa che tutto quanto sta accadendo non è che il richiamo perentorio della Natura, per far che la prima neve scenda ad indurire il terreno così da predisporlo al letargo invernale ed ammanti l’intero paesaggio del suo prezioso silenzio, che all’uomo lenisce i turbamenti dell’animo e fa sentire prossimo il tempo di ritornare al riparo nel calore della propria casa per proteggersi dalle ormai imminenti intemperie invernali.
Ma anche gli adulti, che richiamano prima o poi i propri figli dal gelido incanto del paesaggio imbiancato, guardano anche solo un attimo verso l’alto, verso la più alta vetta pur nascosta dalle basse nuvole: essi sanno bene che il Re Gigante della Grande Montagna vive e persevera sostentandosi dei loro sogni e dei loro aneliti, che sugli arditi fianchi del monte acquisiscono la necessaria energia e purezza per potersi slanciare verso l’alto e raggiungere il cielo.

L’ipocrisia dei negazionisti climatici

Ribadisco: in questi giorni, prima, durante e dopo i Fridays for Future che la scorsa settimana si sono svolti un po’ ovunque nel mondo, ho letto cose contro il movimento, contro i giovani che vi partecipano, addirittura contro gli scienziati e ovviamente contro Greta Thunberg talmente cattive e – aspetto pure peggiore – talmente idiote, ipocrite, campate per aria, piene di falsità e di accuse totalmente ridicole tanto quanto totalmente prive di qualsivoglia validità scientifica (e si parla di clima ovvero di scienza, dati, numeri, non di opinioni, idee o altro) che mi sembrano evidenti due fondamentali cose:

  1. Certi individui meriterebbero di subire le peggiori conseguenze derivanti dai cambiamenti climatici, esattamente come meriti di schiantarsi in terra colui che si vanti di poter saltare da un aereo senza paracadute, irridendo e insultando quelli che ce l’hanno;
  2. Il movimento la sua battaglia contro questi l’ha già ampiamente vinta, lo si desume considerando le reazioni sguaiate e disperate di costoro. “Purtroppo”, se il movimento e gli scienziati sapranno agire positivamente al fine di contenere il riscaldamento globale e convertire l’economia mondiale ad un sistema più sostenibile, anche quei ciarlatani ne gioveranno. Purtroppo, ribadisco.

(Photo credit: Justin1569 di Wikipedia in inglese, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5943918; elaborazione dello scrivente.)

La montagna che “crolla”

Il disfacimento dei ghiacciai montani, sulle Alpi come su qualsiasi altra catena montuosa del mondo, ogni tanto sale agli onori della cronaca nelle disquisizioni sui cambiamenti climatici oppure, più raramente, in circostanze eclatanti come quella del Ghiacciaio di Planpincieux (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo al riguardo de “La Stampa”). Tuttavia, nonostante il tema “caldo” (è il caso di dirlo!) del riscaldamento globale, è una notizia che viene sempre letta dai più come qualcosa di “suggestivo”, di pittoresco mi viene da dire: una massa di ghiaccio che sta per franare da una montagna e finire a valle e «wow!» – chissà che “spettacolo” sarà quando verrà giù, chissà quanti video, nel caso, gireranno sul web… Ecco, e poi finisce tutto lì.

In verità, quello che ancora si capisce molto poco, anche perché gli organi di informazione non approfondiscono mai le notizie come a volte dovrebbero e potrebbero, è che il disfacimento dei ghiacciai alpini (dacché il fenomeno è a livello globale, come già osservato, ma per molti aspetti è sulle Alpi che assume maggiore evidenza, in primis per la maggior presenza e pressione antropica sul territorio alpino) non comporta solo un guasto alla bellezza del paesaggio d’alta quota e dei relativi panorami, a breve pressoché privati di una delle loro componenti fondamentale e più “montane”, le nevi eterne, ancora così presenti nell’immaginario collettivo alpino di matrice più o meno turistica, ma ancor più comporta un profondo mutamento della percezione del territorio abitato e della relativa concezione del paesaggio, con conseguente alterazione della relazione tra l’uomo e i luoghi abitati. In parole povere: un territorio e un paesaggio che sono rimasti più o meno immutati per secoli, e che su tale loro essenza geomorfologica hanno generato la propria identità di luogo, di dimensione culturale e influenzato la relazione delle genti che li hanno abitati e li abitano, in breve tempo subiscono una modificazione così profonda e alterante da cambiare la percezione di essi negli occhi di chi li osserva, così cambiando inevitabilmente il rapporto antropologico di chi vi interagisca, sia come abitante sul lungo periodo che come visitatore nel breve.

