I diritti degli animali (e i doveri dell’uomo)

[Foto di Angelo Giordano da Pixabay]

I diritti degli animali sono la forma più pura di difesa della giustizia sociale perché gli animali sono i più vulnerabili di tutti gli oppressi.

(Isaac B. Singer, citato da Jonathan Safran Foer in Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Guanda, Parma, 2010, pagg.229-230.)

N.B.: cliccando qui potrete leggere un articolo di “Fanpage.it” che illustra alcune modalità per aiutare il salvataggio dei koala e della fauna selvatica australiana dagli incendi che stanno devastando l’isola. Non è solo bello e importante farlo ma, mi viene da dire, è soprattutto umano, veramente, pienamente. Rispetto a quanto sia troppo spesso inumano l’uomo nei confronti degli animali.

Una soluzione drastica

[Immagine tratta da qui: https://www.improntaunika.it/. Cliccateci sopra per leggere la fonte originale.]
Le immagini degli animali coinvolti nei devastanti incendi che stanno sconvolgendo da settimane l’Australia e dovuti per gran parte ai cambiamenti climatici di matrice antropica in atto oltre che ad azioni dolose, con numeri stimati da vera e propria ecatombe (fossero anche in eccesso, la questione non cambierebbe affatto, sempre che non siano invece in difetto), da un lato sgomentano e stringono il cuore, dall’altro suscitano una rabbia irrefrenabile. Il genere umano non può veramente più andare avanti così, a distruggere il pianeta e sterminare le creature che lo abitano. Gli umani meriterebbero veramente tutte le peggiori conseguenze possibili derivanti dalle loro azioni scellerate, se non fosse che tali conseguenze finirebbero – e finiscono – per coinvolgere anche gli altri abitanti del pianeta. Già, perché siamo tutti quanti abitanti di questa povera Terra, bellissima se non fosse per la presenza umana, e nessuno dotato di più o meno diritti solo perché si crede più intelligente delle altre specie, anzi: tale maggior intelligenza comporta non maggiori diritti, semmai maggiori doveri: ma l’uomo mai si è voluta riconoscere tale responsabilità, facendo invece di tutto per agire in maniera del tutto deleteria per l’intero pianeta – se stesso incluso, così dimostrando palesemente di essere, nella graduatoria che denota il livello di intelligenza delle specie viventi, agli ultimi posti se non proprio in fondo alla stessa.

Sul web si possono trovare alcuni modi coi quali aiutare le associazioni e gli enti che in Australia stanno cercando di soccorrere gli animali coinvolti negli incendi e di limitare i comunque terribili danni: ad esempio qui trovate qualche buon riferimento, oppure qui per aiutare concretamente i koala, in particolare, grazie all’iniziativa di una giovane ticinese.

Per il resto, a fronte di una tale perniciosa presenza d’una specie vivente sul pianeta, così deleteria per qualsiasi altra, non verrebbe che da pensare a una sola soluzione, peraltro forse già avviata. Ma sapete bene che il solito, dogmatico, meschino antropocentrismo dei componenti di quella razza leverebbe subito dei gran strepiti di sdegno e riprovazione. Be’, dal mio punto di vista, pure tali strepiti non farebbero che giustificare quella drastica soluzione. «Tolto il dente tolto il dolore» si dice, no? Ecco, e amen.

P.S.: intanto, giova di nuovo ricordare che proprio l’Australia è stata indicata tra i paesi che hanno sostanzialmente fatto fallire la recente COP25 di Madrid. Già. D’altro canto, ci hanno mandato i loro politici umani, alla conferenza sui cambiamenti climatici, mica i koala. E si vede.

Uno scarpone abbastanza grosso

Il Paul fa sì con la testa, il comune ha minacciato di chiudere lo skilift, da quando è presidente quell’altra testa di legno vogliono risparmiare su tutto, sarebbe un peccato per il nostro bel muletto, se pensi a quanti ci hanno imparato a sciare, da qui veniva fuori un campione un anno si e un anno no, come il Seppi Plum, un lampo, peccato solo che è finito nel bosco. Una miniera di talenti è questa, ma poi ti arrivano quelli lì e non trovano uno scarpone abbastanza grosso per il calcio in culo che voglion piazzarti.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.13.)

La COP25 è fallita? Bene!

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/geralt-9301/.)

In effetti io sono pure “contento” che la “COP25”, la Conferenza sul clima di Madrid, sia terminata con un miserrimo fallimento.

