Un futuro paradossalmente “agghiacciante”

[Foto di Mats Speicher da Unsplash.]

Negli ultimi due decenni, indica una ricerca internazionale coordinata dal politecnico di Zurigo (ETH), si sono sciolti a livello planetario 267 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno e l’accelerazione del fenomeno contribuisce per un quinto all’aumento del livello dei mari.
Nello studio diretto da Romain Hugonnet (ETH di Zurigo e Università di Tolosa) e pubblicato su “Nature”, è stato esaminato un enorme archivio di immagini satellitari con il quale è stata calcolata la perdita di massa di 217.175 ghiacciai tra il 2000 e il 2019: tra il 2000 e il 2004 l’erosione è stata di 227 gigatonnellate all’anno, tra il 2015 e il 2019 la cifra è salita a 298 gigatonnellate, che si sono tradotte in un innalzamento del livello del mare dal 6 al 19%.
Solo in pochissime zone i tassi di fusione dei ghiacciai (Islanda, Scandinavia e sulla costa orientale della Groenlandia) hanno rallentato, a causa di anomalie meteorologiche che si sono manifestate con precipitazioni intense e temperature più basse sull’Atlantico settentrionale.
Duecento milioni di persone potrebbero ritrovarsi a vivere sotto la linea dell’alta marea entro la fine del secolo, di contro più di un miliardo di persone rischia di soffrire per la scarsità d’acqua e l’insicurezza alimentare entro i prossimi tre decenni.
Attualmente il ritiro dei ghiacciai sta alleviando la carenza d’acqua in alcune regioni perché l’acqua di fusione alimenta grandi fiumi come il Gange, il Brahmaputra e l’Indo, afferma Hugonnet. Ma se le masse ghiacciate sull’Himalaya “continueranno a ridursi a un ritmo crescente, fra pochi decenni stati popolosi come l’India o il Bangladesh potrebbero affrontare carenze d’acqua o di cibo.

Ecco. Anche quello dei ghiacciai che svaniscono anno dopo anno è un tema che ritengo assolutamente fondamentale tanto quanto, ancora oggi, osservato con uno sguardo sostanzialmente folcloristico, purtroppo. Per questo ci torno spesso e ugualmente ve lo propongo – sperando vivamente di non risultare troppo tedioso, ovvio. Ma la montagna che cambia perché non ha più ghiacciai finisce (finirà) per cambiare anche noi tutti, in relazione ad essa e non soltanto, come ho cercato di spiegare in questo post. I dati sopra proposti, tratti dalla ricerca che potete leggere nella sua interezza qui, nella loro matematica freddezza ma pure, e anche per questo, inquietante concretezza, servono a dare corpo a scenari prossimo-futuri che, tuttavia, si stanno già compiendo dacché si sono già avviati da tempo, e verso i quali non possiamo per nulla restare impotenti, sia a livello di comprensione che di azione – per quel che possiamo e potremo fare, noi piccoli umani.

P.S.: il testo della citazione è tratto da tvsvizzera.it, qui. L’elaborazione dell’immagine del Ghiacciaio del Morterasch è mia, e nella sua semplicità vuole a sua volta tentare di rendere chiara la questione della quale ho appena scritto.

La geografia, cribbio!

La frana di Val Pola del 28 luglio 1987 e il lago formatosi dallo sbarramento della valle. Cliccate sull’immagine per visitarne la fonte.

Nella testimonianza rilasciata a chi scrive dal Sig. Dario Giacomelli, ad esempio, viene ricordata la situazione di stupore e di interrogazione da parte degli abitanti di Sant’Antonio quando si leggeva (soprattutto sui giornali) o si diceva che la causa dello sgombero era la frana scoperta sul Monte Coppetto. Gli abitanti si chiedevano come potesse minacciare Sant’Antonio la frana di un monte che si trova più di 3 Km a nordest della Val Pola, quando addirittura non si chiedevano dove si trovasse il Coppetto. In effetti, ancora oggi, la frana della Val Pola è nota anche col nome erroneo di frana del Monte Coppetto. In realtà il versante interessato era quello orientale del Monte Zandila.

