[Panorama di Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Sto seguendo, come forse molti di voi, la questione in corso sulla richiesta del comune di Valsavarenche di uscire dai confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso al fine di – semplifico molto il suo nocciolo ma coerentemente ai fatti – snellire la burocrazia alla quale l’essere parte del Parco lo sottoporrebbe. La questione è ben coperta e analizzata dal “GognaBlog”, di Alessandro Gogna, e da “Lo Scarpone”, il notiziario on line del Club Alpino Italiano, ai quali vi rimando se volete saperne di più; ulteriori approfondimenti li trovate nel sito web di Mountain Wilderness Italia.
Personalmente, allo stato attuale delle cose (che tuttavia suppongo evolveranno ancora, nei prossimi giorni), sulla questione mi vengono un paio di riflessioni che non mi sembra siano state ancora contemplate, se non marginalmente (almeno tra le testimonianze da me lette), nel dibattito in corso.
La prima: il senso autentico e compiuto di un Parco Nazionale qual è? Mi sembra che da sempre, e in modo crescente nella contemporaneità, un’area naturale protetta venga sempre e solo vista o come un dispositivo di protezione dell’ambiente ma non del paesaggio, nel senso della relativa Convenzione Europea, oppure come uno strumento molesto e vessatorio per chi ci vive dentro. Cose entrambi vere per molti versi, sia chiaro: se è fondamentale proteggere la biodiversità di un territorio montano assolutamente emblematico in tal senso, lo è anche agevolare entro i limiti più sensati la vita di chi ci vive magari da generazioni ed è a sua volta parte della biodiversità locale. Invece, mi sembra che sempre pochissimo si rifletta sulle numerose opportunità che il far parte di un Parco Nazionale per giunta così prestigioso come quello del Gran Paradiso può offrire: per il sempre più crescente turismo sostenibile, per lo sviluppo delle economie locali che proprio nelle specificità del territorio trovano il proprio valore, per la distinzione culturale e identitaria che un luogo così noto e apprezzato determina, eccetera. L’appartenenza al Parco dovrebbe essere una preziosa e luccicante medaglia da appuntarsi al petto, da parte di chi vi fa parte, viceversa viene spesso considerata una macchia da ripulire al più presto. D’altro canto, pensare di poter fare, nei confini di un’area protetta o nelle zone contigue, ciò che fanno altri territori non tutelati, spesso male e con danni notevoli che tutti constatiamo, è una insensatezza bella e buona, in sé e per quanto ho rimarcato poco sopra.
[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]La seconda riflessione è legata proprio a questa insensatezza, e mi sorge leggendo – su “Lo Scarpone”, l’opinione di un “cittadino” di Valsavarenche interpellato sulla questione, il quale immagino manifesti un pensiero diffuso tra molti suoi conpaesani e dunque sia particolarmente emblematica: «Il nostro piano regolatore, in ogni caso, è approvato dalla natura. Se costruisci un metro più a monte una valanga ti porta via tutto, se lo fai un metro a valle, lo fa la prossima piena del fiume». Così ha detto il “cittadino” esprimendo a mio parere una stupidaggine sesquipedale e confondendo gli elementi politici e ancor più antropologici che determinano l’atto di abitare e vivere nei territori come quello in questione. Cosa vorrebbe dire con quelle parole, che se non ci sono pericoli di valanghe o di alluvioni si può costruire ciò che si vuole? Che si possa cementificare, asfaltare, edificare mostruosità d’ogni sorta nei fondivalle perché tanto gli stambecchi e le stelle alpine sono in alto sulle vette? È una formula differente per riaffermare il bieco slogan “La montagna è nostra e ci facciamo quel che vogliamo” che purtroppo certi montanari “sovranisti” tutt’oggi affermano, e che è stata alla base della devastazione di molti territori di montagna dal boom economico in poi, in cambio di un benessere apparente, invero infido e rapidamente svanito?
