Per l’estate 2026 ci attende un unico grande “luna park” sulle montagne! (O no?)

Sci sulla plastica, “Love bike park”, jeep-taxi, “Pora Beach”, dj-set, «salendo in montagna comodamente seduti su una seggiovia». L’articolo pubblicato da “L’Eco di Bergamo” domenica 7 giugno scorso dà conto delle iniziative per l’estate imminente sulle montagne bergamasche e racconta, in buona sostanza, di un grande luna park diffuso sulle Alpi Orobie, dove sembra che si faccia – e si possa fare, o si debba fare – tutto ciò che con la montagna, quella vera, c’entra poco o nulla ma che evidentemente si pensa possa piacere a molti gitanti cittadini. Ai quali infatti non si fa altro che riproporre la città in quota, con un sacco di “divertimenti” – tutti a pagamento, ça va sans dire – nessuno dei quali racconta veramente le montagne che ci sono intorno ad essi. «Si chiama «destagionalizzazione» del turismo montano» ricorda l’articolo, ma si potrebbe tranquillamente parlare di demontanizzazione, vista la realtà dei fatti, mentre la “destagionalizzazione” fatta così si conferma solo un modo insensato per banalizzare, (s)vendere e sfruttare il paesaggio montano lungo l’intero anno o quasi, senza che i suoi abitanti ne ricavano qualche vantaggio reale e proficuo.

Naturalmente la montagna vera non è tutto questo. L’articolo del quotidiano bergamasco a ben pensarci non parla affatto di montagna, scrive di altro, dei “comprensori” e dei loro affari, di turismo industriale, omologato e massificato per il quale il luogo è solo uno sfondo suggestivo, non conta granché, anzi, in certi casi è pure un impedimento. E a leggerlo, l’articolo, qualcuno potrebbe pensare che in montagna ormai ci si salga solo per fare le cose elencate, per divertirsi nei vari luna park e con le loro attrazioni: non c’è alcun accenno, se non vaghissimo (e non per colpa dei redattori) a camminate, escursioni, trekking, ambiente naturale, paesaggi d’alta quota, pernottamenti nei rifugi, alpinismo, vette da salire, silenzio… nulla.

[Il “Pora Beach”, sul Monte Pora. Con tutto il rispetto del caso, mi pare che ogni commento sia superfluo. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
Ovviamente la montagna vera è questa, e con buona pace dei gestori dei luna park – che fanno il loro mestiere, e va bene così – ce n’è tantissima di gente che vi sale per praticarla nel modo più autentico, consapevole, equilibrato, responsabile, stando lontano da giostre varie, pseudo-spiagge, piste da sci di plastica, dj-set e tutto il resto. Cose che chiunque è liberissimo di praticare e con le quali divertirsi, ripeto: ma almeno avendo l’onestà di sapere che non è “montagna” quella, facendosene una bella e buona ragione e, con essa, provando magari a comprendere meglio dove si trovi e cosa, o come, vivere al meglio il luogo in cui si trova. In fondo, forse, basterebbe solo guardarsi intorno e osservare quello che c’è, capendo che no, le montagne, i boschi, i prati, i paesi, non sono solo uno sfondo “da cartolina” a tutte le attrazioni proposte e ai propri selfie. Ecco.

P.S: ma veramente poi ci si chiede perché la montagna perde anima, identità, cultura, socialità, attrattività e si spopola di continuo? Sul serio?

Un’altra ciclovia qui, un nuovo ponte tibetano là, una seggiovia lassù… che sarà mai?!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Che esagerazione!», «La stai facendo troppo grande!», «Mica stanno distruggendo l’intera montagna!» eccetera. A volte, quando scrivo di certe iniziative, opere, progetti che, ragionandoci sopra per quel poco che riesco cercando di coltivare il buon senso e la razionalità, a me (e non solo a me) paiono opinabili, privi di logica e/o impattanti, mi sono state rivolte affermazioni come quelle appena citate.

Be’, le capisco. Che sarà mai una ciclovia lunga un tot di chilometri e larga due o tre metri che attraversa un intero versante montano dove non c’è niente altro? O una cabinovia con la sua dozzina di pali oppure, e ancor più, un esile ponte tibetano o una passerella panoramica, roba che occupa qualche metro quadro di suolo e basta?