(Simone Angeloni, La frana della Val Pola. Cronaca geologica degli eventi in Valdisotto e in provincia di Sondrio dell’estate del 1987, in “Bollettino Storico Alta Valtellina” n.14, anno 2011, nota in pag.77.)

Eccone un altro, di esempio assolutamente lampante, di quali danni possa fare la scarsa conoscenza della geografia, per di più se applicata su scala locale. Eppure l’errata denominazione della tragica frana che, in quel luglio 1987 che sconvolse la Valtellina con una spaventosa serie di disastri e tragedie naturali, provocò la morte di 35 persone, è ancora oggi diffusa e utilizzata da buona parte dei media. E chissà poi perché la frana della Val Pola venne identificata proprio con l’oronimo del Pizzo Coppetto, che in quella zona non è nemmeno una delle vette principali, visto che poco più a Nord e più a Sud ci sono il Pizzo Campaccio e le Cime di Redasco, più elevate maggiormente referenziali per il territorio montano in questione: mera superficialità, mi viene da pensare, o incapacità di leggere la mappa geografica nonché incomprensione dell’importanza della geografia nell’identificazione materiale e immateriale dei luoghi, appunto – di chi per primo ha sbagliato e dei tanti dopo che non si sono accorti dell’errore né si sono premurati di verificare quanto sostenessero pubblicamente. Per capire meglio la questione date un occhio alla mappa sotto riprodotta sulla quale ho evidenziato le differenti posizioni e il bacino della Val Pola lungo il quale precipitò a valle la massa franosa: noterete che il Pizzo Coppetto è posto sulla stessa dorsale montuosa, molto lunga e sinuosa, ma è parte d’un bacino orografico del tutto differente da quello della Val Pola.

[Estratto di mappa da map.geo.admin.ch. Cliccateci sopra per ingrandirlo.]
Io poi non so se effettivamente l’imprecisione geografica originaria fu in qualche modo responsabile del rifiuto di alcuni residenti in zona dell’ordine di evacuazione, come ipotizzato tra le righe della citazione sopra pubblicata. D’altro canto, nello stesso articolo, si denota pure che

Anche solo il fatto di usare nomi di toponimi diversi o non dialettali, mai sentiti o di cui non si conosce l’esistenza, non giocava a favore dei soccorritori. Diverso invece se ad avvisare dei rischi è invece un locale, o una persona conosciuta e fidata, che ha vissuto quei luoghi quanto il proprio interlocutore.

Evidenza verissima, che rimette in luce quanto sostengo da tempo al riguardo: l’importanza fondamentale della conoscenza geografica – ovvero di una pur minima e accettabile conoscenza geografica – dei luoghi in cui si vive o anche nei quali si interagisce temporaneamente, per generare l’altrettanto fondamentale relazione con il territorio che rende la presenza in esso fruttuosa, armoniosa, consapevole e costruttiva, per se stessi e per il territorio. Per sapere con cognizione di causa dove si è, cosa c’è lì, cosa si può fare e cosa no, come muoversi, come non perdersi e non sentirsi spaesati se non alienati nel/dal luogo in cui ci si trova, come percepirsi elemento attivo dell’ambiente in loco, come poter generare il paesaggio più rappresentativo possibile del luogo – l’elemento che rende compiuta la presenza e la conoscenza di quel luogo. È un principio di massima, questo, che può e deve essere adattato ad ogni varia circostanza ma il cui valore di fondo è assoluto e, ripeto, imprescindibile. Noi siamo il mondo che abbiamo intorno, la geografia fisica e la geografia umana sono le due facce della stessa medaglia, e ciò perché il mondo siamo noi a concepirlo, a dargli forma e senso, e se lo vogliamo concepire al meglio dobbiamo conoscerlo e comprenderlo. Fin dalle nozioni più basilari come i nomi dei luoghi, i quali tuttavia già sono elementi di narrazione amplissima e approfondita dei territori che denominano e identificano – un tema sul quale ho lavorato parecchio e continuo a farlo, data la sua importanza.

