Riconoscere diritti giuridici alla Natura

[Foto di Riccardo Chiarini da Unsplash.]

La storia della specie sapiens è la storia di pratiche e pensieri che riconoscevano impliciti diritti alla natura – alla Madre Terra, perché così facendo, rispettandola e attribuendole il ruolo divino che ricopre per noi, li riconoscevano anche a se stesse. Sono i diritti che non prevedevano lo sfruttamento intensivo di tutte le risorse, perché vivendo e praticando con il corpo il territorio, c’era una forte percezione dell’importanza della rigenerazione, del riciclo, del flusso continuo tra morte e vita. La percezione – il sesto senso che include tutti gli altri, elaborandone i messaggi – era non solo più sviluppata, ma tenuta in grande considerazione. E così era l’istinto animale, l’intuizione, la capacità di leggere la propria geografia. Per mettersi in cammino, non si credeva di avere il territorio sotto controllo perché dotati di app sullo smartphone. Si esplorava e si imparava a percepire la realtà. Un vero sistema operativo spirituale e corporeo, il pensiero attivo provocato dal movimento e dall’osservazione, caratteristiche largamente assenti nella nostra società. Precisamente ciò di cui la politica non si occupa perché la maggioranza non le chiede di farlo. Parlare di diritti civili in quest’epoca, però, significa parlare di diritti della natura, senza i quali difficilmente si potrà sperare di esprimere una società che si ponga la domanda di cosa vuole fare di se stessa, se davvero ha intenzione di mettersi a praticare una vita armoniosa, scegliendo con cura e cultura le proprie priorità. La medicina insostituibile, senza brevetti, è una e globale, ci include in se stessa e si chiama natura. A noi la creatività per farne il miglior uso. Per questo dobbiamo garantirne i diritti: per preservare anche noi stessi dalle sconsideratezze che hanno portato anche a una serie di epidemie sempre più gravi. Fino al Covid-19.

Questo è l’estratto di un articolo di Davide Sapienza intitolato I Diritti della Natura, un nuovo modo di pensare il mondo e pubblicato su “vanityfair.it” il 24 maggio 2020 (qui lo potete leggere nella sua interezza). Articolo molto bello e ancor più importante per come riesca a mettere in chiaro – con la capacità narrativa che Davide sa offrire – che, a fronte della realtà climatica e ambientale nella quale siamo immersi, manifestazione ineluttabile e per certi versi drammatica del così detto Antropocene, «Oggi più che mai abbiamo davanti un nuovo futuro, veramente smart, nel quale ognuno di noi può diventare protagonista di una civiltà fondata sui diritti della Natura».

M’è tornato in mente, questo articolo e non solo questo, qualche giorno fa disquisendo con amici di «diritti della Natura», della necessità sempre più inderogabile di riconoscere delle prerogative giuridiche all’ambiente naturale nella sua interezza, ovvero ovunque vi sia interazione con l’uomo, la sua presenza e le sue attività, e di come d’altro canto la sensibilità diffusa su tali temi in Italia sia veramente flebile e a volte deviata verso forme di “ambientalismo” molto superficiali o verso atteggiamenti, teorici e pratici, la cui apparente virtuosità in effetti non esce dal solito punto di vista antropocentrico.

Cercando una causa sostenibile a questa ultima osservazione, in primis non posso non rimarcare che, di fondo, la questione – e la suddetta mancanza che sta alla sua base – è culturale e educativa («tanto per cambiare!», esclamerà qualcuno di voi). L’immaginario comune con il quale concepiamo e osserviamo la Natura è totalmente (o quasi) privo dei concetti che si rifanno alle idee espresse nell’articolo citato (e in molti altri suoi scritti, appunto) da Davide S. Sapienza e in generale alla definizione di una “personalità giuridica” della Natura, dunque ci mancano proprio gli strumenti fondamentali per dare forma a un’idea apparentemente semplice, almeno nella teoria, come quella di conferire dei diritti garantiti dalla legge all’ambiente naturale – cosa che, badate bene, è un passo o due più avanti delle legislazioni atte alla salvaguardia di esso, comunque estremamente importanti ma il cui “diritto originario” è ancora in capo all’uomo: conferire diritti alla Natura significa innanzi tutto ribaltare questo assunto. Quella mancanza “strumentale” (in realtà culturale) che manifestiamo segnala d’altro canto la carenza di un’autentica relazione tra di noi e l’ambiente naturale se non proprio uno scollamento, che si può tranquillamente definire antropologico, il quale è poi l’ostacolo fondamentale che determina la questione e ne inficia ogni buona soluzione o progresso. E’ una condizione diffusa sulle cui cause profonde potremmo discutere per mesi costruendo dissertazioni estremamente articolate, visto come quanto sia radicata nel corpo sociale del quale siamo parte: ma nel frattempo la situazione al riguardo non fa che peggiorare senza che di contro si intraveda qualche atto virtuoso e veramente importante nel senso opposto.

