Uomini (pochi) che devono piantare alberi (tanti) per salvare montagne e luoghi

[Illustrazione di Beatrice Mulazzani, tratta da www.behance.net.]

Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma, se metto in conto quanto c’è voluto di costanza nella grandezza d’animo e d’accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l’anima mi si riempie d’un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un’opera degna di Dio.

Forse molti di voi avranno riconosciuto questo passo, vista la fama del racconto del quale è il capoverso (quasi) finale: “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono, pubblicato la prima volta nel 1953, la storia del vecchio e solitario contadino Elzéard Bouffier che passa il tempo piantando querce e faggi nella sua regione spopolata e inaridita tra le montagne della Provenza e così, pur con un gesto talmente semplice, in pochi anni la fa rinascere:

Dove nel 1913 avevo visto solo rovine, sorgono ora fattorie pulite, ben intonacate, che denotano una vita lieta e comoda. Le vecchie fonti, alimentate dalle piogge e le nevi che la foresta ritiene, hanno ripreso a scorrere. Le acque sono state canalizzate. A lato di ogni fattoria, in mezzo a boschetti di aceri, le vasche delle fontane lasciano debordare l’acqua su tappeti di menta. I villaggi si sono ricostruiti poco a poco. Una popolazione venuta dalle pianure, dove la terra costa cara, si è stabilita qui, portando gioventù, movimento, spirito d’avventura.

Quando il libro uscì, Jean Giono era uno scrittore poco noto in Italia e i messaggi d’amore per la Natura, nella letteratura che andava per la maggiore, non erano troppo frequenti. Ma già più di settant’anni fa Giono, raccontando la storia del contadino Elzéard Bouffier, aveva voluto rimarcare l’importanza di una riconciliazione dell’uomo con la Natura, dell’importanza di essa non solo per la mera qualità della vita delle persone ma pure del territorio stesso, rimarcando la necessità di intessere una relazione equilibrata tra l’ambiente naturale e la presenza umana al fine di elaborare, con l’armonia dei due elementi, il paesaggio più bello e vivo possibile.

[Jean Giono in una fotografia degli anni Trenta-Quaranta.]
Poi, poco dopo l’uscita del libro, vennero gli anni Sessanta e il boom economico che sparse benessere materiale ma distrusse viepiù ambienti e paesaggi, moltiplicando i territori spopolati e desolati come quello in cui viveva il contadino Bouffier. Tuttavia è cresciuta anche la sensibilità ambientale e ecologista, l’attenzione per la Natura, la conoscenza delle sue dinamiche ecosistemiche dalle quali qualsiasi creatura vivente dipende, e l’uomo forse più di tutte. Eppure, ancora oggi, a contrastare certi palesi scempi ambientali, certe distruzioni dei territori naturali, certi sfruttamenti sconsiderati del paesaggio, spesso sono pochi, a volte pochissimi, in certi casi una sola persona, che sappiano manifestare «costanza nella grandezza d’animo e accanimento nella generosità» e con la loro azione riescano a fermare quei crimini, quando invece la loro evidente dannosità dovrebbe generare vaste masse critiche e suscitare moti di popolo veementi nella consapevolezza delle conseguenze altrimenti da affrontare.

Invece no.

Ricordate ciò che disse Alex Langer nel 1994, «La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile»? Ecco, evidentemente come società facciamo ancora molta fatica a desiderarla, nonostante la sua necessarietà sia indiscutibile. Abbiamo ancora bisogno di tanti, tantissimi Elzéard Bouffier che si mettano a piantare alberi lì dove qualcuno vorrebbe cancellarli per sfruttare e svendere meglio i territori a discapito di qualsiasi tutela ambientale, sociale e culturale. Ne abbiamo bisogno per capire, e cito ancora Giono:

Come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione.

Se la “sindrome di Heidi” fa ancora danni, sui monti

La trasfigurazione della lotta quotidiana per la sopravvivenza in aree montane strutturalmente deboli in un auspicabile ideale di esistenza è stata in primo luogo un’invenzione di circoli borghesi urbani. Non va dimenticato, per esempio, che Johanna Spyri, l’autrice di Heidi, un successo mondiale, abitava in un moderno appartamento di Zurigo e detestava i lavori domestici, mentre la sua innocente e sonnambula protagonista faceva ritorno, dalla residenza altoborghese di Francoforte, alla miseria degli alpeggi e alle spicciole cure del nonno. Questo genere di racconti svenevoli produceva nei lettori di città un desiderio nostalgico di ancestralità, serenità d’animo e radicamento, in breve, di ciò che abbiamo imparato ad associare all’ingannevole concetto di Heimat. Tuttavia questa Heimat fantasticata doveva ancora essere messa in scena.

