L’Albenza, una “metromontagna”, e Valcava, la sua funivia e lo sci a un passo da Milano

P.S. – Pre Scriptum: su richiesta di alcune gentilissime persone, pubblico il testo dell’intervento che ho presentato nella conferenza “Sciare in Valcava. Il primo sci a un passo da Milano” tenutasi il 29 maggio scorso a Calolziocorte (Lecco), nel quale ho raccontato – almeno in parte – lo spazio e il tempo del Monte Albenza, montagna dall’altitudine inversamente proporzionale all’importanza storica, culturale, sociale e antropologica che ha avuto, e per certi versi ha tutt’ora, nel panorama montano lombardo.

La prossimità con le pianure alto-lombarde e con la città di Milano ha fatto del Monte Albenza non solo lo sfondo montano più presente nell’orizzonte di molti milanesi e lombardi (dal Duomo di Milano Valcava, località tra le più note dell’Albenza, dista in linea d’aria solo 43,5 chilometri: è il rilievo di oltre 1000 metri di quota più vicino alla città, e batte di 200 metri il Monte Palanzone, di quota simile e posto nel Triangolo Lariano, che è a 43,7 chilometri) ma pure una montagna con la quale da millenni le genti locali intrattengono una relazione speciale, sia in senso economico che abitativo, industriale, turistico, culturale.

È una relazione tra uomo e montagna che ha origine molto lontano nel tempo, visto che sui valichi dell’Albenza sono state rinvenute tracce risalenti al periodo Mesolitico (10.000/7.000 a.C.), le quali testimoniano l’antichità dei transiti tra la valle dell’Adda e le vallate orobiche.

Nel tempo hanno valicato l’Albenza soldati, commercianti, pellegrini, viandanti: d’altro canto al piede occidentale della dorsale correva la via romana Brixia-Bergomum-Comum.

Intorno al XV secolo la presenza umana sul monte divenne stanziale, con una comunità che a Valcava arrivò a contare oltre trecento abitanti dediti alla pastorizia e alla coltivazione di cereali su terreni particolarmente fertili perché protetti da vasti boschi di latifoglie e conifere, come testimonia l’antico toponimo Planchabona, poi Campia bona, del versante sud-occidentale del Monte Tesoro. Boschi che, tra Settecento e Ottocento, vennero in gran parte abbattuti per rifornire le fabbriche del fondovalle durante la prima grande espansione industriale (il che rese Valcava un luogo dal terreno molto meno fecondo per l’agricoltura anche perché, senza più la protezione arborea, fu posto in balìa dei fenomeni meteorologici).

Nel frattempo si sviluppò sempre più l’attività estrattiva della calcite (carbonato di calcio, ovvero il calcare) nelle cave tra Valcava e il Monte Linzone, avviata nella seconda metà dell’Ottocento, che poi nel corso del XX secolo assunse dimensioni industriali – ma dalla quale non deriva il toponimo “Valcava”, legato invece alla morfologia del territorio.

L’apertura della funivia da Torre de’ Busi nel 1928 portò invece sull’Albenza il primo turismo invernale moderno, facendo di Valcava un’apprezzata stazione sciistica – ma ne parlerò più diffusamente a breve.

Dal secondo dopoguerra fu lo sviluppo delle trasmissioni radio-TV a fare del monte uno dei più importanti centri trasmittenti italiani, con una copertura che va dai confini piemontesi con la Francia fino a Parma e all’Appennino Tosco-Emiliano occidentale, con tutta la Pianura Padana che ci sta in mezzo.

Tutto ciò rende Valcava, a suo modo, con gli ovvi distinguo del vaso ma pure, per certi versi, in maniera antesignana, un luogo emblematico dell’attuale concetto di “metromontagna”, che con il quale si definisce l’approccio territoriale innovativo che supera la storica separazione tra aree urbane e aree montane promuovendo una relazione di reciprocità, integrazione funzionale e sviluppo sostenibile tra la metropoli e la montagna, non più mera area marginale o semplice luogo di svago per gli abitanti delle città ma, al contrario, la configura come un partner paritario e un laboratorio di transizione ecologica.

