La geografia è pericolosa

La geografia è pericolosa, perché non mente. La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi. Per questa ragione una relazione primaria e fondamentale è stata trasformata, per una larga maggioranza dell’umanità inurbata, in un coacervo di paure e istinti aggressivi, inevitabilmente destinati a scaricarsi sul territorio in forma di prevaricazione, noncuranza, distacco: una relazione che tanto somiglia a quel criceto che invece di procedere resta immobile correndo nel cerchio, e che a sua volta si riflette nell’impoverimento dell’alfabeto emozionale dell’immaginario individuale e collettivo.

(Davide SapienzaIl Geopoeta. Avventure nelle terre della percezioneBolis Edizioni, 2019, pag.13.)

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Perdersi e (ri)trovarsi

Sono andato in città, ho seguito mappe, strade, indirizzi, indicazioni precise e dettagliate, coordinate infallibili e mi sono perso. Sono andato sui monti senza alcuna mappa o bussola, ho abbandonato qualsiasi sentiero, ignorato ogni segnavia seguendo istinti e percezioni ancestrali, e mi sono ritrovato. Ma questo non perché la città sia un ambito di “smarrimento” e la montagna no, non si tratta di pensare ad alcuna superficiale antinomia. Semmai perché per trovarsi in qualsiasi luogo bisogna ritrovarci e ritrovare sé stessi, dunque occorre prima ridefinire e ri-conoscere le proprie coordinate smarrendo, ovvero lasciando da parte, le altre: che di altri sono, appunto, da altri contesti provengono e altro identificano.

A volte il “selvatico”, quello spazio in cui si teme di potersi facilmente perdere rispetto ad altri, non è dove si crede che sia, a volte è dove non si vuole seguire la mappa che si ha impressa nel proprio animo che è dotata di coordinate esclusive, uniche. Allora sì, finisce che ci si perde anche nel luogo più noto e “dettagliato” che ci sia, ovunque si trovi. Perché selvatico non è l’ambito in cui ci si può smarrire, ma dove non ci si può ritrovare.

Italia e Mediterraneo, identità e metissage

Vi voglio proporre una riflessione su un tema costantemente caldo, oggi, e altrettanto “tirato per la giacca” da più parti anche in modi fin troppo rozzi: quello dell’identità.

Riflessione che comincio con una (se così posso definirla) “provocazione” (che tuttavia per me tale non è): e se per varie ragioni, ma in primis storico-geografiche, l’Italia fosse una terra naturalmente destinata al metissage etnico e ancor più culturale, e solo da tale condizione storicizzata di acculturamento e trasformazione derivasse (potesse derivare) una autentica e peculiare forma di identità? Non solo, un’identità più forte e intensa proprio in forza della propria poliedricità culturale (ciò che in fondo evidenzia la sociologia sul tema dell’identità contemporanea in costante trasformazione, Zygmunt Bauman docet) rispetto ad altre unicamente basate su caratteri nazionali e limitate a questi, dunque inevitabilmente destinate ad avvilupparsi su se stesse e involvere?
Ciò, intendo dire, rispetto ad altre condizioni storico-geografiche territoriali, giuridicamente definite, più “naturalmente” portate a forme di sovranità nazionale non opposte alla prima ma, semplicemente, basate su altri fattori contingenti e non necessariamente di matrice isolazionista (anche se sovente si manifestano in questo modo).

Insomma, in parole povere: è molto più “normale” e logico che sia l’Italia, per la sua posizione geografica da un lato protesa nel bacino del Mar Mediterraneo e dall’altro a contatto con la realtà mitteleuropea, a essere interessata dai movimenti di genti e culture di varia origine – traendone notevoli vantaggi, peraltro – piuttosto della Finlandia! Ma se questo paese – lo uso ancora come esempio – può ricavare una propria identità culturale peculiare proprio dalla sua posizione geografica, dalla condizione storica e da una specifica omogeneità etnica e culturale della parte di mondo nella quale si trova inserita, lo stesso processo culturale di definizione identitaria può avvenire in Italia per ragione opposte e ugualmente contestuali alla parte di mondo in cui è inserita.

I Romani l’avevano capita perfettamente, questa realtà geostorica, al punto da inglobare l’intero bacino mediterraneo nel proprio impero creando il concetto di Mare nostrum e facendo di questo territorio l’anima sociale, culturale, economica nonché identitaria della propria potenza – non a caso l’unico vero “periodo identitario” ascrivibile al territorio italico (posti gli ovvi distinguo storici). Un concetto che poi sarà funzionalmente travisato e totalmente distorto dal colonialismo fascista, anche in funzione pseudo-identitaria, altrettanto non casualmente generando danni sociali, culturali ed economici tremendi all’Italia in quanto paese mediterraneo.