[Volume presentato dal Parco nel 1951 che attesta l’esclusione del “Budello” di Valsavarenche. Foto di Claudio Vicari tratta da https://gognablog.sherpa-gate.com.]D’altro canto, pure un’affermazione dell’attuale Presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso – di nuovo riportata dai media citati – mi pare sulla stessa falsariga di fondo: «Il Parco che asfalta le comunità locali, con me, è finito» ha detto. Ora, a parte il lessico pittoresco utilizzato (ma il termine “asfalto” nel parlato su un’area naturale protetta, poi?), la questione non è, non può essere così rozzamente basata sull’asfaltare o meno le comunità locali ma, come ha giustamente denotato l’amica Mariagrazia Gavazza, Presidente della Commissione Centrale Tutela Ambiente Montano (CCTAM) del CAI, «sull’insuccesso dovuto al fatto che, fino a oggi, i due enti (cioè il Parco e il Comune di Valsavarenche nonché i soggetti pubblici ad esso superiori – n.d.L.) non sono riusciti a trovare una soluzione a una diatriba storica. Il rischio è che in un periodo in cui ci viene chiesto anche dall’Unione Europea di aumentare le aree tutelate, procedure come questa possano incentivare alcuni Comuni a procedere con la ridefinizione dei confini in altri Parchi Nazionali».
[Veduta della testata della Valsavarenche. Foto di Hagai Agmon-Snir, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]E, aggiungo, non è solo e non tanto l’Unione Europea a chiedere di aumentare le tutele naturali ma lo chiede il pubblico sempre più ampio del turismo lento e consapevole nonché, e soprattutto, ce lo chiede la realtà in divenire la quale, tra le conseguenze della crisi climatica e le crescenti criticità legate alla fragilità delle aree naturali montane, appare sempre più problematica e bisognosa di una gestione politica, amministrativa e civica attenta, intelligente, coerente. Il che non significa affatto imporre catene e recinti burocratico-amministrativi agli abitanti di queste aree ma, parimenti, nemmeno pretendere che in esse le tutele più eque e sensate non debbano avere valore, come se gli abitanti stessi non volessero essere e non si sentissero parte delle loro montagne, del loro paesaggio, della sua storia, dell’identità peculiare che ne deriva e della loro biodiversità. Ma anche in montagna i “Sapiens”, siano essi ambientalisti o cementificatori, fortunatamente restano animali, per certi versi non dissimili da stambecchi, marmotte e nemmeno, in quanto organismi viventi, da stelle alpine e genziane: è bene non scordarlo, se vogliamo salvaguardare veramente e a lungo tutte le montagne, tutelate o meno che siano.
Tuttavia, come accennato, credo che la questione avrà ulteriori sviluppi. Vedremo quali.
[Una veduta del centro di Ronco Canavese.]In Val Soana, valle piemontese posta sul versante sud del massiccio del Gran Paradiso e quasi interamente inserita nell’omonimo Parco Nazionale (è la valle che ospita il Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra” dell’omonimo progetto), è partita un’interessante e ammirevole iniziativa che tenta di attivare una dinamica di ripopolamento del proprio territorio attirandovi nuovi abitanti e cercando di inserirli nel tessuto socioeconomico locale.
Il progetto si chiama “VIHTA – Wild working in Valle Soana”, prende il nome dal termine vihta che nel patois francoprovenzale locale significa “stai”, ed è curato dall’associazione Comunità Sassifraga APS nell’ambito del Piano di Azione per l’Abitabilità della Valle Soana, un progetto reso possibile dal sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo attraverso il programma APICE. Unisce i tre comuni della valle, Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana, i quali dal 20 settembre al 18 ottobre prossimi aprono le porte della proprie comunità a lavoratori, ricercatori, studenti universitari, professionisti, nomadi digitali e nuclei familiari, offrendo alloggi condivisi e spazi di co-working a tariffe agevolate per combattere lo spopolamento con la prima esperienza di residenza temporanea organizzata. Rappresenta il primo progetto integrato di residenzialità e lavoro flessibile ai piedi del Gran Paradiso e si pone l’obiettivo di dimostrare come la Valle Soana non sia soltanto una meta per ospiti di uno o pochi più giorni, ma un territorio vivo, dotato di servizi e infrastrutture, capace di attrarre nuovi abitanti a lungo termine.
[Scorcio di Valprato Soana. Immagine tratta da www.facebook.com/UnaValleFantastica.]Il progetto mette a disposizione dei partecipanti un pacchetto completo: alloggi in case condivise dislocate nei tre comuni e nelle borgate, postazioni di co-working attrezzate con connessione internet e un ricco calendario di attività comunitarie per entrare in contatto diretto con la popolazione locale, le tradizioni e l’enogastronomia della valle. La partecipazione prevede un contributo agevolato (a partire da 200 Euro per due settimane e 300 Euro per quattro settimane, con ulteriori sconti per i soci di Comunità Sassifraga), mentre per incentivare l’arrivo di famiglie è stata pensata una formula speciale: quota azzerata per i figli fino a 10 anni e possibilità di usufruire della didattica, favorendo una reale integrazione nel tessuto sociale della valle.
