Perché se piove è una «brutta notizia»?

[Foto di Diana da Pixabay.]
Devo ringraziare di cuore Luca Lombroso, autorevole e stimato (lui sì) meteorologo e divulgatore ambientale il quale, al mio post di qualche giorno fa di critica alla qualità previsionale delle previsioni del tempo di certi servizi meteo mainstream, mi ha risposto con alcune considerazioni interessanti e significative, che riporto qui sotto:

Più che la meteorologia in sé, il problema è spesso come viene comunicata (app, siti generalisti, in parte anche i grandi media nazionali, semplificazioni). La previsione, soprattutto a scala locale e a poche ore, ha limiti fisici reali: in situazioni dinamiche come queste è normale che l’incertezza aumenti.
Detto questo, la precisione dei modelli oggi è qualcosa che anche solo 10 anni fa era impensabile; forse però le aspettative sono cresciute ancora di più. Non potremo mai sapere con esattezza se, quando e quanto pioverà su quella valle o quella montagna.
Quanto al cambiamento climatico, tema enorme su cui sono impegnato da anni, ha certamente molti effetti, ma non incide direttamente sulla qualità delle previsioni, perché i modelli sono fisico-matematici e non basati su semplici statistiche del passato.
Condivido invece il richiamo a “leggere” la natura: è un valore importante, da cui si possono ricavare molte informazioni, soprattutto in montagna. Ma non è un’alternativa alla scienza dell’atmosfera, piuttosto un utile complemento.

Detto ciò, e posto che quanto state per leggere è del tutto indipendente dalle ottime considerazioni di Lombroso (che ringrazio ancora molto), devo rimarcare che c’è un’altra cosa che proprio mi indispone della meteorologia mainstream contemporanea, quella della tivù e dei social, che ho dovuto riconstatare qualche giorno fa assistendo accidentalmente (io di norma non guardo la TV) a una trasmissione televisiva. In essa, alla domanda della giornalista su «Come sarà il tempo nei prossimi giorni?», il meteorologo ha risposto: «Purtroppo ci sono brutte notizie perché pioverà.»

E perché la pioggia sarebbe una “brutta notizia” ovvero, riprendendo il solito luogo comune, sarebbe “brutto tempo”? Soprattutto se si manifesta dopo un lungo periodo di assenza di precipitazioni e dunque di siccità incombente come è successo dalle mie parti?

Il tempo, cioè la meteo, non è “brutta” o “bella”. La meteo è sempre manifestazione primaria della vitalità del nostro pianeta; può essere favorevole o meno ma lo è riguardo a ciò che noi dobbiamo fare o no, mica per altro. Per molti versi la pioggia è “bel tempo”, e che piova è una «buona notizia» (fino a che non diventa troppo violenta), molto più del sereno, che d’altro canto ci fa girare senza ombrelli o impermeabili ma a sua volta può generare molti problemi, se si manifesta con caldo eccessivo o, come accennato, produce siccità. Viceversa, quanto fa piacere il ritorno del Sole dopo un periodo di pioggia? Ma non perché sia più l’uno bello e l’altro più brutto: queste categorie rispondono solo alle nostre convenienze e pretese, sono diventate un giudizio comune ma piuttosto banale che, temo, contribuisce a rendere superficiale il nostro rapporto con l’ambiente naturale e le sue manifestazioni.

Sia chiaro, non sto stigmatizzando tale comportamento ormai ordinario, e capisco che, se si è programmata una bella escursione in montagna e poi piove, venga da dire che sia “brutto tempo”. Ma non è una brutta notizia: è il tempo, è la Natura, è la vivacità ambientale, è la vita della Terra. Che troppo spesso pretendiamo di comprendere solo per luoghi comuni o false convinzioni, funzionali alla volontà di dominarla e assoggettarla ai nostri voleri, invece di armonizzarci alla sua vitalità e adattarci alle sue manifestazioni naturali. Siamo Sapiens, i più intelligenti, i più tecnologici, i dominatori del mondo, e poi ci lamentiamo quando piove perché «c’è brutto tempo!» e «uff, che brutta notizia!»?

