La situazione su molte nostre montagne è grave ma non seria

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Ma sono seri

Di frequente mi ritrovo a pensare così quando leggo sulla stampa o ascolto alla radio (non guardo la TV, ci tengo a ribadirlo) le cronache del nostro tempo, le dichiarazioni dei politici, i brani musicali più ascoltati o cose simili e tante altre vicende gravi ma non serie (cit.) che caratterizzano la quotidianità. Ed è lo stesso pensiero che mi suscitano numerose cose che vengono fatte in montagna: impianti sciistici pagati con soldi pubblici dove ormai non nevica più, nuove strade nei boschi che poi chiamano “ciclovie” per far credere di valorizzare i luoghi, ponti tibetani e panchine giganti contro lo spopolamento… «Ma veramente sono seri quelli che propongono queste palesi assurdità?» penso. «O sono soltanto dei burloni che aspettano fino all’ultimo per dirci che sono tutti quanti degli scherzi?»

D’altro canto, se ci pensate bene, la situazione che caratterizza il mondo contemporaneo è veramente, in molti suoi aspetti grandi e piccoli, «grave ma non seria», come appunto ben disse decenni fa il mirabile Ennio Flaiano. Si pensi solo al tizio che ora comanda la più grande superpotenza del pianeta: un esempio lampante della situazione suddetta.

Come al solito, l’etimologia è utilissima a capire meglio il senso delle cose. «Serio» è una parola che deriva dal latino serius e, da vocabolario, indica chi ha o rivela impegno, ponderatezza, attenta considerazione, pacata gravità (dacché ritenuta contrazione del termine severus, “severo”, “grave”), comunque un atteggiamento opposto o lontano da qualunque scherzo e ilarità. Se già tempo fa Flaiano pronunciò quella sua fulminante affermazione nei riguardi della politica italiana, ancora oggi e in modo ben più consono la situazione è grave ma non è seria a partire proprio da chi il mondo lo governa, tanto a livello globale – come accennavo – quanto nazionale e locale. E sulle montagne, che guarda caso sono un ambito che spesso si definisce severus, in forza delle condizioni ambientali che impone di affrontare, quella situazione diventa ancora più evidente e a me giustifica il pensiero che mi sorge all’istante leggendo e sapendo di certi progetti.

D’altro canto, come si può considerare serio qualsivoglia politico che, ad esempio, sostiene di contrastare lo spopolamento delle montagne o di valorizzarne il paesaggio spendendo decine di milioni di Euro di soldi pubblici per finanziare e costruirci cabinovie e cannoni sparaneve? Ma veramente ci crede a ciò che sostiene? Oppure quelli che parlavano di “legacy olimpica”, in occasione dei Giochi di Milano Cortina: erano seri? Quelli che dicono di salvaguardare l’identità storico-culturale dei territori montani realizzando nuove ciclovie che distruggono antichi sentieri di secolare percorrenza… ma sono seri?

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Non a caso, di nuovo, in queste circostanze si parla di trasformazione delle montagne in luna park alpestri, in divertimentifici a uso del turismo di massa, di disneylandizzazione delle località montane, di banalizzazione del paesaggio tra piste da sci di plastica, panchine giganti fucsia e altre simili amenità: tutte cose evidentemente antitetiche alla più ordinaria definizione di “serietà”, di ponderazione, di attenta considerazione del contesto. Di buon senso, insomma. Come ci può essere “serietà” in atteggiamenti e iniziative come quelle citate, così frequentemente imposte alle montagne?

Quando ciò accade, probabilmente è perché le stesse montagne, le loro realtà di fatto, le comunità che le vivono e le loro necessità, l’ambiente e il paesaggio, il rispetto e la cura di cui abbisognano, in modo crescente vista la crisi climatica in divenire, non vengono presi in seria considerazione. D’altronde chi non sa essere serio come può manifestare le considerazioni serie delle quali le nostre montagne hanno bisogno, a volte disperatamente?

Che la mancanza di serietà nella conduzione del mondo in cui viviamo sia una delle pecche – e dei drammi – maggiori del nostro tempo, è un dato di fatto indiscutibile, temo. E la situazione che ne deriva non è seria, appunto, ma è parecchio grave. Dobbiamo essere sufficientemente seri, tutti quanti noi, da rendercene conto e agire di conseguenza.

