La “felicità”

Viviamo in un mondo che ci impone di inseguire, perseguire, agognare, bramare costantemente la “felicità” ovvero qualcosa che sia da intendersi come tale, ma che in effetti non sappiamo bene cosa sia e quel nostro mondo se ne guarda bene dal rivelarcelo (o dal promuovere una buona ricerca per comprenderlo meglio), cosicché possa deviare il senso del concetto di “felicità” verso ambiti meramente utilitaristici e di facile se non rozza convenienza.
La filosofia – sempre che ci sia ancora qualcuno che se ne occupi e ne voglia recepire le illuminazioni – da sempre indaga il concetto e ne offre preziosi spunti di riflessione: da Aristotele e la felicità non come uno stato concreto ma uno stile di vita che abbia come fine quella di allenare e potenziare le migliori qualità che ogni essere umano possiede, a Epicuro e la felicità come somma di equilibrio e di temperanza per la quale non si deve lavorare per ottenere beni (e ricavarne felicità) ma bisogna farlo per amore di ciò che si fa, fino a Nietzsche, il quale invece ritiene che vivere tranquillamente e senza preoccupazioni sia un desiderio proprio delle persone mediocri, che non danno un grande valore alla vita, dunque l’essere felici significa essere capaci di provare forza vitale attraverso il superamento delle avversità e la creazione di modelli di vita originali. In tempi più recenti a riflettere sul concetto di “felicità si sono impegnati, ad esempio, José Ortega y Gasset, il quale sostiene che si raggiunge la felicità quando la “vita proiettata” e la “vita effettiva” coincidono, cioè quando c’è una corrispondenza tra ciò che desideriamo essere e ciò che siamo in realtà, il che comporta che ciascuno di noi definisce quali realtà possono portarlo alla felicità, oppure – e in modo molto attinente alla contemporaneità – Slavoj Zizek, per il quale la felicità è una questione di opinione e non di verità, ovvero un prodotto di valori capitalistici che in modo implicito promettono la soddisfazione eterna attraverso il consumo, e che si scontra continuamente con l’incapacità degli uomini di sapere realmente cosa desiderano e con la relativa, inesorabile insoddisfazione perenne: «Il problema è che non sappiamo ciò che vogliamo davvero. Quello che ci rende felice è non avere quello che vogliamo, ma sognarlo.»

Ecco, forse proprio questo è il punto nodale della questione: non sappiamo cosa sia la “felicità”perché non siamo in grado di sapere cosa veramente ci possa rendere “felici”, dunque finiamo per inseguire “felicità” che in effetti tali non sono ma appagamenti temporanei. «Tutti i mortali vanno alla ricerca della felicità, segno che nessuno ce l’ha.» ha scritto argutamente Baltasar Gracián e lo fece secoli fa, a indicare come intorno alla questione ci si continui a girare senza mai raggiungere il centro, forse proprio perché sostanzialmente irraggiungibile. O forse perché ci possono essere tanti diversi centri, tante “felicità” quanti esseri viventi ci siano al mondo, dunque altrettanti relative ricerche e inseguimenti.

Tutto ciò per dire che, io credo, se una “felicità” può esistere, probabilmente è più facile trovarla nelle piccole cose che in quelle grandi; in fondo – altra cosa di cui sono convinto – qualsiasi grande cosa è sempre fatta dalla somma di tante cose piccole, e se occorre considerare la felicità come una delle cose più grandi, per noi stessi e la nostra vita, dovremmo porre maggiore considerazione in quelle piccole cose che ci capitano nel corso delle nostre giornate e che forse crediamo insignificanti – a fronte di molte altre la cui utilità meramente consumistica e appagante in quel frangente (e solo in quello) ce le fa credere importanti, ma non lo sono per nulla – quando invece conservano “atomi” di felicità inopinata tanto quanto autentica.