Be’, dovremmo imparare dalle altre specie a vivere meglio, a partire dagli alberi. Perché, come scrisse Aleksandr Blok:

Oggi piove, tutti gli alberi sono felici.

[Foto di Brigitte Werner da Pixabay.]

Chi se ne frega del Monte San Primo!

Dall’alto dei 161,2 metri di Palazzo Lombardia, sede della Giunta Regionale Lombarda, il Monte San Primo si vede benissimo. Che poi da lassù lo riconoscano è un altro discorso. Però vedere senza sapere e dunque capire è come non vedere nulla. E se non si vede – se non si vuol vedere nulla, non si capisce niente. Oppure si vede solo ciò che si vuol vedere, che magari nemmeno esiste ma ci si autoconvince del contrario – in psicologia si chiama allucinazione, già.

Ecco, probabilmente dall’alto di Palazzo Lombardia la Giunta Regionale crede di vedere il San Primo alto più delle Grigne, delle Alpi Lepontine e delle Pennine, lo vede innevato, pensa che lassù faccia un gran freddo, altro che cambiamento climatico e «stupidaggini» simili, e crede che i soldi dei contribuenti possano essere spesi così, d’emblée (participio passato del verbo francese antico embler che significa «rubare»), a riportare lo sci lassù, sul San Primo, e che sarà un investimento di successo, logico, razionale, scientificamente ineccepibile, perché l’importante è credere alle proprie verità e dichiarare “false” quelle degli altri. Ecco.

Viene da pensare questo a leggere le notizie che riferiscono del “silenzio-assenso” (che nella pubblica amministrazione è un istituto giuridico) della Giunta Regionale lombarda riguardo il progetto sciistico sul Monte San Primo, sotto i 1200 metri di quota, spendendo in totale cinque milioni di Euro di soldi pubblici. Alla faccia di qualsiasi logica, di qualsiasi analisi (persino dei propri enti), di qualsiasi figura di me…lma a livello internazionale (peraltro già consolidatasi, visto le numerose testate estere che insieme a quelle nostrane hanno denunciato negli anni l’assurdità del progetto), alla faccia di tutto e di tutti e, in primis, del Monte San Primo, del suo paesaggio, del suo ambiente naturale, della sua bellezza, del suo futuro.

Già, probabilmente la Giunta Regionale lombarda dal proprio palazzone milanese lo vedrebbe, il Monte San Primo, ma non lo riconosce e, temo, nemmeno lo guarda, nemmeno lo considera. Chi se ne frega di dov’è, cos’è, quanto è alto, quanto ci nevica o no, di quanto è bello e pure dei soldi che ci vuole spendere ovvero, sostanzialmente, sprecare. Negli stati allucinatori si smarrisce qualsiasi connessione con la realtà, si vede ciò che non esiste, si crede vero ciò che è falso, si sostengono cose totalmente infondate. Si arriva a credere di poter sciare su montagne dove non si nevica più e non si capisce che, invece, quelle montagne le si sta distruggendo.

È una cosa accettabile questa, secondo voi, cioè che una meravigliosa montagna ricca di fascino e attrattive venga degradata, svilita, distrutta per una mera, strumentale, autoritaria allucinazione trasformata in decisione politica?

Una lettera a un noto servizio di previsioni del tempo

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Fu spettabile _________________,

vi scrivo la presente per rimarcarvi la mia crescente, stupefatta, stravolta ammirazione per la qualità del vostro servizio di previsione meteorologica. Veramente fatico a capacitarmi di come siate sempre meno in grado di fornire previsioni attendibili e non solo a distanza di giorni, il che sarebbe anche ammissibile stante le numerose variabili in azioni, proporzionali al crescente orizzonte temporale, ma pure nel raggio di ore, nello stesso giorno di emissione dei vostri bollettini!