LA FUNIVIA DI VALCAVA

Solo il relitto di alcuni piloni di sostegno che spuntano dal bosco e la stazione a monte (ora casa privata), che conserva una delle cabine, ricordano oggi a chi sale verso Valcava che un tempo la località sull’Albenza era unita a Torre de’ Busi da quella che fu la prima funivia costruita in Lombardia e terza in tutta Italia, come indico nell’elenco sottostante (con lunghezza e dislivello degli impianti):

  • Merano-Avelengo, 7 novembre 1923 (2300 m, + 880 m);
  • Oropa-Lago Mucrone, 14 settembre 1926 (2400 m, + 654 m);
  • Torre de’ Busi-Valcava, 28 ottobre 1928 (2600 m, +800 m).

Attenzione: si parla di Italia! In realtà la prima funivia in assoluto fu la Bolzano-Colle, aperta il 29 giugno 1908: ma allora quello era territorio dell’Impero Austroungarico.

La funivia di Valcava era un vero e proprio gioiello ingegneristico, le cui cabine superavano in undici minuti un dislivello di 798,73 metri su un percorso lungo 2.574,80 metri, il che ne faceva (salvo errori) la funivia all’epoca più lunga del mondo, nonché quella con la campata unica sospesa più lunga, 1200 metri, tra il 3° e il 4° sostegno.

La funivia, e Valcava come località turistica, furono concepite nel 1925 dall’architetto caprinese Alessandro Comolli, che intuì le potenziali turistico-ricreative della zona, posta la prossimità con l’hinterland milanese, già allora in costante espansione urbanistica. Comolli con tutta probabilità vide in azione proprio la funivia di Merano, e pensò subito a come realizzarne una similare sull’Albenza.

Per tale motivo Comolli contattò colui che poi fu il progettista della funivia, l’ingegnere sudtirolese Luis Zuegg (lo vedete qui sopra), uno dei maggiori esperti nel settore, che concepì già nei primi anni del Novecento le prime funivie in assoluto, quelle di Bolzano-Colle e di Lana-San Vigilio, ma poi perfezionò il sistema ingegneristico a doppio cavo, portante singolo e traente ad anello chiuso, che venne successivamente brevettato come “Sistema Bleichert-Zuegg”, unendo al suo il nome quello della ditta Adolf Bleichert & Co, di Lipsia, con la quale collaborava per la realizzazione delle funivie progettate. Il sistema Bleichert-Zuegg, pur continuamente aggiornato alle tecnologie del momento, è ancora oggi alla base delle funivie va-e-vieni bifuni e trifuni.

Zuegg fu dunque il progettista della funivia Merano-Avelengo, la prima costruita con il suo rivoluzionario sistema, che Comolli vide e volle portare anche sull’Albenza.

Viene anche da pensare che Zuegg scelse di lavorare sull’Albenza perché era vicino a Lecco cioè alla città sede della Antonio Badoni che pochi anni prima, durante la Grande Guerra, fu tra i principali costruttori delle teleferiche che rifornivano le postazioni delle truppe in quota (insieme alla Ceretti&Tanfani di Milano e alla Agudio di Torino, tutte diventate poi realizzatrici di funivie). Teleferiche militari il cui progettista spesso era proprio Zuegg.

 

La funivia venne inaugurata il 28 ottobre 1928 (6° anniversario della marcia su Roma!)  alle ore 16, alla presenza del celebre aviatore Antonio Locatelli. Il percorso, come detto, durava circa 11 minuti, e le cabine, con capienza iniziale di 12 persone poi aumentata a 16, erano mosse da tre motori elettrici da 75, 55 e 25 cavalli vapore; aveva cinque piloni di sostegno che sapete essere ancora visibili e due funi portanti di 38,5 millimetri di diametro (per raffronto: le due funi per linea della funivia Snow Eagle di Chiesa Valmalenco, la più grande in esercizio in Italia con cabine da 160 persone, misurano 78,5 mm, dunque 157 mm totali). Corse voce che alcune delle autorità invitate al viaggio inaugurale si fossero premunite facendo testamento!

Il biglietto di andata e ritorno costava 10 lire, oggi corrispondenti a circa 11 Euro: un prezzo tutto sommato economico rispetto ai prezzi che si devono pagare per le funivie di oggi.

Per la gestione dell’impianto, Comolli fondò la Società Anonima Funivie Lombarde, la quale divenne una passione imprenditoriale che si tramandò in famiglia: negli anni successivi, infatti, la gestione e la direzione del servizio passarono nelle mani di suo figlio, l’ingegner Tommaso Comolli.

