Potrebbe sembrare ovvio e banale sostenere che, come il futuro è in mano ai giovani, anche il futuro specifico della montagna lo è. Tuttavia, a constatare ciò che poi accade realmente, con i territori montani continuamente sottoposti a progetti, opere e interventi palesemente basati su modelli di “sviluppo” obsoleti e fuori contesto, che sembrano pensati per una montagna di decenni fa che oggi non esiste più da persone che evidentemente ragionano – per anagrafe, mentalità, incompetenza, convenienze personali – da “vecchi”, quel pensiero iniziale non appare più così scontato e risulta quanto mai necessario.
E in effetti di giovani che scelgono di restare o salire in montagna e lì vivere e lavorare, spesso attuando idee e progetti realmente innovativi, di grande valore comunitario oltre che socioeconomico e finalmente protesi verso il futuro, ce ne sono a migliaia, tanto sulle Alpi quanto in Appennino. Fateci caso, d’altronde: quei tanti progetti palesemente opinabili di cui spesso si ha notizia – infrastrutture turistiche, urbanizzazioni, sfruttamenti eccessivi del territorio naturale, opere invasive e impattanti, iniziative commerciali, eccetera – quante volte sono proposte da giovani e quante altre da soggetti (pubblici e privati) di una certa età, quindi di una certa vetustà mentale? Con tutto il rispetto per qualsiasi fascia anagrafica, sia chiaro, ma spero abbiate capito ciò che intendo. E quante volte i secondi – i “vecchi”, sì – non sostengono adeguatamente le iniziative dei giovani quando non arrivano a mettere loro i bastoni tra le ruote?
Ad esempio di tutto ciò, tra gli innumerevoli sui quali si trova notizia sul web, cito la significativa storia di Sofia e Simone, da qualche anno neo-montanari stanziati ai Piani Resinelli, nelle montagne lecchesi, e di “Resinelli Tourism Lab”, l’associazione da loro fondata che sta facendo della località un laboratorio di rigenerazione sociale con lo scopo di promuovere non solo un turismo sostenibile ma anche di creare una rete tra chi abita la montagna locale alimentandone la relazione con il luogo e il senso di comunità, elementi fondamentali per la vitalità stanziale delle Terre Alte. La loro esperienza, peraltro premiata anche con la “Bandiera Verde” di Legambiente lo scorso maggio, è raccontata in questa puntata della trasmissione “Orobie Extra”:
Ecco: mi auguro, da vecchio o quasi quale sono, che veramente il destino futuro delle montagne sia sempre più nelle mani dei giovani e sempre meno in balìa di idee vecchie, arretrate, sterili e deleterie, e che ai primi sia dato modo di lavorare liberamente dai secondi. È una delle speranze più preziose alle quali la montagna si può affidare per costruire il proprio miglior futuro possibile. Non solo per un’ovvietà apparente, come già detto, ma in forza di un’opportunità concreta, che le montagne meritano e hanno bisogno.
[Veduta della Val Saviore. Immagine tratta da www.orobie.it.]Qualche giorno fa l’amica Veronica, che dalla città di Milano si è trasferita per vivere in affitto e lavorare con il compagno Tobia, entrambi liberi professionisti, in un piccolo paese di montagna della Val Saviore – laterale della Val Camonica che sale verso i ghiacciai dell’Adamello – è stato tolto l’immobile perché il proprietario ha deciso di venderlo a chi lo chiedeva come seconda casa.
È una situazione molto comune in tantissime località di montagna con velleità turistiche più o meno spiccate e agognate, ovvero il frutto di una scelta legittima del proprietario che del suo immobile può fare ciò che vuole. Ma un privato cittadino può fare ciò che vuole anche della comunità di cui fa parte e della quale magari si dichiara un membro orgoglioso e attivo?
