I numi del monte hanno detto “NO!”

[Per ingrandire l’immagine cliccateci sopra.]
Non ne vogliano a chicchessia i gestori degli impianti di risalita e dello sci su pista, ma pare proprio che le divinità alpestri e i numi preposti al dominio degli elementi naturali – siano essi entità religiose, pagane o di altra trascendenza – al loro riguardo la sentenza l’abbiano emessa e in modo ben determinato.
Mi spiego: da anni ormai si parla di come i cambiamenti climatici determinino quantità di neve sempre minori sui monti a fronte di temperature in costante aumento, mettendo in crisi le stazioni sciistiche e obbligandole ad attuare pseudo-soluzioni (i cannoni per la neve artificiale, sì) che in verità rappresentano potenti zappate sui loro piedi, visti i costi pressoché insostenibili che impongono; poi, se per cause di forza maggiore (più o meno sostenibili siano state, non è questo il punto ora), impianti e piste da sci vengono tenute chiuse, ecco che si verifica un inverno dal clima tutto sommato “normale” – o d’una volta, verrebbe da dire – e con nevicate quasi ovunque abbondanti, almeno sulle Alpi. Le quali peraltro continuano pure ora, a primavera ormai inoltrata, in modi che ormai sembrerebbero far parte soltanto dei più bei ricordi ovvero di anni dal clima ben differente.*

Insomma, ribadisco: non prendetevela, egregi gestori suddetti, ma mi sa che ai numi delle montagne state un po’ qui, ecco. Perché sono certo che, se la prossima stagione invernale potrete aprire normalmente impianti e piste, come tutti ci auguriamo, nevicherà molto meno di quest’anno. Scommettiamo?

D’altro canto è pure vero che non tutto questo “male” viene per nuocervi, visto come rappresenti un’ennesima buona scus… ehm, ragione per accaparrarvi ulteriori finanziamenti pubblici atti a reiterare le vostre attività, nonostante la realtà di fatto economica, climatica, culturale che rende ciò come il continuare a versare acqua in un contenitore bucato sul fondo – per giunta sorprendendosi che non sia mai pieno, anzi, che sia sempre più vuoto.
Be’, come si dice in queste circostanze, lasciamo ai posteri l’ardua sentenza – sperando che non sia di “fallimento” per l’economia e la cultura delle vostre e nostre montagne. Me lo auguro di tutto cuore.

*: paradossalmente (ma solo all’apparenza), un inverno così “normale” è a sua volta conseguenza dai cambiamenti climatici in atto. Ne parlerò a breve, qui sul blog.

(Nella foto in alto: monti prealpini innevati a metà aprile, a quote relativamente basse – 1.600/1.800 m – a pochi km da casa. Fonte dell’immagine: qui.)

Il paesaggio nella testa

[Il paesaggio intorno a San Quirico d’Orcia, Siena. Foto di Luca Micheli da Unsplash.]

Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.

(Lucius Burckhardt)

Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia bello? Perché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.

E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noi, è una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe, per così dire, di essere “brutto” dentro?

Ne (ri)parlerò (perché l’ho già fatto di frequente, qui sul blog) a breve di questo tema e di Lucius Burckhardt, personaggio tanto poco noto quanto assai significativo e a suo modo illuminante.

Una lettura sempre “divertente”

Nel mentre che completavo la lettura del numero 55 – Inverno 2020 (non fateci caso, sono in perenne ritardo pure con la lettura delle riviste alle quali sono abbonato), mi è giunta nella cassetta postale di casa il nuovo numero 56 – Primavera 2021 de “Le Montagne Divertenti“, il trimestrale di alpinismo e cultura alpina che dal 2007 racconta delle montagne di Valtellina e di Lombardia – ma non solo. Il che mi dà l’occasione di rimarcare quanto sia (da) sempre sorprendente questa rivista, nata quasi per gioco da un gruppo di amici appassionati di montagne capitanati dall’ormai quasi leggendario Beno – al secolo Enrico Benedetti – eppure capace di distinguersi in maniera originale e determinata nella produzione editoriale periodica dedicata ai monti. Ciò soprattutto in forza di due elementi fondamentali: l’aver mantenuto lo spirito narrativo da blog (dal cui mondo viene l’ispirazione originaria del trimestrale), con relativa grande passione, leggerezza, ironia (lo rivela il nome stesso della rivista, in effetti) e senza mai alcuna eccessiva seriosità o formalismo, ma ciò sapendo comunque includere – ed è il secondo elemento fondamentale – contenuti di alta, a volte altissima qualità culturale, storica e scientifica, le cui argomentazioni giungono facilmente e comprensibilmente a qualsiasi lettore proprio in forza del tono “leggero” utilizzato, così che il loro valore trascenda i meri confini geografici valtellinesi per diventare scritture e narrazioni spesso emblematiche anche per la realtà e la cultura di altre aree alpine.