Da subito l’impianto svolse un ruolo determinante per la vita della frazione, trasportando non solo persone ma anche materiali e generi alimentari: con la gestione affidata alla Società Anonima Funivie Lombarde, la funivia svolse regolarmente il servizio per molti anni, contribuendo a fare di Valcava una delle prime e più rinomate stazioni sciistiche della Lombardia, dotata persino nel 1936 di un trampolino per il salto con gli sci e successivamente di una manovia e uno skilift che giungeva sulla sommità del Prato della Costa, a 1400 metri di quota.

Così un articolo de “L’Eco di Bergamo” del 13 luglio 1928 descriveva il luogo e ne forniva una narrazione che appare ancora oggi assolutamente suggestiva, con cenni ad aspetti della frequentazione delle montagne che, a un secolo di distanza, appaiono pressoché invariati:

«Valcava è un grazioso paesino biancheggiante sulla giogaia dell’Albenza, la montagna che si stacca dal famoso caratteristico Resegone e s’inoltra dalla gran chiostra alpina verso il piano lombardo per una ventina di chilometri in direzione sud-est, ergendosi tra l’Adda e il Brembo e separando la Valle Imagna dalla Valle San Martino e da Pontida. E’ un massiccio vasto e poderoso, sul quale il paesetto sembra sperdersi, tanto è modesto; ma è pur gentile con la sua chiesa, i tre alberghi e le ville che risaltano tra il piccolo gregge delle caserelle montanare. Poca brigata trascorre lassù la sua vita beata in permanenza: 250 persone appena; ma nei mesi estivi vi salgono a frotte i villeggianti, perché Valcava è da molto tempo un gradito rifugio per le genti di città; particolarmente di milanesi desiderosi di sottrarsi al tumulto della metropoli e di trovar ristoro in un ambiente salubre e tranquillo.»

Dalla locandina qui sopra potete constatare come la fruizione turistica delle montagne fosse ai tempi già ecosostenibile (senza che esistesse il termine e dunque se ne conoscesse il senso!) ben più di quanto ci si vanti oggi. Esisteva un «servizio cumulativo», che oggi si definirebbe «integrato», treno+bus+funivia con biglietto unico da Milano che costava 29,60 Lire, pari a circa 31 Euro di oggi, che permetteva a chiunque dal centro città di godere dei campi di neve e dell’aria salubre di Valcava senza l’uso di mezzi a motore privati: una combinazione che oggi si tenta in molte località di reintrodurre, proprio per scopi di sostenibilità e di decongestionamento delle strade dal traffico sempre più ingente, ma con grosse resistenze di una società come la nostra che fa del possesso di una o più auto proprie una “rivendicazione identitaria”, quasi. Certo, allora pochi possedevano un’autovettura, dunque l’uso dei mezzi pubblici era pressoché inevitabile; ma dal boom economico in poi gli italiani sono diventati quasi tutti “benestanti” (rispetto a ciò che erano prima), l’auto se la sono potuta acquistare in tanti e la sostenibilità più o meno voluta del turismo è andata a farsi benedire.

Inoltre notate come la locandina dimostra pure che il termine “destagionalizzazione” così in voga oggi non è affatto una novità e già quasi un secolo fa concepivano la destagionalizzazione turistica lungo l’intero anno con quei cenni alle «caratteristiche del luogo» in tutte le stagioni, evidente invito a frequentare Valcava senza soluzione di continuità proprio grazie all’attività altrettanto costante della funivia. (Trovate altri dettagli al riguardo in questo mio altro articolo.)

Dagli anni Cinquanta, a fronte del progressivo deterioramento degli impianti e delle funi, l’esercizio della funivia divenne sempre meno remunerativo. Seguì un periodo costellato da intralci di varia natura, tecnici, economici, burocratici ed amministrativi, che provocarono frequenti sospensioni del servizio fino alla chiusura, nel 1973, della Società Anonima Funivie Lombarde, dovuta anche alla mancanza di sensibilità delle autorità amministrative locali che non vollero considerare le potenzialità ancora notevoli dell’impianto. La funivia, con nuova gestione, ripartì e continuò il suo funzionamento fino al 10 marzo 1977, data in cui fu deciso di cessarne definitivamente l’esercizio in quanto la continua usura del materiale lo aveva reso troppo pericoloso nonché oltremodo oneroso da mettere a norma. Infine, il 13 luglio 1978 il Comune di Torre de’ Busi decise di procedere al suo smantellamento, concludendone mestamente la comunque gloriosa storia e, parimenti, quella dello sci sui pendii di Valcava.

