Le nuove ciclovie montane tra “supercazzole” istituzionali, pareri autorevoli e domande ineluttabili (nonché un rifugio bellissimo!)

[La testata della Val Biandino chiusa dalla mole del Pizzo dei Tre Signori. Immagine di Daniel Nicoli tratta da www.orobie.it.]
Torno sul “caso” della nuova ciclovia in costruzione tra la Bocca di Biandino e la Bocchetta di Camisolo (2011 metri di quota), sullo spartiacque tra la Valsassina e la Val Brembana, sulle Alpi Orobie Occidentali (e di rimbalzo torno pure sulle tante altre strade simili in costruzione): un’opera che di recente ho stigmatizzato in questo articolo non solo per l’impatto che sta generando sul versante montuoso che risale ma pure per le “motivazioni” (virgolette necessarie) con le quali la si vorrebbe giustificare: «mettere a sistema le numerose peculiarità storico/identitarie, fornendo percorsi turistici dedicati al territorio e alle sue caratteristiche, coerenti con modelli sostenibili, di rispetto dell’ambiente, dei paesaggi e delle identità storico/culturali». Una “supercazzola” ampiamente forzata con la quale si tenta di nascondere (fallendo nell’intento) l’ennesima opera di turistificazione consumistica imposta alle montagne; ma, appunto, ho già detto cosa ne penso al riguardo qui.

Di recente l’amica Arianna Cecchini, accompagnatrice di media montagna iscritta al Collegio Guide Alpine Lombardia, dunque una professionista della frequentazione escursionistica sostenibile che di mestiere porta la gente in montagna, è passata da quelle parti e mi ha inviato alcune altre immagini fotografiche (le vedete qui sopra) che vanno ad aggiungersi alla serie che corredava il mio articolo precedente, a ulteriore testimonianza dello stato delle cose. Le ho chiesto un parere al riguardo e così mi ha risposto:

È un’opera turisticamente superflua. La zona è ampiamente accessibile attraverso sentieri agevoli in un contesto montano di grande bellezza che proprio a piedi si apprezza al meglio. Inoltre, nel tratto tra la Casa Alpina Pio X e la Bocchetta di Camisolo, il tracciato della ciclovia, pur più stretto rispetto alla prima parte (che è largo 2 metri, mentre il successivo dovrebbe essere da 1,20 metri – n.d.L.), va a intaccare una zona particolarmente bella, di notevole fascino alpestre (la vedete nell’immagine qui sotto – n.d.L.) che ancora di più necessità di una fruizione consona, cioè lenta e attenta, al luogo e alle sue caratteristiche, anche per la storia mineraria secolare che lo contraddistingue. Non so proprio come una banale infrastruttura turistica come questa ciclovia può rispettare l’ambiente della zona e la sua identità storica e culturale. E non capisco quale modello di frequentazione turistica del luogo vuole imporre e con quali vantaggi, se ce ne sono, oppure danni, che forse già ho visto, per il territorio.

C’è un’altra questione legata a tutte queste opere della quale non ho scritto nel precedente articolo, inevitabile ad esse eppure puntualmente trascurata se non ignorata dai loro proponenti: e la manutenzione della ciclovia? Visto il contesto e le condizioni ambientali che lo caratterizzano, nonché i fenomeni meteo sempre più estremi causati dalla crisi climatica, è stata prevista? È stato elaborato un piano di manutenzione ordinaria dell’opera? Chi sistemerà con la necessaria solerzia eventuali danni straordinari, dissesti del fondo, smottamenti, cedimenti dei cigli a valle e delle spalle a monte? Sono state accantonate o preventivate risorse adeguate allo scopo? E quale ente pubblico deve pensarci?

[Una ciclovia in Valmalenco, durante la sua realizzazione e dopo un solo anno di transiti ciclistici, piogge e nevicate.]
Sono domande (ne potrei fare molte altre simili) che sorgono inevitabilmente nel constatare lo stato di opere simili, anche solo pochi mesi dopo la loro realizzazione – magari presentata dei proponenti con la stessa pompa magna supercazzolare che accompagna i progetti, vedi sopra – e a seguito di qualche violento nubifragio o dopo la neve e le gelate invernali. Uno stato delle cose desolante e irritante per la gran parte di queste opere, dimenticate dagli stessi enti che le hanno patrocinate e sostanzialmente abbandonate a se stesse e a chi le fruisce, almeno fino a che i danni che presentano non le rendano praticamente impercorribili.

