Camminare con il corpo ma non con lo spirito

[Foto di Melanie da Pixabay.]

Sono allarmato quando capita che ho camminato un paio di chilometri nei boschi solo con il corpo, senza arrivarci anche con lo spirito.

[Henry David Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano, 2009, a cura di Massimo Jevolella; orig. Walking, or the Wild, 1862. La mia “recensione” al libro la trovate qui.]

Quella che a suo modo afferma Thoreau è una verità fondamentale: stare in un luogo senza saper intessere una relazione spirituale con esso è come non starci, non esserci. E in fondo ciò denota pure la differenza basilare tra luoghi e non luoghi: questi secondi non richiedono alcuna relazione con chi li visita, non avendo un’identità con la quale relazionarsi, mentre i primi basano proprio su questa relazione la loro essenza, il loro essere “luogo” nel senso pieno e compiuto del termine. Il che rimarca un’ulteriore diversità tra i due ambiti: il non luogo privo di identità richiama inesorabilmente individui altrettanto che ne sono altrettanto privi, i quali invece del luogo non sanno cogliere il valore. E non se ne allarmeranno mai, purtroppo, a discapito del luogo stesso che in qualche modo dovrà essere salvaguardato da tale trascuratezza spirituale e culturale.

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Ragionando sulla neve artificiale

Riflessione personale a “voce alta”: scommettiamo che se i comprensori sciistici aprissero le piste e lavorassero solo in presenza di neve naturale eliminando totalmente quella artificiale, dunque pur con una stagione sciistica più breve ma al contempo diversificando e implementando la propria offerta turistica con attività invernali sostenibili, contestuali ai loro monti e consone ai tempi che corrono – dal punto di vista ambientale, economico, culturale – alla fine guadagnerebbero di più e farebbero molto più del bene alle montagne sulle quali lavorano, garantendosi per giunta delle possibilità di resilienza imprenditoriale più solide e meno soggette a troppe variabili ineludibili e dannose per i loro bilanci?

(Lì sopra, un articolo di Mario Tozzi su “La Stampa” del 16 gennaio 2023. Cliccateci sopra per ingrandirlo e leggerlo meglio; gli abbonati al quotidiano lo trovano qui.)

Cronache del cambiamento (climatico): i cactus sulle Alpi

[Cactus nella riserva naturale di Follatères/Mont Rosel, comune di Fully, Vallese. Fonte: qui.]

Erano stati importati dagli Stati Uniti circa 250 anni fa. Adesso però i cactus – a causa del cambiamento climatico – si stanno diffondendo un po’ troppo in Svizzera, al punto da mettere in difficoltà gli ecosistemi. E dunque le autorità hanno deciso di intervenire e cercano ora di correre ai ripari.
Sembra quasi di essere ai piedi di qualche montagna del far west, invece siamo nella riserva naturale Les Follatères, in Vallese. A trarci in inganno sono i cactus. Per colpa del cambiamento climatico si sentono sempre più a loro agio anche sulle Alpi. «Ci rendiamo conto che ovunque ci sia un pezzo di terreno libero potrebbe spuntare un cactus», spiega Gérard Granges-Maret, della commissione Les Follatères.
Un fenomeno contro il quale le autorità vallesane hanno deciso di intervenire. «Non parliamo di una strategia zero-cactus, però dobbiamo contenerli. La loro proliferazione sta danneggiando le altre piante della riserva, ma anche di altre zone del Vallese», sottolinea Gérard Granges-Maret. […]

[Dall’articolo (e servizio del TG) Clima, i cactus diventano una piaga per le Alpi, pubblicato su “Rsi.ch” il 01 gennaio 2023. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggerlo interamente e per guardare il relativo servizio del telegiornale della RSI andato in onda nella stessa data.]

Sopravvivere allo sci

Inverno per molti fa rima con sci e snowboard. Attività sulle quali puntano diverse destinazioni turistiche invernali. Ma le alte temperature che si stanno registrando in questi giorni, e che hanno caratterizzato il 2022, potrebbero portare le stazioni sciistiche a basse e medie quote a dover trovare un’alternativa allo sci per sopravvivere. «Abbiamo vissuto l’anno più caldo dall’inizio delle misurazioni. Queste condizioni saranno la nuova normalità», avverte Thomas Egger, presidente del Gruppo svizzero per le regioni di montagna (SAB). «Sotto i 1600 metri, l’innevamento non è più assicurato», afferma Egger in un’intervista odierna al “Blick”. Ecco perché, a suo giudizio, «le stazioni che basano le proprie fortune sugli sport invernali dovrebbero reinventarsi».
«Gli impianti di risalita situati a bassa e media altitudine sono spesso confrontati con grandi difficoltà finanziarie. I comuni possono metterci una pezza, ma questo non li salva a lungo termine; inoltre – fa notare Egger, – si tratta di denaro che potrebbe essere utilizzato meglio». Ad esempio, prosegue l’esperto, per sviluppare i comprensori sciistici ad alte quote, se necessario facendo concessioni per la tutela della natura e del paesaggio. Le stazioni collocate più in basso potrebbero dal canto loro sfruttare questi soldi per mettere in atto nuove offerte, invece che concentrarsi unilateralmente sul turismo dedicato allo sci alpino. Egger non ritiene che i cannoni per l’innevamento artificiale siano una soluzione sostenibile. «In primis, deve fare freddo per poter produrre neve. Secondo, il loro consumo di energia è elevato e, terzo, l’acqua sta diventando sempre più un fattore limitante».

(Da Le stazioni sciistiche devono trovare un’alternativa per sopravvivere, articolo di Chiara Zocchetti pubblicato su “Ticino News” il 27 dicembre 2022.)

Per la cronaca, nemmeno Thomas Egger è un «ambientalista integralista» o altro del genere e tanto meno il SAB è un’associazione “ambientalista” ma è l’Ente federale svizzero delle regioni di montagna – similare per molti aspetti all’Uncem italiana – la cui attività è mirata a favore dello sviluppo sostenibile dei territori montani e delle regioni rurali della Svizzera. L’associazione rappresenta gli interessi politici in questo settore ed è coinvolta in numerosi progetti di sviluppo delle comunità alpine svizzere. Ecco, è bene rimarcarlo per certi “commentatori” col dito inquisitore puntato.

Per ulteriore cronaca, visto che l’articolo fa riferimento alla realtà elvetica, ricordo che in Svizzera i contributi pubblici agli impianti sciistici sono minimi e in molti cantoni addirittura assenti. All’opposto della realtà italiana, già.