[Immagine generata con Google Gemini AI.]La montagna è un mondo complesso ai cui problemi non si possono dare risposte troppo semplici e semplicistiche. È una cosa che ripeto ogni volta che mi è possibile, visto anche ciò che accade di continuo sui monti.
D’altro canto viviamo nell’era del semplicismo più assoluto di tutto, dalla politica all’intrattenimento, all’informazione, a certa cultura, al tempo libero, al pensiero diffuso. È uno dei maggiori paradossi del presente: abbiamo tutti gli strumenti per dare spessore e profondità alla nostra considerazione del mondo in cui viviamo (e all’interazione di noi che lo viviamo), e invece la rendiamo viepiù semplificata, banale, insulsa. Leggiamo sulla stampa articoli superficiali e raffazzonati, ascoltiamo musica spesso priva di qualsiasi valore artistico, vediamo programmi televisivi stupidi e contenuti sui social ancora più stupidi e inutili, sentiamo politici parlare per frasi fatte, banalità, sciocchezze, falsità.
E poi andiamo a farci selfie su panchine giganti e passerelle panoramiche, saliamo in funivia a 3000 metri vestiti da città, ordiniamo ostriche e champagne nei rifugi e facciamo baccano nei boschi e nei prati in quota.
È una dinamica consequenziale, non ci si scappa.
D’altro canto, se un tale semplicismo assoluto comprende anche il pensiero, tutto questo è inevitabile. Al punto che diventa vuotezza di senso e di scopo, inettitudine, ignoranza, inciviltà: un “non stato” mentale ed emozionale che finisce per svuotare inevitabilmente anche i paesaggi che abbiamo intorno e che visitiamo perché siamo noi a concepire e dare senso ad essi, e se non siamo più in grado di farlo quei paesaggi diventeranno solo un mero sfondo alla nostra banale presenza in essi. Nulla più.
È esattamente ciò che accade nei luoghi in cui il semplicismo estremo di certi modelli di frequentazione turistica massificata viene imposta, probabilmente per una ben precisa “strategia”: se il luogo viene fruito in modo semplicistico e superficiale inesorabilmente ne uscirà banalizzato, dunque sminuito nel suo valore ambientale, paesaggistico, sociale, culturale, quindi il suo sfruttamento consumistico diverrà meno evidente, meno criticabile, più occultato. Proprio come accade, ad esempio, per i contenuti multimediali di oggi, talmente vuoti di senso e banali che, anche quando facciano successo, li si consuma e dimentica rapidamente, così banalizzando sempre più anche il gusto e il senso critico diffusi.
[Immagine generata con Google Gemini AI.]Temo sia anche per questo motivo se certi interventi, progetti, opere imposte alle montagne palesemente impattanti e dannosi non provochino delle sollevazioni popolari, lasciando pochi a denunciarne i misfatti. Se delle nostre montagne elaboreremo una percezione e una considerazione troppo semplicistiche e superficiali, ciò che realmente accade ad esse non lo sapremo capire. Continueremo a farci i selfie sulle giostre turistiche e a salire sui ghiacciai con le sneakers da città perché «it’s just fun», sarà «pura adrenalina» e il posto «mozzafiato». Fine – in tutti i sensi.
[Immagine tratta da www.piustudio.it.]Nelle “Montagn/ews” ho riportato la notizia dell’apertura, a Cesana-Sansicario (alta Val Susa, Piemonte) dell’enorme cantiere da 135 milioni di Euro che in meno di 24 mesi darà vita ad un nuovo resort di Club Med. Una struttura da oltre 1000 posti letto in circa 500 camere costruita in un’area prativa a 1700 metri di quota con due ristoranti, Spa, area “balneoterapia” con piscine indoor e outdoor, Kids Club, ski room e sarà aperto circa dieci mesi l’anno con l’obiettivo dichiarato di intercettare famiglie e appassionati di sci soprattutto stranieri «altospendenti» che «potrebbero spendere almeno 4.000 Euro a persona a settimana». Un progetto molto atteso in zona, a quanto pare, per “valorizzare” questo versante del comprensorio sciistico della Vialattea e per i circa 500 nuovi posti di lavoro che creerà.