Poste queste considerazioni inevitabili, ribadisco, alle quali qualche soggetto istituzionale dovrebbe di logica rispondere, la chiosa più bella e consona al caso la trovo nel sito web del Rifugio Grassi (nelle immagini qui sopra), che si trova appena oltre la Bocchetta del Camisolo sul versante bergamasco della dorsale, è tra i più rinomati delle Alpi lombarde ed è gestito da anni da Anna e Amos, una coppia di capanàt (con figli) meravigliosa. Così scrivono nella sezione del sito dal titolo “Filosofia”:

Siamo consapevoli che l’ambiente in cui viviamo e lavoriamo è un ambiente unico, bellissimo e fragile. Per questo proviamo a rispettarlo, a far pesare il meno possibile la nostra presenza sulla montagna: le popolazioni delle Alpi prima di noi hanno vissuto per almeno 5000 anni in armonia col loro ambiente, modificandolo senza distruggerlo. Ti chiediamo di apprezzare questo nostro essere fuori dal mondo, anche se ti costerà qualche perplessità e lo sforzo di adattarti a una realtà a cui non sei abituato. Siamo certi che la meraviglia di un’alba o di un tramonto dalla Grassi, magari sul pascolo innevato, ti ripagheranno del sacrificio.

Ecco: vista la nuova strada ciclabile in costruzione e tutte le altre discutibili opere di turistificazione montana simili nella forma, nella sostanza e nei danni inferti ai paesaggi che coinvolgono, alle parole di Anna e Amos converrete che non c’è molto altro da aggiungere.

Le violenze e le intimidazioni al Rifugio Gino e Massimo, e un appello a sostenere i suoi rifugisti

Vengo a sapere di alcuni fatti estremamente spiacevoli, gravi e irritanti che hanno coinvolto i gestori del Rifugio Gino e Massimo, meravigliosa piccola struttura (detta per ciò “Rifugino”) situata a 1860 metri di quota all’Alpe Grioni, in comune di Ponte in Valtellina e nel Parco delle Orobie Valtellinesi – dedicata alla memoria di due giovani valtellinesi tragicamente scomparsi, Gino Berniga e Massimo Donati.

Come racconta la rifugista Anna Savonitto,

Nell’ultimo mese una serie di spiacevoli eventi ha colpito il Rifugio.
Gli asini sono stati rinchiusi nel bivacco del rifugio e siamo stati accusati di essere stati noi, che del bivacco ci prendiamo invece cura e che abbiamo passato una settimana a ripulirlo.
Abbiamo ricevuto diversi commenti violenti relativi alla Pastasciutta Antifascista organizzata con ANPI e in programma per sabato 25 (luglio prossimo).
E infine, questa notte, la jeep del rifugio è stata vandalizzata. Tutti i vetri infranti, fanali e tergicristalli rotti, gomme bucate e carrozzeria tagliata a colpi d’ascia. Hanno tentato di spingere la jeep, che ci serve per lavorare e per portare le provviste al rifugio, giù dalla scarpata. Qualcosa che pare più un’intimidazione che un semplice dispetto.
Non sappiamo se questi episodi sono tra loro connessi e non facciamo accuse, ma pare evidente che qualcuno è infastidito dalla gestione del Rifugio. Gestione che porto e portiamo avanti con passione, entusiasmo, voglia di fare e cura delle relazioni con tutte le realtà e le persone del territorio e con chiunque passi di qui.
Non siamo disposti a tollerare questi atti violenti, vili, codardi e di una bassezza umana sconcertante.
Siamo amaraggiate e molto arrabbiate, ma l’estate è lunga e qui al rifugino c’è ancora molto da fare.