[L’appello di Veronica per trovare una nuova casa in cui abitare.]Ovunque (o quasi) in giro per le nostre montagne, se si dà un occhio alle statistiche che rendono conto delle variazioni recenti dei posti letto alberghieri e di quelli extra – seconde case, bed & breakfast, AirBnB, eccetera – si può constatare come l’offerta alloggiativa del settore alberghiero sia sostanzialmente costante, se non in calo, mentre l’extralberghiero negli ultimi anni ha subito un aumento fortissimo, così ingente da apparire chiaramente incontrollato. È una questione ormai risaputa e variamente problematica nelle città ma che si sta palesando anche sulle montagne, con criticità anche maggiori che nei centri urbani più grandi in forza dei cronici fenomeni di spopolamento e di conseguente perdita dei servizi di base a supporto della popolazione restante, ai quali si pensa di far fronte con l’aumento dell’offerta turistica. Lo pensa la politica, come sappiamo bene, e spesso lo pensano anche le comunità, che alla prima vanno dietro nella speranza di salire sul treno giusto.
Invece è un treno – un pensiero che appare per tanti versi sbagliato, soprattutto perché risulta sempre il frutto di una scelta personale che deriva dal sentimento di una comunità la quale, consciamente o meno, decide di non essere più tale e svendersi a un mercato che, invero, rischia di soffocarla definitivamente e con essa le montagne sulle quali vive. Come ha scritto sul suo blog Veronica, che dopo oltre un anno di residenza ormai il luogo ha imparato a conoscerlo, «Questa non è una scelta personale dei proprietari dell’immobile, ma una scelta politica di un’intera comunità.» Già, perché tali dinamiche sono sì frutto di scelte personali ma, in contesti peculiari come quelli dei piccoli centri montani, rappresentano quasi sempre la manifestazione dell’anima della comunità. Una comunità evidentemente non più capace di sentirsi tale e per ciò portata a scegliere di offrire una casa del proprio paese a chi la occuperà per pochi giorni all’anno – per mere ragioni di guadagno economico, evidentemente – invece che affidarla a due giovani che ci abitano stabilmente e, con buone probabilità, ci vorranno vivere a lungo, è una comunità chiaramente malata. È in preda a confusione, egoismo, disturbo di identità, alienazione oppure a scoraggiamento, prostrazione, disperazione, depressione, che la portano a commettere azioni di “autolesionismo” che finiscono per aggravare quelle dinamiche socioeconomiche prima accennate e delle quali quasi di sicuro si lamenta ma sterilmente, in un cortocircuito di pensiero e volontà parecchio sconcertante.
[Veduta del centro di Cevo, con le vette del Gruppo dell’Adamello sullo sfondo.]Come dice bene Michil Costa, «Una camera di hotel occupata dai clienti è un successo, una casa sottratta alla disponibilità della comunità è una sconfitta.» Ma in queste circostanze, da un lato la comunità è facilmente vittima di se stessa e del proprio smarrimento, dall’altro è vittima della mancanza di governance locale da parte della politica, a sua volta incapace di concepire una cultura amministrativa realmente benefica per il proprio territorio e per chi lo abita mettendo in atto le migliori scelte possibili, anche quando siano “coraggiose” e magari impopolari ma mirate a uno sviluppo del luogo esteso nel tempo. Così, di frequente, tutto il “successo” di una località turistica (o che vuole essere tale) viene affidato ai numeri del momento, alla presenza di turisti, ai posti letto che crescono e vengono occupati – ma soltanto per pochi giorni all’anno: i cosiddetti “letti freddi” – e, mentre ci si loda e imbroda di questi presunti successi turistici, la comunità locale si sfalda, perde socialità e identità oltre che i servizi di base (che abbisognano di abitanti stanziali per essere mantenuti, non certo di presenze temporanee e imprevedibili), gli abitanti smarriscono la relazione con il luogo e il territorio, infine molti di essi se ne vanno altrove e, per gli stessi motivi, nessuno sceglie di andarci ad abitare.
Diamo un occhio ai dati demografici di Cevo, il comune dal quale Veronica e Tobia dovranno andarsene:
Vedete? La comunità di Cevo perde costantemente abitanti, la popolazione invecchia, i giovani diminuiscono, gli indici di ricambio e di struttura della popolazione attiva, cioè quella che lavora rispetto a quella che non lavora, sono in costante peggioramento. Cevo sta lentamente ma inesorabilmente morendo, ma evidentemente la sua comunità non se ne rende conto e scaccia da sé una giovane coppia di neo-montanari, nuovi abitanti, per fare spazio a villeggianti che, molto facilmente, ci staranno poche notti all’anno e di abitare lassù, tanto meno di diventare parte della comunità locale, non ci penseranno proprio.