Non è così comune trovare una rivista di matrice geografica la cui lettura intrighi e stimoli la voglia di visitare i luoghi narrati nei suoi vari articoli ovvero che sappia suscitare la curiosità di saperne di più, anche grazie a un corredo fotografico di qualità e sempre ben contestuale al testo a cui si riferisce. “Le Montagne Divertenti” lo sa fare fin dalla sua prima uscita, per tutto quanto sopra nonché, ribadisco, per quel suo mood narrativo così peculiare, pressoché unico, che la rende proprio divertente (appunto!) da leggere anche per chi non sappia nemmeno dove siano, le montagne e le località a cui gli articoli sono dedicati ma che, io credo, dopo averla letta vorrà visitare e conoscere meglio.

Lunga vita e successo duraturo a “Le Montagne Divertenti”, insomma: se li meritano tutti!

(Cliccate sull’immagine dell’ultimo numero, lì sopra, per saperne di più.)

Un tramonto al contrario

Il fatto di abitare dove abito, cioè in montagna, e di doverci quotidianamente rientrare salendo dal “piano”, in questo periodo mi regala una – per così dire – “visione contraria” del tramonto tanto fantasiosa quanto suggestiva.

Già, perché salendo verso casa intorno alle 19.30, come faccio solitamente, con un viaggio automobilistico di circa 15 minuti, mi ritrovo nella condizione ambientale in forza della quale per chi è in basso il Sole è già tramontato dietro i monti a occidente, mentre per chi è in alto è ancora visibile sopra l’orizzonte: dunque io (e quelli che compiono la stessa cosa), salendo dal basso, man mano che percorro la strada godo della visione del Sole che (ri)sorge, sbucando da dietro quella linea montuosa a ponente. Parto da una zona ormai calata nell’ombra serale e arrivo a casa nella piena luce del Sole.

Il quale poi, di lì a breve, riprende anche per me la sua inesorabile discesa oltre l’orizzonte ma, almeno per quegli attimi che vi ho descritto, solo dopo avermi regalato la possibilità di godere di un’ultima immaginosa suggestione diurna. Be’, magari ingenua e banale, eppure assai allietante, già.

(P.S.: immagini di Jessie Eastland, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.)

Riflettere, ri-valutare, (ri)scoprire

[Sentieri di casa.]
In questi mesi, durante le varie “colorature” più scure della mia regione e i relativi lock down, con le restrizioni agli spostamenti che comportano, non potendo praticare l’amato vagabondaggio per paesaggi tanto naturali quanto urbani lontani dalle mie parti mi sono dedicato – con il prezioso aiuto di Loki, il mio segretario personale a forma di cane il quale si dimostra pure un ottimo “segugio di sentieri” – ne sto approfittando per riscoprire itinerari appena fuori casa (nel senso letterale della definizione) e luoghi che facevano da meta alle passeggiate di quand’ero bambino con i genitori o i nonni. Una pratica che peraltro, in questi giorni di transito dall’inverno alla primavera, si rivela particolarmente piacevole, con le temperature diurne miti, la luminosità già da “bella stagione”, il bosco ancora assopito ma i prati già puntinati di innumerevoli e coloratissime fioriture – nonché, devo ammettere, l’assenza quasi totale di disturbi antropici, almeno in certe zone particolarmente “remote” seppur situate a poche centinaia di metri di distanza dalla “civiltà”.

In tal senso, sto cercando di trasformare questo periodo difficile dettato dal Covid-19, che possiamo definire come di “crisi”, in ciò che l’etimo della parola suggerisce: un momento di riflessione ovvero, per meglio dire nel mio caso, di rivalutazione e riscoperta, ricco di numerose sfumature positive e illuminanti. Ad esempio, riguardo come ogni luogo abitato e vissuto, anche geograficamente limitato, contiene sempre un proprio piccolo/grande mondo la cui esplorazione può veramente risultare interminabile, se vissuta con occhi sempre attenti, curiosi e sensibili. Formalmente, non c’è bisogno di andare chissà dove, per “esplorare” e scoprire cose nuove: si possono trovare nella terra più remota e sperduta a migliaia di km di distanza così come a pochi passi da casa. Come ho già scritto altrove, la cosa meravigliosa dell’infinito è che comincia appena oltre la punta dei tuoi piedi.

Inoltre, nel tornare ora a ripercorre cammini e visitare luoghi che frequentavo da bambino, e (anche) attraverso i quali si è formata la mia sensibilità verso la percezione del mondo d’intorno e l’elaborazione dei suoi paesaggi, mi sto nuovamente rendendo conto che il tempo è veramente qualcosa che passa solo perché noi pensiamo e crediamo che sia così, per una nostra convenzione alla quale decidiamo funzionalmente di sottostare. In verità, ha ragione la fisica contemporanea quando attesta che il tempo non esiste, sulla microscopica scala umana, se non in funzione dello spazio: in tal caso, cioè nelle circostanze delle quali vi sto scrivendo qui, lo spazio è quello vissuto, per poco o per tanto, e che proprio grazie al mio (nostro) vissuto diventa “luogo” dotato di un valore che il tempo non può scalfire.

In fondo anche per questo il luogo più limitato – quello dove magari viviamo, posto appena fuori la porta di casa, ripeto – può assumere le “sembianze” dell’infinito, come accennavo prima: ed è una peculiarità, questa, che proprio in questo periodo di difficoltà e confinamenti più o meno stringenti credo possa tornare assolutamente utile e piacevole se non parecchio sorprendente, già.

[Sentieri di casa con cane – di casa.]