La vera ricchezza (Pier Paolo Pasolini dixit)

Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.

(Pier Paolo Pasolini, in risposta a una ragazza che gli scrive di voler studiare all’università ma non avere i soldi per farlo, tratto da “Dialoghi con Pasolini” su Vie Nuove, 1965, pag.1077.)

Ecco: lo capissero, quelli che non leggono, quanto sono poveri per tale loro mancanza, e d’una povertà che nessun denaro che non sia fatto di libri e di buone letture può risolvere, e quanto poi sia palese questa loro povertà, quanto si veda, si colga facilmente…

P.S.: citazione còlta da questa pagina facebook.)

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Rimandare a domani è la “vera morte” (Viktor Šklovskij dixit)

L’arte si occupa sempre soltanto della vita. Cosa facciamo nell’arte? Resuscitiamo la vita. L’uomo è così occupato dalla vita che si dimentica di viverla. Dice sempre Domani, domani. E questa è la vera morte.

(Viktor Šklovskij, Testimone di un’epoca. Conversazioni con Serena Vitale, Editori Riuniti, 1979. Citato da Paolo Nori, qui.)

La “vera morte” di Šklovskij è, detta altrimenti, uno dei più netti e inflessibili atti d’accusa all’uomo contemporaneo, incapace di costruire (o costruirsi) un buon futuro nel mentre che è altrettanto incapace di conservare una buona memoria del passato. In tal modo, come già scrivevo qui poco più di un anno fa, restiamo impantanati in un presente totalmente stantio dacché avviluppato su sé stesso, per il quale ci siamo convinti che il vivere alla giornata sia un atto coraggioso e resiliente, quando invece è la prima manifestazione della nostra disconnessione temporale, che per inesorabile conseguenza genera una ancor più grave disconnessione civica. Ovvero, “šklovskijanamente”, una vera e propria “morte” culturale, sociale e antropologica. È l’era dell’Homo Achronicus – ma se vi viene difficile dite pure “zombi”, dacché la differenza non è poi molta.

Se lo scrittore, oggi, non è che una “simpatica emorroide” (Christian Frascella dixit)

Non posso non condividere – in senso intellettual-emotivo, prima che nel senso di riportarla qui sotto – la riflessione che Christian Frascella (uno dei migliori scrittori italiani, per la cronaca, e lo ribadisco) ha postato sulla propria pagina facebook sull’essere scrittore, oggi. Ovvero sulla realtà della produzione editoriale, sul fare (e far leggere) libri, forse pure sul senso stesso dello scrivere. Anzi, sul dubbio che “scrivere”, in fin dei conti, rappresenti un’attività sensata oppure la manifestazione d’una bizzarra devianza mentale e psico-sociale. Almeno qui, dalle nostre italiche parti, dove i libri e la lettura, per dire, troppe volte ricordano inversamente il Festival di Sanremo: dove questo tutti lo disprezzano ma poi – vedi l’Auditel – lo guardano in TV, quelli tutti dicono di apprezzarli ma più nessuno o quasi legge – vedi le statistiche sul mercato editoriale.

Resta una speranza, quanto meno: che tale stato desolato (ovvero desolante) dell’editoria italiana finisca alla fine per sfoltire la massa di quelli che ancora “sognano” di fare gli scrittori e pubblicare libri – che abbiano un qualche valore letterario, intendo dire – tornando a lasciare spazio a chi i libri con siffatto valore li sa scrivere sul serio. Possibilmente, però, prima che i buoni scrittori siano morti, sepolti ed estinti, appunto (oppure, alternativa parecchio auspicabile, dopo che certe figure che infestano le direzioni editoriali delle case editrici cambino finalmente mestiere!)

Ringrazio molto Christian Frascella per il consenso alla pubblicazione del suo testo, e vi segnalo che il 29 maggio prossimo uscirà il suo nuovo romanzo, Fa troppo freddo per morire (Einaudi), che volendo è già prenotabile (ad esempio qui, ma immagino che lo sia pure altrove) e per la cui lettura credo che il testo qui sotto riprodotto rappresenti un’ottima promozione. Almeno per me lo sarebbe – dacché non ce n’era bisogno, a dire il vero.
Buona lettura!