IL PASSO DI VALCAVA, UN “VARCO DIMENSIONALE”

Da una parte, l’alta pianura padana e l’hinterland milanese, una delle zone più antropizzate, urbanizzate, industrializzate, cementificate, inquinate dell’Europa.

Dall’altra le valli bergamasche, uno dei territori dove più è evidente il rapporto dell’uomo con le montagne dal quale ne è scaturita una cultura del vivere in quota tra le più peculiari, le Prealpi orobiche, e le Alpi Orobie, appena oltre le Alpi Retiche.

Due dimensioni parecchio differenti, per molti versi opposte, che sul Passo di Valcava si incontrano così che, a stare lassù, si può dire di essere nel mezzo, e in equilibrio, tra le due parti fondamentali del mondo in cui viviamo: quella dove, apparentemente, l’uomo ha dominato e vinto sulla Natura e quella dove invece, nonostante la diffusa Se vi si sale di notte, poi, la differenza viene ancora più marcata e resa emblematica dalla luminosità: da una parte luci ovunque e una luminescenza che si gonfia verso il cielo privo (o meglio privato) di stelle, dall’altra parte un buio quasi uniforme punteggiato qui e là da piccole manciate di luci e la volta celeste, più visibile, che tratteggia i profili montuosi all’orizzonte.

Valcava, dunque, rappresenta anche una sorta di varco dimensionale tra le due parti correlate e contrapposte che formano questo specifico pezzo di mondo, le due facce della stessa medaglia territoriale dal “prezzo” differente ma di uguale valore materiale e peraltro corrispondente l’uno all’altro, per come una dimensione territoriale “giustifichi” (in bene e in male) l’altra e viceversa, così che la somma dei valori dà sostanza antropologica piena al territorio nel suo complesso.

Insomma: per quanto ho raccontato fino a qui, e per altri motivi forse meno evidenti ma non meno interessanti, ecco perché da millenni e fino alla realtà odierna l’Albenza è una montagna “vissuta” sotto molti punti di vista, una metromontagna d’antan tanto quanto futuribile nel senso pieno del termine, un luogo tra i più significativi in Lombardia del rapporto profondo e variamente emblematico che lega gli uomini alle montagne.

P.S. – Post Scriptum: trovate altri articoli su Valcava e l’Albenza, che è anche parte integrante della DOL, la Dorsale Orobica Lecchese, qui.

Strade asfalti e parcheggi ai Piani Resinelli (?)

[Foto di Giancarlo Airoldi tratta da https://lecconotizie.com.]
I Piani Resinelli sono una delle località più belle delle Alpi lombarde, un pezzo di alta montagna che sovrasta la città di Lecco, in vista dei grattacieli di Milano e ai piedi di quella incredibile montagna che è la Grigna Meridionale, o Grignetta. Sono anche un luogo emblematico, nel bene e nel male, riguardo la frequentazione turistica delle montagne, la gestione del suo ambiente naturale, la valorizzazione delle sue peculiarità, la restanza di chi ci vuole vivere dignitosamente, senza rimanere ostaggio del sovraffollamento turistico o vittima della desertificazione di quando i turisti non ci sono. Per questo dei Resinelli ne ho scritto spesso, qui e sulla stampa, cercando di proporre buoni argomenti di riflessione in merito al presente e al futuro del luogo, anche in forza di scelte prese dalle amministrazioni pubbliche locali non sempre condivisibili.

Posto ciò, di recente il Presidente della Comunità Montana Lario Orientale-Valle San Martino, che ha in carico buona parte della gestione politico-amministrativa dei Piani Resinelli soprattutto nell’ambito del turismo, ha pubblicato questo post sulla propria pagina Facebook:

Cliccate sull’immagine per leggere il post originale.]

Come vedete, quei «strada, asfalti, parcheggi» riferiti a un luogo montano che spesso è soffocato proprio dall’eccessiva presenza di autovetture e fatica a trovare alternative più sostenibili a tale assalto motorizzato, non potevano non attrarre la mia attenzione. Tuttavia, per evitare interpretazioni troppo personali e/o eccessivamente allarmistiche, ho chiesto all’intelligenza artificiale (Google Gemini) di creare un’immagine che potesse interpretare e decodificare, per così dire, le parole del Presidente della Comunità Montana. Ecco il risultato:

Ohmmammamia!

Be’, suvvia, si sta ironizzando, non credo proprio che un’intelligenza artificiale bravissima a elaborare dati ma priva (almeno per ora) di sentimenti possa temere il peggio – il così tanto peggio – per i Resinelli!

