L’occhio del Gigiàt

Rimando ben volentieri il seguente invito di Pietro Lacasella e del suo blog “Alto-Rilievo / Voci di montagna” per partecipare a un’iniziativa che ritengo assolutamente importante: per le montagne, per chiunque le frequenti e per l’intero mondo nel quale viviamo. Altro che “Sapiens”, diventiamo tutti quanti Homini Gigiàt, per il bene e la salvezza dei nostri monti!

Il Gigiàt è un essere gigantesco e asimmetrico che vive in Val Masino. È un animale ibrido, meticcio, un incrocio tra il caprone e il camoscio.
Nonostante le dimensioni è difficile scorgerlo tra i boschi e le pareti della valle. Eppure ogni tanto si palesa, con sguardo vigile e attento, per sorvegliare i suoi territori e per ammonire chi su di essi non si muove in modo equilibrato e rispettoso.
Nel 2021, ad esempio, il suo mastodontico occhio è apparso sul celebre Precipizio degli Asteroidi. Sotto l’occhio si stagliava un messaggio, breve e minaccioso: «Vi vedo!». Era riferito a chi stava per modificare irrimediabilmente la valle, sfregiandone l’aspetto, ferendo la sua fisionomia così suggestiva.
Uscendo dalla Val Masino, non è difficile accorgersi delle trasformazioni che stanno progressivamente alterando il carattere dei rilievi italiani.
Questo appello, rivolto ad alpinisti, escursionisti e trailrunner, è un invito a farsi Gigiàt e quindi a sfruttare la prospettiva aerea offerta dai rilievi per documentare e segnalare le innaturali trasformazioni causate dal cambiamento climatico e, più in generale, dall’animale-uomo.
Per anni abbiamo usufruito della montagna per appagare la nostra sete di avventura o, molto più semplicemente, per godere dei benefici offerti da territori ancora parzialmente integri. Ora che questi territori sono in difficoltà, specialmente quelli coperti da ghiacci sempre meno perenni, è arrivato il momento di ricambiare il favore con un’azione di sensibilizzazione collettiva. Un’azione rivolta innanzitutto a noi stessi, per ricordarci che anche il contributo del singolo è di vitale importanza, ma soprattutto alle istituzioni, esortandole a prendere maggiormente in considerazione le esigenze ambientali del presente.
Per farvi Gigiàt e quindi per contribuire a questo sforzo divulgativo, vi invitiamo a fotografare, durante le vostre esperienze montane, tutto ciò che il vostro occhio giudica anomalo e inopportuno.
Le foto verranno pubblicate sulla pagina Instagram L’occhio del Gigiàt e successivamente raccolte in una pubblicazione.
Per sottoscrivere l’appello e per maggiori informazioni sull’iniziativa: https://occhiodelgigat.wordpress.com/

Cambiamenti climatici e staticità mentali

[Foto di lesserland da Pixabay.]
Giovanni Baccolo, che di mestiere si occupa di ghiacciai all’Università Milano-Bicocca dove al Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra studia i campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo (cura inoltre il bellissimo blog storieminerali.it nel quale scrive di tali argomenti) e, dunque, di clima se ne intende come pochi altri, scrive un post sul proprio profilo Facebook che avrei altrimenti scritto io in modi paragonabili, oggi:

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.

Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?

Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.

