Land (&) Art #3

Sopra: Lucio Fontana, Concetto Spaziale. Attese, 1965. Fonte: immagine presente in molti siti web.

Sotto: Furgggletscher, Canton Vallese, Svizzera. Fonte: Google Maps.

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.

Noi e i ghiacciai (che spariscono)

Credo che le immagini della località ritratta nelle fotografie qui sopra le avrete viste più volte, per quanto siano suggestive e per ciò riprodotte di frequente un po’ ovunque. Magari ci sarete pure stati, al Ghiacciaio del Rodano nel Canton Vallese, in Svizzera, in effetti uno dei luoghi più suggestivi della Confederazione e di tutto l’arco alpino. Io con voi, eppure ve le ripropongo perché l’aver ritrovato sul web l’immagine sopra, quella d’epoca – che è una vecchia fotografia datata tra il 1890 e il 1905 ricolorata – mi ha reso nuovamente evidente come il Ghiacciaio del Rodano, come pochi altri ghiacciai alpini, rappresenti una delle più drammatiche manifestazioni della deglaciazione delle Alpi dovuta ai cambiamenti climatici e al relativo riscaldamento globale, fenomeno ormai “storicizzato” dacché in corso da più di un secolo. L’immagine sotto, con la quale confronto la prima, è ovviamente recente, di qualche anno fa.

È una manifestazione drammatica non solo dal punto di vista ecologico e ambientale ma anche da quello del paesaggio e del suo valore antropologico e culturale – proprio in ciò il Ghiacciaio del Rodano risulta emblematico più di altri apparati glaciali in ritiro, in forza della sua visibilità, della vicinanza al fondovalle e della forte “presenza” referenziale e identitaria nel territorio dell’Obergoms, fondamentale nella percezione e nella considerazione del paesaggio locale. Ciò sia in un senso e nell’altro, ovvero quando c’era il ghiaccio e ora che non c’è più: è evidentissimo, qui, come il paesaggio sia totalmente cambiato, il suo elemento fondamentale e vivificante non c’è più, ora il versante è caratterizzato da forme e colori differenti, assumendo un aspetto meno luminoso (e non solo per la mancanza del riverbero glaciale) e più dimesso, più cupo e per certi versi quasi inquietante, per come la grande ferita rocciosa lasciata dalla sparizione della colata del ghiacciaio possa ricordare anche il residuo d’una grande frana e comunque qualcosa di distruttivo, non certo di ravvivante. Un’assenza che inevitabilmente modifica anche la relazione antropologica (sia inconscia che consapevole) di chiunque si trovi nel luogo, che percepirà sensazioni totalmente diverse da quelle che poteva percepire il viaggiatore di un secolo fa, il che finisce per influire anche sulla reciproca identificazione in loco – dell’uomo nel luogo e viceversa. Viene da pensare che nel ghiaccio dimorasse il Genius Loci del territorio in questione e quindi, con lo scioglimento del primo, anche il secondo stia drammaticamente svanendo.

Tutto questo, oltre al cambiamento meramente estetico che ha subito il territorio, elemento solo apparentemente primitivo e superficiale ma a sua volta basilare nella percezione e nella determinazione del paesaggio nello sguardo e nella mente della persona che vi interagisce.

Ecco perché il processo di deglaciazione delle nostre Alpi è ben più ampio, nella sua gravità e nelle relative ricadute, che se considerato dal solo punto di vista ambientale (qui c’è un bell’articolo di “SwissInfo.ch” che tratta proprio questo tema, con numerosi spin-off ad argomenti correlati). Non sparisce solo il ghiaccio ma un intero immaginario visivo e culturale, formatosi nel corso di secoli e che ora, in pochi decenni, si sta sgretolando nei suoi elementi formativi essenziali, proprio come accade ai ghiacciai. Se il loro ritiro continuerà, inesorabilmente tra qualche anno il nostro sguardo sulle Alpi sarà diverso rispetto a quello attuale e ancor più di quello del passato, e ciò senza dubbio (dacché è un processo antropologico congenito al nostro rapporto con il mondo che viviamo) cambierà anche la relazione che intessiamo e intesseremo con i territori alpini, il modus vivendi in essi, la considerazione che ne avremo, l’interazione che vi metteremo in atto e, ultima ma non ultima, la loro identità culturale, quella che identifica in primis le genti che vi abitano.