Immaginatevi un luogo con cui avete un legame particolare, ad esempio un albergo nel quale avete passato per tanti anni vacanze bellissime e per questo vi siete affezionati: un bel giorno vi ritornate e lo trovate sempre lì dove è ubicato da sempre e più o meno uguale ma il terrazzone dove prendevate il Sole non c’è più, la sala da pranzo è totalmente diversa, le camere hanno un arredamento differente… L’albergo è sempre quello, il nome è lo stesso ma vi verrà difficile riconoscerlo come lo riconoscevate prima, per come vi identificavate in esso e per come ogni suo angolo vi suscitava piacevoli ricordi, memorie, aneddoti che vorreste nuovamente rivivere ma ora no, è impossibile: troppi cambiamenti da come era prima.

Ecco: senza voler troppo superficializzare o banalizzare la questione, il succo è più o meno questo.

E senza tener conto di tutte le altre innumerevoli conseguenze, spesso più materiali, derivanti dalla sparizione dei ghiacciai alpini: dalla diminuzione delle risorse idriche, ad uso domestico o per la produzione idroelettrica, ai danni all’industria turistica, dal dissesto idrogeologico all’aggravamento ancor più intenso del riscaldamento climatico, senza più i “freezer” d’alta quota sulle vette, eccetera. Non è solo un ghiacciaio che precipita a valle, dunque; non solo dei giganteschi seracchi che crollano (ma se va bene senza fare troppi danni a cose e persone), ma in realtà un paesaggio intero che crolla nelle sue “certezze” geografiche, geomorfologiche, naturalistiche, ambientali, antropologiche fino ad oggi “acclarate” e accettate. Un danno che va ben oltre quello idrogeologico e diviene pienamente storico-culturale, anche perché non più recuperabile se non entro qualche secolo e solo con un (ora utopistico) raffreddamento del clima.

Quella abitata dall’uomo ma senza più ghiacciai sarà una montagna inesorabilmente diversa, certamente peggiore dal punto di vista paesaggistico e ambientale, verso la quale i modus vivendi resilienti – e in necessaria costante mutazione – diverranno la norma, rendendo superata ovvero fuori luogo ogni stanzialità antropica per come si è manifestata fino a oggi, sia essa meramente residenziale e sussistenziale, sia funzionale alla fruizione turistico-commerciale (o comunque utilitaristica) dei monti. La montagna d’una volta, insieme ai ghiacciai, per molti aspetti sparirà; e chissà come noi e le future generazione reagiremo nel concreto, materialmente e immaterialmente, a questa drammatica perdita.

Un cambio di paradigma per la cultura di montagna

Occupandomi (nel mio piccolo e per quanto possibile) di cultura di montagna, e avendo dunque lo sguardo costantemente attento sui rumors pubblici provenienti da tale ambito ma pure sui sentori che vi aleggiano in modo più o meno determinato oppure sussurrato, vorrei qui sottoporre agli altri soggetti che come me si occupano del tema suddetto una riflessione interrogativa che da qualche tempo mi frulla in testa: non siamo ormai giunti nel momento in cui, per il bene e lo sviluppo futuro della cultura alpina e delle Terre Alte in genere, da questo ambito debba essere definitivamente svincolata la pratica alpinistica, da considerarsi in tutto e per tutto come un’attività sportiva sostanzialmente priva, nelle forme in cui è praticata oggi, di qualsiasi matrice culturale?

Attenzione, lo dico da subito: non è una critica a come oggi vengano alpinisticamente frequentate le montagne – una pratica, quella dell’alpinismo, che vive fin dalla sua nascita della propria naturale libertà d’azione e che dunque chiunque può liberamente interpretare per salire come preferisce sui monti, su questo non ci piove.