Overtourism e cafonatourism

Che il turismo di massa, e la conseguente turistificazione, si porti appresso una quota di kitsch quando non di cafonaggine è evidente e inevitabile. Quando ciò accade in luoghi e paesaggi di pregio che nulla avrebbero a che spartire con qualsivoglia cattivo gusto [1], come le montagne, la cosa diventa ancora più evidente. E se a volte la correlazione tra turismo massificato e cafone è forzata e strumentale, altre volte sembra proprio che sia il turismo stesso, ovvero chi lo gestisce, a generarla e a vantarsene pure. E in ciò l’industria turistica di montagna, e quella dello sci in special modo, gareggia ad altissimi livelli, purtroppo.

Così, dopo gli spaventosi tavolini-cervo del comprensorio della “Via Lattea” in Val Susa, che vedete lì sopra e dei quali ho scritto qui, ecco una delle orribili giostre del «parco giochi a pagamento con scivoli giganti a forma di Fontina, mucca e bidone del latte, destinata a bambini fino a 12 anni. Si tratta di strutture alte tra i 5 e gli 8 metri, dal costo complessivo di oltre 1 milione di euro» che a quanto pare verrà realizzato a Champoluc da Monterosa Spa, che gestisce il comprensorio sciistico della zona, «con il pretesto di favorire la pastorizia» (giuro, l’hanno affermato davvero!):

Ma veramente non se ne rendono conto di quanto cattivo gusto, estetico e culturale, vi sia in queste cose?

Inoltre, cosa ancora peggiore: veramente non capiscono, i promotori di queste iniziative, che stanno sempre più trasformando la montagna in una finzione, un luogo artefatto, fasullo, insensato, alienato dal contesto e alienante per chi lo vive? È questa l’idea di montagna che vogliono comunicare e trasmettere? È per un’idea così svilente e di cattivo gusto che spendono ben 1 milione di Euro?  E veramente sono seri quando dicono di «favorire la pastorizia» facendo giocare i bambini con una mucca-mostro dalla cui pancia a mo’ di budella plastificata esce uno scivolo?

Mi auguro vivamente di no, che non siano seri. Ma in tal caso ci sarebbe da pensare che siano ipocriti: e non so quale delle due sia peggio, in fin dei conti.

[1] Certo, il gusto, cattivo o meno che sia, è per certi versi soggettivo ma per altri versi denota bene, al pari del concetto corrente di “bello”, la temperie culturale che caratterizza un dato momento storico oltre che il pensiero diffuso che vi sta alla base.

Come navicelle spaziali in viaggio tra le vette: “I bivacchi delle Alpi. 100 anni di emozioni in scatola” di Luca Gibello

[Il Bivacco Gervasutti (2835 m) al Ghiacciaio di Fréboudze sopra Courmayeur, nel gruppo del Monte Bianco.]

Ai tempi della società liquida, i bivacchi vanno di moda. Se, da un lato, le nuove installazioni in zone accessibili consentono magari di avvicinare nuovi appassionati alla montagna, dall’altro rappresentano un ulteriore carico antropico per le terre alte. Le stime attuali parlano di un numero poco inferiore ai 350 bivacchi sull’intero arco alpino internazionale, di cui oltre 250 solo sul versante italiano. I bivacchi spopolano tra le giovani generazioni come fotogeniche icone social e come inconsuete mete attraenti, oggi più di ieri, per via della prospettiva del bagordo incontrollato e del pernotto a sbafo; talvolta, lasciando per souvenir rifiuti abbandonati e strutture danneggiate. I bivacchi si sono guadagnati l’attenzione dei media, occhieggiando dalle web gallery. Complici forme di comunicazione superficiale e acritica, che mescolano alto e basso, originalità e banalità, essi sono assurti a modelli alternativi di lifestyle. Di qui 1’accostamento ad altre forme di ricoveri e shelter che, in ossequio alle tendenze del cool, glam e smart, nonché di un ambiguo concetto di naturalità – ovvero sempre mediato da un filtro artificiale -, stanno dilagando in ogni angolo, magari prima intonso o quasi, del pianeta: cabin, case sugli alberi, starbox, stanze emozionali e bolle varie. [Pagg.239-240.]

Così si legge quasi alla fine del libro di Luca Gibello (CAI Edizioni, 2025, con prefazione di Irene Borgna e postfazione di Riccardo Giacomelli), giornalista, storico e critico di architettura contemporanea, alpinista (salitore di tutti i Quattromila delle Alpi), presidente dell’Associazione “Cantieri d’Alta Quota” e autore di un testo meraviglioso sulla storia passata nonché, per molti aspetti, sul presente e sul futuro prossimo (come la citazione dimostra bene) dei bivacchi, rivoluzionarie capsule di sopravvivenza in alta montagna che, nati cent’anni fa, rappresentano ancora oggi qualcosa di emblematico riguardo la frequentazione antropica delle montagne nonché di costantemente innovativo, anzi, di una sorta di tradizione che rappresenta fin dall’inizio un’innovazione ben riuscita (per citare il famoso aforisma attribuiti a Oscar Wilde) e in costante progresso al fine di potersi realmente consolidare in “tradizione”.