Vivremo sulle stesse montagne che abitiamo da secoli ma, per molti aspetti, vivremo altre montagne, diverse, mutate nelle forme e nelle sostanze. E chissà come le vivremo, senza più uno dei loro elementi fondanti e caratterizzanti. Chissà.

(Crediti delle immagini: la prima è disponibile presso la Divisione Stampe e Fotografie (Prints and Photographs Division) della Biblioteca del Congresso sotto l’ID digitale ppmsc.07877 in pubblico dominio, fonte qui; la seconda è presente in diverse pagine sul web, senza fonti certe.)

La “triste” grotta del Ghiacciaio del Rodano

[La strada del Passo della Furka e ciò che rimane della parte bassa del Ghiacciaio del Rodano. Foto dii Joris Egger, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte qui.]
Se qualche volta avete affrontato il Passo della Furka, in Svizzera, sicuramente uno dei più spettacolari delle Alpi elvetiche (peraltro reso ancor più noto da un celeberrimo inseguimento di/con James Bond), quasi certamente vi sarete fermati all’altrettanto noto Hotel Belvédére e al vicino negozio di souvenir e quindi, magari, avrete poi visitato la rinomata grotta di ghiaccio del Glacier du Rhône, gigante glaciale un tempo ben più esteso e oggi in drammatico ritiro.

Ecco: io, l’ultima volta che ci sono passato, dalla Furka, la grotta di ghiaccio non l’ho voluta visitare. Farlo, a mio modo di vedere, sarebbe apparsa come una profanazione a mero scopo ludico di un corpo in grande sofferenza oltre che, per lo stesso motivo, una situazione estremamente malinconica; d’altro canto posso capire chi ancora se ne faccia affascinare, perché sia la prima volta che può vedere e toccare un ghiacciaio o per gli stessi miei motivi ma intesi in maniera opposta, come omaggio e saluto a un entità glaciale che forse, tra qualche anno, se il clima dovesse continuare a cambiare e riscaldarsi, purtroppo non ci sarà più.

Sul numero di settembre 2020 di “Montagne360”, la rivista del Club Alpino Italiano, della grotta di ghiaccio del Rhonegletscher e della sua sorte tristemente segnata ne parla il fotografo e scrittore Mario Vianelli in un articoletto breve ma bello e significativo, almeno per me che lì ci sono stato e, credo, anche per voi se ci siete stati, lassù. Ve lo ripropongo, qui sotto.

[Il desolante ingresso della grotta nel ghiacciaio, com’è ridotto oggi. Foto di Patrick Robert Doyle da Unsplash.]

Per molti è stata la prima e forse unica occasione di un incontro coi ghiacciai ed è una delle più rinomate attrazioni delle Alpi svizzere. Complice la vicinanza della strada che sale al passo di Furka, la galleria artificiale che entra per un centinaio di metri nel ghiacciaio del Rodano ha accolto innumerevoli visitatori e celebrità, incantati dalla singolarità dell’esperienza e dalle straordinarie tonalità azzurre del ghiaccio. La galleria è scavata ogni anno al termine della primavera fin dal 1870, ma i costi crescono di anno in anno: non soltanto il ritiro del ghiacciaio lo ha allontanato dalla strada, ma da una decina di anni è necessario ricoprire il ghiaccio sopra la galleria con teloni geotessili nel tentativo di limitarne la fusione; e anche così nell’arco della stagione estiva la galleria arretra di una trentina di metri e in alcuni punti la volta diviene così sottile da mostrare i teli della copertura. Nei dipinti di Carl Wolf e nelle prime fotografie il ghiacciaio del Rodano scendeva imponente fino al fondovalle, dove una tabella indica la posizione del fronte glaciale nel 1856; da allora si è ritirato di più di 1400 metri, perdendo circa 350 metri di spessore. Quest’anno, causa coronavirus, la galleria ha aperto soltanto il 13 luglio, con quasi un mese di ritardo. Philippe Carlen, della famiglia che gestisce la galleria da quattro generazioni, in un’intervista alla televisione svizzera ha dichiarato sconsolato: «Quando vedo la velocità a cui fonde il ghiacciaio mi intristisco, credo che potrei anche essere l’ultimo della mia famiglia a gestire la grotta».