Ma come fate? È qualcosa che ha del “prodigioso” – al contrario, ribadisco. Ergo sconcertante, appunto.

So perfettamente che i cambiamenti climatici in atto stanno influendo in maniera importante anche sui fenomeni fisici che avvengono in troposfera e sulle relative dinamiche meteorologiche, ma è d’altro canto parimenti vero che la scienza della meteo e la tecnologia al suo supporto evolvono – dovrebbero evolvere – al punto da saper equilibrare con una crescente affidabilità previsionale l’inaffidabilità meteoclimatica e, al contempo, mi verrebbe da credere che anche le vostre esperienze e competenze professionali dovrebbero continuamente evolvere e affinarsi. Insomma, se l’affidabilità dei bollettini fatica a crescere, quanto meno vorrei sperare che non diminuisca.

Invece, a giudicare dalla sempre più scadente qualità delle vostre previsioni, mi trovo costretto a pensare il contrario. Fino a qualche tempo fa qualcuno, scherzando, sosteneva che le previsioni del tempo quotidiane assomigliassero sempre più agli oroscopi; oggi, sembra quasi offensivo accostare l’astrologia, materia priva di attendibilità per antonomasia, a certa meteorologia mainstream. Ecco, appunto, mainstream: perché la scienza meteorologica è quanto di più serio e affascinante vi sia, ma il vostro operato rischia sempre più di banalizzarla e, per certi versi, svilirla.

Tuttavia è anche vero che, probabilmente, siamo noi a sbagliare, cioè, da un lato, a dare eccessiva fiducia alle vostre capacità di previsione meteorologica e, dall’altro lato, a essere diventati troppo spesso e troppo irrazionalmente dipendenti e influenzati dai vostri bollettini, ancora oggi nonostante la frequente inaffidabilità, e a pensare che esista il “brutto tempo” quando invece, salvo rari casi e fenomenologie particolarmente violente, non esiste affatto: è soltanto tempo diversamente bello. La cui interazione con il mondo che viviamo, in particolar modo con l’ambiente naturale, dona percezioni, sensazioni e esperienze affascinanti come e quanto quelle di quando c’è “bel tempo”.

Quand’ero piccolo, nei pomeriggi estivi durante i quali con il nonno si andava a fare lunghe passeggiate nei boschi e tra i campi, mi aveva insegnato qualche nozione di meteorologia naturalistica che instillò in me la curiosità, col passare del tempo e il crescere della passione per la montagna e i territori naturali, di saperne di più: le specie di fiori i cui movimenti segnalano i cambi di tempo, i ragni che tessono la tela solo se c’è bello stabile, i voli in circolo dei rapaci o l’addensarsi degli sciami di moscerini che segnalano la pioggia imminente, le forme delle nuvole, la direzione dei venti… Solo suggestioni, condizionamenti della fantasia, falsi miti, può ben essere: ma, intanto, queste “piccolezze” popolane si dimostrano molto più attendibili e affidabili dei vostri supercomputer, dei modelli previsionali, delle competenze che ritenete di saper mostrare, dei bollettini che emanate. E rappresentano anche un bel modo per “leggere” e comprendere meglio il mondo in cui viviamo, i suoi fenomeni naturali e la nostra relazione con l’ambiente di cui siamo parte.

Ribadisco: la scienza meteorologica seria esiste, per fortuna. Purtroppo voi dimostrate di ignorare o trascurare cosa sia, forse obnubilati dai palcoscenici mediatici che vi vengono offerti e dai quali diffondete le vostre inesattezze previsionali. Be’, sappiate che non state proprio facendo una bella figura, anzi!

Con consono rispetto ma ben poca stima,

Luca.

P.S.: ovviamente il nome del servizio meteo lo tengo celato per evitarmi tanto risentite e irose quanto effimere rimostranze.