A pagina 91 del suo importante e illuminante libro All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche, uscito nel 2024, Selma Mahlknecht ritorna a quella “malattia” della quale ancora oggi la montagna contemporanea soffre, la cosiddetta “sindrome di Heidi”, che ha fatto da radice a molta della visione superficiale e banalizzante con la quale il turismo di massa considera le montagne e le trasforma in quella “Heimat” ingannevole citata nel brano. Una visione che, appunto perché semplicistica, risulta del tutto funzionale ai propri interessi meramente economici e consumistici.

Ma le considerazioni di Mahlknecht rimandano anche a un altro libro basilare, quel Kill Heidi del compianto Sergio Reolon – che fu Presidente della Provincia di Belluno negli anni Duemila e raro esempio di politico assennato e consapevole – il quale fin dal titolo (e ancor più nel sottotitolo: Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose) appare pienamente programmatico rispetto alla suddetta “sindrome”. Che peraltro viene alimentata pure da tre delle quattro categorie nelle quali, nel libro, Reolon suddivideva gli abitanti delle montagne: il non montanaro, il montanaro scompaginato, il montanaro localista e il montanaro civicus – categorie mirabilmente raffigurate nel disegno di Michele Comi che vedete qui sotto.

Figure che, nei primi tre casi, rappresentano appunto la causa/effetto dello stato precario della montagna contemporanea: tra chi pretende di avere voce sulle questioni montane solo perché sui monti ci va a fare le vacanze (sovente in hotel di lusso e salendo sulle cime esclusivamente in funivia), chi in montagna ci vive ma non conosce nemmeno i nomi delle vette e delle località visibili dalle finestre di casa, chi invece forse quelle le conosce ma le usa (usando ugualmente preconcetti e identitarismi privi di cultura e ricchi di demagogie) come baluardi entro i quali barricarcisi, rifiutando qualsiasi possibile evoluzione. Infine chi, invece, riesce a coltivare una certa coscienza su come stanno andando le cose e capisce che con l’idea alpestre artefatta di Heidi e dei suoi epigoni reali, con le caprette-che-fanno-ciao ma pure con le seconde case (vuote per 355 giorni all’anno) o gli impianti di sci per piste sulle quali non nevica più (se non grazie all’innevamento artificiale, ovvero prosciugando torrenti e laghi alpini per far divertire qualche annoiato turista e un tot di stranieri per i quali essere sulle Alpi o in Nuova Zelanda non fa granché differenza) ovvero con tutte le (non) strategie di sviluppo turistico messe in atto negli ultimi decenni la montagna non va da nessuna parte, anzi, si sta viepiù danneggiando da sola.

[Un parco divertimenti a tema Heidi in Carinzia, Austria.]
Bene: se tenete conto che quest’ultimo capoverso che avete appena letto lo scrissi più di 8 anni fa proprio “recensendo” il libro di Reolon, e nonostante ciò è tutt’ora validissimo, capite bene come la “sindrome di Heidi” non solo sia ancora ben attiva sulle nostre montagne, ma che una cura efficace ad essa, almeno in molti luoghi, non sia stata ancora realmente trovata. D’altro canto, forse la cura migliore è proprio quella che Reolon rese titolo del proprio fondamentale libro, con buona pace della celeberrima e pur gentilissima Signora Spyri.

P.S.: posto tutto quanto sopra, è bene dire che Heidi non ha colpe, poverina.

Se la politica “contrasta” lo spopolamento delle montagne aprendo funivie e ciclovie e chiudendo scuole e farmacie

[Veduta di Gromo in alta Val Seriana, Lombardia. Foto di ©Vincenzo Piramide, tratta da www.touringclub.it.]
L’83,2% dei comuni montani con meno di 5mila abitanti risulta privo di almeno un servizio essenziale alla residenza tra farmacia, ufficio postale, sportello bancario e distributore di carburante, e solo il 19,6% ne dispone contemporaneamente. Senza contare poi le carenze croniche di personale amministrativo, il degrado della qualità dei servizi offerti alla cittadinanza, i tagli continui di risorse, la scarsa rappresentatività politica…

Ciò che fotografa l’indagine sullo stato dei piccoli comuni italiani pubblicata lo scorso 15 giugno sul “Sole 24 Ore” è il fallimento di lungo corso della politica italiana nei confronti delle aree interne e montane: un fallimento che non nasce oggi ma decenni fa e che nessuno tra le istituzioni ha voluto risolvere, anzi, che la politica ha reso cronico per disinteresse, incuria, ignoranza, meschinità.

