Ma, secondo voi, è stata più riprovevole Wanna Marchi che ha truffato migliaia di persone vendendo loro amuleti magici farlocchi, o quelle migliaia di persone credulone convinte che Wanna Marchi potesse vendere loro dei veri amuleti magici?
Ecco, lo stesso principio di fondo che scaturisce dalle queste domande, riferite a ciò che, appunto, io chiamo “Sindrome di Wanna Marchi”, mi viene da applicarlo alla questione dei travel influencers e dei content creator di viaggio, cioè a tutti quei profili social che esaltano luoghi ameni e località spesso poco note in modi quanto meno superficiali, a partire dal lessico utilizzato nei propri contenuti, riuscendo inopinatamente (per me) a far che migliaia e migliaia di persone poi si rechino in quei luoghi turistici generandovi sovraturismo e problematiche varie. Un fenomeno così diffuso che, ad esempio in Svizzera, si è espressamente chiesto a tali “celebrità social” di non scrivere più delle località elvetiche, proprio per non peggiorare situazioni di sovraffollamento turistico ormai insostenibili. E come al riguardo non ricordare la verace Rita De Crescenzo che, forte dei suoi 1,5 milioni di follower su TikTok, spedì migliaia di gitanti sprovveduti sulle nevi di Roccaraso, località che fino a prima dei suoi reel molti nemmeno sapevano dove fosse?
Insomma: per certi sovraffollamenti turistici e per i danni che provocano alle località coinvolte hanno più colpa travel influencers e content creators più o meno famosi con i propri reel sui social e tutto il resto di turisticamente banale che gira tra media e web, oppure ne hanno di più i tanti che, appena leggono termini come «adrenalina», «panorama mozzafiato», «effetto wow» eccetera, partono a spron battuto verso le mete instagrammate e tiktokizzate senza quasi sapere né dove stanno andando né cosa ci vanno a fare (selfies a parte)? Cioè, per essere più franchi e pure un po’ cinici, i tanti che hanno trasferito la sede dei propri pensieri dal cervello allo smartphone e ora si muovono come sciami di mosche attratti dalla prossima m… (vorrei scriverlo ma non lo faccio) …mela in marcescenza?
[Ad memoriam.]Ma non sono proprio più in grado di usare la loro testa per trovare e scegliere luoghi belli da visitare senza bisogno che qualcuno gli imponga dove andare come fossero bambini ingenui e un po’ idioti? O forse bisogna pensare che anche in questo caso, come in numerosi altri, ci sia di mezzo la necessità impellente di sentirsi accettati dal mondo e dalla società, di sentirsi parte di un gruppo, di un insieme, non sapendo formulare per se stessi una singolarità (di mente, d’animo, di carattere, di personalità), ovvero l’evidente manifestazione di bias cognitivi, di desiderabilità sociale, di conformità, cioè di un disagio umano latente in certa parte della nostra società?
D’altro canto, in molti hanno ormai capito che da quelle mete turistiche e turistificate sulle cui pubblicità e nei contenuti media e social che li promuovono si leggano termini e definizioni come i citati «adrenalina», «panorama mozzafiato», «effetto wow» oppure «natura incontaminata», «experience», «borgo da favola» e altri simili [1], probabilmente è bene starsene lontani o andarci fuori dalla piena stagione turistica. E magari sanno anche che, con tutte le buone informazioni che si trovano in rete o sui libri (che esistono ancora, già), di luoghi altrettanto belli da visitare, a volte anche più di quelli più rinomati e socialmediatizzati e di contro molto meno affollati, se ne possono scoprire in gran quantità e in essi trovarvi molta più soddisfazione ludico-ricreativa.
Se di simil-Wanne Marchi che nei propri contenuti social “vendono” mete turistiche come fossero amuleti magici ce ne sono in circolazione ancora un sacco, essere ancora còlti dall’omonima “sindrome” e farsi fregare finendo accalcati su qualche funivia, ponte tibetano o panorama-che-non-è-meglio-di-tanti-altri sarebbe proprio da… mosche. Ecco.
[1] Mi sono occupato varie volte di termini iper abusati e di lessico turistico superficiale, in particolar modo in questo articolo e in quest’altro.
Un altro recente caso emblematico dei tanti paradossi della montagna turistificata contemporanea è quello di Madesimo, celebre località sciistica e di villeggiatura (come si diceva una volta) della Valle Spluga, in provincia di Sondrio.