[Immagine tratta da www.lastampa.it.][Immagine tratta da www.piustudio.it.]Già, tutto vero. Mi dicono amici che conoscono molto bene il territorio che, da quelle parti, veramente tutti o quasi sono contenti di questo nuovo megaresort [1], al punto che, alla cerimonia della posa della prima pietra, lo scorso febbraio, c’erano tutti i sindaci del circondario, i rappresentanti dell’Unione Montana, della Regione, le autorità civili e militari. Tutti quanti pronti a festeggiare una vasta cementificazione dei propri prati montani, ad una quota dove peraltro chissà ancora fino a quando permarranno le condizioni climatiche e ambientali per sciare – con neve naturale o artificiale – felici di “valorizzare” le loro montagne a favore di turisti stranieri benestanti ai quali delle montagne d’intorno interesserà poco o nulla ma, legittimamente, pretenderanno il massimo servizio dalla struttura viste i prezzi che pagheranno, dei 500 nuovi posti di lavoro che verranno occupati per la gran parte da stagionali stranieri, come ormai accade ovunque nei grandi comprensori turistici del nostro paese, di paventate «garanzie di occupazione pari al 100 per cento nel periodo invernale, e fino al 70 per cento durante la bella stagione» che in realtà nessuno potrà veramente garantire (basterà un inverno mite e privo di neve o un’estate piovosa), di speranze «che questo nuovo villaggio segni anche una ripartenza per tutta la Vialattea.»
“Speranze”, sì.
[Tutte le autorità e gli amministratori locali schierati alla posa della prima pietra del cantiere, a febbraio 2026. Immagine tratta da https://nowpr.it.]Un ennesimo lembo di montagna cementificato, garanzie che non si possono realmente garantire, speranze che in quanto tali potrebbero rivelarsi vane, un modello di sfruttamento turistico della montagna sostanzialmente fermo agli anni Settanta e disconnesso dalla realtà attuale e in divenire. Veramente è questo che può valorizzare le montagne, dell’alta Val Susa e di qualsiasi altro territorio in quota? Veramente è così che si intende «valorizzarlo», che si «crede nella sua identità», che questa sia «una scelta di sostenibilità»? E veramente nessuno dei sindaci, degli amministratori locali, delle «autorità civili e locali» si è posto qualche domanda sulla correttezza dell’intervento, sulla consonanza con il territorio e il luogo coinvolto, sulle ricadute concrete sulla comunità locale – tutta, non solo quella coinvolta nella filiera turistica – e sulla qualità di vita degli abitanti, su cosa potrebbe accadere se il megaresort non avesse il successo paventato, se tra qualche anno per qualsivoglia ragione (assenza di neve per il peggioramento della crisi climatica, ad esempio, evenienza peraltro sempre meno improbabile) dovesse chiudere?
Se le saranno fatte queste ed altre inevitabili domande? Oppure, senza nemmeno porsele, si saranno dati fin da subito le risposte più convenienti e funzionali a quanto sta accadendo facendo spallucce a tutto il resto? Magari saranno le risposte giuste, perché no. Ma se invece fossero sbagliate?
[Veduta panoramica delle montagne intorno a Cesana-Sansicario.]Intanto, mi dicono sempre gli amici che conoscono bene la zona, i boscaioli che stanno abbattendo gli alberi intorno alla zona del cantiere sono venuti dalla Francia. Come dice il noto detto: se il buongiorno si vede dal mattino…
[1] Ovviamente il problema non è l’opera architettonica in sé, che sarà indubbiamente di grande pregio progettuale e costruttivo, e chi l’ha concepita. Non dovrebbe servire dirlo ma tant’è.
N.B.: notate, nell’immagine sottostante, i tavolini piazzati durante la cerimonia della posa della prima pietra del cantiere. Sono una delle cose più cafonesche e ripugnanti che abbia mai visto ma, d’altro canto, temo significative del mood che caratterizza l’intervento.
Sì, il celeberrimo Conte Raffaello Mascetti della saga di “Amici miei” interpretato da un magistrale Ugo Tognazzi e divenuto immortale grazie alle sue supercazzole (o supercàzzore).
Ecco, proprio a tale proposito, il Conte Mascetti di recente deve essere stato in visita all’alta Val Seriana, dove ha proferito una delle sue fenomenali supercazzole travestito da Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale della Lombardia – persona peraltro degnissima di rispetto, al di là di incarico e appartenenza politica – e, ve l’assicuro, una supercazzola così era da tempo che non la si trovava in circolazione.
