La stessa fine

[Le immagini che potrete vedere sono tratte da questo articolo di “Greenme“.]
Vedo immagini semplicemente spaventose dei danni provocati dagli incendi di questi giorni, di migliaia di animali arsi vivi o gravemente ustionati, di boschi inceneriti – in Sardegna in special modo ma non solo. Immagini che flagellano il cuore e feriscono nel profondo: personalmente non riesco a guardarle che per pochi attimi ma da molte tolgo via lo sguardo subitamente, tanto sono terribili.

Be’, molto semplicemente, chiunque abbia causato e agevolato un crimine così orrendo, deve fare la stessa fine di quegli animali. La stessa fine, punto.

Ripeto: la stessa fine.

Ribadisco: la stessa fine.

Non può esistere pena “severa” per qualcosa di tanto crudele, ciò che prevede il Codice Penale per il reato di “incendio doloso”, pur apparentemente “pesante”, è una bazzecola rispetto al disastro e alla sofferenza cagionati. Per circostanze come quelle viste in Sardegna, e non solo lì dato che casi simili si stanno susseguendo anche altrove, il termine “severità” apparirà sempre inadeguato, manchevole di senso compiuto.

Chi ha provocato quella catastrofe, quella distruzione, quelle morti, deve fare la stessa fine, lo ribadisco una volta ancora. Se così non è, significa che questo mondo dove noi umani purtroppo siamo razza dominante non sarà mai un luogo giusto. Mai.

P.S.: e la si smetta una volta per tutte con la storiella che «si indaga sulle eventuali cause dolose degli incendi». Sono sempre dolosi, questi incendi. Sono sempre colpa dell’uomo – di individui che non hanno nulla per cui poterli definire “esseri umani”.

Ultrasuoni #20: il “mio” Franco Battiato

Il “mio” Franco Battiato è stato ed è tante cose, molte di esse sicuramente condivise con innumerevoli altri suoi cultori, che nel complesso ne hanno fatto una delle figure culturali di riferimento più importanti, per chi vi scrive. Ma, se nella sua produzione musicale devo indicare qualcosa, cioè un brano a me particolarmente caro, allora indico Summer on a solitary beach, ecco.

Anno 1981: ho dieci anni e nei primi sussulti preadolescenziali comincio ad apprezzare non più solo le sigle dei cartoni animati ma pure musiche “da adulti”. In TV un tizio piuttosto strano, ma intrigante, presenta il suo ultimo album, La Voce del Padrone, e per le radio (non avevo impianti stereo o cose simili a quell’età e non ce n’erano a casa, solo un ordinario “mangiacassette”, come si chiamava allora, ed era la radio il principale media musicale) girano brani poi divenuti celeberrimi: Bandiera Bianca, Cuccurucucù, Centro di Gravità Permanente. Però quello che a me colpisce e si stampa in testa da subito è il primo brano del disco – sentito non ricordo dove e come, visto che non fu un singolo ma uscì, oltre che sull’album, come lato B di Bandiera Bianca – dal titolo in lingua inglese e dotato di una melodia particolarissima, suadente, facilissima e al contempo raffinata, vagamente orientaleggiante ma invero indefinibile e non poco ipnotica, ispirata dal paesaggio marino siciliano eppure capace di generare, con il testo altrettanto particolare, quasi surreale, la sensazione di uno spazio-tempo sospeso. Una dimensione metafisica, ecco: forse uno dei pezzi del periodo “pop” di Battiato più capaci di fornire questa specifica percezione, che diventerà centrale ed emblematica in tutta la produzione musicale (e non solo in quella) del Maestro siciliano. Non a caso, «secondo le intenzioni del cantautore il brano doveva rievocare una “spiaggia metafisica”» sottolinea l’articolo di Wikipedia dedicato a La Voce del Padrone.

Ovviamente allora, a dieci anni, non potevo capire tutto ciò; però sono certo che comprendessi o quanto meno fossi sensibile al fascino profondissimo del brano, alla sua capacità di far viaggiare l’ascoltatore cullato da un continuum armonico ammaliante, a quell’accordo elettronico primario tanto semplice quanto “assoluto”, ed ero assai incuriosito dall’autore del brano, così serio, compito, diverso da ogni altra “popstar” del tempo, quasi che lui per primo venisse da un’altra dimensione a proporre i suoi brani per poi tornarsene nel proprio (apparente) mistero.

Fatto sta che, ribadisco, da quel tempo in poi Battiato è diventato uno dei riferimenti culturali fondamentali per me, e quel brano, che compie 40 anni esatti, non ha perso un grammo della sua peculiare bellezza. E non ne perderà mai, senza alcun dubbio.

