Tutti a sciare dentro lo Skidome di Selvino!

Cari “amici” selvinesi,

come potrei non ringraziarvi? Come poter non esservi grati per l’esempio che state dando? Come non dirsi “orgogliosi” di essere vostro conterraneo?

Dopo i meravigliosi elicotteri di Valbondione, che con il loro rumore finalmente rompono il “triste silenzio” dei monti e “profumano” l’aria altrimenti così fastidiosamente pura trasportando “veri amanti della montagna” ai rifugi della zona evitando loro di camminare per ore sui sentieri, una roba ormai sorpassata e idiota, se tutto “va bene” a breve – ho appena saputo dai media – si potrà venire a sciare tutto l’anno a Selvino, nel vostro fantastico “Skidome”! Che meraviglia, che spettacolo: andare in montagna per sciare su un’unica pista di 500 metri chiusi dentro un capannone interrato con neve artificiale per tutto l’anno! Che altro si può chiedere a una località di montagna? Starsene all’aperto d’inverno, al freddo, solo per vedere il panorama? Oppure prendere il Sole sui prati in estate, quando persino a fine luglio si può sciare su neve programmata? Oppure ancora girovagare lungo i sentieri per i vostri monti per restare in contatto con la Natura? E che siamo, dei poveri trogloditi, per fare cose così primitive?

No: meglio utilizzarli, i vostri prati – che tanto ce n’è in abbondanza, no? – per costruirci qualcosa di finalmente utile: lo “Skidome”! Questo sì che vuol dire spendere i soldi per la montagna nel modo migliore, e per qualcosa che ad un comune montano come Selvino serve assolutamente! Ho letto che serviranno 40/60 milioni per la sua costruzione, soldi che verranno da finanziatori privati che dimostrano così di avere proprio tanto a cuore la montagna selvinese: in effetti perché buttare via tutto questo denaro in altre cose, a Selvino, ad esempio per le strade, la viabilità, l’urbanistica, le scuole, il miglioramento dei servizi, delle attrattive culturali sul territorio, la socialità, il sostegno alle attività economiche… bah, tutte robe che non servono a niente! Basta con tutta la retorica del turismo ecosostenibile, culturale, della conoscenza del territorio che crea affezione e legame, dei boschi e dei prati e dei panorami delle vette orobiche o della pianura distesa ai propri piedi! Anzi: chiusi dentro un capannone, finalmente potremo sciare senza più le distrazioni del paesaggio, dei panorami, del cielo azzurro, dei suoni della Natura… perché spero che nello “Skidome” ci sarà pure musica diffusa ad alto volume, no? Che con il vociare e l’urlare di quelli che ci saranno dentro ci farà sentire come se staremo sciando all’OrioCenter! Inoltre, non avendo intorno la distrazione del paesaggio alpino con quelle montagne tutte uguali, potremo sentirci come se stessimo sciando in città o in qualsiasi altro posto! Che meravigliosa emozione!

Avete proprio ragione quando, presentando il progetto, scrivete che «Molto spesso la vita propone due alternative: restare con ciò che si possiede, facendo prevalere lo spirito di conservazione, oppure osare, credere in un sogno che possa stravolgere in positivo la propria esistenza.» Ma infatti: perché restare lì immobili con ciò che si possiede da sempre?! Bisogna osare, credere nei sogni, stravolgere! Ad esempio, io non capisco quelle località che hanno montagne sulle quali non ci sono piste da sci, cosa aspettano per raderle al suolo! A che serve conservarle, tanto sono inutili! E vale anche per le città, per Bergamo Alta ad esempio, con tutti quei vecchi monumenti per la cui conservazione bisogna pure spendere un sacco di soldi… via, abbattere, osare, costruire robe nuove, stravolgere!

Meno male ci siete voi di Selvino, con il vostro esempio che, per giunta, sconfigge i cambiamenti climatici: non nevica più a 1000 metri di quota perché il clima non è più quello di prima? Chi se ne importa, basta costruire un megafrigorifero dove possa esserci sempre neve e rinchiudersi lì, alla faccia dei ghiacciai che scompaiono e del caldo torrido a fine gennaio! E poi non rovinate nemmeno l’ambiente: il megafrigorifero è interrato, non si vedrà neppure e di nuovo chi se ne importa, di quello che c’è sotto l’erba! Al massimo si vedranno solo le infrastrutture esterne, gli alberghi (per i cui ospiti, in base allo stesso principio di fondo del progetto, mi auguro ci siano a disposizione bambole gonfiabili per sollazzarsi dopo lo sci!) e i ristoranti e i megaparcheggi e le strade che avete chiesto alla Regione di costruire (sempre con soldi pubblici meglio spesi così che in altre cose che chi vive in montagna richiede stupidamente, ovvio), che sarà mai?

Insomma: voi di Selvino sì che sapete cosa sia la “vera montagna”! Vorrei tanto venire pure io a sciare al chiuso nel vostro meraviglioso “Skidome” senza così essere costretto a stare all’aria aperta e a dover vedere il solito noioso panorama alpino ma, stranamente, non vi trovo sulle mappe… Ne su questa e nemmeno su quest’altra: siete come spariti. Chissà come mai!
Be’, fa nulla. Dovrò accontentarmi di andare a sciare all’aperto, sulla neve vera, quando cade sui monti veri, oppure di camminare per sentieri, esplorare nuovi territori alpini, conoscere le loro peculiarità proprio come si faceva una volta. Che roba assurda, vero “amici” selvinesi?!