Capite il cortocircuito, la malattia comunitaria, l’autolesionismo indotto? E capite la fine certa, con questo andazzo, che farà il paese e la sua comunità?
So che qualcuno di voi osserverà che la situazione è così un po’ su tutte le montagne italiane e i dati demografici sono negativi quasi ovunque. È vero: ma, proprio per questo, perché una comunità non riesce più a rendersi conto di poter invertire queste dinamiche quando ne ha l’occasione e anzi agisce per aggravarle ancora di più?
Assenza di governance amministrativa e di progetti strutturati di sviluppo territoriale organico e autentico, carenza di rappresentanza e rappresentatività politiche, perdita di identità culturale e di relazione con il contesto di vita, assoggettamento forzato a modelli socioeconomici inadatti ai luoghi e alle loro specificità, assenza delle istituzioni di livello superiore. Lo rimarco sempre: la montagna è un ambito complesso con problematiche altrettanto complesse alle quali non si può rispondere con soluzioni troppo semplici e semplicistiche, come invece si continua troppo spesso a fare – e il turismo di frequente è una di queste. E dove la montagna non è capace di salvaguardare la propria comunità, ovvero ciò che conferisce ai territori l’identità culturale e l’anima sociale che li rendono peculiari e vivi, e quando ciò accade per mancanze altrui o peggio per colpe proprie, il futuro non potrà che essere inesorabilmente fosco.
P.S.: ovviamente – inutile dirlo – chiunque possa dare una mano a Veronica e Tobia per trovare una nuova casa, li contatti senza indugio ai riferimenti che vedete nell’appello lì sopra!
[Panorama di Dagro in Val Malvaglia, laterale della Valle di Blenio. Immagine tratta da www.bellinzonaevalli.ch.]Ribadisco: si viene portati spesso, per certi versi inevitabilmente – nel senso che proprio non si può stare zitti, per senso civico e onesta intellettuale – a denunciare le iniziative palesemente dannose che vengono realizzate sulle montagne, ovviamente non solo quelle legate alla turistificazione più esasperata e becera. Ma una pari enfasi sarebbe – no, è assolutamente da mettere alle tantissime iniziative che invece alle montagne fanno del bene, ne valorizzano realmente le specificità, ne supportano lo sviluppo verso il futuro, sostengono il senso di comunità e la vitalità sociale dei loro abitanti stanziali e, facilmente, ne attirano di nuovi, sinceramente interessati a costruirsi una vita da “montanari” membri attivi della comunità locale.
La Fondazione Alpina per le Scienze della Vita (FASV) è senza dubbio una di queste iniziative che fanno del bene alle montagne sulle quali lavora. La FASV è nata alla fine degli anni Novanta in Valle di Blenio, nel Canton Ticino (Svizzera Italiana) allo scopo di favorire lo sviluppo economico di una regione di montagna alle prese con lo spopolamento e garantire quindi la creazione di posti di lavoro qualificati. Si trattava di promuovere un modello di progetto interdisciplinare dove potessero integrarsi sia le attività volte a scoprire, da una parte, la Natura, la cultura e la regione alpina a cavallo fra il Canton Ticino (Valle di Blenio) ed il Cantone dei Grigioni (Regione della Survelva e Valli Mesolcina e Calanca) e, dall’altra, il riuscire a trasferire dai centri urbani alla regione di montagna dei servizi specifici, in particolar modo nell’ambito delle analisi di chimica e di tossicologia creando il Centro di competenza life science del Cantone Ticino.
Gli obiettivi della Fondazione, costantemente elaborati e perseguiti negli anni, sono andati dal creare in Valle di Blenio un Centro di competenza nel settore delle scienze unico del suo genere nelle Alpi (in Ticino in particolare) che potesse consentire di creare nuovi posti di lavoro qualificati dimostrando che è possibile rallentare la fuga di cervelli proponendo delle attività professionali diverse da quelle svolte fino ad allora, alla creazione della Scuola alpina di Olivone, nata per trasferire dalla città e dai centri urbani dei servizi legati alla formazione scolastica e professionale allo scopo di far conoscere la natura, la cultura e la storia delle regioni alpine a un vasto pubblico di ogni età, alla tessitura, intorno ai due soggetti citati, di una rete di competenze e collaborazioni che andasse oltre ai confini cantonali e assumesse delle caratteristiche internazionali, coinvolgendo in essa in maniera attiva la popolazione autoctona attraverso le attività proposte dalla Scuola alpina.