Viaggiare per il mondo con Battiato

Credo che non esista un brano di Franco Battiato che non contenga in un modo o nell’altro il “viaggio”. Nel senso materiale o immateriale del termine e del concetto ovvero geografico, mentale, spirituale, metafisico, astrale, la musica di Battiato è potente e oltremodo suggestiva rappresentazione del viaggio nonché pratica sonora per viaggiare, con la mente nell’ascolto ma propedeuticamente per il viaggio vero e proprio. E non è solo una questione di interpretazione delle armonie e dei testi, ma sapete bene che i brani del grande Maestro siciliano sono infarciti di innumerevoli citazioni di luoghi, paesi, città, regioni e di genti, tradizioni, culture, saperi identificanti quei luoghi.

Posto ciò avrei voluto fare io (ma non l’avrei fatto così bene) ciò che ha fatto Alessio Arnese con “MAPPIATO”, sito web che presenta la Carta dei luoghi citati nelle canzoni di Franco Battiato con relativa playlist dei brani dai quali vengono le varie citazioni geografiche.

Un bellissimo modo non solo per omaggiare Battiato e la sua arte musicale, ma anche per dimostrarne il mirabile cosmopolitismo e l’illuminante valore multiculturale: un aspetto fondante e centrale, questo, di tutta la sua produzione artistica. Quello di Battiato è un multiculturalismo che è connessione di differenti e distinte identità culturali, lontano da certo globalismo ideologico o da superficiali banalizzazioni che nel voler vedere (pur giustamente) il pianeta come un solo luogo ignora e trascura la sua imprescindibile geografia umana. È relazione di tante identità tutte peculiari, confronto di culture, scambio di saperi, cognizioni, erudizioni, fervido invito alla conoscenza e all’arricchimento reciproco senza mai rinnegare la propria identità, anzi, facendo di essa il primo – e non solo perché proprio – elemento di condivisione e arricchimento. Che è poi, tutto questo, uno dei sensi fondamentali del viaggio più autentico, espresso in modo inarrivabile da chi – Battiato stesso, intendo dire – si è autodefinito un “professionista del viaggio” (clic) facendone una pratica di conoscenza, comprensione, illuminazione, sapienza e, a suo modo, di ascetismo.

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare “MAPPIATO” e, inesorabilmente, buon viaggio!

Vivremo strani giorni, ora

Tale è stata da sempre la mia “venerazione” – termine virgolettato ma che non è così esagerato, in effetti – per Franco Battiato che volli aprire Libero, il romanzo edito nel 2009 che posso considerare il primo testo in prosa “adulto” della mia pur risibile produzione letteraria (al quale resto parecchio legato perché racconta ancora bene una certa parte della mia visione del mondo), con un omaggio particolare al maestro siciliano che potete leggere qui sotto, a rimarcare non solo la personale grande considerazione artistica e culturale ma anche, se non soprattutto, il valore assoluto di figura di riferimento per lo scrivente – tutto quanto da parametrare a me che non sono nessuno, sia chiaro, ma per il “signor nessuno” (ribadisco) che sono qualcosa di importante, di prezioso, di oltremodo illuminante. Allora scrivevo, sull’onda delle sensazioni (in gran parte fervidamente giovanili) fin a quel momento maturate, che Battiato con la sua opera artistica stava incamminandosi verso l’empireo dei “miti”; oggi, peraltro conscio di come in quell’empireo a volte vengano ficcate di forza – cioè dietro la spinta di un consenso popolare spesso artificioso – figure di spessore culturale ben più scarso, mi rendo conto che Franco Battiato è una figura così superumana (anche in senso nietzscheano, perché no: in fondo Manlio Sgalambro, autore e coautore di tanti sublimi testi, fu filosofo d’estrazione tedesca, nietzscheana e schopenhaueriana in primis) e metafisicamente terrena da non poter essere ridotta a categorie pur “alte” ma non poco idealizzate e per questo altrettanto banalizzate – pur in presenza di buone intenzioni. Battiato è Battiato: un mondo reale eppure sovrannaturale, una dimensione unica e poliedrica, un’essenza laica e insieme spirituale che si fa entità metafisica singolare e assoluta. Quando era qui tra noi sembrava che al contempo fosse altrove (e lo era, sicuramente); ora che non c’è più è e sarà sempre e comunque qui.