[Una delle infografiche tratte dall’articolo citato de “Il Sole 24 Ore“.]
Eppure da quella politica, al posto di veder arrivare piani articolati e organici di sostegno e sviluppo autentici dei territori montani, vediamo continuamente spendere centinaia di milioni di Euro di soldi pubblici in impianti sciistici, ciclovie e altre infrastrutturazioni d’ogni sorta a beneficio soprattutto turistico perché, dice la politica, «contrastano lo spopolamento delle montagne», «sviluppano l’economia», aiutano «giovani e famiglie a restare» eccetera.

Ma veramente ancora c’è qualcuno che crede a queste baggianate? Veramente qualcuno non vede ciò a cui quelle cose realmente servono, ad alimentare affari clientelari tra i sodali dei politici di turno senza nessuna cura per i territori e le comunità?

[Il nucleo storico di Scanno, in Abruzzo. Foto di Mario75Romano, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
D’altro canto, mi viene da pensare che dalla politica contemporanea, dalla qualità dei suoi componenti e del loro operato, non si può certo sperare che venga qualcosa di buono per le montagne. Anche quando hanno finto di realizzare iniziative apparentemente articolate, ne sono usciti dei disastri più o meno grandi: si pensi ad esempio al mezzo fallimento della Strategia Nazionale per le Aree Interne o alla recente e tanto osannata Legge sulla Montagna, i cui risultati al momento sono del tutto assenti. Non ne sono capaci e non vogliono nemmeno imparare, mi pare chiaro. Per il resto, l’azione della politica per i territori montani si riduce a tanti progettucoli privi di coordinamento, di senso del contesto, di visione progettuale e strategica, di interlocuzione con le comunità, buttati qui e là per le montagne ad mentula canis tanto per far credere (e far parlare al riguardo i media compiacenti) che si facciano cose quando in realtà di concreto non si fa nulla o quasi. E infatti funivie, seggiovie e cannoni sparaneve finanziati con le nostre tasse proliferano ovunque mentre i servizi essenziali per la popolazione – quelli citati oltre a ambulatori, scuole, trasporti pubblici – anch’essi finanziati dalle nostre tasse svaniscono.

Ribadisco: c’è ancora qualcuno che crede alle fandonie della politica sulle montagne? Non sarebbe invece il caso di fare massa critica e chiedere conto alla politica della sua incapacità, o del suo disinteresse, rivendicando con fermezza che le montagne e le aree interne, con i loro bisogni autentici, tornino a essere ascoltate e realmente sostenute? O dite che la politica attuale non è in grado nemmeno di fare questo, troppo impegnata a blaterare parole senza mai realizzare fatti concreti?

La complessità della montagna nell’era del “semplicismo” assoluto

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
La montagna è un mondo complesso ai cui problemi non si possono dare risposte troppo semplici e semplicistiche. È una cosa che ripeto ogni volta che mi è possibile, visto anche ciò che accade di continuo sui monti.

D’altro canto viviamo nell’era del semplicismo più assoluto di tutto, dalla politica all’intrattenimento, all’informazione, a certa cultura, al tempo libero, al pensiero diffuso. È uno dei maggiori paradossi del presente: abbiamo tutti gli strumenti per dare spessore e profondità alla nostra considerazione del mondo in cui viviamo (e all’interazione di noi che lo viviamo), e invece la rendiamo viepiù semplificata, banale, insulsa. Leggiamo sulla stampa articoli superficiali e raffazzonati, ascoltiamo musica spesso priva di qualsiasi valore artistico, vediamo programmi televisivi stupidi e contenuti sui social ancora più stupidi e inutili, sentiamo politici parlare per frasi fatte, banalità, sciocchezze, falsità.

E poi andiamo a farci selfie su panchine giganti e passerelle panoramiche, saliamo in funivia a 3000 metri vestiti da città, ordiniamo ostriche e champagne nei rifugi e facciamo baccano nei boschi e nei prati in quota.