Inoltre, quale emanazione della FASV è stato fondato l’Istituto alpino di chimica e di tossicologia, al fine trasferire dei servizi nell’ambito di analisi specialistiche legate alla chimica ed alla tossicologia sia in ambito pubblico che privato (in primis l’industria farmaceutica).
Insomma, un network alpino di eccellenza, multidisciplinare, ben radicato nel territorio e nel corpo sociale della sua comunità la cui importanza è stata oltre modo sancita nel 2023 con l’associazione della FASV alla SUPSI, la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana: ciò in quanto le due istituzioni hanno individuato ambiti d’interesse comuni che porteranno allo sviluppo di progetti congiunti, in modo prioritario sui temi legati all’educazione ambientale, allo studio e alla divulgazione dei saperi legati ai cambiamenti climatici, alla sostenibilità, alle scienze della vita e della Terra in generale e alle scienze forensi. La collaborazione si estenderà anche alla promozione di progetti di Citizen science principalmente sui temi ambientali, ai mountain studies, e dunque a tutte quelle forme di saperi e pratiche che si preoccupano di garantire un’educazione al territorio e ad altri temi d’interesse comune che emergeranno nel corso del tempo.
Ecco. Sapete quando alcuni se ne escono con certe frasi fatte del tipo «Senza il turismo la montagna muore!» oppure «Non ci sono alternative all’economia turistica!» eccetera? Bene, la FASV, la sua storia, il suo lavoro e i risultati conseguiti dimostrano che sì, la montagna può vivere benissimo anche con attività differenti dal turismo di massa, e non in contrapposizione ad esso ma come elementi di uno sviluppo organico e articolato, con sguardi e prospettive verso il futuro, privo di pericolose e degradanti monoculture (come quella dello sci) e con il fulcro ben piantato nella comunità locale, in modo che i primi a trarre qualsivoglia vantaggio, beneficio e guadagno dal lavoro svolto siano gli abitanti del luogo e le montagne sulle quali abitano, con i loro ambienti naturali, i loro paesaggi, la loro biodiversità, la loro anima.
Per saperne di più sulla Fondazione Alpina per le Scienze della Vita potete visitare il sito web www.fasv.ch, nel quale troverete le sezioni dedicate ai singoli progetti e obiettivi perseguiti dalla Fondazione. Si tratta di un progetto di grande successo e per ciò assolutamente esemplare per molti altri territori montani la cui elaborazione del proprio futuro risulti ancora fumosa e indeterminata. La FASV dimostra bene che veramente la montagna rappresenta un laboratorio di innovazione multiforme e che nelle Terre alte si possono fare innumerevoli cose positive – e si devono fare: d’altro canto, posta la realtà che stiamo vivendo e il suo divenire, iniziative del genere rappresentano il loro vero futuro, ciò che potrà dare alle montagne una prospettiva di sviluppo concreto e duraturo nonché la voglia convinta e consapevole di restare e di vivere lassù ai loro abitanti.
P.S.: eccetto quella in testa all’articolo, tutte le foto presenti sono tratte dal sito della FASV e dalla pagina Facebook.
[Immagine tratta da www.alanews.it.]Secondo il XVII Rapporto “Paesaggi sommersi” curato dalla Società Geografica Italiana che lo ha presentato lo scorso 28 ottobre, il 20% delle spiagge sarà sommerso prima del 2050 e il 40% entro il 2100. La zona maggiormente esposta è l’alto Adriatico ma anche città come Cagliari e Venezia rischieranno di finire sott’acqua; ben 800mila persone saranno a rischio ricollocazione.