Le domande di partecipazione possono essere inviate fino al 20 luglio 2026. Il bando completo, i requisiti di selezione e il modulo di candidatura li trovate qui. I posti sono limitati e la selezione premierà la motivazione a integrarsi attivamente nella vita della comunità locale.
Senza alcun dubbio “VIHTA” è un progetto importante e lodevole, un’iniziativa concreta e emblematica che, pur nel suo piccolo, lavora attivamente per tentare di rigenerare il dinamismo socioeconomico di un territorio montano marginale, fortunatamente poco interessante per il turismo di massa eppure ricco di notevoli potenzialità e per questo bisognoso di un progetto e di una visione organica, sensibile, e di lungo termine.
Ma per fare in modo che “VIHTA” non resti un mero tentativo di portare in Val Soana persone che non solo risiedono nel luogo ma che lo abitano veramente e lo vivono compiutamente insieme a tutta la comunità locale credo servano altre due cose: la prima, che si attivi e sia ben alimentata anche la relazione culturale dei nuovi residenti con il luogo e il suo Genius Loci, che vi si sentano legati, che lo sappiano identificare come casa e di contro che anch’essi diventino rappresentanti consapevoli della sua identità culturale. E per fare questo serve che l’intero territorio sappia far diventare i nuovi residenti parte della sua comunità non solo attraverso le iniziative pensate al riguardo, che sappia “alimentarli” di quel senso di comunità grazie al quale i nuovi arrivati si sentano non solo accolti ma che percepiscano il ben-essere di stare nel luogo e nel suo paesaggio.
[La borgata di Boschietto, nel comune di Ronco Canavese, con sulla sinistra la piramide del Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra“.]La seconda è che il territorio nel quale si sviluppa il progetto “VIHTA” sia adeguatamente supportato dalla politica nei suoi servizi di base a supporto della residenzialità stanziale. Cioè, in parole semplici, che la politica sappia dotare la Val Soana dei servizi necessari a viverci in modo dignitoso invece di tagliarli come succede da anni, parimenti tagliando risorse vitali per questi territori e trascurando pure l’ascolto e l’interlocuzione con le comunità, dunque la conseguente rappresentatività politica. Perché si possono anche promettere le case più belle e i lavori più gradevoli ai nuovi abitanti, ma se questi per recarsi al più vicino ambulatorio medico o alla scuola primaria dovranno sobbarcarsi mezz’ore d’auto in andata e in ritorno senza peraltro una valida alternativa di trasporto pubblico, ci penseranno ben più di due volte prima di andare lassù. Ed è questo secondo aspetto che a me preoccupa di più, viste le cronache politiche nostrane al riguardo.
In ogni caso “VIHTA” è un progetto sicuramente da sostenere e seguire con grande attenzione, che mi auguro vivamente possa avere pieno successo.
Per chi volesse saperne ancora di più, può contattare i responsabili del progetto alla mail wildworking@visitvallesoana.it
Martedì 2 dicembre scorso è stato presentato a Lecco con una conferenza stampa il Coordinamento “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, un nuovo soggetto che intende operare a favore dei territori montani della provincia di Lecco e delle loro comunità residenti mettendo in dialogo costante le istituzioni, l’associazionismo di montagna e ambientale, esperti e studiosi dei temi legati alle terre alte e la società civile.
Il Coordinamento è nato su iniziativa di alcune persone che si occupano a vario titolo di cose di montagna, oltre a esserne tutti quanto degli assidui frequentatori – Emilio Aldeghi, Arianna Cecchini, Paolo Galli, Ruggero Meles, Giovanni Ponziani, Silvia Tenderini e lo scrivente – e si è strutturato attraverso frequenti interlocuzioni con l’associazionismo di montagne e di tutela ambientale lecchese durate due anni, nel corso delle quali sono emersi vari temi e motivi che hanno supportato la decisione di costituire il Coordinamento – a cui hanno già aderito alcune associazioni mentre se ne attendono altre.
[Il servizio sulla conferenza stampa andato in onda nel TG di “UnicaTV” il 3 dicembre. Cliccate sull’immagine per vederlo, il servizio parte a 19’05”.]Innanzi tutto la realtà del territorio montano lecchese, dotato di grandi valenze paesaggistiche, turistiche, culturali, identitarie oltre a rappresentare una cerniera prealpina fondamentale, non solo dal punto di vista geografico, tra la parte più antropizzata della Lombardia, quella a nord di Milano, e l’area prettamente alpina, quella retica e valtellinese. Valenze numerose e importanti delle quali però a volte la popolazione locale non ha piena consapevolezza, come si evince quando vengano proposte particolari iniziative di sviluppo turistico verso le quali il territorio, poste le suddette specificità, si presta molto.