Madesimo, che oggi conta una popolazione di 506 abitanti e ha il reddito medio pro capite più elevato della Provincia di Sondrio, è dotata di un comprensorio sciistico rinomato, in assoluto il più vicino delle Alpi lombarde a Milano, con 10 impianti di età media pari a 25 anni circa e 36 chilometri di piste per il 90% innevate artificialmente. Un comprensorio che nel 2027/2028 (salvo ritardi: già qualcuno parla di 2029) annovererà una nuova funivia per raggiungere la Val di Lei, la zona sciistica con le piste più belle che sarà contestualmente dotata anche di una nuova seggiovia, per un investimento complessivo di oltre 40 milioni di Euro dei quali 16,5 milioni saranno finanziati da Regione Lombardia.
[Madesimo in inverno. Foto tratta da www.tripadvisor.it.]Insomma, si direbbe che Madesimo viva una situazione felice, grazie al turismo che alimenta l’economia locale. Invece no,non è esattamente così, perché pur a fronte di quanto appena rimarcato, la realtà attuale del luogo è contrassegnata da numerose criticità.
Innanzi tutto a livello demografico: da tempo Madesimo perde abitanti in misura tendenziale sugli ultimi venticinque anni e non solo per il saldo naturale (quello tra nascite e decessi) negativo, ma anche perché molti lasciano la località e se ne vanno altrove.
Come si evince dal grafico soprastante, quelli che hanno lasciato Madesimo cancellandosi dall’anagrafe comunale per andare altrove, indicati dalla linea con i pallini rossi, sono stati spesso più di quelli che invece ci si sono iscritti fissando la propria residenza in loco. Detto in altro modo, il luogo non sa attirare nuovi abitanti e al contempo non riesce a trattenere quelli che ha.
Non solo: la comunità di madesimini stanziali, in quanto a struttura demografica, non è messa affatto bene. La popolazione è molto vecchia, contando ben 347,6 anziani ogni 100 giovani, così come lo è quella che lavora ancora, con un rapporto percentuale tra gli abitanti in età lavorativa più anziana (40-64 anni) e in quella più giovane (15-39 anni) di 184,8: indici spesso più che raddoppiati negli ultimi vent’anni, addirittura quasi triplicato per quello di vecchiaia. Inevitabilmente ne risente l’indice di natalità: nel 2024 è risultato pari a 3,9 x 1.000 abitanti, dunque soli 1,9 figli/anno per la comunità residente:
Le conseguenze di tale situazione sono state le solite riscontrabili per le montagne italiane, in fondo senza troppe differenze tra quelle “ricche” e quelle povere: in soli tre anni Madesimo ha perso la scuola materna, chiusa nel 2023, l’ambulatorio pediatrico nel 2024 e ora le scuole elementari, tutti servizi di base fondamentali – inutile rimarcarlo – per gli abitanti della comunità e per chi volesse farne parte. Senza poi contare la chiusura consequenziale di molti negozi di vicinato del paese e di altri esercizi e servizi prima a disposizione dei residenti, così alimentando un’involuzione demografica e sociale costante e all’apparenza irrefrenabile.
Dunque, nonostante la fama turistica, il marketing che l’alimenta, gli investimenti nelle infrastrutture del comprensorio sciistico, i finanziamenti pubblici al riguardo, anche a Madesimo l’industria turistica sembra non stia apportando alcun vantaggio alla comunità locale, anzi, verrebbe da supporre che in certi casi rappresenti una causa del suo costante deperimento.
Qualcuno potrebbe obiettare che senza lo sci e il turismo le cose sarebbero andate anche peggio. Potrebbe essere, ma siccome la storia non la si costruisce con i «se» e i «ma», per lo stesso principio logico si potrebbe di contro denotare che con uno sviluppo socioeconomico territoriale molto più organico e articolato forse le cose sarebbero andate meglio. Insomma, è un’obiezione che non tiene; d’altro canto, per buon senso, logica e attinenza oggettiva al contesto locale, è bene ragionare sulla realtà effettiva delle cose e sui dati concreti che la certificano, non su opinioni o ipotesi poco o tanto fondate.