È sempre più difficile essere il miglior scrittore non ancora sepolto della nostra epoca. La gente non si aspetta nulla da te, e tu ti aspetti troppo dalla gente. Poi, la gente! I lettori, quei quattro rimbambiti che ancora leggono romanzi invece di dedicarsi a cose più stimolanti e proficue, tipo la samba e la bamba.
Ti aggiri nel mondo compreso del tuo ruolo di rivalutabile-solo-da-morto e gli amici più cari, proprio quelli che non hanno mai letto un tuo libro, ti chiedono se scrivi ancora. Non aggiungono la parola Coglione, ma la senti lì che vibra come un fuscello al vento di ottobre.
«Sì, scrivo ancora, ahimé» rispondi.
E loro: «Ma com’è che t’è venuta ‘sta cosa? Non puoi guarire? Non puoi dedicarti a un lavoro serio?»
Loro sono ingegneri e amministratori di condominio.
«Non so fare altro.»
«Che sfiga!»
Una volta la moglie di uno di questi amici di vecchia data ha detto che aveva finito di leggere un tuo libro. L’ha definito «simpatico». E basta. Da allora, ogni volta che termini un paragrafo, ti domandi se sia «buono» o solo «simpatico», e pensi di procurarti una corda.
Un’altra volta due tuoi amici, sempre di vecchissima data, sono venuti a una tua presentazione: dopo i primi minuti e ascoltando le cazzate che eri costretto a dire, han preso a sbadigliare, cincischiare col telefono, darsi di gomito ogni volta che dicevi: «Ehm…», e sghignazzare apertamente quando ti hanno obbligato a leggere un passo del libro. Era Il panico quotidiano, il mémoire più bello e toccante che sia mai stato scritto dopo quello di Michelle Hunziker.
E l’altro giorno, al telefono, tua madre ti ha detto: «Dice tuo fratello che i tuoi libri non li trova mai all’autogrill. Perché non li vendono all’autogrill? Lo sai quanta gente passa all’autogrill? Devi dire a Einaudi di metterli all’autogrill. E a Natale, non a maggio, che così lo regalano!»
Quindi sei un grande scrittore – forse il migliore – non ancora sepolto.
Ti aggiri nel mondo. Senza proiettare ombre. Attendendo la tua dipartita per essere consegnato alla gloria eterna dei secoli a venire…
Ma attualmente non sei più significativo di un’emorroide.
Scrivi solo roba «simpatica».
(‘tacci sua).

Il voto del progresso (Ennio Flaiano dixit)

Anche il progresso, diventato vecchio e saggio, votò contro.

(Ennio FlaianoLa saggezza di Pickwick in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.101.)

Già. A volte l’impressione è proprio questa. Ovvero, che il problema non sia tanto che non ci sia progresso, semmai che non ci sia chi progredisca.

Il “fascino” irresistibile della stupidità (Ennio Flaiano dixit)

Debbo precisare: la stupidità ha un suo fascino, si suol dire persino che è riposante. Difatti succede che le persone e i libri più sciocchi sono quelli che più ci ammaliano, che più ci tentano e ci tolgono ogni difesa. L’esperienza quotidiana mi porta anzi a credere che la stupidità sia lo stato perfetto, originario, dell’uomo, il quale trova buono ogni pretesto per riaccostarsi a quello stato felice.

(Ennio FlaianoLa saggezza di Pickwick in Diario NotturnoAdelphi Edizioni, 1994-2010 – 1a ediz. 1956, pag.99-100.)

Eh… in quanto a stupidità diffusa – anzi, sempre più trionfante, come dare torto a Flaiano?
Il quale poi – ribadisco – scrisse quel passaggio ne La Saggezza di Pickwick più di sessant’anni fa, evidentemente già rilevando allora una realtà ben presente, se non palese. Posto ciò, fate conto a che punto si possa essere arrivati noi, oggi, nell’anno 2018. Forse ad uno stato pure peggiore di quanto si possa immaginare e temere.