L’unico (buon) senso del Natale, alla fine

P.S. – Pre Scriptum: questo è un articolo che pubblicai qui già due anni fa ma che in fondo mi pare dotato di valore imperituro. Anche nel mondo attuale, sì, seppur così stravolto dalla pandemia in corso – o forse anche di più, proprio per tale motivo.

Se “Natale” dev’essere, almeno che lo sia nel senso più alto (e forse unico) possibile: fate pure regali a destra e a manca, spendete ciò che volete ma, per quanto vi è possibile, donate qualcosa a chi è meno fortunato, a chi soffre, a chi una sorte avversa sta imponendo disagi e sofferenze. Un dono materiale o immateriale, un po’ del vostro tempo e della vostra considerazione, la solidarietà tra esseri umani – alla fine, ricchi o poveri, fortunati o meno, quello siamo e quello restiamo, tutti quanti indistintamente – quella semplice tanto quanto fondamentale vicinanza che può far sentire ogni individuo, anche il più solitario, parte di una vera, solidale, rispettosa, evoluta civiltà. Peraltro, inutile dirlo, di occasioni per donare ovvero di situazioni di difficoltà ce ne sono fin troppe in questo nostro mondo: un mondo che spesso crediamo tanto bello, avanzato e ricco di tante cose ma non dell’elemento più importante di tutti, di umanità.

Sarà forse retorico e banale dire che la fortuna che oggi arride a qualcuno domani può improvvisamente svanire tramutandosi in sventura oppure, in modo ancor più vernacolare, che la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo. Ma, posto ciò, e se è vero come è vero che la base etica di ogni società, a prescindere dal grado di coesione tra i suoi membri, è data anche dalla reciprocità solidale e dal mutuo sostegno, il migliore e più fruttuoso modus vivendi di cui ci si può rendere protagonisti, soprattutto quando fortunati nella propria quotidianità, è quello che non dimentica mai di donare a chi così fortunato non è. In primis, perché un dono del genere rappresenta un regalo a se stessi; secondo, perché donare in questo modo migliora la società e una società migliore per quei doni assicura la mutualità. Oggi a te e domani a me, insomma; e se domani a me non serve tanto meglio, in fondo lo scopo primario e morale del donare è nel donare stesso, più che nel dono. È così, ben più che in qualsiasi altro modo, che il “Natale” può tener fede alla sua etimo: una nascita, o ri-nascita, di autentica e civile umanità.

Ecco, ci tenevo a dirlo, per quel che possa contare che io lo dica.

Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi

[Immagine tratta da qui.]

Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi: se esistono altre prospettive, chiedo scusa, non le ho viste. Di abitanti cinquantasettemila, di operai venticinquemila, di milionari a battaglioni affiancati, di librerie neanche una.

Questo è il fulminante incipit – uno dei più celebri in assoluto della narrativa giornalistica italiana – di Miracolo all’italiana di Giorgio Bocca. Era il 1962, il boom economico stava ormai esplodendo in tutto il suo fragore capitalistico, per la gioia di tutti.

Ecco: quando nei discorsi più o meno pubblici (ma regolarmente assenti sui media, sia chiaro) si dibatte sul perché l’Italia, culturalmente (e quindi anche socialmente, ché i due ambiti sono sempre strettamente legati), sia messa tanto male, spesso lo si fa considerando un arco temporale piuttosto limitato, come se tale decadenza socioculturale fosse cosa degli ultimi 20 o 25 anni, non di più.

Be’, se è vero che soprattutto negli ultimi tempi la rovina si è fatta del tutto palese in quasi ogni ambito del paese – a partire da quello politico, ça va sans dire –, è altrettanto vero che una tale rovina viene da più lontano, da un processo di degrado culturale di lunga data e ormai cronico che i poteri attuali hanno semmai non generato ma sostenuto e sfruttato scaltramente per imporsi, ben sapendo che, riguardo la società civile, meno cultura diffusa significa minor consapevolezza civica, maggiore dissonanza cognitiva e più facilità di controllo (politico ma non solo).

Bene, già quasi sessant’anni fa Giorgio Bocca – giornalista tra i più lucidi e sagaci, d’altro canto – aveva fissato in quel suo libro ciò che stava accadendo: da una parte il capitalismo di matrice americana rapidamente mutante verso il più sfrenato consumismo funzionale alle mire delle élite politiche, dall’altra la cultura messa da parte perché ritenuta antitetica a quella catena che sembrava produrre benessere per tutti ma in verità stava scavando via il terreno da sotto le fondamenta della società civile, minandone sempre più la stabilità.