Dal Rifugino lanciano un appello, che vi invito caldamente ad accogliere, per sostenerli passando a trovarli all’Alpe Grioni oppure partecipando alla raccolta fondi su PayPal per riparare (o più probabilmente ricomprare) la jeep, qui: https://www.paypal.com/pool/9r7R5hf5DC?sr=wcco.
In alternativa, si può fare un bonifico sull’Iban IT03V3608105138253175853189 intestato a Anna Savonitto.

Trovate altri dettagli al riguardo sulle pagine Facebook e Instagram del Rifugino, oppure potete inviare una mail a rifugioginoemassimo@gmail.com

Dalla mia posizione di assoluta distanza da qualsiasi ideologia politica di parte e da ogni cosa che ne consegue, trovo veramente sconcertante constatare fatti del genere per cause evidentissime e terribilmente stupide, meschine, infantili, sicuramente non da “Sapiens”. Anche perché sono azioni che, pensando di manifestare “forza” e “ardimento”, in realtà dimostrano la vuotezza di pensiero che sta vi alla base la quale genera una gran paura in chi le compie verso quanto di buono invece sanno fare al Rifugino, altro che “forza”. E dimostrano pure il bisogno urgente di attenzione e di cura che sta sempre dietro azioni del genere: chi le compie pensa di essere forte ma invece mostra tutta la propria fragilità intellettuale, emotiva e l’emarginazione sociale che ne consegue. Che lo porta poi a “sfogarsi” in atti così ignobili e vili.

Di contro, sono certo che quanto accaduto darà a Anna e ai suoi collaboratori ancora più passione, entusiasmo, voglia di fare e cura delle relazioni nel lavoro che compiono al e per il Rifugino (così come per il territorio montano circostante), il quale ora e più di prima diventa una meta irrinunciabile per una meravigliosa escursione in un luogo di bellezza straordinaria dove poter incontrare persone altrettanto belle, di quelle che hanno veramente la montagna nella mente e nel cuore.

Viva il Rifugino, viva Anna e tutti i ragazzi che lo mantengono vivo e così vivace, e aiutiamoli: se lo meritano proprio!

Un’ennesima ciclovia che sfregia le montagne «per rispettarne l’ambiente e le identità storico-culturali»

[Veduta verso oriente della Valle di Biandino, con il Pizzo dei Tre Signori sullo sfondo. Immagine tratta da www.riccisportivi.it.]
L’amico Roberto Bergamini mi ha fatto pervenire alcune immagini fotografiche, scattate la scorsa settimana, dei lavori della nuova ciclovia che dalla Bocca di Biandino, nell’omonima valle, sale verso la Bocchetta del Camisolo, sulle Alpi Orobie occidentali (Valsassina, provincia di Lecco). Si tratta di un’ennesima porzione della cosiddetta “Transorobica”, il «progetto di recupero delle antiche vie di comunicazione tra le sponde lecchesi, valtellinesi e bergamasche delle Orobie» che già da qualche stagione è in corso: si legga qui al riguardo.

Secondo i proponenti, il progetto risponderebbe alla «necessità di una ricostruzione vocativa del territorio (che) diviene pertanto punto di partenza per una macroprogettazione in scala sovralocale in grado di mettere a sistema le numerose peculiarità storico/identitarie, fornendo percorsi turistici dedicati al territorio e alle sue caratteristiche, coerenti con modelli sostenibili, di rispetto dell’ambiente, dei paesaggi e delle identità storico/culturali.» Ora, al di là dell’arzigogolato politichese utilizzato in tale brano (qualcuno è lessicalmente ancora fermo agli anni Settanta del Novecento, evidentemente), non ci si può non chiedere chi abbia formulato la “necessità” suddetta alla quale il progetto risponderebbe. «Necessità di ricostruzione» di cosa, scusate? O forse, di nuovo, piuttosto di porsi una domanda su ciò che serve realmente ed è contestuale al territorio in oggetto ci si è dati prima la risposta e poi si è funzionalmente costruita la domanda più consona?