Di contro, tanto in queste circostanze quanto in generale, è spesso carente se non del tutto assente il dialogo tra i decisori politici e istituzionali e la società civile, il che rende indispensabile la tessitura di una interlocuzione costante e consapevole tra istituzioni e comunità locale riguardo i processi decisionali e gli interventi proposti nei territori. Per questo il Coordinamento non nasce contro qualcuno o qualcosa ma proprio per diventare un media tra istituzioni, territorio montano, comunità e ulteriori soggetti funzionali al miglior sviluppo possibile della montagna lecchese.
[Il centro di Lecco con sullo sfondo il Resegone, insieme alle Grigne le montagne lecchesi per eccellenza. Immagine tratta da https://leccotourism.it.]Dunque gli obiettivi di “DIFENDIAMO LA MONTAGNA”, oltre a quanto già ben intuibile nel nome e nel “sottotitolo” del Coordinamento sono quelli di (far) conoscere, analizzare, riflettere, informare, dialogare, se è il caso di contrastare ma innanzi tutto contribuire a mantenere sempre al centro territorio, paesaggio e comunità ovvero salvaguardia del territorio, sviluppo economico, sociale e turistico, bisogni e istanze della comunità nell’ottica già rimarcata del miglior sviluppo possibile per le montagne lecchesi.
“DIFENDIAMO LA MONTAGNA” è un Coordinamento assolutamente aperto, nel senso al netto di chi vi aderisce che chiunque – associazione, ente, gruppo sociale, soggetto privato – vi si può appoggiare stabilmente oppure in occasione di determinate circostanze e azioni, nella più totale libertà reciproca di movimento e opinione; anche per questo è stato definito in quel modo e non come “Comitato” o altro titolo del genere. Parimenti, il Coordinamento intende creare una rete di azione civica a favore delle montagne con le altre realtà simili che operano sulle Alpi italiane, nella certezza che «l’unione fa la forza» e fa anche massa critica a sostegno della tutela dei territori montani e in sostegno delle loro comunità.
[La home page del sito web del Coordimamento. Cliccateci sopra per visitarlo.]Tutto quanto rimarcato finora è stato compendiato in un “Manifesto”, che indica le linee guida sulle quali si muoverà l’azione del Coordinamento. Inoltre è già attivo il sito web https://difendiamolamontagna.it/ nel quale si potrà trovare ogni cosa elaborata e messa in atto dal Coordinamento, la documentazione utile a conoscere i fatti di montagna lecchesi, la rassegna stampa, le iniziative organizzate oltre ovviamente allo stesso Manifesto e ai contatti, che si possono utilizzare da subito per qualsiasi comunicazione relativa all’attività del Coordinamento o segnalazione, richiesta, istanza, necessità e per ogni altra cosa che chiunque possa cogliere nel vivere, abitare e frequentare le montagne della provincia di Lecco.
[Uno scorcio dei Piani d’Erna, con dietro i monti del Triangolo Lariano e le Alpi occidentali sullo sfondo. Immagine tratta da “La Provincia-UnicaTV“.]L’inizio dei lavori per le riqualificazioni delle stazioni a valle e a monte della funivia per i Piani d’Erna, meravigliosa la località sopra Lecco alle falde del Resegone che rappresenta uno dei luoghi principali per lo sviluppo turistico del territorio locale previsti dalla giunta comunale lecchese in carica è stato l’occasione per rimarcare, da parte della stessa giunta, quale siano gli obiettivi pensati.
«Abbiamo già realizzato in quota interventi per l’organizzazione di eventi e manifestazioni – ha dichiarato il sindaco di Lecco Mauro Gattinoni – ma anche per consentire le necessarie opere di manutenzione del territorio, lo sviluppo delle microeconomie che siano commerciali o agricole, secondo anche uno studio predisposto da Legambiente. A monte sarà creato uno spazio di accoglienza per il pubblico, locali di ricovero, ma anche sale per eventi e conferenze». L’assessore comunale agli eventi Giovanni Cattaneo ha aggiunto che «L’aspettativa, inoltre, è quella di avviare una collaborazione con le varie associazioni, quale premessa per lo sviluppo. Quello che presentiamo oggi è un cantiere fisico ma ce n’è anche uno di idee.»