Già, uno zero-virgola percentuale di terreno occupato e consumato a fronte di ettari e ettari di montagna intatta, che sarà mai?

Le capisco, sì, come capisco il tizio che al bar, dopo aver bevuto già un po’, sostiene che lui l’alcol lo regge benissimo e dunque si beve ancora un bicchierino, solo uno, ma sì, l’ultimo e poi basta. Che sarà mai? Così quel bicchierino lo rende ancora più brillo e ancora meno capace di reggere l’alcol e ragionare ergo di limitarsi: si berrà un altro bicchiere, poi un altro, poi un altro… e infine collasserà, inevitabilmente. Insomma: capisco che non lo capisce, il rischio che corre e le relative conseguenze.

Di quante cose che hanno rovinato, abbruttito, degradato, distrutto un’infinita di luoghi dove prima c’era poco o nulla, si è detto «Che sarà mai?!» oppure, a chi metteva in guardia dai rischi, «Che esagerato, che catastrofista!»… si sono sminuiti i rischi, si sono sottovalutate le conseguenze a volte in buona fede o per mera “ignoranza” (cioè per non capire realmente ciò che stava accadendo) e altre volte no, in malafede, per inseguire interessi e tornaconti particolari. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, i rischi si sono palesati, sono diventati danni e, a forza di «Che sarà mai?!», in certi casi si sono trasformati in veri e propri disastri, difficilmente sistemabili.

Ecco: sarebbe il caso di evitarli alla fonte, questi danni, di evitare quel “bicchierino del che-sarà-mai” il quale invece non è che l’inizio della fine. Magari non sarebbe così, non finirebbe in maniera così disastrosa: ma chi è disposto a correre il rischio e ad assumersene poi le responsabilità? Non è meglio semmai pensare ad altre cose da fare, meno rischiose e pericolose, e non essere così arroganti da risolvere il tutto con il solito «Che sarà mai!», con la convinzione più o meno legittima di essere sempre dalla parte della ragione, del giusto e mai dell’insensatezza e dello sbagliato?

In sociologia esistono varie teorie che descrivono e spiegano perché, spesso, soffriamo della cosiddetta “illusione di infinitezza”, cioè di come ci convinciamo di poter avere a disposizione certe cose all’infinito – dall’ambiente naturale alla sobrietà mentale – e invece no, non è affatto così. Il bicchierino di chi crede di reggere l’alcol e invece no è la ciclovia in più, il ponte tibetano dove prima non c’era nulla, la cabinovia, la strada, il parcheggio, la palazzina e tutto il resto che si piazza in una zona ancora intatta perché «Che sarà mai, tanto di spazio ce ne un sacco a disposizione!». Così realizzata, edificata, installata una prima cosa, se ne piazza un’altra al servizio della prima oppure ancora perché che-sarà-mai, poi un’altra ancora che tanto ci sono già le altre due, poi un’altra, poi un’altra… un altro bicchiere, un altro, un altro ancora fino al collasso. E finché succede all’ubriacone be’, sono affari suoi, ma quando succede alle nostre montagne, al loro ambiente naturale, al paesaggio, alla loro anima, alla relazione culturale, di chi le vive e ci abita, sono affari di tutti perché le montagne sono un patrimonio culturale collettivo, come dice la nostra Costituzione.

Dunque, ribadisco: siamo disposti a correre questi rischi e a mettere in pericolo le nostre montagne? Siamo disposti a cedere la responsabilità della loro tutela a quegli amministratori pubblici che invece accondiscendono a obiettivi e interessi così rischiosi e pericolosi come se sulle montagne non avessero alcuna responsabilità o trascurassero di averne?

Due “luna park”, diversi ma uguali

Date un occhio alle due immagini qui sotto:

Al netto del contesto visibile e delle debite proporzioni, vi trovate qualche differenza?

Io sì: la prima raffigura chiaramente un luogo di montagna, l’altra evidentemente no.