[Veduta verso sud ovest della Valle di Biandino. La nuova ciclovia sale sul versante a sinistra della foto, nei pressi del bosco al centro. Immagine tratta da www.riccisportivi.it.]
D’altro canto il senso concreto del progetto, alla faccia delle peculiarità storico-identitarie, della sostenibilità, del rispetto dell’ambiente e tutto il resto di solito, viene palesato nelle righe successive: «Le Comunità Montane di riferimento hanno collaborato nella stesura di un progetto rivolto al recupero dei tracciati storici intervallivi al fine di un potenziamento turistico in chiave escursionistica e cicloescursionistica MTB (con differenti gradi di difficoltà), proponendo otto specifici itinerari denominati “Transorobiche Occidentali”, collegati a loro volta da percorsi secondari realizzando infine un percorso di dorsale denominato “Dorsale Orobica Occidentale”, di collegando del territorio montano lecchese tra Colico e Lecco.» Eccolo il vero motivo del progetto: fare business turistico, utilizzando quello che ormai è stato eletto come il principale modello estivo di turistificazione dei territori naturali in alternanza a quello invernale dello sci da discesa, il cicloescursionismo appunto. Una turistificazione che di sicuro non valorizza affatto le montagne che ne vengono assoggettate ma, evidentemente, è fatta per “valorizzare” qualcos’altro – spendendo soldi pubblici, peraltro.

Come mi ha scritto Roberto a corredo delle immagini fotografiche, «Le ruspe stanno distruggendo il sentiero 40 che sale alla Pio X – un rifugio privato posto sul versante in questione, n.d.L. – abbattendo alberi e stravolgendo il bosco. La larghezza del tracciato è di circa 2 metri e quindi potrà essere percorsa anche dai fuoristrada andando contro la malsana idea originale di una ciclabile con pendenze poco consone ai ciclisti.» Questo lo state di fatto reale, e per giunta l’osservazione finale sui lavori è del tutto coerente con ciò che accade in altri interventi simili, con i quali si stanno costruendo itinerari per cicloturisti che sembrano molto più adatti a moto e autoveicoli invece che a biciclette pur a pedalata assistita.

Infine, ecco il maldestrissimo tentativo di “giustificazione” degli enti che stanno promuovendo i lavori, probabilmente perché ben consci della loro variegata discutibilità: «Attraverso questi percorsi “lenti”, si vuole proporre un’alternativa in grado idealmente di ristabilire le connessioni tra i centri abitati posti sulle varie sponde orobiche, attive in passato in ambito lavorativo/commerciale e sociale ed oggigiorno quasi totalmente scomparse.» Connessioni scomparse? È un’affermazione inaccettabile e priva di fondamento: i sentieri del territorio in questione, eccetto qualche raro tratto, sono tra i più frequentati della montagna lombarda e, peraltro, afferiscono all’itinerario della Dorsale Orobica Lecchese, o DOL dei Tre Signori, sulla quale io, Sara Invernizzi e Ruggero Meles ci abbiamo pure scritto una guida di notevole successo! Il sentiero 40 che da Biandino sale al Camisolo, coinvolto e distrutto dai lavori testimoniati da Roberto, è peraltro tra i più camminati dell’intera zona. Ma quali «connessioni scomparse»!?!

Mi pare evidente che si voglia far credere qualcosa che non è reale e sostenibile pur di giustificare pesanti interventi di turistificazione dei territori coinvolti essi sì largamente insostenibili!

[Il sentiero 40 nel suo aspetto naturale originario.]
Posto tutto ciò, e pure al netto degli aspetti tecnici, ambientali, politici, amministrativi del singolo caso e del progetto in generale, risorgono di nuovo, spontanee e prepotenti, le domande che già altre volte ho posto: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne?

Solo perché diventate business turistico gradito a “qualcuno”, le MTB devono proprio arrivare ovunque, e dove fino a oggi si è logicamente giunti a piedi, come la montagna vera richiede di fare?

E c’è realmente la necessità di renderne molti delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili, come sono spesso i turisti che in montagna ci passano le vacanze?

Quali sono i veri scopi di chi sta turistificando in questi modi così pesanti, invasivi e sovente degradanti le montagne, senza prima chiedere a nessuno e sostanzialmente senza che ci si possa opporre?

Chi ci guadagna realmente in tutto ciò?