Un emblematico paesaggio industriale

I processi di industrializzazione che dal Settecento in poi hanno interessato buona parte dell’Europa si sono fatti particolarmente significativi nei territori alpini, innescando dinamiche che hanno profondamente ridefinito le realtà socioeconomiche locali, precedentemente ancora determinate da economie rurali meramente sussistenziali e innescando una trasformazione generale, spesso anche troppo rapida, delle geografie fisiche e umane. Per questo la loro considerazione è pressoché ineludibile, in territori come questi, rappresentando una narrazione ecostorica alquanto emblematica e d’altro canto strettamente legata alla realtà presente e ai suoi sviluppi. Anche la Val San Martino, territorio prealpino pur assai vicino alla pianura maggiormente antropizzata e a suoi centri importanti in rapido sviluppo (Bergamo, Lecco, ovviamente Milano), ha conosciuto l’effetto dei citati processi e delle conseguenti dinamiche, che hanno comportato altrettanto rapide transazioni esperienziali e professionali dalle figure di contadino a quelle di contadino-operaio, poi operaio-contadino e quindi operaio puro, in un contesto comunitario già alquanto portato a sviluppare la più ingegnosa laboriosità certamente per ragioni sussistenziali, in principio, ma rapidamente anche per spiccata vivacità imprenditoriale. Sotto questo aspetto la valle ha presentato alcune specificità post-rurali, o pre-industriali, importanti: la lavorazione del legno nella parte montana, la tradizione edile dell’alta valle, l’industria tessile e serica, particolarmente sviluppata in tutto il circondario lecchese, per citare alcuni esempi storicizzati, fino alla forte presenza metalmeccanica contemporanea il cui sviluppo infrastrutturale ha inevitabilmente contraddistinto in maniera fondamentale la territorializzazione e l’urbanizzazione dello spazio, dunque la costruzione del paesaggio. A tal proposito per la Val San Martino si può tranquillamente affermare di essere in presenza, anche, di un paesaggio industriale: tanto in senso visivo, generato dallo spandersi più o meno ampio e quasi continuo dei capannoni industriali – in base a un disegno urbanistico non sempre virtuoso, c’è da ammetterlo – quanto in senso antropologico e culturale, per come le dinamiche legate all’industralizzazione e in alcuni casi alla deindustrializzazione (ma qui in maniera minore rispetto ad altre realtà territoriali affini) hanno determinato pure un ripensamento via via più profondo, ovvero più discosto dall’origine storica, dell’identità locale.

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Nel bene e nel male (ed è arduo stabilire quale delle due componenti sia maggioritaria), quello industriale è uno dei paesaggi (plurale, sì) che più caratterizza buona parte dei nostri territori sotto diversi aspetti, materiali e immateriali, ma è pure quello forse meno meditato e indagato, se non dal mero punto di vista urbanistico o infrastrutturale. Certamente conta il fatto che è il paesaggio che – sostanzialmente – dà da vivere a buona parte degli abitanti del suo territorio e per questo è considerato di default “necessario”, d’altro canto è anche quello che spesso e con maggior evidenza segnala uno scollamento tra l’ambito economico e quello ecologico del territorio stesso, cioè tra la visione prettamente funzionale del territorio e quella principalmente culturale – ne scrissi anche qui al riguardo, proprio in relazione alla Val San Martino. Ecco, forse questo è il tema che dovrebbe essere meglio analizzato e indagato, per la sua valenza storica e la conseguente, potenziale importanza futura. Un tema che d’altro canto coinvolge tre elementi imprescindibili del nostro vivere quotidiano: l’industria (ovvero il fare umano), la cultura (il sapere umano) e quello che comprende e compendia entrambi, il paesaggio, cioè il mondo umano.

Ci tornerò, più avanti, su questo tema, sperando di saper formulare qualcosa di interessante e costruttivo; nel frattempo vi (ri)consiglio la lettura di questo libro, assolutamente illuminante al riguardo.