A voi, invece, auguro di meritarvi tutto quello che il vostro progetto vi porterà. Siete veramente un “esempio”, dal quale tante altre località di montagna spero possano imparare molto.

Cordialmente,

Luca

Se piove come in un Monet

[Claude Monet, “La pioggia”, 1886-87, olio su tela, collezione privata.]
A volte, piove così bene e con la pioggia tutto così bene si bagna e si lustra, illuminandosi e riprendendo colore o assumendone di così vividi, che a uscire con l’ombrello sembra quasi una cosa brutta, da maleducati, negligenti o da menefreghisti, già.

Tutto intorno è bagnato, le strade gli alberi le siepi i prati le pietre le case gli animali l’aria… e noi no? Almeno un po’ di quella bella pioggia noi non ce la prendiamo, e senza che ci sia alcun bisogno di lamentarsi? Va bene, se è in corso un gran nubifragio no, ma se invece la pioggia cade così bene che sembra di essere in un quadro di Monet

Ma, forse, sono “di parte”, per così dire. Nel senso che non sopporto gli ombrelli e, in certi casi, come le persone li utilizzano, ecco.

L’agonia dello sci, sulle Alpi italiane

Anche The Guardian, d’altro canto uno dei più prestigiosi quotidiani del mondo, si accorge e si occupa della lenta ma inesorabile agonia dell’industria dello sci sulle Alpi Italiane, in forza dei cambiamenti climatici in atto tanto quanto di gestioni economiche delle stazioni sciistiche sovente scellerate anche perché legate a schemi, strategie e convinzioni di un’epoca ormai passata – quanto meno perché allora nevicava con regolarità.

Eppure, gli unici che ancora pare non si rendano conto della realtà dei fatti e della loro stessa sorte segnata sono proprio molti di quei gestori delle stazioni sciistiche. Salvo rarissimi casi, alla guida di società che economicamente sono entità morte che camminano solo perché sostenute dai puntelli del finanziamento pubblico, e che rischiano di portare alla morte pure l’intero territorio in cui operano con il suo patrimonio ambientale, sociale e culturale dacché incapaci di ammettere quella realtà dei fatti e di ripensare il proprio operato ovvero di provare a guardare un poco di più verso il futuro, piuttosto di rimanere ancorati ad un presente che scivola via dal passato per restare incastrato dentro cumuli di neve artificiale – che quei gestori dissennati ancora credono sia una soluzione ai loro mali e che invece finirà per seppellirli definitivamente, basti constatare il costo di produzione annua citato dal The Guardian. Come fare buchi nello scafo di una nave che sta già affondando, in pratica.

Cambierà qualcosa, visto che la situazione climatica non cambierà affatto e tanto meno quella economica? A sentire i discorsi che personalmente odo da qualche mese a questa parte, ovvero da quando l’Italia, con Milano e Cortina, si è aggiudicata le Olimpiadi Invernali del 2026 con relativi giri di denaro, temo che cambierà qualcosa ma ancora in peggio.

D’altro canto, come dico spesso, è da sempre l’uomo ad avere bisogno della montagna, non viceversa. E se l’uomo è talmente dissennato da continuare a scavarsi la fossa sotto i propri piedi nonostante gli ammonimenti, quando ci cadrà dentro e non saprà più uscirci la eco dei suoi lamenti i monti la faranno tornare a lui stesso, non ad altri.

Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo del The Guardian – in inglese, ovviamente, ma di elementare comprensione e corredato di immagini fotografiche emblematiche.

Se torna la paura di mettersi in viaggio

Da “Il Secolo XIX” dello scorso 30 novembre, alcune interessanti riflessioni di genesi letteraria in tema di paure antiche, superate e rinnovate nella pratica del viaggiare di Emanuela E. Abbadessa, scrittrice assai raffinata e dallo sguardo sempre sagace anche quando abbia a narrare del nostro “ordinario” mondo quotidiano. Un mondo la cui cronaca registra inopinate ma a volte inevitabili “rivalse” di quelle paure sulle nostre (apparentemente) acquisite sicurezze quotidiane, come sta accadendo con la questione dei viadotti autostradali crollati in modo più o meno tragico e della mancanza di cura di certe infrastrutture d’uso pubblico e comune. Una casistica sconcertante proprio in forza della sua ripetitività, a fronte di manufatti come le strade e le autostrade che dovrebbero rappresentare l’eccellenza riguardo a solidità costruttiva e sorveglianza della sicurezza di chi li utilizza.

Cliccate sull’immagine per leggerla in un formato più grande.

La pioggia

(Immagine tratta da https://pixabay.com/it/.)

Ribadisco (dacché l’ho già detto altre volte, qui): trovo che la pioggia sia bellissima.
Niente affatto triste, malinconica, deprimente – sono cose che può pensare solo chi le genera e le ha già nell’animo, a prescindere dalle condizioni meteo – e giammai fastidiosa, se non per le mammolette.
Lo è, bellissima, perché dopo tornerà il sereno e, quando di sereno ne ha fatto fin troppo, è bello vedere che si mette a piovere. D’altro canto, il ritorno del cielo sereno è ancor più gradevole dopo la pioggia, no?
Ecco.