P.S.#2: ogni tanto la ravvivo, questa mia vecchia e donchisciottesca “battaglia” contro i servizi meteo mainstream. D’altro canto come non ribadirla, visto che quelli proprio non ce la fanno?

Un’altra ciclovia qui, un nuovo ponte tibetano là, una seggiovia lassù… che sarà mai?!

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
«Che esagerazione!», «La stai facendo troppo grande!», «Mica stanno distruggendo l’intera montagna!» eccetera. A volte, quando scrivo di certe iniziative, opere, progetti che, ragionandoci sopra per quel poco che riesco cercando di coltivare il buon senso e la razionalità, a me (e non solo a me) paiono opinabili, privi di logica e/o impattanti, mi sono state rivolte affermazioni come quelle appena citate.

Be’, le capisco. Che sarà mai una ciclovia lunga un tot di chilometri e larga due o tre metri che attraversa un intero versante montano dove non c’è niente altro? O una cabinovia con la sua dozzina di pali oppure, e ancor più, un esile ponte tibetano o una passerella panoramica, roba che occupa qualche metro quadro di suolo e basta?

Già, uno zero-virgola percentuale di terreno occupato e consumato a fronte di ettari e ettari di montagna intatta, che sarà mai?

Le capisco, sì, come capisco il tizio che al bar, dopo aver bevuto già un po’, sostiene che lui l’alcol lo regge benissimo e dunque si beve ancora un bicchierino, solo uno, ma sì, l’ultimo e poi basta. Che sarà mai? Così quel bicchierino lo rende ancora più brillo e ancora meno capace di reggere l’alcol e ragionare ergo di limitarsi: si berrà un altro bicchiere, poi un altro, poi un altro… e infine collasserà, inevitabilmente. Insomma: capisco che non lo capisce, il rischio che corre e le relative conseguenze.

Di quante cose che hanno rovinato, abbruttito, degradato, distrutto un’infinita di luoghi dove prima c’era poco o nulla, si è detto «Che sarà mai?!» oppure, a chi metteva in guardia dai rischi, «Che esagerato, che catastrofista!»… si sono sminuiti i rischi, si sono sottovalutate le conseguenze a volte in buona fede o per mera “ignoranza” (cioè per non capire realmente ciò che stava accadendo) e altre volte no, in malafede, per inseguire interessi e tornaconti particolari. Fatto sta che, in un modo o nell’altro, i rischi si sono palesati, sono diventati danni e, a forza di «Che sarà mai?!», in certi casi si sono trasformati in veri e propri disastri, difficilmente sistemabili.

Ecco: sarebbe il caso di evitarli alla fonte, questi danni, di evitare quel “bicchierino del che-sarà-mai” il quale invece non è che l’inizio della fine. Magari non sarebbe così, non finirebbe in maniera così disastrosa: ma chi è disposto a correre il rischio e ad assumersene poi le responsabilità? Non è meglio semmai pensare ad altre cose da fare, meno rischiose e pericolose, e non essere così arroganti da risolvere il tutto con il solito «Che sarà mai!», con la convinzione più o meno legittima di essere sempre dalla parte della ragione, del giusto e mai dell’insensatezza e dello sbagliato?

In sociologia esistono varie teorie che descrivono e spiegano perché, spesso, soffriamo della cosiddetta “illusione di infinitezza”, cioè di come ci convinciamo di poter avere a disposizione certe cose all’infinito – dall’ambiente naturale alla sobrietà mentale – e invece no, non è affatto così. Il bicchierino di chi crede di reggere l’alcol e invece no è la ciclovia in più, il ponte tibetano dove prima non c’era nulla, la cabinovia, la strada, il parcheggio, la palazzina e tutto il resto che si piazza in una zona ancora intatta perché «Che sarà mai, tanto di spazio ce ne un sacco a disposizione!». Così realizzata, edificata, installata una prima cosa, se ne piazza un’altra al servizio della prima oppure ancora perché che-sarà-mai, poi un’altra ancora che tanto ci sono già le altre due, poi un’altra, poi un’altra… un altro bicchiere, un altro, un altro ancora fino al collasso. E finché succede all’ubriacone be’, sono affari suoi, ma quando succede alle nostre montagne, al loro ambiente naturale, al paesaggio, alla loro anima, alla relazione culturale, di chi le vive e ci abita, sono affari di tutti perché le montagne sono un patrimonio culturale collettivo, come dice la nostra Costituzione.