Quindi, vi prego: curate la vostra cognizione geografica, del luogo in cui vivete e dei territori che decidete di visitare, quanto più possibile e quanto più credete di poter fare: sembra qualcosa di superfluo, che non serva a granché e invece è (anche) un racconto di voi stessi, di chi siete e dove andate. Perché i luoghi esistono quando hanno un nome, e esistono quando quel nome è conosciuto in quanto quel luogo che identificato è vissuto, dunque vivo. Molto semplice, assolutamente fondamentale.

Il bene comune

[Foto di Chavdar Lungov da Pixabay.]
C’è un concetto che, nelle buone pratiche di gestione e sviluppo dei territori abitati e antropizzati, siano essi urbani oppure rurali (in questi secondi con particolare evidenza), sta prendendo sempre più piede ovvero assumendo un necessaria e imprescindibile valore: quello dei “beni comuni”, più spesso definiti col termine inglese commons. Vi sono definizioni similari ma specifiche di “bene comune” nell’ambito della filosofia, delle scienze politiche, dell’economia e dell’ecologia, tuttavia non di rado confuse l’una con l’altra, ma in genere, quando si parla di territori abitati, il concetto di commons più apprezzato è quello della politologa Elinor Ostrom, premio Nobel per l’economia 2009: i commons sono risorse materiali o immateriali condivise, ovvero risorse che tendono a essere non esclusive e non rivali (un bene è “rivale” quando l’uso da parte di un soggetto impedisce l’uso da parte di un altro soggetto), e che quindi sono fruite (o prodotte) tendenzialmente da comunità più o meno ampie. In tal senso, la gestione diretta – e quindi tendenzialmente democratica – dei commons da parte delle comunità è, in generale e a certe condizioni, più efficiente e sostenibile della gestione eterodiretta da parte privata o pubblica, ciò perché più legata a un interesse pratico e sussistenziale nonché a elementi storici, culturali, esperienziali, identitari che una gestione privata o una meramente politico-amministrativa non possono garantire, semplicemente perché non ce l’hanno nel proprio dna (qui trovate un ottimo approfondimento al riguardo).

Posto ciò, i territori di montagna, tendenzialmente delicati e “difficili”, sono quelli dove la gestione dei beni comuni è non solo più evidente ed emblematica, ma risulta del tutto necessaria per lo sviluppo armonioso delle comunità residenti nella relazione con i luoghi abitati, vissuti e sfruttati e per la reciproca salvaguardia. L’economia delle Alpi, ovvero quell’insieme di attività che garantisce la sussistenza e il benessere, include una tradizione multicentenaria di gestione collettiva di beni e risorse. Di fatto nelle Alpi ancora oggi esistono istituzioni di proprietà collettive, leggi di uso civico e pratiche culturali che tramandano e tutelano questa gestione collettiva. Ogni territorio alpino ha i propri beni comuni e commons, intesi come sistema sociale ed economico che si crea attorno ai beni comuni.
Per contribuire alla vitalità delle Alpi, i commons, come sistemi sociali, devono essere inclusivi e aperti al dialogo col mondo che cambia. Donne, giovani e nuovi abitanti, spesso esclusi dalla gestione dei beni comuni alpini tradizionali, devono poter partecipare al processo di presa di decisione. Le loro idee e i loro punti di vista sono fonte di rinnovamento e rivitalizzazione attorno a progettualità concrete. Allo stesso tempo vanno tutelati da tendenze che vogliono omologare e ridurre i processi di cogestione al solo criterio dell’efficienza perché è proprio il tempo, l’incontro e le relazioni che danno forma alla comunità attorno alla cura di un bene, che quindi diventa comune e contribuisce allo sviluppo della resilienza socio-economica locale. Se una volta i beni comuni o le almende nelle Alpi, come boschi, alpeggi e malghe, servivano per sostenere la vita dura in questo territorio fragile, oggi essi tutelano la biodiversità, una cultura identitaria situata ma aperta e mantengono vivo il collegamento al territorio. Con questa tutela contribuiscono anche sensibilmente al sostentamento della comunità, perché integrano forme diversificate di economia e hanno al proprio centro la conciliazione tra il benessere delle persone e della natura.