Per chi volesse approfondire il tema, è a disposizione un bel volume pubblicato nel 2012 da Piano B Edizioni: I diritti della Natura. Wild Law, dell’avvocato sudafricano Corman Cullinan – l’estensore della “Dichiarazione Universale dell’ONU per i Diritti della Terra” e di altri importanti documenti similari – volume tradotto e curato proprio da Davide Sapienza. Per saperne di più cliccate sull’immagine della copertina del libro qui sopra.

Fucili di legno

Un reggimento di artiglieria della milizia di Stato fece domanda al Governatore per avere un certo numero di fucili di legno con i quali potersi esercitare. «Costano di meno», spiegarono, «di quelli veri.» «Non si dica che io sacrifico l’efficienza al risparmio», disse il Governatore. «Voi avrete dei fucili veri.» «Grazie, grazie», gridarono molto espansivi i soldati. «Ne avremo la massima cura, e in caso di guerra li riporteremo all’arsenale.

[Ambrose BierceFucili di legno, in Dizionario del diavolo – Favole avvelenate, Edizioni Falsopiano, 2019, pag.109.]

La legge degli uomini, Satana, Dio

[Satana] «Vorrei chiedere un unico favore» egli disse.
[Dio] «Dì pure.»
«Mi risulta che sta per essere creato l’uomo. Avrà bisogno di leggi.»
«Miserabile! Tu, destinato ad essere il suo avversario, tu, che dall’alba dell’eternità sei stato riempito d’odio per l’anima sua, tu chiedi il diritto di fargli le leggi?»
«Chiedo perdono; ciò che domando è che gli sia permesso di farsele da solo.»
E così fu ordinato.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, a cura di Giancarlo Buzzi, Baldini Castoldi Dalai, 2005. pag.159.)

Il consumo di suolo, e di vita

Il consumo di suolo, già: un’ennesima cronica piaga italiana che non si ferma mai, anzi, aumenta di continuo, in particolar modo in certe zone “sviluppate” e “avanzate”.

Leggo dalla sintesi dello sconfortante Report 2021 redatto dall’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale:

Il consumo di suolo, il degrado del territorio e la perdita delle funzioni dei nostri ecosistemi continuano a un ritmo non sostenibile e, nell’ultimo anno, quasi due metri quadrati ogni secondo di aree agricole e naturali sono stati sostituite da nuovi cantieri, edifici, infrastrutture o altre coperture artificiali. Il fenomeno, quindi, non rallenta neanche nel 2020, nonostante i mesi di blocco di gran parte delle attività durante il lockdown, con più di 50 chilometri quadrati persi, anche a causa dell’assenza di interventi normativi efficaci in buona parte del Paese o dell’attesa della loro attuazione e della definizione di un quadro di indirizzo omogeneo a livello nazionale. Le conseguenze sono anche economiche, e i “costi nascosti”, dovuti alla crescente impermeabilizzazione e artificializzazione del suolo degli ultimi 8 anni, sono stimati in oltre 3 miliardi di Euro l’anno che potrebbero erodere in maniera significativa, ad esempio, le risorse disponibili grazie al programma Next Generation EU.

Vorrei denotare due cose:

  1. Quello che scrive «dell’assenza di interventi normativi efficaci in buona parte del Paese o dell’attesa della loro attuazione e della definizione di un quadro di indirizzo omogeneo a livello nazionale» cioè l’Ispra, appunto, è un ente pubblico controllato da un ministero, ovvero da un altro ente deputato a varare interventi normativi e quadri di indirizzo omogeneo. Il cane che si morde la coda, in pratica.
  2. Il consumo di suolo è consumo di territorio, di ambiente, di paesaggio, di denaro, di bellezza, di cultura, di benessere, di socialità, di identità. È il consumo di un paese, nel senso più completo del termine. È il consumo della vita di quel paese, in buona sostanza.

Il Report 2021 lo potete leggere, scaricare e meditare qui. Cliccate invece sulle immagini delle infografiche sopra pubblicate per ingrandirle.

Oggi

Oggi, 25 novembre, come tutti gli anni è la Giornata internazionale per la proliferazione delle belle parole contro l’attuazione di fatti concreti.

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