Dunque, ribadisco: siamo disposti a correre questi rischi e a mettere in pericolo le nostre montagne? Siamo disposti a cedere la responsabilità della loro tutela a quegli amministratori pubblici che invece accondiscendono a obiettivi e interessi così rischiosi e pericolosi come se sulle montagne non avessero alcuna responsabilità o trascurassero di averne?

Strade asfalti e parcheggi ai Piani Resinelli (?)

[Foto di Giancarlo Airoldi tratta da https://lecconotizie.com.]
I Piani Resinelli sono una delle località più belle delle Alpi lombarde, un pezzo di alta montagna che sovrasta la città di Lecco, in vista dei grattacieli di Milano e ai piedi di quella incredibile montagna che è la Grigna Meridionale, o Grignetta. Sono anche un luogo emblematico, nel bene e nel male, riguardo la frequentazione turistica delle montagne, la gestione del suo ambiente naturale, la valorizzazione delle sue peculiarità, la restanza di chi ci vuole vivere dignitosamente, senza rimanere ostaggio del sovraffollamento turistico o vittima della desertificazione di quando i turisti non ci sono. Per questo dei Resinelli ne ho scritto spesso, qui e sulla stampa, cercando di proporre buoni argomenti di riflessione in merito al presente e al futuro del luogo, anche in forza di scelte prese dalle amministrazioni pubbliche locali non sempre condivisibili.

Posto ciò, di recente il Presidente della Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino, che ha in carico buona parte della gestione politico-amministrativa dei Piani Resinelli soprattutto nell’ambito del turismo, ha pubblicato questo post sulla propria pagina Facebook:

Cliccate sull’immagine per leggere il post originale.]

Come vedete, quei «strada, asfalti, parcheggi» riferiti a un luogo montano che spesso è soffocato proprio dall’eccessiva presenza di autovetture e fatica a trovare alternative più sostenibili a tale assalto motorizzato, non potevano non attrarre la mia attenzione. Tuttavia, per evitare interpretazioni troppo personali e/o eccessivamente allarmistiche, ho chiesto all’intelligenza artificiale (Google Gemini) di creare un’immagine che potesse interpretare e decodificare, per così dire, le parole del Presidente della Comunità Montana. Ecco il risultato:

Ohmmammamia!

Be’, suvvia, si sta ironizzando, non credo proprio che un’intelligenza artificiale bravissima a elaborare dati ma priva (almeno per ora) di sentimenti possa temere il peggio – il così tanto peggio – per i Resinelli!

In ogni caso, scherzi a parte (speriamo!), l’attenzione e la sensibilità sui Piani Resinelli deve assolutamente restare alta. Come ribadisco, da troppo tempo il luogo ne soffre una certa mancanza, oltre che di senso del contesto, della misura e di visione organica che sappia farne comprendere tanto le potenzialità quanto le criticità sia in ottica presente che futuro prossima, tenendo al centro la vivibilità stanziale del luogo e il supporto alla restanza della sua comunità, considerando adeguatamente l’importanza dell’economia turistica locale ma avendo cura di evitarne qualsiasi ulteriore sviluppo monoculturale, che svilirebbe e degraderebbe i Piani Resinelli in maniera definitiva. E un luogo così bello e speciale non se lo meriterebbe proprio.