Quelli che hanno letto un solo libro nella vita… (Eschaton dixit)

Quelli che hanno letto un solo libro in vita loro li riconosci dal tono trionfale con cui ti rinfacciano di non avere letto quel libro.

Standing ovation per Eschaton a.k.a. Raffaele Alberto Ventura, dalla cui pagina facebook ho tratto la perla di saggezza di cui sopra.
Alla quale trovo solo da aggiungere che, nel caso vi ritroviate di fronte individui di tal natura, denunciatene subito la presenza alle Forze dell’Ordine ovvero al più vicino centro di riabilitazione sociale!

Buon CompleAnno della Lepre!!!

Oggi, nell’ambito della prima giornata del 30° Salone del Libro di Torino, Iperborea festeggia in un evento dedicato – denominato “Il CompleAnno della Lepre” – la (coincidenza numerica!) 30a edizione del best seller del grande scrittore finlandese Arto Paasilinna, L’anno della lepre, appunto: il testo di maggior successo di sempre tra quelli pubblicati dalla casa editrice milanese, con oltre 120.000 copie vendute (che, per la cronaca, per un libro finlandese d’un autore altrimenti del tutto sconosciuto in Italia è veramente un’enormità).

A mia volta ho buoni motivi per festeggiare questo libro. Innanzi tutto anch’io posso vantare al riguardo una ricorrenza cronologica: lessi il romanzo esattamente 10 anni fa, nel gennaio 2007. E – motivo ancor più importante per il personale festeggiamento – quella lettura contribuì in modo fondamentale ad aprirmi le porte del piccolo/grande mondo letterario scandinavo, che negli anni successivi ho esplorato in lungo e in largo (date un occhio alle recensioni di testi degli autori del Nord Europa nella pagina delle recensioni e ve ne renderete conto) fino a maturare una convinzione nella quale tutt’oggi credo fermamente, ovvero che la produzione letteraria scandinava contemporanea sia nel complesso tra le migliori al mondo e forse, dal mero punto di vista geografico-territoriale del rapporto quantità/qualità, la migliore in senso assoluto.

In particolare sono rimasto molto legato alle opere di Arto Paasilinna, che considero il modello perfetto del peculiare stile letterario nordeuropeo e del quale ho poi letto tutto quanto è stato pubblicato in Italia – sempre con Iperborea, naturalmente. Non solo: il personale culto dell’autore finnico è arrivato al punto che, qualche anno fa, mi recai a Helsinki – durante un lungo viaggio esplorativo della Finlandia sovente guidato dai toponimi dei luoghi di cui ricordavo d’aver letto nei suoi romanzi – e andai allo shop della WSOY, da sempre la casa editrice “domestica” di Paasilinna, per acquistare alcuni suoi libri in edizione originale… ovvero in finlandese, certo: lingua che non conosco affatto, sia chiaro, ma lo feci giusto per il gusto di possederli. Una sorta di piccolo omaggio personale alla sua figura e alla relativa importanza nella mia “carriera” di lettore – e non solo di quella – che ora qui rinnovo, nell’occasione della celebrazione di Iperborea di un libro il quale, per quanto mi riguarda, è in assoluto tra i pochissimi a poter realmente meritare il titolo di capolavoro. E di ciò ne sono convinto ancor più oggi di quando lo lessi, dieci anni fa.

Ecco, a proposito, cosa ne scrissi allora. Oggi probabilmente scriverei moltissimo di più su L’anno della lepre, mentre quel 29 gennaio 2007…:

L’Anno della Lepre è uno dei maggiori best seller di Arto Paasilinna (se di “best seller” si può parlare per la letteratura scandinava) ed anche in Italia è stato uno dei suoi volumi più venduti. Appositamente ho scelto di leggerlo dopo Il bosco delle volpi, meno conosciuto, vuoi per gustarmelo meglio e vuoi per confrontare le due opere; anche il leggere di seguito due volumi dello stesso autore è una scelta che faccio raramente, ma la curiosità di addentrarmi nel mondo letterario scandinavo attraverso – come già detto – uno dei suoi autori più noti e apprezzati mi ha sollecitato questa “esperienza”. Dalla qual esperienza, in effetti, traggo molte indicazioni non solo su Paasilinna e sul suo stile letterario incredibile, leggero, a tratti distaccato quasi da parere freddo come il paesaggio sub-artico nel quale ambienta spesso le sue storie, ma anche sulla letteratura nord-europea, i cui modelli letterari lo scrittore lappone ha saputo rappresentare in maniera molto esplicativa.
De L’anno della Lepre si potrebbe dire molto di quanto già detto su Il bosco delle volpi: è la storia di una ennesima fuga dal mondo civilizzato, ovvero di una manifestazione di he solo nel distacco dalla civiltà, e nell’immersione più o meno profonda nel mondo naturale e nel contatto con i suoi abitanti, può trovare un considerabile soddisfacimento: quasi che Paasilinna, nei suoi libri, voglia rivelarci che l’evoluzione dell’uomo civilizzato, ovvero di colui che ha creato e plasmato la civiltà, sia in realtà al di fuori di essa, dove quella stessa evoluzione ritrova il contatto con la sua radice naturale, il solo ambito in cui riesca a vivificare la coscienza e lo sguardo critici sulle proprie azioni: è la proclamazione della sconfitta per il pretenzioso homo sapiens-dominatore del mondo, ma di contro è la vittoria dell’essere senziente che sa percepisce il fluire dell’energia vitale nel proprio spirito, e in quanto tale si armonizza con il mondo d’intorno.
Se possibile L’Anno della Lepre possiede uno stile narrativo più incalzante de Il Bosco delle volpi, anche per la scelta di addensare gli eventi della storia in numerosi capitoli di breve durata, nonché una più evidente presenza della Natura, e non intendo solo con il paesaggio e i suoi elementi ma anche in senso più antropologico, come una soffice custodia che avvolga tutta la storia narrata rivendicandone, in un certo senso, la proprietà e la responsabilità: cosa tanto più evidente nel finale, ove il frutto di quell’istinto di cui si è detto chiude la vicenda di Vatanen – il protagonista – nel modo più impulsivo e irrefrenabile possibile.
Insomma: nuovamente un libro godibilissimo, per molti versi veramente bello, rispetto alla letteratura sud-europea originale, particolare, quasi bizzarro, semplice e profondo, divertente e meditativo. Un ottimo esempio, lo ribadisco, del mondo letterario scandinavo, la cui esplorazione certamente continuerò a breve – e credo che diverrà sistematica!