[La vecchia funivia per il Pizzo Groppera e la Val di Lei, realizzata nel 1964 e giunta a fine vita tecnica.]Quindi, a Madesimo ben venga la nuova funivia, che però – inevitabile supporlo – potrà salvare i bilanci della società che gestisce il comprensorio sciistico ma molto meno il paese, la sua comunità, la qualità di vita degli abitanti, la socialità che lo tiene realmente vivo ben più che i parcheggi pieni e gli skipass venduti.
[Foto di Karl Egger da Pixabay.]Michele Comi, rinomata guida alpina della Valmalenco, prezioso educatore ambientale soprattutto negli ambiti montani e caro amico, già lo aveva proposto cinque estati fa – nel 2021 – sul sito web del Collettivo Vendül, denominandolo il “Patto del non racconto”: visitare un luogo di pregio ambientale, naturalistico e paesaggistico notevole, sia esso una montagna, una vetta, un bosco, una valle, un paese, qualsiasi ambito (ovviamente non solo alpestre) che ci doni belle sensazioni e esperienze profonde, ma poi evitando di raccontarlo sul web e sui social perché «Vi sono luoghi così rari e preziosi che meritano di non essere raccontati, se non per quello che suscitano in noi quando li attraversiamo».
E il “Patto” concerneva proprio nell’impegno formale di «non rivelare dettagli, descrizioni e informazioni dell’accesso e del percorso e di non divulgare e pubblicare alcuna immagine e/o video che ritraggono i luoghi attraversati. Pena l’esclusione con disonore e ignominia dal gruppo di esploratori erranti». L’obiettivo era (è) di privilegiare ad altro di più superficiale le emozioni percepite e le esperienze personali elaborate durante la permanenza (più o meno ludica e ricreativa) nei luoghi visitati perché «Più cediamo alla spettacolarizzazione, più rinunciamo a conoscere per davvero questi ultimi spazi selvaggi, ormai ridotti a piccoli scenari di “imprese” umane, troppo umane».
Allora l’interno del “Patto” era appunto quello di non cadere nella banalizzazione delle esperienze importanti vissute in luoghi psicogeograficamente capaci di favorirle al fine di ricavarci il più compiuto e consapevole arricchimento del proprio bagaglio culturale e emotivo. Ma nel 2021 si era ancora in tempi di Covid e non era del tutto esploso il fenomeno dei travel influencers e dei content creator che hanno preso a sollecitare più o meno direttamente – ovvero più o meno consapevolmente – il turismo in certi luoghi resi sfondo dei loro contenuti social. Fenomeno che, appunto, oggi è deflagrato in tutta la sua virulenza con risultati viepiù negativi ormai stigmatizzati da molti anche perché ritenuti una delle cause principali del sovraturismo, o overtourism, nei luoghi montani.
Quanto sarebbe dunque importante sottoscrivere e osservare il “Patto del non racconto” oggi, quando milioni di persone decidono di spostarsi in base a ciò che vedono sui social e che li solletica (per come sanno solleticare, e sollecitare, gli algoritmi social) con, obiettivamente, molta ingenuità e un po’ di ottusità, finendo inesorabilmente per degradare tanto i luoghi che visitano quanto la loro stessa esperienza di visita? E come sarebbe bello se tutti questi turisti, viceversa, usassero sì il web e i suoi strumenti di ricerca sempre più avanzati ma in forza della propria curiosità, non di quella altrui – peraltro spesso ben finanziata dagli enti turistici e dai tour operator – ovvero per scoprire posti nuovi da visitare senza così finire ad ingolfare sempre gli stessi, come mandrie che cercano di stare tutte insieme in un recinto troppo stretto il quale finirà per esplodere, e magari scoprirne persino di più belli e affascinanti di quelli tanto rinomati e instagrammati (spoiler: ce ne sono a bizzeffe ovunque, in montagna, al mare, nelle aree interne, a volte in zone che nemmeno avrete mai sentito nominare).
E poi, coerentemente a questo “stile” di viaggio e di turismo, evitando di raccontare dove si è stati oppure facendolo senza troppi dettagli, come forma di salvaguardia sia dei luoghi tanto belli, rari e preziosi che si è scoperto e visitato, e sia della propria esperienza di visita in essi, per fare che le nozioni, le emozioni, le sensazioni, le percezioni raccolte durante il viaggio possano decantare al meglio nella propria mente e nell’animo e diventare conoscenza, cultura, relazione, senza nessuna banalizzazione o spettacolarizzazione social che invece inevitabilmente degraderebbe l’esperienza vissuta smaterializzandola in meri “oggetti virtuali di consumo” (foto, video, reel, post, eccetera) che, “deputati” a determinare l’unico valore riconosciuto di quell’esperienza, cioè quello misurato in visualizzazioni, condivisioni e “like”, durerebbero quanto possono durare sui social e nella mente di molti utenti, cioè qualche attimo e non di più.