Selvatici per istituzione e per costituzione

[La camera picta di Casa Vaninetti a Sacco, in Val Gerola (Sondrio), con la celebre raffigurazione dell’Homo Salvadego. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
A proposito di creature mitologiche di montagna e di Homo Salvadego, da alcuni considerato lo “Yeti” delle Alpi – tema del quale ho scritto qualche giorno fa in questo post – è interessante e affascinante notare che la sua presenza nelle credenze delle genti alpine dei secoli scorsi è stata talmente forte e ritenuta così certa da venire persino “istituzionalizzata”. Infatti la raffigurazione di un “uomo selvatico” è presente nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni, una delle “Tre Leghe Grigie” dalle quali si è originato l’attuale cantone svizzero dei Grigioni e che dal 1512 al 1797 dominarono anche la Valtellina, territorio nel quale non a caso si ritrovano alcune delle più emblematiche raffigurazioni della mitologica creatura, in primis quella del citato Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola, laterale della Valtellina. Interessante anche rilevare che, ai tempi, i reggenti della Lega delle Dieci Giurisdizioni motivarono la presenza nel proprio stemma evidenziando che la figura dell’“uomo selvatico” rimanderebbe «agli albori del carattere nazionale retico, alla scaturigine dei sentimenti spirituali dell’era precristiana», dunque a una relazione più diretta e meno mediata con la montagna e con il suo Genius Loci, del quale peraltro l’uomo selvatico può ben rappresentare un’identificazione. D’altro canto il fatto che esso, nella stemma grigionese, regga un albero sradicato è un chiaro riferimento alla sua forza sovrumana ovvero “animalesca”, dote che evidenzia le similitudini con altre creature mitologiche montane come lo Yeti himalaiano, appunto, o il Bigfoot americano.

Oggi tali presenze un tempo così tanto considerate probabilmente strappano un sorriso: sì, non ci sono bizzarri uomini scimmieschi nei boschi e sui monti delle Alpi, tuttavia quello che essi rappresentavano, cioè – in poche parole – l’essenza primordiale dell’ambiente naturale e la sua cultura ancestrale, non dovrebbe scomparire, essere ignorato o dimenticato come è accaduto e accade ancora. La dualità tra Natura selvaggia e spazio umanizzato o antropizzato è fondamentale, l’equilibrio tra i due elementi è ciò che dà valore vicendevole a entrambi e rappresenta anche oggi – e domani pure – la base ineludibile per costruire una relazione con le montagne proficua per chiunque: per chi le abita, per chi le vive da visitatore e turista, per chiunque sia parte integrante del loro ecosistema e, ovviamente, per le montagne stesse. Dovremmo essere un po’ selvatici anche noi uomini iper-tecnologicizzati del ventunesimo secolo, insomma, e non dei “selvaggi” nel senso più negativo del termine, come sovente dimostriamo di essere con le azioni che contraddistinguono il nostro rapporto con i monti (d’altro canto gli uomini selvatici leggendari erano custodi di antiche e preziose sapienze che trasmettevano ai montanari che si dimostravano amichevoli con essi: ad esempio il metodo per ricavare burro e formaggio dal latte). In fondo, a questo proposito, mettono meno inquietudine la grossa clava del Salvadego di Sacco o l’albero sradicato di quello grigionese che, per dire, certe borse di pelle pregiata di civilissimi uomini contemporanei dalle quali fuoriescono progetti inopinatamente insensati e pericolosi per le montagne: anche perché se i primi sono probabilmente solo il frutto di antichi miti popolari e dunque elementi di fantasia ma con un nucleo di altrettanto antica e grande sapienza, i secondi sfortunatamente lo sono di moderne “politiche” deviate, quindi fin troppo reali nonché espressioni di sconcertante insensatezza. E non di rado devastanti, appunto.

L’abominevole uomo delle (nostre) nevi

[Il famoso filmato “Patterson-Gimlin”, del 1967, nel quale sarebbe stato ripreso un Bigfoot. Fonte dell’immagine: https://it.wikipedia.org.]
In un articolo di qualche settimana fa, “Il Post” ha raccontato la leggendaria storia dei cosiddetti abominevoli uomini delle nevi, in particolare del Bigfoot o Sasquatch, del celebre Yeti e di altre creature selvagge di aspetto antropomorfo, i cui miti sono presenti un po’ ovunque sul pianeta e soprattutto nei territori di montagna. Infatti, anche sulle Alpi “dimorano” molte di queste creature misteriose, soprattutto nelle fogge degli uomini selvatici o wilder mann, le cui testimonianze vernacolari si possono ritrovare in ogni angolo della regione alpina. I territori della Dol dei Tre Signori, tra lecchese, bergamasca e Valtellina non fanno eccezione, d’altro canto offrendo un alto tasso di elementi leggendari e mitografici; anzi, le montagne della Dol custodiscono la presenza di una delle più celebri di tali creature, l’Homo Salvadego, raffigurato in un altrettanto celebre affresco (lo vedete qui sotto) a Sacco in Val Gerola, laterale orobica della Valtellina. Dunque, noi  autori (Sara Invernizzi, Ruggero Meles e lo scrivente) della guida “Dol dei Tre Signori”, nella quale abbiamo raccontato per quanto possibile l’intero territorio in questione, non potevamo certamente esimerci dal segnalare – pur succintamente, per inesorabili ragioni di spazio – questa leggendaria e affascinante presenza, tanto peculiare del territorio quanto assolutamente affine all’iconografia e all’archetipo classico dell’uomo selvatico diffusi in tutte le Alpi:

[L’Homo Salvadego della Val Gerola; ingrandite l’immagine per apprezzarla meglio. Fonte: www.ecomuseovalgerola.it.]

Ecco, caro viaggiatore, stai per arrivare a Sacco, e questa volta il cammino senza indugi attraversa il paese e ti porta proprio nella piazza della Chiesa Parrocchiale di San Lorenzo. Sei a due passi da uno dei gioielli più preziosi dell’Ecomuseo della Val Gerola: la famosa Camera Picta di Casa Vaninetti, fatta affrescare nel 1464 da “Augustinus de Zugnonibus” a tali “Simon et Battestinus pinxerunt”, l’uno il committente e gli altri autori dell’opera i cui nomi consunti si possono intuire sopra e sotto la stessa. Oggi è un accogliente museo che racconta la ricchezza e il livello di civiltà di questa contrada e della valle nel Quattrocento. Il gioiello più stupefacente custodito in esso è il dipinto, sito accanto alla porta d’ingresso, che raffigura tra le altre cose un’immagine dell’“Homo Salvadego”, ricoperto di folto pelo e con un nodoso bastone tra le mani nel mentre che declama la famosa frase “Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura” scritta come fosse un fumetto accanto al suo volto irsuto. L’Homo Salvadego è uno dei personaggi leggendari di cui si narra nell’intero arco alpino con diverse denominazioni ma uguale essenza, simbolo di una Natura che sa essere amica o nemica a seconda di come la si tratti: spesso è a questa figura che si attribuisce di aver insegnato agli uomini che si sono insediati sulle montagne i segreti dell’arte casearia e anche lui, come il Gigiat che forse incontrerai e di cui parleremo quando sarai giunto più a valle, è spesso collegato ai cicli vitali della Natura, dunque alla relazione sussistenziale degli abitanti dei monti con l’ambiente naturale.

Tale necessaria ma meditata brevità di cenni è d’altronde ben bilanciata dalla presenza di numerose notizie in rete sull’Homo Salvadego dei monti della Dol: le migliori delle quali, comprensibilmente, sono quelle riferite dal sito web dell’Ecomuseo della Val Gerola, e le trovate qui; riguardo il mito dell’Uomo Selvatico in generale e sul suo valore culturale in relazione ai territori alpini, potete invece trovare un altro mio contributo qui. Sull’altra creatura leggendaria citata nel brano sopra pubblicato, il Gigiat, a sua volta peculiare e archetipica, magari tornerò più avanti. Infine, per saperne di più sulla guida “Dol dei Tre Signori” e su come/dove/perché acquistarla, date un occhio qui o cliccate sull’immagine qui accanto.

Ah, un’ultima cosa: nonostante la cospicua frequentazione delle montagne della Dol da parte di creature misteriose e in certi casi apparentemente spaventose, non si segnalano negli ultimi anni incidenti o episodi spiacevoli a persone e cose, dunque potete camminare tranquillamente lungo la Dol e meravigliarvi della bellezza dei suoi paesaggi senza timore alcuno, ecco. Semmai, se d’improvviso un Homo Salvadego spunterà dal folto del bosco e vi si parerà davanti, non ofendetelo, appunto, e vedrete che lui non ve farà pagura!