In effetti, ancora più dei rifugi, i bivacchi rappresentano l’avanguardia “sopravvivenziale” della presenza umana alle alte quote montane, vere e proprie capsule di salvataggio nelle quali c’è quello che serve e nulla di più (salvo quale caso contemporaneo tuttavia poco filologico) in territori dalle condizioni a volte così difficili e repulsive da ricordare quelle di altri mondi – e non caso, per qualche tempo, le forme dei bivacchi hanno assunto sembianze direttamente riconducibili a quelle di capsule spaziali quando non di astronavi aliene, seguendone anche per certi versi l’evoluzione formale (prima molto piccoli, poi più grandi e capienti nonché più tecnologici). Ciò per rimarcare come, anche al netto delle loro funzioni alpinistiche primarie, i bivacchi fin dalla loro comparsa hanno affascinato i frequentatori delle vette, “atterrando” sempre più spesso su vette, cenge, altipiani e selle e viaggiando nel tempo ovvero lungo un secolo che, se si considera quanto siano evoluti i bivacchi, sembra ben più lungo degli ordinari cento anni.

D’altro canto l’evoluzione che i bivacchi hanno subìto è stata fin troppo spinta, per alcuni aspetti: a volte, negli ultimi anni, la loro spartanità è stata dimenticata così come il concetto di modularità ripetibile e adattabile a ogni sito, le forme hanno più badato all’estetica che alla funzionalità, la loro collocazione è sembrata dettata più da scopi simbolici che pratici, fino a che negli ultimi anni la frequentazione è cambiata tanto quanto la percezione della loro presenza, divenute entrambe modaiole, superficiali e deviate all’imperante visione artificiale del mondo imposta dai social – proprio come dice Gibello nel passo citato. Al punto che qualcuno, in presenza di un nuovo bivacco ultramoderno e superconfortevole che ne ha sostituito uno vecchio e ormai malandato, invoca lo smontaggio del nuovo e il ripristino di quello vecchio così che induca avversione all’influencer di turno o all’escursionista sprovveduto, sollecitando al contempo una ben più razionale, misurata e consapevole frequentazione delle alte quote.

Ma se tralasciamo di considerare tali eccessi contemporanei (stendendoci numerosi veli pietosi sopra), è indubbio che ancora oggi, a più di un secolo dalla loro concezione e installazione sulle Alpi, i bivacchi non solo conservano un fascino peculiare mantenendo vive suggestioni da alpinismi d’antan altrimenti estinte o quasi, nell’era prestazionale in cui viviamo, ma rapprendono e raccontano ancora una parte importante della storia della presenza umana sulle montagne, dell’appropriazione culturale di territori altrimenti “alieni” alla civiltà, della frequentazione più consapevole e equilibrata delle alte vette, possenti eppure delicate. E per tali motivi sanno ancora pure “insegnare”, o permettono di ripassare, i princìpi della nostra relazione con quella parte del mondo abitato così affascinante e repulsiva nella quale nemmeno oggi noi Sapiens possiamo dirci dominatori, dove ancora la Natura può dettare regole e sorti e dove i bivacchi, queste piccole e semplici scatole che intaccano sì il paesaggio ma non più tanto e non come altri più voluminosi manufatti umani, ci consentono di restare lassù senza risultare troppo invadenti e al contempo regalandoci un’armonia con quei luoghi elevati e potenti quasi ancestrale, tutto sommato equilibrata, sicuramente affascinante.

I bivacchi delle Alpi è un libro veramente molto bello, di lettura estremamente gradevole, sorprendente per come, ne sono certo, pur dissertando di un tema molto specifico che si direbbe riservato ai soli alpinisti e frequentatori dell’alta montagna, saprà affascinare chiunque accompagnando i lettori in un viaggio nella catena alpina lungo più di un secolo a bordo di tali piccole e spartane “alpinavi”, immobili nei loro siti alpestri eppure ancora ben naviganti tra la Terra, il cielo e la storia che unisce gli uomini alle montagne.

P.S.: su cosa sono oggi i bivacchi ho conversato con Luca Gibello di recente, qui.

Un nuovo gigantesco resort è quello che serve per valorizzare l’alta Val Susa e la sua identità montana?