Dunque, ora che siamo nel mese clou delle vacanze e la gran parte di noi se ne andrà per pochi o tanti giorni in viaggio verso mete vicine o lontane: se lo riscoprissimo e sottoscrivessimo, il “Patto del non racconto”? Se almeno stavolta, mentre andiamo a divertirci spensieratamente (non troppo, mi auguro) per mari e monti, provassimo a evitare «la riprovazione di nostra madre Terra» al contempo facendo del bene, in modo semplice ma efficace, ai luoghi visitati?
Non ho mai goduto del talento di trovare i funghi, a differenza di mio padre al quale invece bastava fare qualche passo nel bosco per trovare subito qualcosa di notevole – un porcino di bella taglia, ad esempio – nemmeno avesse in corpo un radar fatto apposta per intercettarli. E, avendo passato tutte le mie estati dagli 1 ai 20 e più anni in montagna, in alta Valle Spluga, a funghi ci si andava spessissimo e a me piaceva un sacco vagare senza apparente meta (dal mio punto di vista, dato che di funghi non ne sapevo trovare) nel bosco: credo sia stata una delle attività che più mi ha introiettato la montagna dentro, nella mente, nel cuore e nell’animo, prima che col passare del tempo l’andare per monti diventasse una pratica più mirata e consapevole. E mi piaceva un sacco che ci si disperdesse nel bosco, gli altri per trovare i funghi, io per approfondire la relazione crescente con l’ambiente naturale, per la quale il perdersi tra gli alberi, e in ogni altro contesto, diventa(va) un metodo sorprendentemente efficace per trovare se stessi, a volte anche ritrovarsi dopo smarrimenti d’altro genere in ambiti differenti.
D’altro canto «Il bosco, come ogni grande esperienza spirituale, non cambia ciò che facciamo, cambia come lo facciamo. Il ritorno alla casa interiore è riconoscere che la quiete non sta tra gli alberi, ma nella consapevolezza di esserci.» Lo scrive Matteo Righetto a pagina 117 del suo nuovo libro, Lo Zen e l’arte di andare a funghi (Feltrinelli, 2026) e afferma una cosa illuminante: il bosco, dimensione tra le maggiormente affascinanti e assolute del mondo naturale, e di quello montano ancora di più, dona a chi ci vaga attraverso la consapevolezza di esserci. Che è duplice, peraltro: «essere» come manifestazione di vita consapevole – il «cogito ergo sum» cartesiano – e «essere» come stare in un dato luogo con altrettanta consapevolezza. Non cito per caso quel principio di Cartesio che è considerato il fondamento della filosofia moderna, perché il nuovo libro di Righetto è un saggio pienamente filosofico, oltre che poetico, sulla libertà, sull’attenzione, sull’inutile necessario, che si rifà al pensiero Zen, tanto da averlo citato nel titolo, ma non solo. Anzi: l’andare a funghi come pratica filosofica, meditativa e profondamente umana che racconta Righetto nel libro, in qualche modo amplia la stessa idea classica di “filosofia”, la trasferisce dall’immateriale della teoria intellettuale al materiale della pratica nella realtà, e genera una correlazione niente affatto bizzarra, come forse si potrebbe inizialmente pensare, tra l’«amore per la sapienza» – ciò che letteralmente significa il termine “filosofia” – e la ricerca della verità che è il fine ultimo del pensiero filosofico, alla ricerca dei funghi e all’amore per la Natura che a sua volta potrebbe e dovrebbe essere uno dei fini fondamentali di noi abitanti del mondo, ancor più essendo Sapiens, per poterlo vivere nel modo migliore e più benefico possibile.