In ogni caso, scherzi a parte (speriamo!), l’attenzione e la sensibilità sui Piani Resinelli deve assolutamente restare alta. Come ribadisco, da troppo tempo il luogo ne soffre una certa mancanza, oltre che di senso del contesto, della misura e di visione organica che sappia farne comprendere tanto le potenzialità quanto le criticità sia in ottica presente che futuro prossima, tenendo al centro la vivibilità stanziale del luogo e il supporto alla restanza della sua comunità, considerando adeguatamente l’importanza dell’economia turistica locale ma avendo cura di evitarne qualsiasi ulteriore sviluppo monoculturale, che svilirebbe e degraderebbe i Piani Resinelli in maniera definitiva. E un luogo così bello e speciale non se lo meriterebbe proprio.

La montagna non si arrende!

Domenica 9 febbraio 2025: è il giorno di LA MONTAGNA NON S’ARRENDE, la mobilitazione diffusa in montagna, organizzata e coordinata dall’A.P.E. che attraverserà l’intero arco alpino e la dorsale appenninica con numerosi eventi in contemporanea, a un anno (quasi) esatto dall’inaugurazione dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026.

Il titolo è quanto mai significativo: veramente oggi molte montagne hanno un’arma puntata addosso, con la cui minaccia le si vorrebbe rendere ostaggio di un turismo di matrice biecamente consumista che in ogni caso ne ucciderebbe l’anima, sia del territorio che della comunità che lo abita. Questo non può e non deve accadere, arrendersi non rappresenterebbe soltanto una sconfitta e una sottomissione, ma probabilmente la fine di tutto ciò che possiamo considerare “montagna” per come dovrebbe essere e la sua trasformazione in un ennesimo “non luogo” ad uso e consumo meramente turistico svilito, degradato, soffocato mortalmente. Un posto nel quale qualsiasi persona di buon senso non vorrebbe viverci e nemmeno gradirebbe di visitare.

Dunque è giunta l’ora di mobilitarsi, perché il tempo delle mediazioni è finito. Gli scienziati rimarcano che l’ultimo turista sugli sci arriverà nel 2040. Eppure si continuano a costruire nuovi impianti di risalita, a scavare bacini per l’innevamento artificiale, a devastare versanti per inutili collegamenti tra comprensori. Dalle Alpi agli Appennini, dalla Val di Susa alla Basilicata, si assiste allo stesso copione: opere nocive e imposte dall’alto, trivellazioni, cementificazione, spopolamento.

[Immagine tratta da www.qualitytravel.it.]
In un momento in cui molte zone d’Italia sono colpite da disastri ambientali, con infrastrutture idriche compromesse ed opere di mitigazione insufficienti a far fronte alle sempre più violente (e frequenti) onde di piena causate dagli eventi climatici estremi, le ingenti risorse economiche destinate ai Giochi Olimpici sulle Alpi e a nuovi impianti sugli Appennini appaiono come sprechi ingiustificabili di fronte all’urgenza di interventi di tutela, manutenzione e riqualificazione ecologica dei territori.

In particolar modo sono proprio le terre alte che bruciano, e non è una metafora. Lo zero termico a 4200 metri in pieno autunno, i ghiacciai che si sfaldano, il permafrost che si scioglie, le alluvioni devastanti sono ormai la realtà quotidiana delle nostre montagne. Una realtà che stride con l’ostinazione di chi, dalle Alpi agli Appennini, continua a proporre un modello di sviluppo anacronistico e predatorio, basato su pratiche estrattive e grandi-eventi come, appunto,  i giochi olimpici invernali. La monocoltura turistica sottrae risorse economiche pubbliche a beneficio di pochi, a scapito di modelli plurali e alternativi di contrasto allo spopolamento delle terre interne e di convivenza armonica in territori montani fragili e unici.

In questo quadro ed in contrasto con i valori inclusivi e sociali dello sport popolare – portabandiera dell’accessibilità allo sport, dell’integrazione e della solidarietà – le Olimpiadi rappresentano un modello che sembra incarnare valori opposti quali competizione, esclusività e consumo. In questa prospettiva, i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 appaiono come un evento lontano dalle necessità delle comunità, esponendo la montagna e i suoi abitanti a una pressione antropica non sostenibile. Le opere infrastrutturali previste per i Giochi sono il simbolo più tangibile del totale distacco dalle problematiche reali delle aree montane.