[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]
Il timore è che pochissimi ci guadagnino mentre chiunque altro – il territorio, l’ambiente, il paesaggio, le comunità locali, i turisti che intendono frequentare i luoghi in modi consapevoli e veramente sostenibili – ci perderà e ne ricaverà dei danni più o meno evidenti, più o meno gravi. Alla faccia – ribadisco – dell’ambiente, del paesaggio, delle identità storico-culturali, delle comunità locali, del turismo veramente sostenibile… e di chiunque abbia realmente a cuore le montagne.

Di certa gente sbadata oppure stolta che va per montagne (e fa danni)

Mi ha fatto specie leggere quasi al contempo, giusto qualche giorno fa, della stessa circostanza riferita in due diversi scritti distanti un secolo l’uno dall’altro.

Il più recente è il post della pagina Facebook del Rifugio Luigi Mambretti, nelle Alpi Orobie valtellinesi, nel quale, anche con la foto che vedete lì sopra, si denuncia che

Nei giorni scorsi qualcuno ha lasciato aperta la porta del bivacco. Con il maltempo è entrata acqua e il libro di vetta è stato completamente rovinato. […] Questa volta abbiamo perso un libro di vetta. Altrove, come al Marco e Rosa, una porta lasciata aperta ha portato neve all’interno del locale invernale, danneggiando materassi, coperte e attrezzature. Episodi del genere dovrebbero far riflettere tutti. […] Il bivacco è sempre aperto e accessibile a tutti. Non è un comfort in più, ma un riparo che può rivelarsi fondamentale in caso di maltempo, emergenza o necessità. Tenerlo aperto è una scelta che si basa sulla fiducia e sul senso di responsabilità di chi frequenta la montagna.

Non è la prima volta che accade, anzi, la casistica è fin troppo folta di episodi del genere. Al punto che non si può pensare si tratti solo di dimenticanze: in alcuni casi sì, in tanti altri no.

Praticamente negli stessi momenti in cui ho trovato sui social la denuncia del Rifugio Mambretti, ho letto sul bel libro “I bivacchi delle Alpi” di Luca Gibello (ne ho scritto qui, ne scriverò ancora prossimamente) questo passo:

Fin d’ora raccomandiamo vivamente agli alpinisti che nella ventura estate soggiorneranno nei nostri bivacchi, di osservare scrupolosamente le prescrizioni per la loro buona conservazione; cosa tanto più necessaria – ancora più necessaria che per i grandi rifugi – data la posizione isolata e la frequenza limitata. Dimenticare, per esempio, di chiudere uno sportello, può significare di trovare il bivacco ripieno di neve e ghiaccio e quindi irrimediabilmente rovinato e inservibile. Il CAAI mette volentieri a disposizione degli alpinisti i suoi bivacchi; non chiede altro se non che essi ricordino di essere suoi ospiti; la sua generosità esige il massimo rispetto e le cure più scrupolose.

Ecco, così si leggeva in “I “Bivacchi-fissi” del Club Alpino Accademico Italiano”, Club Alpino Italiano, Rivista Mensile, n.4, aprile 1925, a pagina 111.

Aprile 1925, già. Lo stesso problema, le stesse “dimenticanze” – sbadataggini? Negligenze? Idiozie? –, le stesse raccomandazioni, a più di un secolo di distanza.

[Il bivacco di Fréboudze, uno dei primi “bivacchi-fissi” del CAAI installato nell’agosto 1925 nel gruppo del Monte Bianco, sulla cui “portina” d’ingresso sono ben evidenti le raccomandazioni agli alpinisti per curarne la conservazione. Immagine tratta da www.mountainmuseums.org.]
Ciò da un lato dimostra che già cent’anni fa come oggi c’erano “alpinisti” e “escursionisti” non esattamente consapevoli di cosa volesse dire frequentare le alte quote e avere rispetto dei luoghi e dei manufatti essenziale. Di contro – e in modo parecchio inquietante – è possibile che ancora oggi possano accadere cose del genere e si debbano rinnovare per le ennesime volte raccomandazioni così elementari, logiche, ovvie che possano contrastare comportamenti così deplorevoli e dannosi?