È insomma un concetto e una pratica fondamentale, quella dei commons, da conoscere, comprendere e attuare, per il bene del mondo in cui viviamo e per garantire ad esso, ovvero per garantirci, un futuro più equilibrato e dunque più armonioso e fecondo – di beni materiali e immateriali, di evoluzioni, sviluppo, possibilità, progettualità, bellezza.

N.B.: ho tratto la riflessione sui commons alpini da “Alpinscena” nr.107, la rivista della CIPRA, il cui ultimo numero è dedicato proprio al tema dei beni comuni nelle Alpi.

 

Noi e i ghiacciai (che spariscono)

Credo che le immagini della località ritratta nelle fotografie qui sopra le avrete viste più volte, per quanto siano suggestive e per ciò riprodotte di frequente un po’ ovunque. Magari ci sarete pure stati, al Ghiacciaio del Rodano nel Canton Vallese, in Svizzera, in effetti uno dei luoghi più suggestivi della Confederazione e di tutto l’arco alpino. Io con voi, eppure ve le ripropongo perché l’aver ritrovato sul web l’immagine sopra, quella d’epoca – che è una vecchia fotografia datata tra il 1890 e il 1905 ricolorata – mi ha reso nuovamente evidente come il Ghiacciaio del Rodano, come pochi altri ghiacciai alpini, rappresenti una delle più drammatiche manifestazioni della deglaciazione delle Alpi dovuta ai cambiamenti climatici e al relativo riscaldamento globale, fenomeno ormai “storicizzato” dacché in corso da più di un secolo. L’immagine sotto, con la quale confronto la prima, è ovviamente recente, di qualche anno fa.

È una manifestazione drammatica non solo dal punto di vista ecologico e ambientale ma anche da quello del paesaggio e del suo valore antropologico e culturale – proprio in ciò il Ghiacciaio del Rodano risulta emblematico più di altri apparati glaciali in ritiro, in forza della sua visibilità, della vicinanza al fondovalle e della forte “presenza” referenziale e identitaria nel territorio dell’Obergoms, fondamentale nella percezione e nella considerazione del paesaggio locale. Ciò sia in un senso e nell’altro, ovvero quando c’era il ghiaccio e ora che non c’è più: è evidentissimo, qui, come il paesaggio sia totalmente cambiato, il suo elemento fondamentale e vivificante non c’è più, ora il versante è caratterizzato da forme e colori differenti, assumendo un aspetto meno luminoso (e non solo per la mancanza del riverbero glaciale) e più dimesso, più cupo e per certi versi quasi inquietante, per come la grande ferita rocciosa lasciata dalla sparizione della colata del ghiacciaio possa ricordare anche il residuo d’una grande frana e comunque qualcosa di distruttivo, non certo di ravvivante. Un’assenza che inevitabilmente modifica anche la relazione antropologica (sia inconscia che consapevole) di chiunque si trovi nel luogo, che percepirà sensazioni totalmente diverse da quelle che poteva percepire il viaggiatore di un secolo fa, il che finisce per influire anche sulla reciproca identificazione in loco – dell’uomo nel luogo e viceversa. Viene da pensare che nel ghiaccio dimorasse il Genius Loci del territorio in questione e quindi, con lo scioglimento del primo, anche il secondo stia drammaticamente svanendo.