Per dire: qualche giorno fa camminavo lungo un sentiero di montagna immerso in una stupenda faggeta, e una lama di luce solare penetrante tra le fronde non ancora del tutto spoglie ha illuminato d’improvviso alcune pietre, davanti a me lungo il sentiero, le quali per tal motivo hanno preso a luccicare in modo inaspettato e sorprendente, come avessero (e probabilmente avevano) inglobato dentro minuscoli cristalli di chissà quale minerale – penso quarzo, o non so – che riflettevano la luce ovvero come se si fossero “accesi” dacché dotati di energia luminosa propria, e questa minimissima, “inutile” cosa mi ha dato sul momento la sensazione di farmi “felice”, ecco. Non chiedetemi perché, non ve lo so dire, io per primo non so proprio cosa possa essere la “felicità” e nemmeno ammetto di dannarmi l’anima per ricercarla e inseguirla, anzi.

Insomma, tutto quanto ho scritto finora era solo per raccontarvi di questa insignificante, notevole cosa, che è piuttosto emblematica del perché continuo a leggere il pensiero dei più grandi filosofi e a guardarmi intorno osservando anche le cose più piccole.

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Dovremmo andare tutti quanti a piedi

Siccome credo molto poco alla reale volontà di chiudere i grandi centri commerciali la domenica* – al di là dei soliti toni da boutade sloganista, dei quali ormai si nutre tutta la politica, salterà fuori l’ennesimo escamotage che cambierà “tutto” e non cambierà nulla, vedrete, con gran gioia della massa di persone (votanti, peraltro) che pensano che passare le domeniche al centro commerciale sia “meraviglioso” – siccome ci credo molto poco, dicevo, allora invoco che venga almeno messo in atto un adeguato contraltare di natura (anche) socioculturale. Ad esempio, che in qualche modo si imponga che almeno per una domenica al mese tutti quanti si vada a piedi. Niente auto, nemmeno quelle elettriche e tanto meno ebike, solo bici tradizionali e mezzi pubblici non inquinanti: per il resto, tutti in cammino. Anche per andare al centro commerciale, se proprio uno vuole, ma a piedi.

Il bello della pratica del camminare è anche dato dal fatto che la sua natura profondamente filosofica la può capire, e rapidamente, anche chi di filosofia non ci capisce nulla. Basta andare, muovere i piedi, possibilmente in ambiente naturale ma anche in quello urbano, se non troppo pesantemente inquinato dal traffico come ordinariamente accade, e vi assicuro che è un attimo capire come ogni altro tipo di movimento, al di là della sua mera e necessaria (ma di rado veramente tale) funzionalità, è sotto molti aspetti illogico, irrazionale, brutto, insalubre, scriteriato, in certi casi pure folle. Non solo: camminando, si capisce molto meglio anche l’intero mondo che si ha intorno, garantito.

È solo una simpatica utopia, questa mia? Forse, ma sempre meglio della spaventevole distopia che sta occupando la nostra realtà quotidiana e nella quale tutti quanti ci ritroviamo sempre più a vivere. Ecco.

*: per la cronaca, la mia posizione al riguardo l’ho già chiaramente espressa tempo fa, qui.

Il “capitalismo” di oggi, spiegato rapidamente

Ovvero così:

Ecco.

E fate attenzione a quel di oggi che ho inserito nel titolo del post: così voglio intendere che, per quanto mi riguarda, il capitalismo in quanto sistema politico-economico (e la sua base filosofica) non può e non deve essere considerato il “male assoluto” – tanto più che lo stesso termine “capitalismo” possiede numerose accezioni interpretative a volte pure antitetiche. Semmai, “male” lo è certo “pseudo-capitalismo” contemporaneo totalmente deviato dalle sue origini concettuali e storpiato al fine di trasformarlo in strumento di potere iniquo e per molti aspetti destabilizzante, asservito al controllo di una minoranza che ne ha accentuato a dismisura un (invero paradossale) carattere oligarchico – forse anche in conseguenza di una sorta di inesorabile “difetto genetico” insito nel concetto stesso di capitalismo.

“Può il consumismo mutare in fascismo?”