È una dinamica consequenziale, non ci si scappa.

D’altro canto, se un tale semplicismo assoluto comprende anche il pensiero, tutto questo è inevitabile. Al punto che diventa vuotezza di senso e di scopo, inettitudine, ignoranza, inciviltà: un “non stato” mentale ed emozionale che finisce per svuotare inevitabilmente anche i paesaggi che abbiamo intorno e che visitiamo perché siamo noi a concepire e dare senso ad essi, e se non siamo più in grado di farlo quei paesaggi diventeranno solo un mero sfondo alla nostra banale presenza in essi. Nulla più.

È esattamente ciò che accade nei luoghi in cui il semplicismo estremo di certi modelli di frequentazione turistica massificata viene imposta, probabilmente per una ben precisa “strategia”: se il luogo viene fruito in modo semplicistico e superficiale inesorabilmente ne uscirà banalizzato, dunque sminuito nel suo valore ambientale, paesaggistico, sociale, culturale, quindi il suo sfruttamento consumistico diverrà meno evidente, meno criticabile, più occultato. Proprio come accade, ad esempio, per i contenuti multimediali di oggi, talmente vuoti di senso e banali che, anche quando facciano successo, li si consuma e dimentica rapidamente, così banalizzando sempre più anche il gusto e il senso critico diffusi.

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Temo sia anche per questo motivo se certi interventi, progetti, opere imposte alle montagne palesemente impattanti e dannosi non provochino delle sollevazioni popolari, lasciando pochi a denunciarne i misfatti. Se delle nostre montagne elaboreremo una percezione e una considerazione troppo semplicistiche e superficiali, ciò che realmente accade ad esse non lo sapremo capire. Continueremo a farci i selfie sulle giostre turistiche e a salire sui ghiacciai con le sneakers da città perché «it’s just fun», sarà «pura adrenalina» e il posto «mozzafiato». Fine – in tutti i sensi.

Le montagne e la complessità nella semplicità

La montagna è meravigliosa e affascina così tanto chiunque perché, io credo, è complessità nella semplicità, in ogni suo aspetto. A partire dalle forme delle sue vette, che si possono definire più o meno piramidali (e così infatti le raffiguriamo, fin da bambini) che in realtà sono ben più ricche di linee, profili, sagome, strutture, conformazioni, alla immensa varietà geologica, alla biodiversità – sembrano “solo” boschi e prati, invece c’è un universo di vita – ai paesaggi, apparentemente simili e invece sempre unici, fino alla geografia umana, fatta di infinite culture, saperi, tradizioni, lingue, identità che sembrano simili e invece non lo sono mai e proprio in ciò si definiscono – e via di questo passo, con mille altri aspetti che fanno la realtà della montagna e la rendono tanto speciale.

Una tale complessità si può ridurre a semplicità solo per due ragioni: per ignoranza, ovvero ignorando tale complessità, non sapendola cogliere per mancanza o carenza di strumenti culturali, e nel caso non sarebbe nemmeno una colpa. Oppure per malizia, per meschina ipocrisia, perché la complessità della montagna finisce per complicare anche le mire particolari di qualcuno. A volte, pure per l’unione più o meno conscia di entrambe le cose. E allora la colpa è anche doppia.

Ecco dunque che parte la semplificazione: perché si crede che insegnare la cultura della montagna è una pratica troppo lungo e complicata, o perché la cose semplici non richiedono mai troppi pensieri e per ciò sono più facilmente governabili, manipolabili, più funzionalmente duttili ai propri interessi.

Così la semplificazione diventa banalizzazione, dunque svilimento, svalutazione, degrado. In altre parole: semplificare troppo la montagna è una manifestazione di disprezzo verso di essa, la sua realtà e le sue specificità.

Eppure, la montagna è “complessa” così come in fondo lo è la vita nei suoi tanti aspetti. Più si ha la volontà e la capacità di comprenderli, più si vivrà meglio e con appagante benessere – e non ci vuole molto per ottenere ciò: a volte è solo una questione di scelte, di desiderio, di visione e di presa d’atto. Viceversa, la banalità e il disprezzo avranno vita facile, inevitabilmente.

(Nella foto in testa al post: acquerelli di Silvia De Bastiani, mirabile artista che sa rendere la complessità delle montagne “semplice” da osservare, ammirare, comprendere, al contempo senza semplificarne nulla, anzi, dandole ancora più “profondità”.)