Poi è venuto il Sessantotto, gli “anni di piombo” e quelli da bere (a Milano e non solo), la fine della “Prima Repubblica”, eccetera. Di librerie in Italia ce ne sono sempre troppo poche e, soprattutto, troppo poca e tutt’oggi assai disprezzata da chi comanda l’Italia è la cultura. In qualche modo è come se il paese fosse rimasto a quegli anni Sessanta, come se ancora si illudesse di essere in pieno “boom economico” – quando in realtà è fermo ad anni ancora precedenti, almeno preunitari a mio modo di vedere se non, per certi aspetti, medievali. Il “boom” ovvero l’esplosione c’è stata, sì, ma ha lasciato molte macerie e poche cose ancora in piedi.

Forse, ci fossero stati qualche milionario in meno e qualche libreria in più, le cose sarebbero potute andare meglio. Forse.

Capitalismo

Elnur Babayev, Capitalism, 2014. Opera vincitrice del Silver Award nell’Annual Poster Competition della prestigiosa rivista americana Graphis.

L’opera del bravissimo artista e designer turco a qualcuno sembrerà fin troppo di sinistra, ci posso scommettere. D’altro canto, non è proprio il reiterare contrapposizioni ideologiche così chiuse e manichee (nell’uno e nell’altro senso) che non solo si offrono le condizioni ideali a certi sistemi – proprio come il capitalismo, ad esempio – di corrompersi e deviarsi sempre di più causando danni tremendi e, al contempo, si degrada la democrazia a livelli da stadio ricolmo di facinorosi, deviando pure essa verso forme politiche alquanto inquietanti – come in Italia, per fare un altro esempio del tutto significativo?

Di sistemi – sociali, economici, politici, ideologici – presentati come innovatori e poi rivelatisi illiberali e barbarici, nati proprio in forza di quei manicheismi, ne dovremmo ormai avere abbastanza. E l’essere costretti a usare il condizionale, in quel verbo, la dice lunga su quanto siamo ancora civicamente primitivi e privi di senso politico – nell’uno e nell’altro. Purtroppo.

Insomma… torna sempre utile ribadire il mai troppo compianto Giorgio Gaber:

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra,
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.
Ma cos’é la destra cos’é la sinistra?

(clic)

Ieri, 1° maggio…

Comunque ieri, in un capoluogo di provincia lombardo (mi ci trovavo per un evento letterario), ho visto gente sfilare nel corteo per il 1° maggio, applaudire con convinzione gli interventi dei vari rappresentanti dei sindacati e poi, nel pomeriggio, l’ho vista entrare nei negozi del centro.
Aperti anche il 1° maggio. Ovviamente.

Ma alcuni altri negozi erano chiusi, per la cronaca.

Ecco.

(Forse) l’unico vero “buon senso” del Natale

Se “Natale” dev’essere, almeno che lo sia nel senso più alto (e forse unico) possibile: fate pure regali a destra e a manca, spendete ciò che volete ma, per quanto vi è possibile, donate qualcosa a chi è meno fortunato, a chi soffre, a chi una sorte avversa sta imponendo disagi e sofferenze. Un dono materiale o immateriale, un po’ del vostro tempo e della vostra considerazione, la solidarietà tra esseri umani – alla fine, ricchi o poveri, fortunati o meno, quello siamo e quello restiamo, tutti quanti indistintamente – quella semplice tanto quanto fondamentale vicinanza che può far sentire ogni individuo, anche il più solitario, parte di una vera, solidale, rispettosa, evoluta civiltà. Peraltro, inutile dirlo, di occasioni per donare ovvero di situazioni di difficoltà ce ne sono fin troppe in questo nostro mondo: un mondo che spesso crediamo tanto bello, avanzato e ricco di tante cose ma non dell’elemento più importante di tutti, di umanità.

Sarà forse retorico e banale dire che la fortuna che oggi arride a qualcuno domani può improvvisamente svanire tramutandosi in sventura oppure, in modo ancor più vernacolare, che la fortuna è cieca ma la sfortuna ci vede benissimo. Ma, posto ciò, e se è vero come è vero che la base etica di ogni società, a prescindere dal grado di coesione tra i suoi membri, è data anche dalla reciprocità solidale e dal mutuo sostegno, il migliore e più fruttuoso modus vivendi di cui ci si può rendere protagonisti, soprattutto quando fortunati nella propria quotidianità, è quello che non dimentica mai di donare a chi così fortunato non è. In primis, perché un dono del genere rappresenta un regalo a se stessi; secondo, perché donare in questo modo migliora la società e una società migliore per quei doni assicura la mutualità. Oggi a te e domani a me, insomma; e se domani a me non serve tanto meglio, in fondo lo scopo primario e morale del donare è nel donare stesso, più che nel dono. È così, ben più che in qualsiasi altro modo, che il “Natale” può tener fede alla sua etimo: una nascita, o ri-nascita, di autentica e civile umanità.

Ecco, ci tenevo a dirlo, per quel che possa contare che io lo dica.