Tutto questo, oltre al cambiamento meramente estetico che ha subito il territorio, elemento solo apparentemente primitivo e superficiale ma a sua volta basilare nella percezione e nella determinazione del paesaggio nello sguardo e nella mente della persona che vi interagisce.

Ecco perché il processo di deglaciazione delle nostre Alpi è ben più ampio, nella sua gravità e nelle relative ricadute, che se considerato dal solo punto di vista ambientale (qui c’è un bell’articolo di “SwissInfo.ch” che tratta proprio questo tema, con numerosi spin-off ad argomenti correlati). Non sparisce solo il ghiaccio ma un intero immaginario visivo e culturale, formatosi nel corso di secoli e che ora, in pochi decenni, si sta sgretolando nei suoi elementi formativi essenziali, proprio come accade ai ghiacciai. Se il loro ritiro continuerà, inesorabilmente tra qualche anno il nostro sguardo sulle Alpi sarà diverso rispetto a quello attuale e ancor più di quello del passato, e ciò senza dubbio (dacché è un processo antropologico congenito al nostro rapporto con il mondo che viviamo) cambierà anche la relazione che intessiamo e intesseremo con i territori alpini, il modus vivendi in essi, la considerazione che ne avremo, l’interazione che vi metteremo in atto e, ultima ma non ultima, la loro identità culturale, quella che identifica in primis le genti che vi abitano.

Vivremo sulle stesse montagne che abitiamo da secoli ma, per molti aspetti, vivremo altre montagne, diverse, mutate nelle forme e nelle sostanze. E chissà come le vivremo, senza più uno dei loro elementi fondanti e caratterizzanti. Chissà.

(Crediti delle immagini: la prima è disponibile presso la Divisione Stampe e Fotografie (Prints and Photographs Division) della Biblioteca del Congresso sotto l’ID digitale ppmsc.07877 in pubblico dominio, fonte qui; la seconda è presente in diverse pagine sul web, senza fonti certe.)

(Ri)diamo voce ai sentieri!

A proposito di (nuove) strade di montagna, in senso generale: dall’inizio dell’anno in corso su Facebook è attiva la pagina “Diamo voce al sentiero, che si propone lo scopo di (come si legge nelle informazioni della pagina stessa) «sensibilizzare e discutere sul tema della costruzione di viabilità montana a discapito della sentieristica preesistenteUn tema fondamentale eppure troppo spesso sottovalutato, trascurato ovvero fuorviato per adattarlo a fini strumentali che rispetto allo sviluppo e alla salvaguardia della montagna appaiono del tutto antitetici, i quali poi consentono di perpetrare al territorio montano danni sconcertanti e sovente perenni con il conseguente detrimento del valore estetico, culturale, antropologico nonché economico dello stesso.

Diamo voce al sentiero” cerca di sostenere e perseguire una così necessaria sensibilizzazione sia attraverso contenuti che pongono in evidenza i concetti primari alla base del tema suddetto (un esempio lo vedete qui sopra), sia con focus veloci e sagaci su certe situazioni particolarmente emblematiche al riguardo – proprio come quella in corso nella splendida e ora profanata Val di Mello, sulla quale ho dissertato a mio modo nel post precedente, qui sul blog.

Seguitela, la pagina “Diamo voce al sentiero”: se da un lato vi darà modo di irritarvi parecchio (come a me succede) verso certi terribili e vergognosi interventi nei territori montani, dall’altro vi darà coscienza di come la bellezza dei monti non abbisogni affatto di quelle opere e che, come peraltro sosteneva il grande Walter Bonatti, «La montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che facciamo»: e a volte ciò che l’uomo decide di imporre, alla montagna, è quanto di più disonesto vi sia nei suoi confronti e di chiunque la voglia vivere liberamente e consapevolmente.