Semmai, è una questione – per così dire – di sensibilità d’interpretazione di essa, e di scopo concreto per la quale venga praticata, fermo restando l’aspetto ricreativo (in modo anche “sommo”) che generalmente la può contraddistinguere. Penso al primo articolo dello Statuto della principale associazione di montagna nazionale, il CAI[1], nel quale più di 150 anni fa si sancì che il Club

ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.

legando così a doppio filo la pratica alpinistica al contesto culturale che, allora risultava primario nella sua manifestazione: come attività di esplorazione e “conquista” del territorio alpino (prendo le Alpi come esempio e modello, ma il discorso non ha limiti geografici), come antropizzazione e conseguente territorializzazione di esso e come creazione dell’immaginario comune con i relativi simbolismi, quale elemento fondamentale nella genesi della frequentazione turistica delle Alpi, di diffusione delle culture, dei saperi, delle usanze e delle tradizioni che gli alpinisti conoscevano durante i loro vagabondaggi montani così come, al contrario, di importazione nei territori alpini di modelli culturali “alieni” che, sovente, hanno poi modificato o sostituito quelli autoctoni.

Ecco, ora io mi chiedo e chiedo ai citati soggetti: in tema di cultura di montagna vale ancora, tutto ciò? Io credo di no. Lo credo perché mi sembra che la pratica alpinistica sia diventata sempre più una branca del turismo montano, o che di esso abbia assunto molte delle sue caratteristiche, per giunta assumendo pure peculiarità di carattere meramente sportivo-prestazionale o comunque ricreativo mainstream (passatemi la parolaccia inglese), che hanno sostanzialmente disgiunto l’atto contemporaneo del salire sui monti da una relazione di matrice culturale coi monti stessi: appunto ciò che in molti casi ha comportato la frequentazione turistica delle Terre Alte nei tempi recenti, molto più legata al marketing, ai servizi, agli aspetti ludici anziché agli elementi culturali del territorio nel quale si manifesta.

Posto che – inutile rimarcarlo – come in ogni cosa nemmeno qui si possa fare di tutta l’erba un fascio, ma pure che le eccezioni mi sembrano obiettivamente piuttosto rare (e sovente limitate al semplice “sfioro” con l’ambito culturale, quasi mai propositrici e generatrici di nuova cultura o, quanto meno, di un’attenzione approfondita verso di essa) mi chiedo se, ribadisco, per far sì che la cultura di montagna possa continuare a svilupparsi quale massima e più virtuosa manifestazione relazionale nei confronti del territorio da cui scaturisce – che sia per esso qualcosa di utile e proficuo, insomma – d’ora in poi si debba considerare l’alpinismo come uno sport ponendolo su un binario parallelo rispetto a quello culturale, solo raramente convergente (ma più attraverso degli scambi, funzionali a ciò, non tramite una fusione dei due binari). In questo modo la cultura, svincolata dal gesto prestazionale, diventerebbe (tornerebbe a essere) l’elemento espressivo fondamentale delle montagne e delle loro genti, e non più un elemento accessorio alla fruizione meramente ludico-sportiva di esse.

In soldoni, considerando che al grande pubblico poco o nulla potrebbe interessare di tale riflessione ma per l’ambito della montagna rappresenterebbe un cambio di paradigma fondamentale, questa scissione comporterebbe ad esempio una revisione storica della pratica alpinistica con un nuovo atteggiamento (di concetto e di azione) verso di essa, un’indipendenza concreta dei due ambiti – sui media[2] o negli eventi pubblici, ad esempio – con un conseguente nuovo linguaggio interpretativo, la possibilità per entrambi gli ambiti di ampliarsi verso ulteriori elementi pertinenti ma senza reciproche confusioni, il diritto e dovere di entrambi di aggiornare la propria relazione con il territorio montano, focalizzandola meglio alle reciproche peculiarità, alle visioni, agli scopi, agli obiettivi, e così via. Il tutto, ovviamente, mantenendo un dialogo “geograficamente” naturale (si è sempre “in montagna”, alla fine dei conti) che possa risultare a entrambi culturalmente costruttivo, in modo materiale e immateriale.

Ovvero il tutto – dal punto di vista opposto – per evitare che questi due ambiti oggi così distinti e non di rado contrastanti, con l’uno che avversa e soffoca l’altro e viceversa, finiscano non solo per danneggiarsi a vicenda ma, soprattutto, per danneggiare le montagne in generale.