In buona sostanza, il Mascetti travestito daAssessore regionale della Lombardia ha annunciato «L’approvazione da parte della Giunta regionale dell’individuazione dell’area sciabile attrezzata del comprensorio Presolana-Monte Pora» con un profluvio di parole e affermazioni che, per come le riporta la stampa (alla cui bontà di cronaca do ovviamente fiducia), non dicono niente di niente. Nulla, il vuoto assoluto di sostanza in un’esplosione di forma retorica che appare quasi grottesca.
A parte che non si capisce perché sia l’Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale a parlare di aree sciabili, visto che i suoi compiti ordinari sono ben altri (al riguardo il fatto che l’Assessore sia bergamasco non conta granché), parimenti non si capisce cosa comporti quell’approvazione, che risultati concreti genererà, quali effetti e conseguenze avrà per i territori coinvolti. Si vuole ampliare l’area sciabile della zona? Ma è tutta sotto i 1800 metri, sarebbe una follia assoluta. Si vuole aumentare la sua turistificazione? Come se il territorio non fosse già ampiamente antropizzato e, semmai, avesse bisogno di essere razionalizzato al riguardo. Si vuole consentire una maggiore edificabilità? Cioè più cementificazione e consumo di suolo? È un timore che già qualcuno paventa, visto che a parlare della cosa è una figura istituzionale che si occupa di case.
[Gli impianti sciistici del Monte Pora con sullo sfondo, a sinistra, l’Altopiano di Clusone e, a destra, il Gruppo della Presolana.]Inoltre, come da “Manualetto del bravo politico che si occupa di montagne” del quale evidentemente il Mascetti-Assessore si è munito, ecco che tale supercazzola viene adeguatamente condita delle solite frasi fatte: contrastare lo spopolamento della montagna, generare sviluppo economico, aiutare i giovani, rendere il territorio attrattivo… e ovviamente non mancano parole come «destagionalizzazione» e «sostenibile», che bisogna pur infilare da qualche parte sennò fa brutto anche se mai una volta si spiega cosa si debba concretamente intendere con esse. E questo «risultato di grande importanza per la montagna bergamasca e per l’intero sistema turistico lombardo» – sono sempre parole del Mascetti-Assessore – lo si vorrebbe ottenere con cosa? Con iniziative che, a quanto viene da pensare e temere leggendo gli articoli della stampa, arrivano direttamente dal secolo scorso, obsolete, superate, che dimostrano una visione della montagna completamente distaccata dalla sua realtà effettiva e appare funzionale alla consueta mera propaganda politica. Non c’entra di quale parte politica, sia chiaro: il sopra citato “Manualetto” ce l’hanno in mano tutti, nelle stanze del potere.
E se si può ammettere che le azioni derivanti da tale «risultato di grande importanza» dovranno essere delineate nell’eventuale Accordo di Programma territoriale, non accennare a nulla e nascondere le reali intenzioni dietro quel profluvio di parole vuote non solo è cosa sospetta ma pure irrispettosa delle comunità dei territori coinvolti nonché dei cittadini lombardi, visto che si tratta di un’iniziativa istituzionale per la quale, se sarà realizzata, si spenderanno soldi pubblici, di tutti i contribuenti lombardi. Posto ciò, ribadisco, che motivo ci sarebbe per presentare tutto quanto con siffatta pompa magna? Forse per buttare in giro tanto fumo e così nascondere l’arrosto bruciato che si pensa di mettervi sotto?
[Il Monte Pora senza già più neve a metà marzo 2023.]Ok, sarò fin troppo diffidente, critico, polemico, colpevolizzante prima del tempo: ma avendo a che fare con la politica che ci ritroviamo, e soprattutto constatando il suo frequente, opinabile operato sulle nostre montagne, il buon senso civico che ogni cittadino dovrebbe manifestare richiede espressamente di esserlo.
A meno che tutto quanto non sia veramente stato soltanto una gran zingarata del Conte Mascetti, nei panni dell’Assessore suddetto, ai danni delle comunità alto-seriane!
