Vergogna di genere

[Johann Heinrich Füssli, “Le tre streghe” (1782-83), Kunsthaus Zurich.]
E comunque, ogni volta che (l’ultima ieri, in un video recente sul web) sento uno o più uomini che disquisiscono pubblicamente di diritti delle donne, aborto in primis, con tono quasi sempre pontificante e ammonente quando non accusatorio (d’altronde è assai raro che non sia così o che non siano uomini a parlare in tal modo), mi vergogno profondamente di essere un loro pari genere. Non solo per ciò che dicono, ma quasi di più per cosa dimostrano di essere.

Poi, certo… poi, dopo la vergogna, monta lo schifo. E le reazioni conseguenti. Ecco.

Destra? Sinistra? Ancora?!

Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Se una cosa è di destra, non va bene alla sinistra.
Se una cosa è di sinistra, la destra protesta.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.

La sicurezza è di destra, il clima è di sinistra,
gli immigrati di sinistra e la Madonna di destra.

Sinistra, destra, destra sinistra.

Una bella minestrina è di destra, il minestrone è sempre di sinistra (cit.).
Gli operai erano di sinistra, oggi son di destra.
I “padroni” erano di destra, oggi son di sinistra.
Abbassare le tasse è di sinistra e pure di destra, ma sia la sinistra che la destra non le abbassano.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Il culatello è di destra, la mortadella è di sinistra (cit.).
Eccetera.

Ma veramente ancora oggi, nel 2019, siamo qui a dibattere di politica in questo modo che non solo è ormai retorico e anacronistico, ma pure – vista la realtà dei fatti – francamente idiota?
Non è forse che (come già osservavo qui) proprio questa presunta “alternanza”, che ci viene fatta credere come la quintessenza della democrazia, sia invece diventata il suo più pericoloso cancro? Non ci sarebbe bisogno, pure qui, di un bel cambio di paradigma, di molta più concretezza oggettiva e molta meno puerile retorica?

Chiedo, ecco.

Attaccate a ‘sta banana! (di Cattelan)

«Ma quindi, alla fine della fiera, la banana di Cattelan è arte o no?»

È questa l’inevitabile domanda che tanti si sono posti e hanno posto a leggere di (o ad ammirare) Comedian, di Maurizio Cattelan.

Be’, conoscendo bene l’arte di Cattelan, mi verrebbe da rispondere che, nel momento stesso in cui uno viene a sapere della banana e si chiede la domanda suddetta, la banana diventa arte. Così come lo è diventata quando l’artista newyorchese se l’è mangiata, quando è stata piantonata da agenti della sicurezza e quando, per motivi di sovraffollamento dello stand presso cui era esposta, è stata ritirata dal gallerista. Tutto questo era ed è parte dell’installazione, insomma. Tutto quanto previsto da Cattelan, troppo furbo da non aver messo in conto ogni cosa e aver capito come proprio questo dovesse servire ad una semplice banana appiccicata ad un muro con dello scotch per diventare “arte”. Per quanto sopra, ha perfettamente raggiunto il suo scopo di opera artistica: quello di provocare quell’istante di distorsione spazio-temporale o, meglio, intellettual-percettiva che spiazza e al suo cospetto costringe a farsi delle domande. Che possono essere domande “alte” o “basse”, contestualizzate all’opera stessa e al concetto che vi sta alla base. In tal senso la lezione della Fontana di Duchamp resta sempre validissima, vuoi perché tutt’oggi concettualmente potente, vuoi perché nessuno sia stato ancora capace di andarvi oltre. Di sicuro, tra i discepoli duchampiani contemporanei, capaci di crearsi una propria “incredibile credibilità” artistica, Cattelan è tra i migliori in senso assoluto. Al punto da aver raggiunto l’eccelso livello espressivo e mediatico (nel senso di media artistico) per il quale, ogni volta che faccia qualcosa, ci si torna a chiedere se sia un altro capolavoro artistico o se per l’ennesima volta stia prendendo tutti quanti per il sedere.
Caspita, se non è arte questa!

Cliccate sull’immagine di Comedian per leggere l’esaustivo articolo dedicato all’opera e alla “cronaca” d’intorno da “Artribune”.

Piero Terracina, 1928-2019

La memoria non è il ricordo; il ricordo si esaurisce con la fine della persona che ricorda il suo vissuto. La memoria è come un filo che lega il passato al presente, è proiettata nel futuro e lo condiziona.