Richard Pearson, quarantaduenne pubblicitario, si reca a Brooklands, una cittadina come tante tra Londra e l’aeroporto di Heathrow, chiusa tra autostrade e strade di grande traffico. Alcune settimane prima suo padre, ex aviatore settantacinquenne, era rimasto fatalmente ferito da un cecchino in un enorme centro commerciale di Brooklands, il Metro-Centre, un complesso di magazzini, alberghi, piscine, centri sportivi con una propria televisione via cavo che trasmette pubblicità, dibattiti e partite di calcio, hockey e rugby. Sperando di capire qualcosa di più sulla tragedia, Richard incontra l’avvocato del padre e la giovane dottoressa Julia Goodwin che ha prestato le prime cure al padre dopo la sparatoria. Protetto da un’inquietante rete di omertà, il principale indiziato viene rapidamente rilasciato dai magistrati locali. Richard decide di trovare il vero colpevole. Al centro del mistero è il Metro-Centre. Questo è il tempio del consumismo più sfrenato che, a Brooklands, convive con una passione ossessiva per gli sport e un nazionalismo perverso e violento. Gli attacchi alle comunità d’immigrati sono all’ordine del giorno e gli incontri sportivi sembrano raduni politici.
Sotto l’impulso del Metro-Centre e delle sue campagne di marketing, il consumismo sembra sull’orlo di mutare in una brutta forma di fascismo suburbano. Richard si trova implicato in un piccolo gruppo di cospiratori decisi a fermare il fenomeno prima che si espanda. Ma come pubblicitario viene anche attratto dal potere del Metro-Centre e di come ha rinfrescato e ricaricato gli abitanti del sobborgo. Forse questo nuovo fascismo emerso dal consumismo è ciò di cui ha bisogno l’Inghilterra per rivitalizzarsi. La gente è annoiata dalla propria vita e ha bisogno di andare oltre il consumismo verso un mondo più vitale e drammatico. Club di tifosi marciano per le strade, sbandierando le loro bandiere e simboli, aspettando un nuovo leader che li guidi verso la terra promessa. Il leader non tarda ad arrivare e in maniera inaspettata. […]

(Questa è la descrizione, tratta direttamente dal sito di Feltrinelli, di Regno a venireKingdom come, nella versione originale – romanzo pubblicato nel 2006 dal grande scrittore britannico James Ballard, ultimo prima della sua morte.
Pare un commento scritto in questi giorni sulla situazione attuale, vero?
D’altro canto, Ballard è stato principalmente un autore di fantascienza: come a dire che è l’ennesima prova di come la realtà riesca sempre a superare la fantasia – e, quando si tratta di cose della “quotidianità”, troppo di frequente in peggio, purtroppo.)

I libri hanno una “scadenza”?

Un libro può avere una “data di scadenza”, ovvero essere considerato passato?

A volte ascolto autori che presentano i loro nuovi libri e ho la vivida sensazione che a quelli precedenti si riferiscano come a qualcosa di sorpassato, di obsoleto, e non solo perché siano stati scritti quando essi fossero – comprensibilmente – meno esperti del mestiere letterario o perché trattino temi e storie non più “in voga” e nemmeno perché sia ovvio (e funzionale alle vendite) ritenere che il proprio libro “migliore” debba sempre essere l’ultimo, semmai perché sembra siano convinti (per accettazione piuttosto pedissequa d’un certo modus operandi pseudo-culturale contemporaneo) che solo il “nuovo” conta, il resto no, o conta molto meno.

Io credo invece che un buon libro non possa avere alcuna “scadenza”, dacché se un “buon libro” è tale, lo è in quanto dotato in primis d’un altrettanto (ovvero originario) buon valore letterario, prima che d’una storia accattivante o di altre similari peculiarità “commerciali”; e se è “buono” oggi, appena pubblicato, lo sarà anche tra cinque, dieci o cento anni. Un prodotto culturale atemporale, insomma, perché è la cultura, quando autentica e di valore, a non conoscere tempo, fase o epoca né tanto meno “mode”, e a sapere sempre dire, raccontare, comunicare, trasmettere, insegnare qualcosa a chiunque. Viceversa, scrivere qualcosa che possa/debba valere molto oggi, per determinate circostanze momentanee, per valere assai meno (o nulla) domani, è uno dei più gravi errori che un autore possa commettere: è come se si negasse alla fonte la genetica artistica della letteratura, oltre che il necessario valore culturale. In altro modo, è assoggettarsi a quella devianza meramente consumistica e anti-culturale che oggi troppo spesso, purtroppo, affligge certa produzione editoriale, la quale inevitabilmente avrà una “data di scadenza” perché di suo, fin da subito, è obiettivamente scadente.