[Immagine tratta da www.piustudio.it.]
Nelle “Montagn/ews” ho riportato la notizia dell’apertura, a Cesana-Sansicario (alta Val Susa, Piemonte) dell’enorme cantiere da 135 milioni di Euro che in meno di 24 mesi darà vita ad un nuovo resort di Club Med. Una struttura da oltre 1000 posti letto in circa 500 camere costruita in un’area prativa a 1700 metri di quota con due ristoranti, Spa, area “balneoterapia” con piscine indoor e outdoor, Kids Club, ski room e sarà aperto circa dieci mesi l’anno con l’obiettivo dichiarato di intercettare famiglie e appassionati di sci soprattutto stranieri «altospendenti» che «potrebbero spendere almeno 4.000 Euro a persona a settimana». Un progetto molto atteso in zona, a quanto pare, per “valorizzare” questo versante del comprensorio sciistico della Vialattea e per i circa 500 nuovi posti di lavoro che creerà.

[Immagine tratta da www.lastampa.it.]
[Immagine tratta da www.piustudio.it.]
Già, tutto vero. Mi dicono amici che conoscono molto bene il territorio che, da quelle parti, veramente tutti o quasi sono contenti di questo nuovo megaresort [1], al punto che, alla cerimonia della posa della prima pietra, lo scorso febbraio, c’erano tutti i sindaci del circondario, i rappresentanti dell’Unione Montana, della Regione, le autorità civili e militari. Tutti quanti pronti a festeggiare una vasta cementificazione dei propri prati montani, ad una quota dove peraltro chissà ancora fino a quando permarranno le condizioni climatiche e ambientali per sciare – con neve naturale o artificiale – felici di “valorizzare” le loro montagne a favore di turisti stranieri benestanti ai quali delle montagne d’intorno interesserà poco o nulla ma, legittimamente, pretenderanno il massimo servizio dalla struttura viste i prezzi che pagheranno, dei 500 nuovi posti di lavoro che verranno occupati per la gran parte da stagionali stranieri, come ormai accade ovunque nei grandi comprensori turistici del nostro paese, di paventate «garanzie di occupazione pari al 100 per cento nel periodo invernale, e fino al 70 per cento durante la bella stagione» che in realtà nessuno potrà veramente garantire (basterà un inverno mite e privo di neve o un’estate piovosa), di speranze «che questo nuovo villaggio segni anche una ripartenza per tutta la Vialattea

Speranze”, sì.

[Tutte le autorità e gli amministratori locali schierati alla posa della prima pietra del cantiere, a febbraio 2026. Immagine tratta da https://nowpr.it.]
Un ennesimo lembo di montagna cementificato, garanzie che non si possono realmente garantire, speranze che in quanto tali potrebbero rivelarsi vane, un modello di sfruttamento turistico della montagna sostanzialmente fermo agli anni Settanta e disconnesso dalla realtà attuale e in divenire. Veramente è questo che può valorizzare le montagne, dell’alta Val Susa e di qualsiasi altro territorio in quota? Veramente è così che si intende «valorizzarlo», che si «crede nella sua identità», che questa sia «una scelta di sostenibilità»? E veramente nessuno dei sindaci, degli amministratori locali, delle «autorità civili e locali» si è posto qualche domanda sulla correttezza dell’intervento, sulla consonanza con il territorio e il luogo coinvolto, sulle ricadute concrete sulla comunità locale – tutta, non solo quella coinvolta nella filiera turistica – e sulla qualità di vita degli abitanti, su cosa potrebbe accadere se il megaresort non avesse il successo paventato, se tra qualche anno per qualsivoglia ragione (assenza di neve per il peggioramento della crisi climatica, ad esempio, evenienza peraltro sempre meno improbabile) dovesse chiudere?

Se le saranno fatte queste ed altre inevitabili domande? Oppure, senza nemmeno porsele, si saranno dati fin da subito le risposte più convenienti e funzionali a quanto sta accadendo facendo spallucce a tutto il resto? Magari saranno le risposte giuste, perché no. Ma se invece fossero sbagliate?

[Veduta panoramica delle montagne intorno a Cesana-Sansicario.]
Intanto, mi dicono sempre gli amici che conoscono bene la zona, i boscaioli che stanno abbattendo gli alberi intorno alla zona del cantiere sono venuti dalla Francia. Come dice il noto detto: se il buongiorno si vede dal mattino…

[1] Ovviamente il problema non è l’opera architettonica in sé, che sarà indubbiamente di grande pregio progettuale e costruttivo, e chi l’ha concepita. Non dovrebbe servire dirlo ma tant’è.