Insomma, per riassumere e concludere: un tempo l’alpinismo era anche una pratica culturale, a volte senza che gli alpinisti se ne rendessero conto; oggi quando si pratica alpinismo si fa quasi sempre sport, in un modo che risulta sostanzialmente disgiunto dagli aspetti culturali delle montagne salite. È una contraddizione francamente poco sensata, ormai, e in quanto tale forse perniciosa per il futuro delle Terre Alte, ergo da meditare nei suoi aspetti concreti e probabilmente ripensare.

Ecco. E chiedo venia per aver molto drasticamente riassunta la questione, così da non rubare troppo spazio e tempo.

Qualsiasi osservazione d’ogni sorta che chiunque vorrà manifestare al riguardo sarà naturalmente ben gradita.

* * *

Note:

[1] Che peraltro già da qualche tempo, almeno come indirizzo e modus operandi centrali, ha riacceso le luci sugli aspetti culturali dell’andar per monti, in verità poi poco seguito dalle sue sezioni locali.

[2] Per fare un esempio concreto, le riviste che occupandosi di montagna mettono fianco a fianco recit d’ascension con articoli di natura culturale: è un “andare in coppia” che funziona ancora, oppure è un “pestarsi i piedi” l’un l’altro, perdendo alla fine entrambi i pubblici potenzialmente interessati?

Arno Camenisch, “Ultima sera”

Svizzera, Cantone dei Grigioni, un villaggio di montagna all’apparenza come tanti, gennaio. Dovrebbe nevicare e invece piove, senza interruzioni, come se non avesse mai piovuto. Non c’è molto da fare, lassù, quando la meteo è così avversa e bizzarra – lo so bene, io, avendo trascorso molte delle mie vacanze infantili in montagna, nell’alberghetto di una piccola borgata a oltre 1.700 metri di quota, e passate diverse giornate di pioggia a guardar fuori dalla finestra un paesaggio sovente reso invisibile dalle nubi basse, nella speranza che smettesse. Ma non erano affatto giornate tristi, perché in verità una cosa si poteva fare, assolutamente divertente: chiacchierare. Di ogni cosa, da mattina a sera con tutti coinvolti, residenti indigeni e ospiti forestieri, tra una partita a carte e una al calcetto ovvero, per gli adulti, tra una bevuta e l’altra, facendo trascorrere le ore in modo tanto leggero quanto prezioso per come tale loquacità collettiva permettesse di coltivare ed esaltare la più proficua socialità.
In fondo è questa una delle cose più importanti, anzi, vitali per un piccolo villaggio di montagna: la socialità, che scaturisce dalla coesione e dal senso di comunità e li ravviva di continuo, mantenendo viva anche quella rete di relazioni realmente indispensabile in un ambito difficile come quello montano, nel quale è ancora la Natura a stabilire come l’uomo vi può vivere e vi si deve adattare. La socialità che trova il miglior terreno di coltivazione nelle locande e nelle osterie, veri e propri centri sociali e culturali rurali ove la comunità si dà appuntamento e si ritrova, chiacchiera di ogni cosa, dai pettegolezzi di paese ai massimi sistemi, ravviva e genera relazioni, alimenta amicizie e talvolta dissidi che poi nuovamente lì appiana anche grazie a un buon bicchiere di vino o boccale di birra… luoghi assolutamente preziosi, insomma, per le piccole comunità alpine, senza i quali verrebbe a mancare quel terreno così fertile alla vita sui monti, già ostica di suo.
Proprio un’osteria del genere, la “Helvezia”, cuore pulsante di vita per un piccolo villaggio dei Grigioni, sta per chiudere. Le sue ultime ore – per nulla tristi, lo dico da subito, anzi! – le racconta Arno Camenisch in Ultima sera (Keller Editore, 2013, traduzione di Roberta Gado; orig. Ustrinkata, 2012), con quel suo stile inconfondibile e inconfondibilmente alpino-romancio che lo ha reso uno degli scrittori svizzeri contemporanei più apprezzati e tra i migliori cantori della realtà alpina (svizzera ma non solo) attuale.
L’osteria “Helvezia” sta per chiudere appunto, e lo fa in una sera nella quale piove così tanto che anche il cielo sembra voglia rimarcare il proprio disappunto per tale fatto []

(Leggete la recensione completa di Ultima sera cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)