E se al mondo non c’è (o quasi) ambito “filosofico” come il bosco, nel quale «il primo uomo che cercava per vivere e l’uomo contemporaneo che vive per cercare tornano a essere uno» (pag.16) e dove «più ci si immerge in esso, più ci si sente parte di qualcosa» (pag.56), un qualcosa che si potrebbe anche identificare come una “verità” in senso filosofico – e dal punto di vista biologico e ecosistemico il bosco una verità lo è un senso assoluto – poche altre cose nel bosco come i funghi rappresentano a loro volta qualcosa di filosofico: organismi misteriosi, sfuggenti, né piante e né animali, nascosti tanto nelle loro posizioni, il che rende così intrigante la loro ricerca e il trovarli, quanto nella loro essenza, visto che quello fuori terra è solo il frutto mentre l’organismo principale, il micelio, vive sotto il terreno o nel legno ed è formato da una fitta rete di filamenti grazie ai quali crea simbiosi con altri organismi, come alberi e piante. Eppoi protagonisti di un florilegio di leggende antiche e moderne ma che richiedono una conoscenza quasi scientifica e una consolidata esperienza per essere riconosciuti e raccolti, tanto gustose alcune specie quanto letali altre anche quando del tutto simili alle prime… «Il fungo non è un oggetto, è un incontro. Nasce quando smetti di volerlo, si mostra quando non lo pretendi più» scrive Righetto a pagina 30, aggiungendo – tornando alla filosofia Zen – che la sua ricerca si basa sul «cercare senza desiderare di trovare».
Righetto nel libro racconta come trasformare l’esperienza del bosco e della raccolta dei funghi in una via di conoscenza, un esercizio spirituale laico, una meditazione in movimento. D’altro canto la ricerca dei funghi è una pratica sostanzialmente solitaria e «Andare da soli nel bosco è una forma di meditazione con le gambe» (pag.53) che fa rinascere il “raccoglitore ancestrale” che vive in ciascuno di noi (e c’è in chiunque: siamo “Sapiens” e tecnologici da pochissimo tempo rispetto alla storia umana, la grandissima parte della nostra memoria genetica è fatta ancora di ciò che abbiamo appreso millenni fa da cavernicoli, solo che non sappiamo più percepirla), e rigenera quella parte dimenticata di noi che sa attendere, osservare, perdersi, rinunciare al controllo. Nel bosco – dove non esistono mappe affidabili, orologi, notifiche o risultati garantiti – si impara che la ricerca conta più della scoperta, che la lentezza è una forma di saggezza, che il limite non è una privazione ma una misura e che solo chi accetta di perdersi può davvero ritrovarsi.
[Immagine tratta da www.ilgazzettino.it.]Tuttavia Lo Zen e l’arte di andare a funghi non insegna a diventare “fungaioli”, Righetto lo precisa fin dalle prime pagine del libro: «In questo saggio […] mi rivolgo ai cercatori-raccoglitori o aspiranti tali. Coloro i quali vogliono iniziare a cercar funghi come forma di meditazione laica, pratica di ritorno allo spirito selvatico originario. Coloro i quali vogliono imparare a guardare, ma anche a non pretendere, a fidarsi del caso, a lasciarsi condurre, a rispettare la Natura intorno a sé trasformandosi in essa» (pag.27). E poco più avanti: «Lo Zen e l’arte di andare a funghi non insegna come trovarli, ma come esserci mentre si cercano. Perché la ricerca è la forma più alta del vivere» (pagg.33-34). La “ricerca” che di nuovo rimanda direttamente al senso della pratica filosofica ma che ricorda pure il Dante celeberrimo del «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»: ma se ai tempi del Sommo Poeta le virtute e canoscenza seguite, ricercate e trovate rappresentavano la superiorità dell’uomo sul resto del mondo e sugli altri esseri viventi, oggi, al contrario, l’uomo si mostra superiore quando sa conseguire il migliore equilibrio vitale con l’intero mondo e in particolar modo con la Natura, la parte mondana fondamentale per la vita di qualsiasi organismo anche perché ogni vivente ne è parte. Ecco perché è così importante «esserci mentre si cercano» (i funghi, o altro), avere coscienza piena della propria appartenenza all’ambiente naturale e della conseguente relazione con ogni altro elemento vivente e non, avere consapevolezza della matrice assolutamente culturale di questa relazione nonché della doppia valenza del termine “essere”: come manifestazione cosciente dell’io e della presenza interattiva nel mondo – lo stare consapevole nel bosco, in pratica. «Entro nel bosco immergendomi in un’esperienza estetica, ma a poco a poco questa si tramuta in un’esperienza etica e, infine, spirituale» (pag.101).