[L’attuale funivia che sale ai Piani d’Erna.]Uno dei punti nodali del progetto di sviluppo turistico dei Piani d’Erna è la nuova strada agrosilvopastorale, parecchio discussa e contestata da vari soggetti dell’associazionismo di montagna e ambientale ma per la quale il Comune ha già previsto uno stanziamento di un milione e 300 mila euro. Il sindaco Gattinoni, riferisce la stampa locale, ha nuovamente assicurato che si tratterà solo di una strada di “servizio”. Non sarà percorribile nemmeno da residenti ed esercenti ma avrà solo scopi di sicurezza, utilizzabile in casi di emergenza e per facilitare gli interventi di manutenzione in quota.
Di questa strada, come detto già ampiamente contestata e da molti ritenuta un rischio per la salvaguardia della bellezza e dell’integrità ambientale dei Piani d’Erna, ho già ricostruito la vicenda in questo articolo dello scorso marzo. La situazione di fatto è la stessa di allora, dunque anche le riflessioni che ne possono scaturire. Che la nuova strada possa generare vantaggi e utilità per lo sviluppo sostenibile non turistico (per questo c’è già la funivia) dei Piani è vero; che tali potenziali vantaggi debbano essere messi a confronto con gli altrettanto potenziali rischi derivanti è inevitabile. Che in base a tali aspetti si possa elaborare un punto di equilibrio è tutto da vedere, e comunque ciò dovrà essere un elemento imprescindibile nel caso che veramente la strada venga realizzata.
[Una cartolina degli anni Settanta, quando ai Piani d’Erna si sciava.]Dal mio punto di vista, dalla questione e dal suo stato di fatto possono scaturire due evoluzioni sostanziali.
La prima: la nuova strada agrosilvopastorale non viene realizzata. Si perde la possibilità di sviluppare ai Piani quelle forme di economia locale legate alla silvicoltura, alla pastorizia e alla conseguente attività casearia (sempre che le potenzialità in tal senso siano effettivamente confermate) già indicate nel progetto “BeyondSnow” curato da Legambiente, il quale ha avuto nei Piani d’Erna una delle aree-pilota in forza del suo passato sciistico, nonché si limita fortemente la possibilità di organizzare eventi artistici di una certa portata (per la cui sicurezza una via di accesso alternativa ai Piani è resa necessaria dalle leggi vigenti) oltre che la mobilità dei residenti, stanziali o periodici – seppur, come visto, il sindaco di Lecco abbia assicurato che la transitabilità sulla nuova strada non sarebbe concessa nemmeno a residenti e esercenti. Di contro, si salvaguarda la peculiarità più unica che rara (almeno in questa parte delle Prealpi lombarde) del “balcone di Lecco” quale località priva di accesi motorizzati, attorno alla quale può essere rielaborata e rilanciata una conseguente strategia turistica legata alla frequentazione del tutto ecosostenibile del luogo e facendone un laboratorio di buone pratiche al riguardo, il tutto a due passi dalla iperurbanizzata area metropolitana lecchese. Inoltre, si eviterebbe il rischio che la nuova strada diventi una pista per transiti motoristici illegali (ma ovunque pressoché impuniti) e si risparmierebbe sulle inevitabili spese di manutenzione di un tracciato comunque ostico e potenzialmente soggetti a dissesti, visto il territorio nel quale si sviluppa e i danni sempre più frequenti legati al divenire della crisi climatica.
La seconda: la nuovastrada agrosilvopastorale viene realizzata. Si consente lo sviluppo di tutte le attività sopra elencate e di contro ci si espone ai rischi indicati, soprattutto riguardo transiti motorizzati non consentiti (posto che i controlli della forza pubblica in loco non sarebbero così semplici) e a dissesti lungo il tracciato, che necessiterebbe di una manutenzione pressoché costante al fine di mantenere la transitabilità decente e priva di pericoli oggettivi, con relativi ingenti costi da mettere obbligatoriamente a bilancio. Di contro, si perde quella sostanziale, rara e peculiare caratteristica dei Piani d’Erna di località priva di mezzi a motore, raggiungibile solo con la funivia (nonché, usufruendo di treno e bus, senza nemmeno utilizzare l’auto), il che le dona il privilegio di una dimensione già prettamente alpestre e ambientalmente di pregio a pochi minuti dal centro di Lecco e del suo territorio iperantropizzato. Con il rischio oggettivo che, in mancanza di una precisa regolamentazione giuridica sulla fruizione della strada, che sia permanente nel tempo senza possibilità di deroghe, il transito motorizzato da e per i Piani d’Erna diventi in breve ingente e incontrollato, deteriorando completamente la dimensione alpestre prima citata.