♫♪…i saw it from their hands you look at the hands not at the face
if you want to stay out of trouble…
…mi lambivano suoni che coprirono rabbie e vendette di uomini con clave
ma anche battaglie e massacri di uomini civili…
…Strani giorni
Viviamo strani giorni…

L’unico vantaggio che puoi avere dallo stare fermo in coda nel traffico, in auto, per degli interi quarti d’ora, è che puoi pensare. Se poi hai anche Battiato che gira come colonna sonora, nell’autoradio…
Molte delle sue melodie hanno un qualcosa di istintivo, è maestro nel catturare l’armonia ancestrale di certi accordi sonori tanto semplici quanto primigeni, in qualche modo, qualcosa che è e deve essere così, e sembra che non sia tanto il musicista a crearli, ma che solo egli sia stato capace di catturarli da quella dimensione sovrumana nella quale stanno tutte le cose sublimi, superiori, che non possono essere confuse con quelle altre che fanno parte della quotidianità, in maniera più grezza, più pragmaticamente attuale, contemporanea – dunque con ben poca armonia, forse nulla, e più superficiale, senza senso proprio ma con il senso che gli viene imposto dal è-giusto-così, deve-essere-così e stop. Invece Battiato, questa musica, mai troppo elaborata eppure così sublime in molti passaggi – non c’è solo lui, anche altri, ma pochi, pochissimi – riesce a elevare con sé anche la mera azione indiretta dell’ascolto, come se anche il corpo dell’ascoltatore vibrasse della stessa frequenza armonica degli accordi del pezzo, così che, su di esso e nella connessione euritmica avvenuta, le parole dei testi s’illuminano e profondano nella mente con l’obbligo della riflessione, la più attenta e accorta possibile. Realtà cantate, verità narrate con la forza evocativa che solo in quell’armonia superiore può nascere e crescere. Testi difficili, troppo intellettuali – tanti dicono, ma forse solo perché non capiscono, non hanno voglia di capire, di pensare. E’ un visionario, egli vede la realtà, quando oggi chi “non vede” è la normalità – questo normale, quello “strano”, “eccentrico”, “stravagante”; nelle sue canzoni vi sono visioni e sapienze lontane, non solo nelle distanze ma spesso nelle (in)comprensioni – appunto; è come se abbia voluto racchiuderle e conservarle nello scrigno armonico della sua musica, quanto più possibile.
E poi Franco Battiato ha intrapreso con evidente signorile discrezione la segreta strada che porta verso il mito, da quella volta in cui, ospite del solito frivolissimo e pacchiano show televisivo – forse cantava giusto questo pezzo – ♪ …Strani giorni ♫ – già peraltro vederlo in una trasmissione del genere, certo obbligato dalle leggi del cosiddetto music business, va da sé – finisce di cantare, la trasmissione è quasi finita, entra in scena la conduttrice, apoteosi della pacchianità catodica nazional-popolare, lo invita a restare per il grande balletto finale, e lui, un sorriso pacato, non ironico, un leggero ed elegante inchino: «No, grazie…». Esce di scena indietreggiando a passi piccoli e tranquilli, escono i musicisti del suo gruppo, la conduttrice esterrefatta, il volto contrattosi istantaneamente in una espressione che al concorso internazionale degli ebeti – manifestazione potenzialmente affollatissima – si piazzerebbe assai bene. Un mito, o se non tale ancora, sulla buonissima strada. Un sogno, un desiderio frequente – che bello poter fare lo stesso con tanta di quella gente che ti vuole imporre ciò che tu non vuoi solo perché si sente in potere di farlo, se ne arroga il diritto, e tu, fermamente e gentilmente: “No, grazie”! Fermamente e trionfalmente, peraltro, la vittoria con la forza gentile di chi sa imporsi veramente contro chi si vuole imporre solo con la forza becera, quella che rivela invero la più grande debolezza. E quante volte tale forza becera viene usata tutti i giorni, travestita sovente da legge, da imposizione istituzionale, da dovere, ma anche da conformismo, da opinione pubblica, da pensiero perbenista… Quante smerdate, come si potrebbe dire con termine triviale – ma che soddisfazione!
E intanto qua, trecento metri o nemmeno in dieci minuti. Pensare, pensare, meditare, sognare… Il sogno del prigioniero, in gabbie di lamiere fumanti, puzzolenti, rumorose, dominate da menti confuse e smarrite. Bel pensare, se bisogna pensare a questa nostra tribù d’intorno di selvaggi domestici, gente che se ne sta in coda per delle intere mezz’ore, che butta via una cospicua parte del tempo della propria esistenza chiuso nelle auto e nel traffico, e poi, appena ti fermi nei pressi di una striscia pedonale per far attraversare una signora con la sua bella borsa della spesa – gesto di cortesia la cui frequenza è ormai peculiarità di un tempo giurassico – ecco che parte subito la clacsonata, e nello specchietto leggi il labiale dell’improperio sul viso contratto in un livore subitaneo – caspita, cinque metri persi, potevano essere nuovamente fermi ben cinque metri più avanti! Come potrò mai farmi perdonare? Evviva la routine, manna dal cielo per questa nostra civiltà, che tutto rende normale, accettabile, sopportabile – tutto ciò che dovrebbe essere anormale e insopportabile e viceversa, ovviamente, giusto come il doversi fermare per una cortesia da nulla…
…Strani giorni
Viviamo strani giorni… ♫