Dunque è grazie al bosco, al suo vagare in esso, al perdersi nei suoi meravigliosi meandri virenti, alla relazione che elaboriamo e intessiamo con una tale dimensione naturale così potente e viva, e grazie alla ricerca dei funghi, se possiamo vivere un’esperienza profonda e piena che per molti aspetti rimanda al senso stesso della vita – dunque, di nuovo, a una dimensione compiutamente filosofica. Formalmente quello che scrive Righetto del suo libro è vero: Lo Zen e l’arte di andare a funghi non è un manuale per apprendisti cercatori di porcini e finferli, né un libro escursionistico; sostanzialmente, però, lo è: un vademecum di micosofia, per come ritorni al senso primigenio e più profondo della pratica della ricerca dell’uomo che esplora e scopre il mondo. Un senso che, prima di riferirsi alla mera sussistenza, al trovare cibo da mangiare per sopravvivere, è un metodo di conoscenza del mondo e riconoscenza di sé nel mondo, di identificazione del primo e di se stessi in esso, di determinazione compiuta dell’essenza della vita, nella doppia accezione prima rimarcata. E tutto ciò grazie a degli strani organismi in fondo inutili per l’uomo, il quale sopravvivrebbe benissimo anche senza cibarsene ma che egli cerca da sempre con passione a volte quasi insensata senza mai avere la certezza di trovarli, che anzi può succedere che lo “ingannino” e gli provochino conseguenze letali. «Cogito ergo sum» diventa quaero, ergo sum – cerco, dunque sono. Perché per trovare bisogna prima cercare e per fare ciò bisogna essere, “io” nel “qui-e-ora”. «La consapevolezza di esserci», appunto, nella sua forma piena e compiuta: esserci nel bosco, nel mondo, nel tempo che viviamo, nelle relazioni che intratteniamo, nel pensiero, nell’animo. Esserci in noi stessi.
Lo Zen e l’arte di andare a funghi è un libro bellissimo e emozionante, profondo e delicato, sovente illuminante. Profuma di sottobosco, di resine, di terra umida, di aria pura, di saggezza senza tempo e, parimenti, di umanità profonda. Ve ne consiglio caldamente la lettura, vi piacerà sicuramente. Anche se, come me, i funghi non li trovate nemmeno se vi inciampate contro.
Non c’è lavagna nel bosco, né orari, né voti. Eppure ogni volta che varchiamo la soglia degli alberi, sentiamo di entrare in classe, a scuola. Una scuola antica, senza mura e senza maestri visibili, ma con una disciplina ferrea: quella del silenzio. Nel bosco infatti non si parla, si ascolta. Ogni fungo trovato, ogni foglia che cade, ogni scricchiolio, ogni avvistamento d’animale, ogni movimento d’aria è una lezione. Il maestro però, ricordiamocelo, parla solo a chi sa tacere. […] Il bosco insegna senza spiegare. Non predica, non punisce, non premia. Mostra. [pagg.97, 100.]
Dal 7 luglio è in tutte le librerie Lo zen e l’arte di andare a funghi, il nuovo libro di Matteo Righetto, una delle figure più importanti della letteratura di montagna e tra i più amati scrittori contemporanei. È un libro che, nel solco del precedente Il richiamo della montagna (2025), racconta l’andare a funghi come pratica filosofica, meditativa e profondamente umana, che racconta del bosco che parla dell’uomo, che dice dei funghi e parla della vita. Non è un manuale escursionistico, né una guida alla raccolta. È un saggio poetico e filosofico che usa il bosco e i funghi come punto di partenza per parlare di qualcosa di più grande: la lentezza, l’attenzione, il valore di cercare senza pretendere di trovare. Un invito a disintossicarsi dall’ossessione della produttività e a recuperare un rapporto diverso, non predatorio, con la Natura.
Lo sto leggendo, ne scriverò molto presto ma, fin d’ora, ve ne consiglio caldamente (giammai termine più consono, in questo periodo) la lettura: i libri di Righetto sono dei meravigliosi e affascinanti vademecum di resistenza silenziosa alla frenesia del mondo contemporaneo attraverso la riconnessione profonda con la Natura – della montagna ma non solo – e tra il paesaggio esteriore e interiore.
Insomma, ve ne parlerò più diffusamente a breve, del libro, ma leggetelo. Non vi farà che bene.