[Un’altra veduta dei Piani d’Erna, con la città di Lecco ai suoi piedi e in lontananza la Brianza lecchese e comasca.]Ora: tra queste due possibilità e ciò che sostanzialmente comportano, considerandone gli aspetti contrapposti in modo sovente incompatibile, si può trovare un compromesso? Ad esempio: si realizza la strada ma la si regolamenta in maniera giuridica e chiara tramite clausole invariabili nel tempo, si trova il modo di impedire efficacemente qualsiasi transito non autorizzato e si garantisce in maniera altrettanto giuridica la presenza nel bilancio del Comune di Lecco di un fondo permanente mirato alla manutenzione ordinaria e straordinaria del tracciato. Oppure: non si realizza la strada e si potenziano, nel prossimo futuro, le infrastrutture esistenti ovvero la funivia e soprattutto la teleferica per il trasporto di materiali, ferma da tempo, così da garantire a chi risiede e lavora ai Piani una plausibile accessibilità di persone e cose. Sono solo ipotesi che propongo così su due piedi, sia chiaro, tra tante altre che potrebbero essere formulate.
D’altro canto, qualcuno potrebbe pure ritenere inammissibile la necessità di un compromesso, schierandosi senza possibilità di mediazione a favore dell’una o dell’altra possibilità prima rimarcate. Di sicuro, qualsiasi scelta si compia intorno al destino dei Piani d’Erna, è indispensabile e inderogabile che al centro di tutto vi sia il luogo, la sua anima peculiare, la valenza che possiede, la bellezza del suo ambiente e del paesaggio, la consapevolezza del patrimonio che rappresenta per Lecco e per la sua comunità nondimeno che per i forestieri che amano frequentarla e lo fanno con pari atteggiamento consapevole. Molte volte, in circostanze similari, sembra che tali evidenze più che ovvie sfuggano ai decisori ovvero vengano ignorate e dimenticate a favore di mere utilità, vantaggi e tornaconti particolari: c’è da augurarsi che ciò non accada ai Piani d’Erna, ne oggi ne mai.
Come anticipato da questo precedente articolo, lo scorso sabato 25 ottobre 2025 Michele Serra, è statoa Ronco Canavese, in Valle Soana, ospite del comune, della biblioteca e della locale Associazione degli Operatori Turistici, per supportare il progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, l’iniziativa di sensibilizzazione sugli eccessi dell’invasività umana e sul conseguente rispetto del senso del limite nei territori naturali e sulle montagne in particolar modo. Progetto che ha nel Monveso, una delle vette più belle della Valle sul confine con la Valle di Cogne, il suo simbolo, e intorno al quale Serra ha dialogato con Enrico Camanni.
[Michele Serra con alcuni dei componenti del Comitato promotore della “Montagna Sacra”.]
La giornata è stata un successo, sotto ogni punto di vista. Lo è stata per la valle, per la sua comunità che ha affollato il Teatro Comunale, e per la presa di coscienza sempre più compiuta del valore del progetto “Montagna Sacra” per il proprio territorio; nel pubblico peraltro erano presenti numerosi giovani, cosa non scontata. Lo è stata per il progetto stesso e per le idee che vi stanno alla base, forti, provocatorie, “sovversive”, ad alcuni (sempre meno, in verità) invise ma, obbiettivamente, quanto mai importanti da considerare nella relazione attuale e futura tra uomini e montagne. Lo è stata proprio per le montagne, quelle che in gran numero subiscono assalti antropici sovente ingiustificabili oltre che insostenibili e per quelle altre invece “dimenticate” dalle economie preponderanti ma a loro volta dotate di proprie peculiarità, potenzialità, identità culturale nonché di comunità che vorrebbero continuare a viverci in maniera dignitosa senza dover rinunciare alla costruzione del loro futuro. Ed è stata importante, la giornata con Michele Serra, anche per continuare nell’opera di conoscenza e sensibilizzazione nei riguardo del progetto “Montagna Sacra” portata avanti dal Comitato Promotore, dalla comunità valsoanina ma pure, in potenza, da ogni sottoscrittore del progetto e da ciascun appassionato delle montagne che ne ha compreso il senso e il valore. Le idee alla base del progetto sono valide per il Monveso come per ogni altra vetta e territorio montano: perché le montagne sono spazi di libertà tanto quanto territori del limite e la cosa migliore da fare, per viverle al meglio, non è ostinarsi nel superamento di essi ma armonizzarsi alla loro anima in una società come la nostra contemporanea che sembra voler rompere ogni limite, materiale e immateriale, senza tuttavia curarsi delle conseguenze che potrebbero scaturirne. E che già di frequente possiamo constatare nella loro dannosità, sulle montagne e negli ambienti naturali.