Mi viene da pensare, tristemente, che lungo questi cento anni siano stati commessi degli errori, in tema di cultura della montagna e della sua più sensata frequentazione, che evidentemente non sono mai stati eliminati e risolti. E quando leggo di tanti altri casi di maleducazione e inciviltà in quota da parte di pseudo-escursionisti/alpinisti, quel pensiero assume gli inquietanti connotati della certezza. Sbaglierò, mi auguro vivamente di non avere ragione, ma tant’è.

Così si conclude il post di denuncia del Rifugio Mambretti:

Perché il problema non è una porta aperta. Il problema è dimenticarsi che questi luoghi esistono grazie alla cura di chi passa prima di noi e al rispetto verso chi passerà dopo. Se non siamo capaci di rispettarli, prima o poi non resterà più nulla da lasciare aperto.

«L’ennesima ciclovia senza una visione organica, senza ascolto del territorio, che desta seria preoccupazione», parola di MTBikers

Tra i molti commenti interessanti ricevuti (i cui estensori ringrazio di cuore*) al mio articolo di qualche giorno fa sulla nuova “strada” tra Lecco e Ballabio, ovvero il tratto locale della ciclovia “Transorobica Orientale” che sta devastando la zona e distruggendo le vie storiche a colpi di ruspe in nome di un «recupero della viabilità storica» e di una «valorizzazione identitaria» che a me come a tanti appaiono motivazioni del tutto opinabili se non ipocrite, funzionali all’ennesima sconsiderata turistificazione del territorio naturale, ce n’è uno particolarmente significativo per come sia proposto da North N Line, associazione lecchese composta da guide di cicloescursionismo, istruttori MTB e trail builders che dal 2022 si è posta l’obiettivo di ampliare l’offerta turistica bike del territorio locale, offrendo servizi diretti di accompagnamento (sportivi, turisti e locali) con tour guidati, corsi di guida, camp, organizzazione di eventi nonché di manutenzione volontaria della rete sentieristica locale in collaborazione con il Club Alpino Italiano e le amministrazioni pubbliche. Dunque, frequentatori delle montagne lecchesi dotati di un occhio di riguardo e di uno sguardo sensibile a certe cose e al loro portato concreto, per ciò in grado di proporre osservazioni e considerazioni particolarmente importanti, come detto.

Ecco cosa mi hanno scritto:

Come appassionati e professionisti della MTB, riteniamo doveroso esprimere pubblicamente le nostre forti perplessità riguardo ai lavori in corso sul tratto Passo del Lupo – Bonacina, inseriti nell’ambito del progetto “Transorobica Orientale – Lotto 2”, promosso dalla Comunità Montana.

Da anni operiamo sul territorio del Lario con l’obiettivo di promuovere una rete sentieristica accessibile, sostenibile e condivisa, favorendo la pratica della mountain bike come strumento di valorizzazione del territorio, del turismo outdoor e della frequentazione consapevole della montagna. Nel corso del tempo abbiamo collaborato con enti, associazioni e professionisti, maturando competenze specifiche nella realizzazione e manutenzione dei sentieri dedicati alle due ruote.

Fin dalle prime interlocuzioni con il progettista avevamo manifestato la necessità che questo intervento fosse sviluppato attraverso un confronto concreto con i soggetti che quotidianamente vivono e mantengono questi percorsi. Avevamo evidenziato l’importanza di preservare il carattere originario del sentiero, mantenere una tracciatura coerente con il percorso storico e garantire una percorribilità efficace anche per le mountain bike, in particolare nei tratti in salita.

Purtroppo tali indicazioni sembrano non essere state recepite. Inoltre, non vi è stato alcun aggiornamento o coinvolgimento delle realtà interessate durante le fasi operative, e i lavori sono stati avviati senza che fosse possibile effettuare un confronto tecnico sul risultato finale atteso.

Le opere realizzate fino ad oggi evidenziano criticità che destano seria preoccupazione. Le pendenze introdotte appaiono eccessive e difficilmente compatibili con una percorrenza sostenibile in mountain bike. Alcune modifiche al tracciato si discostano sensibilmente dalla linea originaria del sentiero, alterandone le caratteristiche storiche e naturali senza apportare evidenti benefici in termini di fruibilità. Emergono inoltre dubbi sull’effettiva sostenibilità dell’intervento nel lungo periodo e sulla sua capacità di resistere ai fenomeni erosivi che inevitabilmente interesseranno i tratti più ripidi.