Sì, perché altrimenti molte persone, in primis quelli a cui veramente interessa la questione planetaria del cambiamento climatico, avrebbero potuto credere che pure i potenti della Terra ne avessero compreso la portata e capita l’urgente necessità di agire, politicamente innanzi tutto, per cercare di mitigarne gli effetti.

“Meno male” che invece quei potenti, salvo rari casi, hanno nuovamente confermato il loro sostanziale menefreghismo al riguardo, funzionale alla salvaguardia del proprio potere e delle relazioni con soggetti di vario genere dalle assai bieche attività, sulle quali si basa la stabilità del loro scranno alla faccia del clima, dell’ambiente e di chiunque ne subisca il degrado.

Una questione fondamentale come quella dei cambiamenti climatici può essere seriamente affrontata solo dalle società civili, entro le quali, pur tra le infinite difficoltà culturali di questa nostra epoca, può ancora essere coltivata quella consapevolezza civica – che è anche politica nel senso più alto del termine, ovviamente – necessaria al cambiamento e alla resilienza: il movimento Fridays for Future lo dimostra bene, ad esempio. Una cosa del genere non può certo avvenire nella “(non) politica” dei potenti, a qualsiasi livello impegnata unicamente alla propria preservazione, a perseguire interessi di parte e infimi tornaconti, organizzata su meccanismi meramente parassitari e dunque troppo avulsa dalla storia presente e futura così come dalla realtà quotidiana.

Tutto ciò sperando che al contempo si generi e si sviluppi pure una consapevolezza, nelle società civili, contro quei potentati politici che governano il mondo. Assolutamente necessaria, se vogliamo che il mondo e la civiltà umana possano avere un futuro, senza essere spazzati via dalla Natura. Che “sa” benissimo che con un aumento della temperatura di 3° o più il pianeta si adatterà e sopravvivrà, la misera razza umana invece avrà grossissimi problemi al riguardo, e recriminare su quanto non è stato fatto in passato per evitare il disastro non servirà a nulla, come sempre.

 

L’agonia dello sci, sulle Alpi italiane

Anche The Guardian, d’altro canto uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, si accorge e si occupa della lenta ma inesorabile agonia dell’industria dello sci sulle Alpi Italiane, in forza dei cambiamenti climatici in atto tanto quanto di gestioni economiche delle stazioni sciistiche sovente scellerate anche perché legate a schemi, strategie e convinzioni di un’epoca ormai passata – quanto meno perché allora nevicava con regolarità.

Eppure, gli unici che ancora pare non si rendano conto della realtà dei fatti e della loro stessa sorte segnata sono proprio molti di quei gestori delle stazioni sciistiche. Salvo rarissimi casi, alla guida di società che economicamente sono entità morte che camminano solo perché sostenute dai puntelli del finanziamento pubblico, e che rischiano di portare alla morte pure l’intero territorio in cui operano con il suo patrimonio ambientale, sociale e culturale dacché incapaci di ammettere quella realtà dei fatti e di ripensare il proprio operato ovvero di provare a guardare un poco di più verso il futuro, piuttosto di rimanere ancorati ad un presente che scivola via dal passato per restare incastrato dentro cumuli di neve artificiale – che quei gestori dissennati ancora credono sia una soluzione ai loro mali e che invece finirà per seppellirli definitivamente, basti constatare il costo di produzione annua citato dal The Guardian. Come fare buchi nello scafo di una nave che sta già affondando, in pratica.

Cambierà qualcosa, visto che la situazione climatica non cambierà affatto e tanto meno quella economica? A sentire i discorsi che personalmente odo da qualche mese a questa parte, ovvero da quando l’Italia, con Milano e Cortina, si è aggiudicata le Olimpiadi Invernali del 2026 con relativi giri di denaro, temo che cambierà qualcosa ma ancora in peggio.

D’altro canto, come dico spesso, è da sempre l’uomo ad avere bisogno della montagna, non viceversa. E se l’uomo è talmente dissennato da continuare a scavarsi la fossa sotto i propri piedi nonostante gli ammonimenti, quando ci cadrà dentro e non saprà più uscirci la eco dei suoi lamenti i monti la faranno tornare a lui stesso, non ad altri.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo del The Guardian – in inglese, ovviamente, ma di elementare comprensione e corredato di immagini fotografiche emblematiche.