Claudio Morandini, “Neve, cane, piede”

Generalmente, della montagna, il cosiddetto “grande pubblico” ha un’idea piuttosto stereotipata, a volte legata – in chiave generalmente positiva – alla mera bellezza del paesaggio, altre volte – in chiave più negativa, almeno culturalmente – alla concezione dei monti come luogo di divertimento, di turismo sovente poco attento al valore peculiare di essi, alla cultura delle genti che li abitano. Da tempo, in antropologia culturale, si studia questo rapporto tra civiltà antropizzante e “Terre Alte”, rimarcando i fenomeni di smarrimento identitario e di spaesamento delle popolazioni di montagna dovute alla trasformazione sostanziale dei monti in una sorta di quartieri periferici cittadini votati al turismo meno culturale possibile e più consumistico – veri e propri non luoghi in quota, in pratica, che alcuni studiosi arrivano a chiamare “divertimentifici alpini”.
D’altro canto, bisogna ammettere che la letteratura di montagna, negli ultimi decenni, non ha fatto granché per, in qualche modo, salvaguardare la cultura antropologica e identitaria della montagna – in particolar modo in Italia – sfornando soprattutto titoli di natura prettamente alpinistica e biografica (sovente fin troppo autocelebrativa dei relativi autori, molto impegnati a raccontare delle loro imprese e poco dei luoghi in cui si svolgono) ovvero volumi legati a specifiche tematiche (la pratica del camminare, ad esempio). Come anche mi denotava qualche tempo fa un amico editore di libri di montagna, dunque particolarmente sensibile alla questione, da tempo mancano opere che siano meritoriamente identificabili come autentica “letteratura di montagna”, ovvero narrativa con peculiare valore letterario libera da qualsiasi riferimento tecnico-alpinistico-biografico, storie vere di montagna e di montanari o di personaggi le cui vicende siano espressamente legate – psicogeograficamente, mi verrebbe da dire – alla montagna, e nelle quali la montagna stessa faccia da protagonista fondamentale, non solo da suggestiva scenografia.
Bene: Neve, cane, piede di Claudio Morandini (Edizioni Éxòrma, Roma, 2015), libro vincitore dell’ultima edizione di Modus Legendi nonché dell’edizione 2016 del Premio Procida/Elsa Morante, è una vera opera letteraria di montagna. Lo rimarco da subito perché lo è pienamente, e in ciò rappresenta a suo modo una inopinata novità nel panorama della narrativa italiana oltre che, naturalmente, nel settore editoriale relativo (continua…)

(Leggete la recensione completa di Neve, cane, piede cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

“Racconti dal Lago” 2017: domenica 7 maggio a Bellano la presentazione del volume!

Domenica 7 maggio prossimo a Bellano, nell’ambito di Piccoli Editori in Fiera 2017, avrò l’onore e il piacere di presentare il volume che raccoglie i testi selezionati per la seconda edizione del concorso letterario Racconti dal Lago, promosso da Historica Edizioni (che cura la pubblicazione del volume) e da Cultora, il portale italiano di informazione culturale – concorso per il quale ho fatto da curatore, spero nel modo migliore possibile.

Sarà un onore, appunto, presentare una raccolta veramente sorprendente sotto molti punti di vista, che nelle molteplici voci letterarie da cui è composta (per le quali gli autori meritano un grande plauso) riesce a interpretare bene quello che è lo scopo “culturale” del concorso, ovvero la trasmutazione della bellezza del paesaggio del Lago di Como e delle emozioni che sa suscitare in genuina e intensa espressività letteraria, sulla scia – anzi, sull’onda (assai ampia) dei numerosi grandi scrittori (da Plinio il Vecchio a Paolo Diacono, a Wordsworth, Stendhal, Flaubert, Twain Foscolo, Hesse… oltre al Manzoni, naturalmente) che nel passato hanno fatto altrettanto, lasciando circa il loro incontro con il Lario testimonianze vibranti e tutt’oggi assolutamente suggestive.
D’altro canto, come recita la quarta di copertina del volume…:

“Il segreto della felicità è possedere una decappottabile e un lago” sosteneva Charles M. Schulz, il creatore dei Peanuts. Il lago c’è, è quello di Como ed è tra i più belli al mondo, da sempre ispirante generazioni di artisti e scrittori. Come una “decappottabile” letteraria con a bordo trentadue intensi racconti, questa raccolta ne esplora le rive geografiche, le sponde emozionali, le coste che riflettono sull’acqua tutta la bellezza e la vitalità delle suggestioni che vi scaturiscono, la cui lettura è un viaggio assolutamente intrigante. Come la scoperta del segreto d’una lacustre felicità.

Cliccate sull’immagine soprastante per leggere il programma dell’intera manifestazione, e… Ci vediamo a Bellano, domenica 7 maggio alle ore 10.30, con molti degli autori presenti nella raccolta! Non mancate!