Perché ne scrivo, io che in questo blog mi occupo di cose non di mare ma di montagna? Be’, qualcuno lo intuirà: perché molte di quelle centinaia di migliaia di persone che dovranno ricollocarsi forse sceglieranno le montagne come nuova residenza più che le città di pianura, le quali tra qualche decennio e con il progredire della crisi climatica saranno ancora più torride e meno vivibili di quanto già non lo siano oggi, dunque meno preferibili da abitare. Per di più l’area più a rischio di sommersione è quella dell’alto Adriatico, prossima all’area alpina orientale la quale, come il resto delle montagne italiane, stanno attirando sempre più nuovi abitanti: ben 135mila persone tra il 2019 e il 2024 hanno spostato la residenza in montagna, rivela il recente “Rapporto Montagne Italia 2025” dell’UNCEM (si veda anche la mappa sotto pubblicata). Qualcuno penserà che sia una quantità ancora risibile, non a torto; ma se si considera che la Valle d’Aosta conta poco più di 122mila abitanti, è come se una regione pur piccola come quella valdostana fosse nata in forma sparsa sulle montagne italiane. Messa sotto questo punto di vista la questione è giù più significativa, ne converrete.
[Le aree dell’alto Adriatico a rischio sommersione. Immagine tratta da https://ecocentrica.it.]Insomma: da una parte si dovrà prossimamente “fuggire” dalle coste in sommersione, dall’altra si sta già salendo sulle montagne per abitare, in una dinamica di neo-popolamento montano dettata da vari fattori, non ultimo quello di resilienza alla crisi climatica, e nonostante le molte criticità socioeconomiche e politiche dei territori montani italiani. Per ciò è ipotizzabile che, se la prima circostanza dovesse realmente realizzarsi, come rimarca il rapporto “Paesaggi sommersi”, facilmente molti fuggitivi costieri potrebbero salire sui monti: come registra l’UNCEM, le zone montane dell’Appennino Tosco-Emiliano e alcune delle Alpi e Prealpi venete, prossime all’alto Adriatico come detto, sono già tra quelle che più attirano nuovi abitanti.
Dunque, posto tutto ciò, sarebbe il caso di predisporre una ben articolata strategia politica preventiva con la quale regolare e gestire al meglio i fenomeni descritti se e quando cominciassero a manifestarsi ma pure, più in generale, per sostenere al meglio il neo-popolamento montano in corso, così da fare di necessità virtù ovvero trasformare un potenziale grosso problema in una straordinaria occasione di evoluzione e sviluppo per i territori montani italiani, in primis quelli che sono e saranno coinvolti dai flussi in ricollocamento. La recente “Legge sulla montagna”, approvata dal Parlamento tra luglio e settembre scorsi, al netto delle buone intenzioni contenute nel suo testo e valutata a mente fredda, viene ormai considerata l’ennesima occasione persa in primis perché nuovamente mancante di quella visione strategica organica di sviluppo dei territori montani che servirebbe a sostenere la loro riqualificazione e rinascita economica, sociale, demografica, culturale oltre che politica – senza contare quanto la Legge sia nata già depotenziata dalla scarsità di fondi a disposizione (200 milioni di Euro in tre anni per l’intero paese, meno di 10 milioni a regione) per l’attuazione dei suoi propositi.
[Veduta di Auronzo di Cadore, immagine tratta da www.veneto.info.]Perché invece non lavorare allo sviluppo della montagne italiane, finalmente, non sul presente in riferimento al passato ma dal presente in ottica futura e con visione a lungo termine, ragionando su ciò che verrà, prevedendo quanto più possibile le dinamiche che caratterizzeranno i nostri territori montani, elaborando le conseguenti migliori strategie e fornendo ad essi gli strumenti di gestione più adatti per trovarsi pronti ad amministrare il futuro prossimo con tutto ciò che presenterà e imporrà di dover affrontare?
Questa sì che sarebbe un’autentica “rivoluzione” per le montagne italiane, che metterebbe concretamente in pratica quelle numerose potenzialità di territori-laboratorio per un nuovo abitare – non solo in ottica di resilienza climatica e ambientale – che tanti indicano e rimarcano per le nostre terre alte ma che ad oggi, purtroppo, rappresentano ancora una mera ipotesi affascinante nella forma ma evanescente nella sostanza. E se ad oggi manca la volontà e la visione politica per dare copro e attuare questa “rivoluzione”, forse saranno fattori ben più intransigenti come quelli previsti dal Rapporto “Paesaggi sommersi” della Società Geografica Italiana a renderla presto necessaria, anzi, inevitabile.