Ma per raccontare al meglio la giornata di sabato scorso, non ci potrebbero essere parole migliori di quelle scritte dallo stesso Michele Serra oggi, lunedì 27 ottobre 2025, nella newsletter “Ok Boomer!” che cura settimanalmente per “Il Post”, e delle riflessioni a caldo, o quasi, di Toni Farina, uno dei padri del progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”. Sono proposti di seguito uno dopo l’altro. Insieme ad essi avrete visto lì sopra la registrazione dell’incontro e, qui sotto, trovate una galleria fotografica.
La strada che sale da Pont Canavese, sopra Ivrea, alla Valle Soana, è micidiale. Stretta e tortuosa, in certi punti se due automobili si incontrano bisogna che una faccia marcia indietro fino al primo slargo utile per scansarsi. Si risale una gola severa, che i colori autunnali ingentiliscono appena. È di quelle strade di montagna che fanno capire a chi le percorre quanta tenacia ci vuole, per rimanere attaccati a quelle rocce, quegli alpeggi, quei boschi e non lasciarsi scivolare a valle, nell’indistinto della pianura, nel comodo delle città. Ci vogliono radici forti, per rimanere attaccati ai monti.
L’ho risalita sabato, quella strada, per andare a Ronco Canavese, centro principale della Valle Soana, dove un giovane sindaco tosto e ingegnoso, Lorenzo Giacomino, mi ha invitato per parlare, nel piccolo teatro comunale, di una iniziativa inedita e coraggiosa: proclamare “montagna sacra” il Monveso di Forzo, una bella montagna del luogo. Ovvero dichiararla inviolabile dall’uomo, inventandosi una specie di “tabù moderno” che renda indisponibile alla nostra invadente specie almeno qualche porzione del pianeta. Per dirlo con le parole di uno dei promotori, Toni Farina, scrittore e uomo di montagna: “Un’istanza provocatoria, discutibile (infatti è stata molto discussa), ma necessaria per lasciare simbolicamente quell’esiguo spazio fisico ad altri esseri viventi. Esseri ai quali sulla Terra Homo sapiens ha tolto via via lo spazio vitale. Il Monveso di Forzo è così diventato simbolo di accettazione di un limite nella società del no-limit. Nessun divieto, ma semplice e personale accettazione di un invito”.
La proposta (alla quale ho aderito, faccio parte del piccolo comitato promotore) ha diviso il mondo della montagna, a partire dai responsabili del Parco del Gran Paradiso, del quale il Monveso è parte. A me sembra importante mettere il concetto di “limite” al centro dell’attenzione in un momento storico dominato dall’accessibilità indiscriminata e dal consumo forsennato. Non tutto può essere alla portata di una carta di credito, non tutto è in vendita. Nel reticolo di funivie, impianti di risalita, percorsi facilitati, una montagna senza umani ha una luce speciale: la si può guardare solo dal basso, incorniciata dal cielo.
Ringrazio la vivace comunità della Valle Soana, le volontarie della biblioteca, il sindaco, le tante persone presenti (in sala c’era anche qualche giovane in mezzo al grande nevaio dei capelli bianchi) per la giornata davvero particolare. Suggerisco, a chi volesse approfondire l’argomento, il bel libro di Enrico Camanni La montagna sacra. Camanni conosce le Alpi come pochi, e le sa raccontare.
“Val Soana incubatore di pensieri nuovi”
Rubo questa frase a Monica Bruno (che spero mi perdonerà) perché mi pare un titolo azzeccato per sintetizzare il pomeriggio di sabato 25 ottobre a Ronco. Che poi pensieri tanto nuovi non sono: come ricordato ieri, e in molte altre occasioni, di Limite si parlava fin dagli anni ’50 del secolo scorso grazie ad Aurelio Peccei e ai suoi collaboratori del Club di Roma nel noto studio sui limiti dello sviluppo. Noto, ma dimenticato.