La montagna non è un parco giochi da sfruttare fino all’ultimo respiro. È un ecosistema fragile, la nostra principale riserva d’acqua, un patrimonio di biodiversità e cultura insostituibile.

Non c’è più tempo per rimandare. Le scelte che facciamo oggi sulle terre alte – ogni nuova cava, ogni nuovo impianto, ogni colata di cemento, ogni bacino artificiale – peseranno per centinaia di anni sul futuro dei territori e delle comunità. Il ghiaccio che si scioglie oggi non tornerà domani. Il suolo che cementifichiamo oggi resterà ferito per secoli. Non torneranno i larici.

Per saperne di più su LA MONTAGNA NON SI ARRENDE e per conoscere i dettagli di tutti gli eventi e le mobilitazioni programmate domenica, potete visitare questa pagina nel sito web dell’A.P.E., dove trovate anche molte altre sezioni dedicate alle varie problematicità ambientali, economiche, sociali e culturali della realtà montana contemporanea.

Cose che ho detto e dico, spero significative, in tema di montagne, in un video

[Una veduta del Gruppo della Presolana, la “Regina delle Orobie” e montagna referenziale attorno alla quale si sviluppano le valli prealpine bergamasche orientalI. Foto di Mauro Tandoi su Unsplash.]
Ancora in tanti, venerdì 3 gennaio scorso a Vilminore di Scalve in occasione dell’affollatissimo incontro pubblico sul presente e il futuro dei territori montani tra Valle Seriana e Valle di Scalve, hanno chiesto la possibilità di vedere la registrazione del precedente incontro di Clusone del 28 novembre, altrettanto partecipato, intenso e importante – «epocale per la valle» qualcuno addirittura ha sostenuto.

In realtà sono disponibili le videoregistrazioni complete di entrambi gli incontri: qui di Clusone e qui di Vilminore; le avrete sempre disponibili anche nel sito/blog del gruppo “Terre Alt(r)e”, organizzatore e motore con altri degli eventi svolti. Invece, su gentilissima sollecitazione di alcuni (che ringrazio di cuore per la considerazione della quale mi onorano!) di seguito potete vedere l’estratto del mio intervento di Clusone, nel quale dico cose che personalmente ritengo importanti e da valutare non solo per il caso specifico ma in generale per la realtà di tutte le montagne italiane e delle loro comunità, le cui criticità possono variare nella forma ma sovente (e per certi versi inaspettatamente) sono le stesse nella sostanza.

Inutile dire che chiunque è libero di diffondere i video ovunque ritenga giusto farlo; intanto si stanno programmando ulteriori incontri pubblici tra Bergamo e Brescia (ma anche oltre, forse) per discutere i temi in questione, assolutamente fondamentali – lo ripeto ancora – per tutti i nostri territori montani. Nel caso lo saprete qui sul blog.

Grazie ancora a tutti!

La “Montagna invernale tra il non più e il non ancora”, domani a Milano

Un caloroso consiglio agli amici di Milano – e a chi vi si possa recare.

Domani 11 dicembre a Milano, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, in collaborazione con la sezione di Milano del Club Alpino Italiano, propone una serata per parlare di turismo invernale nelle Alpi: un tema che da un inverno all’altro si fa sempre più delicato e, per molti versi, tribolato.

L’epoca dello sci inteso come fenomeno di massa sembra infatti essere giunta al termine, e alcune località si stanno attrezzando per proporre un turismo alternativo, più in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crisi climatica. È una delicata situazione di passaggio, dai risvolti complessi, illustrata dall’autore (con Michele Nardelli) del libro “Inverno liquidoMaurizio Dematteis – direttore di “Dislivelli.eu” – insieme al direttore di “Meridiani MontagnePaolo Paci: entrambe figure del mondo della montagna (e non solo) di grande prestigio e molteplici preziose competenze che è sempre bello e istruttivo sentir parlare.

La serata è in ricordo di Lisa Garbellini, dipendente ERSAF prematuramente scomparsa che si è a lungo occupata di tematiche legate alle terre alte, e rientra all’interno del festival “Leggere le Montagne”, che dal 2015 celebra la Giornata Internazionale della Montagna con una serie di iniziative letterarie e culturali lungo l’intero arco alpino.

L’ingresso è libero (alle ore 19 presso la sede del CAI Milano, in via Duccio di Boninsegna 21/23) e ai presenti sarà offerto un rinfresco finale con prodotti tipici della montagna lombarda.