Fine, non trovo altre differenze sostanziali. Stesse funzionalità (sono due parchi divertimenti o luna park, se preferite), medesimo disordine delle attrazioni, identiche finalità meramente ludiche e, dunque, simili modalità di fruizione indotte.

Ma il luogo raffigurato nell’immagine in basso è Gardaland, che conoscete di certo, mentre quella dell’immagine in alto è, come accennato, la vetta di una montagna alpina di quasi 1600 metri di quota, l’Hartkaiser sopra Ellmau in Tirolo, Austria: e a me – senza volerne criticare direttamente la presenza lassù e chi ne fruisce, sia chiaro – pare un ottimo esempio di lunaparkizzazione del territorio montano, ecco.

Detto ciò, e a parte le mie opinioni al riguardo: giostre e attrazioni ludiche a 1600 metri di altezza per famiglie e bambini (ma non solo per loro, in verità) nel bel mezzo d’un paesaggio alpino di grande bellezza e ricco di cose meravigliose da vedere e visitare… accettabile? Ammissibile? È ciò che serve al luogo nelle specifico e alle montagne in generale per essere valorizzate e per attirare visitatori? O tutto ciò rappresenta una interpretazione errata dell’idea di fruizione del territorio montano se non una volgare banalizzazione del luogo e delle sue peculiarità ovvero il segnale di una carente consapevolezza culturale riguardo ciò che sono le montagne e che sanno offrire?

Inoltre: visto il target evidente di tali attrazioni, sono cose che servono realmente al pubblico che le frequenta per generare da parte loro interesse, attenzione e fascino nei confronti delle montagne, oppure deviano e inquinano da subito queste qualità, necessarie ad un autentico godimento del paesaggio montano, tanto negli adulti quanto, cosa ben più grave, nei piccoli, assuefacendoli a una montagna iper-infrastrutturata e di contro disabituandoli alla conoscenza e alla consapevolezza della natura autentica (sia in senso ambientale che culturale) delle terre alte ovvero alla loro specificità identitaria rispetto alle zone metropolitane più urbanizzate?

Che ci siano giostre a non finire a Gardaland, ovvero in una zona già ampiamente antropizzata, ci sta; che vi sia un contesto simile sulla cima di una montagna delle Alpi – e che ce ne siano a decine per tutte le montagne alpine e appenniniche, di forma varia ma uguale sostanza, nel bel mezzo di un contesto geografico, naturale, ambientale che dovrebbe sorprendere ed entusiasmare chiunque senza bisogno di tali manufatti ludici – non sempre ci sta. Anzi, quasi mai.

Questo ovviamente non significa, per quanto mi riguarda, che non possano esistere contesti simili anche in montagna, ma certamente significa che tanti di quelli realizzati così di frequente hanno ampiamente superato i limiti di decenza, di assennatezza e di contestualità che il luogo in cui sono installati avrebbe richiesto di osservare al fine di tutelarne la bellezza, l’attrattiva e l’anima alpestre.

Eppoi: siamo proprio sicuri che per divertirsi sulle montagne – soprattutto riguardo i più piccoli – ci siano bisogno di tutti questi pseudo-luna park così come delle altre infrastrutture turistiche “da divertimento” e non siano più sufficienti prati, boschi, ruscelli, angoli naturali, vedute e panorami strepitosi, sentieri e percorsi in ambiente e, insomma, tutto ciò che la montagna sa offrire? E se fosse così, perché non sarebbero più sufficienti?

Sono domande, persino banali a pensarci bene, che i promotori di tutte quelle infrastrutture non si pongono, ovviamente, ma che chi ama la montagna o la frequenta con almeno un minimo di autentica passione qualche volta dovrebbe porsi, secondo me.

N.B.: l’immagine del “luna park” di Ellmau è tratta da questo articolo pubblicato sul sito della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, a corredo – non casuale, ovviamente – di un articolato documento di osservazioni sulla nuova strategia europea per il turismo. Nel documento la CIPRA critica gli effetti negativi del turismo di massa e chiede un potenziamento dei trasporti pubblici e modelli turistici innovativi e adeguati alle specificità regionali e territoriali.

Una notizia rincuorante, da Costermano sul Garda: il mega “ponte tibetano” non s’ha da fare!