L’incontro con Michele Serra (grazie grazie), venuto a Ronco a sostegno del progetto “Montagna Sacra”, è stato occasione per ribadire che la Terra è un pianeta finito e dunque, molto semplicemente, una crescita infinita non è possibile. Il teatro comunale strapieno ha evidenziato che la questione è sentita.
La presenza in sala (e sul palco) dei giovani convenuti a Ronco per un seminario sulle Aree Interne, ha dato ulteriore significato all’evento. In fin dei conti è di loro che si parla.
Come spesso mi capita, nei convegni estrapolo parole che mi paiono significative. Queste sono le parole che ho evidenziato negli interventi di Ronco.
Inizio opportuno e non casuale con la parola «pace». Fra gli uomini, i componenti della specie Homo sapiens, geniale e distruttiva, e fra gli uomini e la natura. Due aspetti che in realtà sono uno solo, perché proprio la carenza di risorse naturali è alla base di molti conflitti.
La parola «montagna», Alpi e Appennini. Montagna laboratorio di sostenibilità, dove sperimentare percorsi possibili di futuro, e la Val Soana ne è esempio.
La parola «Gran Paradiso», inteso come parco, centenario e al contempo immaturo, che a 100 anni dalla nascita avrebbe bisogno di rifondazione. Il progetto Montagna Sacra voleva essere questo ma il Centenario è stato a tal fine un’occasione persa. Tanti festeggiamenti, pochi ragionamenti.
La parola «sociale», nell’avverbio socialmente. “La conversione ecologica potrà affermarsi solo se socialmente desiderabile”, concetto oggi quanto mai verificato. Lo disse Alex Langer nel 1994. Alex Langer, quanto ci manca.
La parola «Europa». Citando Langer il collegamento ci sta. Continente vecchio, prospettiva che sta sfumando incalzata dai sovranismi. Nota dolente, e Michele Serra ne sa qualcosa.
La parola «sindaco». Soprattutto se di montagna. E qui un grazie a Lorenzo Giacomino, sindaco di Ronco, è doveroso. Grazie a lui e al suo coraggio.
La parola «biblioteca». Luogo di cultura certo, ma in questo caso anche di incontro e progettazione.
La parola «giovani». Che per qualche minuto ha tenuto banco citando il noto successo editoriale di Michele Serra “Gli sdraiati”. Giovani che, nel libro e nella realtà, alla fine lasciano indietro gli anziani, saggi e rompiballe. Com’è giusto che sia.
Le parole «Cogne» e «Ronco», i due volti del Monveso. Cogne con la valle omonima, la più turistica del Parco Gran Paradiso, e Ronco con Val Soana, la meno turistica e più integra. La più ricca di biodiversità. Dalla Val Soana giunsero millenni or sono i primi abitanti della Valle di Cogne, e siccome le montagne non fermano né le genti né le idee, l’auspicio è che oggi l’idea della Montagna Sacra contamini anche la valle aostana.
La parola «sacro». Termine potente e impegnativo da molti in questo caso ritenuto inopportuno, ma sabato per l’ennesima volta si è ribadito che così non è. E Monveso-Montagna Sacra è la scelta giusta. Altra non è data.
E, visto che ci siamo, la parola «Monveso». Montagna piramidale a cui sabato 25 sono fischiate le orecchie. Montagna evocata non per le imprese alpinistiche sulle sue chine, ma per l’impresa di limitarsi a guardarla dal basso. Si va oltre il settimo grado…
Potrei continuare, ma poi arriverebbe la parola noia, dunque lascio a chi legge il compito di proseguire. Concludo con la parola «democrazia». Una delle frasi più vere e significative pronunciate ieri da Michele Serra: “La democrazia è strutturalmente fondata sul limite”. “Perché necessita di contrappesi, e quindi di limiti”, ha spiegato. Per questo, aggiungo io, è in pericolo.
Chi volesse aderire al progetto “Monveso di Forzo – Montagna Sacra”, sappia che è assolutamente semplice. Si va sulla pagina web del progetto, www.sherpa-gate.com/la-montagna-sacra/, si compila il modulo e si conferma poi con mail. Oppure si scrive a montagnasacra22@gmail.com indicando semplicemente «aderisco al progetto Montagna Sacra» e, se si vuole, con quale qualifica si vuole apparire in elenco. Parimenti lo si può fare con un messaggio su Facebook o un commento alla pagina della “Montagna Sacra”; se volete lo potete fare anche qui, e io avrò cura di trasmettere le adesioni ricevute e i dati relativi.