In molti, troppi luoghi montani ci sono persone, tra le quali purtroppo si annoverano numerosi politici, che al termine “sviluppo” associano immediatamente “ruspe”. E a seguire ogni altra cosa che possa indicare tornaconti e vantaggi particolari, invece di associare a “sviluppo” il termine “comunità”, e a seguire “luoghi”, “paesaggi”, “ambiente naturale”, “beni comuni”.
Che accada per superficialità, leggerezza, incompetenza, ignoranza o per mera scelleratezza, o che in ciò non vi sia nulla di formalmente illegittimo, la sostanza che ne deriva è un costante, irrefrenabile sfruttamento dei territori montani ancora intatti, spesso con autentiche devastazioni di ambienti naturali peculiari e identitari per quei territori, considerati né più né meno come spazi vuoti da riempire e mettere a valore (questa è la loro “valorizzazione”) per applicarvi un prezzo di vendita (uno skipass, ad esempio) e trarne una rendita.
Tutto ciò senza porsi limiti, senza farsi domande, senza porsi dubbi sulla legittimità politica, civica, culturale di tali interventi, come fossero la manifestazione di una verità assoluta che fa di un patrimonio collettivo e dei suoi beni comuni un ambito sostanzialmente privatizzato da sfruttare a piacimento – visto come quasi sempre tali opere commissionate da enti pubblici producano vantaggi soprattutto a soggetti privati.
È un assalto ormai costante, tambureggiante, apparentemente irrefrenabile. Già, perché solo la sensibilità diffusa derivante dal nostro senso civico di cittadini, persone, donne e uomini sinceramente appassionati di montagne può contrastare quell’assalto e impedirlo, come molti vicende hanno dimostrato. Forse dobbiamo solo fermarci un attimo e riflettere su ciò che vediamo e constatiamo, capendo che cose del genere sono sempre “affare nostro”, ci coinvolgono sempre e comunque perché toccano e consumano un nostro patrimonio collettivo e perché ogni indifferenza al riguardo è uno stimolo in più regalato a quei soggetti per perpetrare il loro assalto e la devastazione alle montagne. Fermarci un attimo, osservare, comprendere, riflettere. E agire non con «cieca opposizione al progresso ma in opposizione al progresso cieco» come disse già un secolo fa John Muir. Senza più remore, se queste nostre montagne le vogliamo salvare da un degrado altrimenti inevitabile e, forse, irreversibile.
La Presidente di ANEF – l’Associazione Nazionale degli Esercenti Funiviari – ormai non ha più remore, più vergogne, più scrupoli. Evidentemente perché non ha parimenti più nessuna relazione autentica, culturale, umana con le montagne e la loro realtà, che la Presidente vede solo come spazi vuoti da riempire, cementificare, infrastrutturare, consumare e (s)vendere a tutti, pensando di far passare tutto ciò come la montagna “inclusiva”, dove tutti hanno il “diritto” di salire, dove sia «normale» arrivare in vetta in funivia (magari in abiti e tailleur griffati oppure vestiti come se si fosse in spiaggia a Riccione), e dove quelli che la pensano diversamente desiderano solo le montagne «abbandonate» in preda a «disastri».
La montagna viene svilita, vilipesa, cancellata: e solo perché la Presidente “vende” funivie pretendendo che chiunque si inchini al suo volere? Ma sul serio si può cadere così in basso, palesare un pensiero tanto banale e dimostrarsi a tal punto cinici nei riguardi delle nostre montagne? Oppure tale comportamento in realtà dimostra le sempre maggiori difficoltà – per ragioni climatiche, ambientali, economiche, eccetera – e il conseguente nervosismo crescente del settore che rappresenta?
Be’, anche al netto di queste inevitabili considerazioni, le dichiarazioni della Presidente di ANEF appaiono tanto goffe quanto inquietanti. E formalmente pericolose: per il futuro delle montagne, della loro cultura, della loro anima. Montagne che – ribadiamolo ancora – sono di “tutti”, sì, di tutti quelli che vi portano rispetto. Dote che evidentemente la Presidente non sa, non riesce, non vuole più manifestare pur di fare spazio agli interessi propri e dei suoi sodali ben oltre quanto sia legittimo e ammissibile. Davvero possiamo accettare un comportamento del genere?
Per chi non lo capisca: non è affatto una mera questione ambientalista ma morale, politica, civica. Di logico, umanissimo buon senso, insomma.