Giungono notizie rincuoranti da Costermano del Garda, il comune sulle sponde veronesi del Benaco il cui territorio è tra i più belli in assoluto della regione dei laghi prealpini italiani e il suo paesaggio assolutamente affascinante e emblematico: un territorio il cui pregio è messo a rischio da un progetto di sviluppo turistico devastante e insensato sotto ogni punto di vista, del quale ho scritto in alcuni articoli pubblicati sul web e su “Il Dolomiti”.

Bene: l’opera forse più impattante in assoluto del progetto, il “ponte tibetano” sulla Valle dei Mulini – luogo di eccezionale valore paesaggistico, ambientale, naturalistico, antropologico nonché massimamente identitario per Costermano e la sua comunità – non verrà realizzato. Ciò in quanto gli enti competenti hanno rimarcato la fragilità idrogeologica della zona e dunque i rischi concreti di stabilità dell’opera e di sicurezza per chi ne avesse fruito: una motivazione, in verità, che chiunque abbia visitato con uno sguardo minimamente attento la zona (la Valle dei Mulini è un solco fluviale in territorio morenico inevitabilmente soggetto a frequenti scoscendimenti, come quello di notevole entità accaduto tre anni fa proprio in corrispondenza del tratto che il ponte tibetano avrebbe scavalcato) ha facilmente intuito e compreso, ma d’altro canto pure l’aspetto che per le caratteristiche geofisiche e biologiche derivanti rende la Valle così speciale dal punto di vista ambientale e naturalistico.

In effetti fa specie che proprio gli amministratori locali, che si dovrebbero di norma ritenere adeguati conoscitori del proprio territorio, anche sotto l’aspetto culturale, abbiano potuto pensare a una tale infrastrutturazione turistica non solo terribilmente impattante sul paesaggio ma pure così inadeguata per la zona: segno di una visione politica che temo mirata esclusivamente alla mera messa a valore del luogo senza alcuna cura delle sue caratteristiche ambientali e nessuna sensibilità verso il paesaggio locale, meraviglioso e affascinante ma già ampiamente antropizzato, nel quale (e per il quale) la Valle dei Mulini rappresenta appunto una vera e propria oasi di bellezza naturale intatta e per questo da godere pienamente, non certo per la presenza delle solite attrazioni per il turismo di massa banalizzanti e, a ben vedere per un luogo del genere, profondamente degradanti.

Ugualmente – se non di più – fa specie che il primo cittadino di Costermano, dunque primo rappresentante istituzionale del proprio territorio e di tutto ciò che lo rende peculiare, dichiari di essere «convinto della funzionalità territoriale del Ponte per chiudere l’anello ciclopedonale e nel contribuire a rendere unico il nostro territorio» quando un’opera del genere, totalmente autoreferenziale e generante una fruizione del tutto omologata, tipica del turismo di massa, farebbe del territorio l’ennesimo non luogo turistificato le cui caratteristiche così speciali verrebbero completamente offuscate, con l’inevitabile risultato di una perdita dell’identità e del valore culturale, dunque anche sociale e economico. Quante di queste infrastrutture turistiche già ci sono, in giro per il nostro paese, tutte bene o male simili tra di loro e spesso, come raccontano numerose cronache, cagionanti problemi di ordine ecologico e ambientale oltre che paesaggistico nei territori ai quali sono stati imposti? Dunque come si può pensare che l’ennesimo ponte tibetano contribuisca a «rendere unico» il territorio quando viceversa e palesemente lo rende simile, materialmente e immaterialmente (ovvero nella tipologia di fruizione turistica che genera) a tanti altri?

Posso contemplare (pur senza comprendere) che l’amministrazione di Costermano non voglia ammettere la resa e che, inevitabilmente posta di fronte all’impossibilità di realizzazione del ponte, al riguardo tenti un po’ goffamente di autotitolarsi “garante della sicurezza” – per un’opera che fino al giorno prima ha invece propugnato a spada tratta! In verità la formulazione del parere contrario giunta dagli enti competenti è assolutamente da riconoscere all’impegno articolato e indefesso del “comitato” che riunisce ben 65 associazioni e opera da anni con diverse azioni di sensibilizzazione a difesa della Valle dei Mulini e di tutto il territorio costermanese, il quale non solo ha saputo tener testa alle insensate pretese dell’amministrazione locale ma ha fatto comprendere a innumerevoli persone – me compreso – l’importanza fondamentale e emblematica della tutela di un luogo così bello e speciale.