(Piero Terracina, 1928-2019)

È assai significativo che una figura della memoria così importante come Piero Terracina leghi, non solo metaforicamente, il passato con il futuro, facendo di questo una proiezione del primo. Significativo dacché il nostro presente pare voler dimenticare pervicacemente il passato, negandone la memoria o quanto meno ignorandola, così soffocando sul nascere qualsiasi proiezione verso il futuro ovvero qualsiasi programmazione, progettazione, invenzione di un buon futuro. Si vive in un eterno presente come se “ieri” fosse già preistoria e come se “domani” non dovesse mai arrivare: una condizione di smemorato immobilismo culturale, e di conseguenza sociale, politico, antropologico, che alla fine si trasforma in una sostanziale privazione di libertà.

Forse anche per questo che Piero Terracina ha saputo pronunciare parole emblematiche come quelle citate – che ho tratto da qui. La foto è invece tratta da “Moked”: cliccandoci sopra potrete leggere un articolo a ricordo di Terracina tratto dal portale.

L’epitaffio del CENSIS

Quello pubblicato dal CENSIS qualche giorno fa non è “solo” il Rapporto sulla situazione sociale del paese, così come si intitola. Non è solo una fotografia dettagliata di come è messa la società italiana ad oggi, non è soltanto un’indagine statistica i cui dati delineano una certa realtà con le sue innegabili dacché scientifiche verità.

No. Quello del CENSIS è un epitaffio per l’Italia.

Un epitaffio, sì. Un discorso funebre, una iscrizione sepolcrale bell’e pronta per la tomba nella quale di questo passo verrà calato il corpo dell’Italia. Un “paese” politicamente morto, istituzionalmente quasi, culturalmente comatoso e socialmente catatonico.
“Paese”, poi, solo per mera convenzione, dacché l’Italia è sempre rimasta e sempre rimarrà nei termini «una mera espressione geografica», come disse il Metternich, giammai nazione perché mai quello italiano è stato un “popolo”, privo di qualsiasi identità culturale nazionale e incapace di formulare qualsivoglia concezione civica del paese in cui meramente vive.

Punto. Non c’è molto altro da aggiungere.
Tanto, anche a fronte dell’oggettiva, articolata e sentita denuncia sullo stato del paese che il Rapporto del Censis delinea e rende chiarissima, non accadrà nulla.
I politici se ne fregheranno, forse qualcuno traviserà le considerazioni del CENSIS per ricavarne qualche fake news strumentalizzante e propagandistica ma il tutto durerà qualche ora, non di più.
I media al solito si accoderanno ai loro “rais” politici, spareranno qualche titolone ad effetto e poi cancelleranno ogni articolo al riguardo in breve tempo.
Il “popolo” italiano, privo di qualsiasi senso civico (dacché mai educato ad averne uno) e sempre più analfabeta funzionale, non capirà affatto la portata del Rapporto (quanti lo leggeranno sul serio?) e continuerà a postare emerite cazzate sui social come principale impegno intellettuale quotidiano, poi votando i soliti ignobili politici che stanno distruggendo il paese e addirittura invocando “l’uomo forte”, come segnala il Rapporto, senza ovviamente comprendere che tale uomo forte sarà la massima rappresentazione del popolo stesso (che, come sempre, ha i governanti che si merita) e dunque il peggio del peggio: non colui che risolverà i problemi ma quello che li renderà definitivamente irrisolvibili, con tutti i danni letali conseguenti.

Quindi? Che fare?
Sarcasticamente, mi verrebbe da dire che ben venga quell’uomo forte invocato: così il paese sarà definitivamente distrutto e si genererà quella tabula rasa necessaria a costruire un paese nuovo e vero, una nuova e vera cultura civica, un’altrettanto vera società civile. Un futuro autentico e positivo, insomma.
Anche perché non si può nemmeno sperare che qualche paese straniero invada l’Italia: chi vorrebbe occupare un paese tanto disastrato e ingovernabile perché privo degli elementi culturali, sociali, antropologici necessari a qualsiasi buon governo?

Ma, ribadisco, tanto del Rapporto CENSIS tra qualche ora nessuno più parlerà. L’italiota società dei magnaccioni tornerà a cantare beatamente ma-che-ce-frega-ma-che-ce-importa e tirerà dritta, avanti così, a passi svelti e incrollabili verso il suicidio finale. Gli altri, vedranno di fuggire (se non l’hanno già fatto) in qualsiasi modo possibile alla catastrofe statale. Amen.

Cliccate sull’immagine per leggere e acquistare il Rapporto del CENSIS.