Vivere in montagna (ma non ovunque)

Quando lo scorso ottobre era uscito su “swissinfo.ch” il reportage multimediale Vivere e lavorare in montagna grazie a internet, che potete vedere e leggere cliccando sull’immagine qui sopra, lo avevo messo subito tra le cose importanti da conservare e di cui tenere ben conto, per me che mi occupo anche di progetti culturali nei territori di montagna. Nel reportage elvetico gli autori illustrano e dimostrano nel concreto, ovvero con testimonianze pratiche, come le nuove tecnologie possono rappresentare non solo una salvezza per le montagne ma pure un’opportunità di grande rilancio e di potenziale forte valorizzazione, al punto da diventare, quelle zone in quota altrimenti a rischio di abbandono, una nuova dimensione vitale ideale, un habitat prezioso e contestuale ai cambiamenti in atto nella contemporaneità, a livello economico, sociale, culturale e ovviamente ambientale.

Ecco: peraltro la mia attenzione verso il reportage nasceva anche dal fatto che, negli stessi giorni e in relazione all’al di qua delle Alpi, cioè al versante italiano, in tema di vita sui monti e relative opportunità digitali avevo letto resoconti e testimonianze di ben altro tono, ad esempio in articoli come questo, tratto dal sito dell’Uncem (cliccateci sopra per leggere il contenuto):

Un contrasto tanto sconcertante quanto irritante, che per l’ennesima volta palesa quanto siano vuote e ipocrite le tante “belle” parole spese da politici, amministratori pubblici e funzionari vari, con le relative lacrime di coccodrillo, in merito alla salvaguardia socio-economica (il che significa anche culturale) delle aree marginali e interne dell’Italia ovvero al loro degrado, aree che sono per la gran parte territori di montagna. E tale situazione non si giustifica affatto con l’avere contiguo un paese come la Svizzera, economicamente ma pure socialmente e culturalmente ben più vivo e in salute: i confronti servono a generare metri di paragone ma poi ogni situazione è a sé stante, nel bene e nel male, e in merito alla sua realtà bisogna agire, non (solo) perché altri fanno meglio. Altrimenti quel divario così palese al punto di sembrare incolmabile rischia di diventare una paradossale giustificazione al non fare – altra cosa che i sopra citati figuri pubblici italici sanno fare benissimo, come è noto.

Ora leggo che il reportage di swissinfo.ch dell’ottobre scorso figura tra i lavori selezionati per il prestigioso Swiss Press Award, il più importante premio giornalistico svizzero – in un paese nel quale, peraltro, l’informazione sovente offre esempi di altissima qualità, anche in tal caso con un divario rispetto alla situazione italiana deprimente e, di nuovo, assai irritante.

Ecco, mi fa piacere questo. Perché è qualcosa di concretamente utile per le montagne le quali – è bene ricordarlo, a dispetto di come la geopolitica odierna di matrice cartesiana le considera – non rappresentano affatto confini ma zone di contatto e unione: dunque chissà che quanto raccontato nel reportage svizzero sia ben appreso e messo in pratica anche al di qua, della catena alpina. Chissà.

INTERVALLO – Saint-Pierre-de-Clages (Vallese, Svizzera), Swiss Book Village / Village Suisse du Livre

Anche la Svizzera ha il suo suggestivo “villaggio dei libri”: è Saint-Pierre-de-Clages, piccolo e antico paesino del Canton Vallese nel comune di Chamoson, a quasi 600 m di quota immerso tra bellissimi vigneti – i più estesi del Vallese – che, a fronte di poche centinaia di abitanti, conta ben sei librai attivi più altri temporanei. Qui ha sede il Swiss Book Village / Village Suisse du Livre: per tutto l’anno bancarelle e stand di vendita di libri animano la piazza centrale e le vie tra le case seicentesche, e si susseguono eventi, iniziative a tema e rassegne letterarie che culminano nel Festival di fine agosto, capace di attirare nel piccolo villaggio ben 15.000 visitatori, il tutto gestito da un’associazione a base volontaria alla quale partecipa l’intera popolazione del borgo.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare il sito web del Villaggio Svizzero dei libri (è in francese, ma facilmente traducibile) ove troverete tutte le informazioni per la visita e il calendario degli eventi proposti, oppure cliccate qui per avere ulteriori informazioni turistiche.