Un impegno che ovviamente non è affatto finito, tutt’altro: il solo fatto che in loco si sia potuto pensare un progetto di “sviluppo turistico” nel suo complesso così impattante e variamente pericoloso –  in primis per la stessa comunità di Costermano e dei comuni limitrofi – rende evidente che la guardia non sia per nulla da abbassare e anzi, se possibile, sia da accrescere, innanzi tutto perché resta da capire cosa ne sarà del resto del progetto per il quale si ipotizzano altri interventi assolutamente discutibili quando non chiaramente insensati – come già ho messo in evidenza qui. Interventi che la bellezza e il valore del luogo non possono ammettere: sarebbe come se decidessero, Costermano e il suo territorio, di accettare la loro stessa fine nonché, cosa per certi versi anche più grave, la decadenza dell’anima autentica del luogo e della comunità che lo abita.

P.S.: per ingrandire le immagini, cliccateci sopra. Invece per leggere gli articoli che ho dedicato al caso di Costermano, cliccate qui.

Costermano su “Report”, inevitabilmente!

Ecco qui, di nuovo. Come volevasi dimostrare, o come potevasi immaginare, i progetti di “turistificazione” del territorio di Costermano sul Garda – una delle zone in assoluto più belle del Benaco, ricca di valenze ambientali, naturalistiche, paesaggistiche, culturali, soprattutto nella sua Valle dei Mulini – ovvero di trasformazione del luogo in un assurdo parco divertimenti dotato delle solite degradanti attrazioni turistiche di massa con annessi (enormi parcheggi e strade relative) e connessi (cementificazioni varie e assortite), della cui sconcertante pericolosità avevo scritto in un articolo/reportage su “Il Dolomiti” e sul blog, sono finiti sotto la lente di “Report, che al caso di Costermano vi ha dedicato un’ampia parte della puntata andata in onda domenica scorsa.

Se gli inviati di “Report” hanno messo in luce soprattutto l’inquietante torbidità delle manovre politiche e finanziarie messe in atto dall’amministrazione comunale in carica, mandante del progetto, e gli interessi altrettanto foschi del sindaco al riguardo, forse dalle immagini risulta meno evidente la terribile devastazione che le numerose infrastrutture pensate per il progetto apporterebbero al territorio e in particolar modo alla citata Valle dei Mulini, tutelata da una Zona Speciale di Conservazione (ZSC) e inserita nella rete europea “Natura 2000”, ma pure alla dimensione culturale, sociale e identitaria della zona, la quale verrebbe sostanzialmente soggiogata alle funzionalità delle infrastrutture progettate e ai 100mila (!) turisti all’anno previsti – in un comune di nemmeno 4mila abitanti. Una follia, appunto.

D’altro canto il lavoro fatto dal team di “Report” (in primis da Rosamaria Arquino, che firma il servizio), inevitabilmente costretto a restare nelle tempistiche imposte dalla trasmissione, è ottimo e illuminante sullo stato di fatto in essere a Costermano, sulla deprecabile minaccia alla quale la zona è sottoposta e, ancor più, sulla figura del sindaco in carica, della quale offre un ritratto assolutamente tanto significativo quanto esplicativo.

Vi invito – se già non l’avete fatto in TV o altrove – a vedere il servizio di “Report” (potete farlo anche cliccando sull’immagine in testa a questo post) nonché – sempre se non l’abbiate già fatto – a leggervi il mio “reportage” su Costermano: credo e spero possiate rendervi ben conto della realtà dei fatti e di quanto il progetto dell’amministrazione comunale sia scriteriato e inammissibile, sotto ogni punto di vista, in un luogo talmente bello e prezioso per chiunque. Un progetto devastante e degradante da denunciare nonché fermare in ogni modo possibile.