La nostra posizione non nasce da una contrarietà preconcetta al progetto, bensì dalla convinzione che un intervento su un sentiero debba essere progettato e realizzato secondo criteri consolidati di sostenibilità e fruizione. Da anni condividiamo infatti la filosofia e le linee guida di IMBA IMBA Italia (International Mountain Bicycling Association), punto di riferimento internazionale per il trail building sostenibile.

Secondo tali principi, un sentiero ben progettato deve:

  • integrarsi con la morfologia naturale del terreno;
  • mantenere pendenze sostenibili e compatibili con l’utilizzo previsto;
  • garantire un corretto drenaggio delle acque per prevenire erosione e degrado;
  • limitare gli impatti ambientali e gli interventi invasivi;
  • preservare il carattere e l’identità del percorso originario;
  • risultare accessibile, sicuro e piacevole per gli utenti;
  • ridurre al minimo le necessità di manutenzione straordinaria nel tempo.

Alla luce di quanto osservato, riteniamo che l’intervento attualmente in corso si discosti significativamente da questi principi fondamentali. Ci preoccupa in particolare il fatto che i lavori sembrino essere stati eseguiti senza il coinvolgimento di figure specializzate nel trail building per mountain bike e senza una reale conoscenza delle esigenze di chi utilizza quotidianamente questi percorsi.

Il rischio concreto è quello di consegnare alla comunità un’opera che, anziché rappresentare un miglioramento della rete sentieristica, venga percepita come l’ennesimo intervento realizzato senza una visione organica, senza ascolto del territorio e senza un adeguato confronto con le competenze specifiche presenti localmente.

Siamo convinti che la valorizzazione della montagna passi attraverso opere di qualità, condivise e durature. Per questo continueremo a promuovere una cultura del sentiero fondata sulla sostenibilità, sulla competenza tecnica e sul rispetto delle caratteristiche che rendono unico il nostro territorio.

Ecco, questo è quanto. Le considerazioni dei ragazzi di North N Line non abbisognano di commenti, e per quanto mi riguarda confermano i timori diffusi sull’opera in questione e, ancor più, sullo scellerato modus operandi che ormai con troppa frequenza molti enti pubblici mettono in atto nell’imporre tali interventi ai territori e alle loro comunità: un «fare tanto per far su» e per spendere rapidamente soldi pubblici, scarsa o nulla coerenza con i luoghi coinvolti e le loro specificità, nessuna reale attenzione all’ambiente naturale, mancanza pressoché totale di competenze specifiche alla base dei progetti, scarsa o nulla interlocuzione con i soggetti della società civile locale, un uso del territorio come fosse un mero spazio da sfruttare e “valorizzare” cioè mettere a valore. E, lo dico chiaramente, una certa presa in giro nel definire tutto ciò «recupero della viabilità storica» e «valorizzazione identitaria», per di più spendendo soldi pubblici, quasi 700mila Euro delle nostre tasse (fatemi essere “populista”, a volte è inevitabile).

Tornerò ancora – lo ribadisco – su questo progetto lecchese e sui tanti altri di pari genere, e simile pericolosità, che si stanno realizzando o si vorrebbero realizzare sulle nostre montagne, i quali non possono e non devono essere ignorati. Come ho già rimarcato, la questione del cicloescursionismo montano sta diventando sempre più “calda” nel dibattito sul turismo in montagna, e nell’estate imminente lo sarà in modo particolare: è da affrontare costantemente senza alcun preconcetto sul tema, ma con l’obiettivo ben chiaro di tutelare quel patrimonio collettivo di inestimabile importanza rappresentato dalle montagne, dai loro ambienti e paesaggi nonché dalla nostra relazione equilibrata e sostenibile con essi: anche questa è un patrimonio di cui godiamo e che non possiamo permetterci di lasciare in mani e a menti così prive di buon senso.

*: così come ringrazio molto gli organi di stampa che hanno ripreso le mie considerazioni. Nel post vedete ad esempio gli articoli de “Il Giorno” e di “Valbiandino.net“.