N.B.: notate, nell’immagine sottostante, i tavolini piazzati durante la cerimonia della posa della prima pietra del cantiere. Sono una delle cose più cafonesche e ripugnanti che abbia mai visto ma, d’altro canto, temo significative del mood che caratterizza l’intervento.

Di certa gente sbadata oppure stolta che va per montagne (e fa danni)

Mi ha fatto specie leggere quasi al contempo, giusto qualche giorno fa, della stessa circostanza riferita in due diversi scritti distanti un secolo l’uno dall’altro.

Il più recente è il post della pagina Facebook del Rifugio Luigi Mambretti, nelle Alpi Orobie valtellinesi, nel quale, anche con la foto che vedete lì sopra, si denuncia che

Nei giorni scorsi qualcuno ha lasciato aperta la porta del bivacco. Con il maltempo è entrata acqua e il libro di vetta è stato completamente rovinato. […] Questa volta abbiamo perso un libro di vetta. Altrove, come al Marco e Rosa, una porta lasciata aperta ha portato neve all’interno del locale invernale, danneggiando materassi, coperte e attrezzature. Episodi del genere dovrebbero far riflettere tutti. […] Il bivacco è sempre aperto e accessibile a tutti. Non è un comfort in più, ma un riparo che può rivelarsi fondamentale in caso di maltempo, emergenza o necessità. Tenerlo aperto è una scelta che si basa sulla fiducia e sul senso di responsabilità di chi frequenta la montagna.

Non è la prima volta che accade, anzi, la casistica è fin troppo folta di episodi del genere. Al punto che non si può pensare si tratti solo di dimenticanze: in alcuni casi sì, in tanti altri no.

Praticamente negli stessi momenti in cui ho trovato sui social la denuncia del Rifugio Mambretti, ho letto sul bel libro “I bivacchi delle Alpi” di Luca Gibello (ne ho scritto qui, ne scriverò ancora prossimamente) questo passo:

Fin d’ora raccomandiamo vivamente agli alpinisti che nella ventura estate soggiorneranno nei nostri bivacchi, di osservare scrupolosamente le prescrizioni per la loro buona conservazione; cosa tanto più necessaria – ancora più necessaria che per i grandi rifugi – data la posizione isolata e la frequenza limitata. Dimenticare, per esempio, di chiudere uno sportello, può significare di trovare il bivacco ripieno di neve e ghiaccio e quindi irrimediabilmente rovinato e inservibile. Il CAAI mette volentieri a disposizione degli alpinisti i suoi bivacchi; non chiede altro se non che essi ricordino di essere suoi ospiti; la sua generosità esige il massimo rispetto e le cure più scrupolose.

Ecco, così si leggeva in “I “Bivacchi-fissi” del Club Alpino Accademico Italiano”, Club Alpino Italiano, Rivista Mensile, n.4, aprile 1925, a pagina 111.

Aprile 1925, già. Lo stesso problema, le stesse “dimenticanze” – sbadataggini? Negligenze? Idiozie? –, le stesse raccomandazioni, a più di un secolo di distanza.

[Il bivacco di Fréboudze, uno dei primi “bivacchi-fissi” del CAAI installato nell’agosto 1925 nel gruppo del Monte Bianco, sulla cui “portina” d’ingresso sono ben evidenti le raccomandazioni agli alpinisti per curarne la conservazione. Immagine tratta da www.mountainmuseums.org.]
Ciò da un lato dimostra che già cent’anni fa come oggi c’erano “alpinisti” e “escursionisti” non esattamente consapevoli di cosa volesse dire frequentare le alte quote e avere rispetto dei luoghi e dei manufatti essenziale. Di contro – e in modo parecchio inquietante – è possibile che ancora oggi possano accadere cose del genere e si debbano rinnovare per le ennesime volte raccomandazioni così elementari, logiche, ovvie che possano contrastare comportamenti così deplorevoli e dannosi?

Mi viene da pensare, tristemente, che lungo questi cento anni siano stati commessi degli errori, in tema di cultura della montagna e della sua più sensata frequentazione, che evidentemente non sono mai stati eliminati e risolti. E quando leggo di tanti altri casi di maleducazione e inciviltà in quota da parte di pseudo-escursionisti/alpinisti, quel pensiero assume gli inquietanti connotati della certezza. Sbaglierò, mi auguro vivamente di non avere ragione, ma tant’è.

Così si conclude il post di denuncia del Rifugio Mambretti:

Perché il problema non è una porta aperta. Il problema è dimenticarsi che questi luoghi esistono grazie alla cura di chi passa prima di noi e al rispetto verso chi passerà dopo. Se non siamo capaci di rispettarli, prima o poi non resterà più nulla da lasciare aperto.