Un (ennesimo) inverno indegno

L’inverno che sta per finire è stato, a mio modo di vedere, un’altra stagione indegna per l’Europa e la sua civiltà, in tema di gestione dei flussi migratori. Oltre a quella ormai cronica nel contesto mediterraneo, la situazione venutasi a generare degli stati balcanici occidentali testimoniata dalle immagini che pubblico qui – solo alcune tra le innumerevoli che si posso trovare sul web – semplicemente non può essere accettata da nessuno. È vergognosa, ignobile, inumana: oggi, anno 2020/2021, peraltro dopo tutte le tante parole spese sulla questione negli anni scorsi non si possono trattare degli esseri umani in questo modo, punto.

Tutto quanto, lo ribadisco ancora una volta (qui trovate alcuni miei contributi sul tema), nasce a mio parere dal fatto che la politica, nei vari ambiti nazionali e in quello internazionale, continua a non considerare la questione immigrazione innanzi tutto dal punto di vista sociologico e antropologico, prima che da quello della gestione politica, in forza di ciò continuando (non certo inconsapevolmente) a non comprenderne la realtà e la portata fenomenologica in quegli ambiti citati oltre che sotto l’aspetto prettamente geopolitico. La questione viene indefessamente trattata a livello emergenziale, in senso strettamente sincronico al suo accadimento, senza alcuna visione diacronica e geografica, regolarmente oggettivizzata e strumentalizzata – in ogni senso, sovranista e xenofobo o globalista e buonista o che altro – in base agli interessi del momento oltre che per profonda ignoranza culturale, il che inevitabilmente ne disumanizza la realtà portando alle conseguenze che le immagini fotografiche illustrano.

Io non ho per nulla – e ribadisco: per nulla – una visione ideologica e strumentale della questione, rifuggo qualsivoglia bieco sovranismo o sconsiderato globalismo, non osservo quando accade nel Mediterraneo o nei Balcani oppure altrove come fosse mera cronaca e fonte di vuoto “opinionismo” ma, appunto, non posso non considerare tutto quanto se non partendo dal suo chiaro e potente senso culturale ovvero socioantropologico. Poi viene tutto il resto, ma nulla può venire se non si “entra” nella questione da quella porta analitica fondamentale, quando ogni altro “ingresso” non è che una forzatura distorcente e inesorabilmente degradante. Non sono sovranista o globalista, sono umanista, e non solo nell’accezione geografica o filosofica del termine ma soprattutto perché umano, io esattamente come gli individui ritratti nelle immagini qui presenti e coinvolti nelle varie situazioni correlate.

Per tali motivi ritengo ineluttabilmente quelle immagini e quelle situazioni inaccettabili e vergognose, tanto più che accadono nella parte formalmente più civile e avanzata del pianeta. Per farla breve: o si permette a quelle persone che decidono di migrare di restare nei propri paesi d’origine garantendo loro un’esistenza dignitosa così che non siano costretti a partire (ma è un’evenienza che mi sembra ancora assai lontana dal poter essere realizzata, visto poi lo scarso impegno dei paesi più avanzati al riguardo), oppure, se li si fa partire, li si deve accogliere altrettanto dignitosamente, compatibilmente con le possibilità dei luoghi d’accoglienza e come l’umanità di noi che “umani” ci definiamo, di nome, di fatto e per “virtù”, impone a qualsiasi individuo che non stia commettendo gravi misfatti. Ogni altra eventualità che porti a situazioni come quelle in corso nei Balcani o altrove è un atto criminale, ne più ne meno.

Ecco, io la penso così.

P.S.: qui potete scaricare gratuitamente il dossier La rotta balcanica. I migranti senza diritti nel cuore dell’Europa, edizione aggiornata a cura della rete RiVolti ai Balcani. Cliccando poi i link di origine delle varie immagini, nell’elenco qui sotto, potete raggiungere altri contenuti sul tema.

[Fonti originarie delle immagini: https://www.open.online/2021/02/21/campo-profughi-lipa-silvia-maraone-intervista-video/, https://twitter.com/bentivoglimarco/status/1352141306710159362, https://twitter.com/bentivoglimarco/status/1352141306710159362, https://www.farodiroma.it/il-tema-dei-migranti-non-puo-essere-tralasciato-nella-trattativa-del-governo-draghi-invece-per-inseguire-una-coesione-politica-lo-si-ignora/, https://finnegans.it/balcani-la-rotta-dei-disperati-di-diego-lorenzi/, https://www.fanpage.it/politica/perche-a-nessuno-interessa-della-catastrofe-umanitaria-dei-migranti-in-bosnia/]