Più tardi lo avrebbe capito anche Élisée Reclus, geografo geniale e premonitore, tra i padri fondatori della geografia umana (quello che oggi si chiama antropogeografia) che un secolo e mezzo fa scriveva: «Il mondo è caratterizzato dal movimento e dalle relazioni: rapporti dinamici fra gli uomini e gli ambienti fisici, ma anche mobilità degli uomini sulla superficie della Terra, che tende a portarli dall’interno verso i litorali e a circolare all’interno dei bacini, marini o fluviali, con per risultato un métissage umano che rende vani i dibattiti sull’esistenza di differenti razze umane, e stimola al contrario una riflessione alla scala dell’umanità, intesa nel suo insieme.» Anch’egli, Reclus, pressoché inascoltato se non osteggiato dagli ambienti scientifici fino a poco tempo fa, e pressoché sconosciuto al di fuori. Non a caso, di nuovo.

Per concludere: da tempo credo e sostengo che le dinamiche demografiche, nello specifico quelle relative ai fenomeni migratori, debbano essere comprese e gestite dalla sociologia e dall’antropologia ben prima che dalla geopolitica dacché, ben prima che rappresentare fenomeni strumentalizzabili ideologicamente e politicamente, essi sono dinamiche contestuali allo spazio e al tempo, ovvero ai territori geografici e alla storia contemporanea, che per poter essere adeguatamente gestite (qualsiasi cosa ciò significhi, non è questo il punto) devono essere comprese nella loro relazione con quello spazio e quel tempo. Altrimenti, se tutto ciò non sarà compreso ovvero sarà funzionalmente ignorato, ci si troverà inesorabilmente a fare i conti con la storia – e non saranno conti “facili”, per nulla, né per la politica né per le società civili. Perché come ben scrisse Albert Camus, «Ogni volta che una dottrina ha incontrato il bacino Mediterraneo, nello scontro di concezioni che ne è risultato il Mediterraneo è sempre rimasto intatto, la regione ha vinto qualsiasi dottrina.»

Quando le Alpi da cerniera tra i popoli diventano barriera

Le Alpi si trasformano nel ventesimo secolo in modo definitivo; il mutamento porterà una rapida quanto indelebile alterazione sociale e quindi formale dell’assetto dei villaggi, divenuti i protagonisti di un tempo insolitamente breve; le Alpi e i suoi villaggi in quota da elemento cerniera tra i popoli si trasformano in una barriera posta fisicamente tra la città e la montagna, una sorta di realtà di frontiera che ha dato vita a due mondi assolutamente contrapposti di vivere in quota e dove il cittadino dell’altra sfera entra a forza in questo mondo separato, sul quale viene gettato uno sguardo ammirato e al tempo stesso compassionevole.

(Luciano Bolzoni, Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura, Priuli & Verlucca, 2009, pag.22.)

N.B.: approfitto di questa citazione tratta da Abitare molto in alto, del quale ho dissertato qui, per dirvi che, in occasione dell’uscita del nuovo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale invece vi ho detto qui, ALPES (di cui Bolzoni è direttore culturale) propone un illuminante percorso di lettura e di esplorazione della realtà antropica e architettonica delle Alpi moderne e contemporanee che include anche Destinazione Paradiso. Lo Sporthotel della Val Martello di Gio Ponti, pubblicato nel 2015, altro notevole testo al riguardo: il tutto al prezzo dedicato di 35,00 euro + spese di spedizione. Un’occasione da non perdere – in primis perché realmente illuminante, lo ribadisco, e per questo assolutamente importante.
Per informazioni e acquisti potete scrivere a info@alpesorg.com.

(Nell’immagine in testa al post: “batteria” di ecomostri al Passo del Tonale, a oltre 1800 m di quota.)

Luciano Bolzoni, “Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura”

La pratica dell’abitare è senza dubbio tra quelle attraverso cui l’Homo Sapiens ha saputo distinguersi da tutte le altre specie viventi. Non più mero e necessario esercizio di protezione, di sopravvivenza, non più semplice e forzato adattamento al territorio in cui si è insediato, l’atto dell’abitare in maniera stanziale è il principale elemento di territorializzazione dello spazio dacché è intimamente legato alla relazione che si instaura tra l’uomo e il territorio, che sovente proprio attraverso l’abitare diviene luogo – un termine che, non casualmente, deriverebbe proprio dalla radice indoeuropea stal o stalk, latinizzata per metatesi in stlocus e divenuto poi il definitivo locus. Il noto geografo francese Maurice Le Lannou, nella sua opera La Géographie humaine del 1949, asserì che «la geografia umana è la scienza dell’uomo-abitante», legando non solo tale pratica alla stessa determinazione geografica dei territori antropizzati ma, a suo modo, confermando l’importanza di essa per la civiltà umana, tale anche perché capace di abitare in senso pieno e compiuto i territori in cui si insedia.
Eppure, nonostante un valore così fondamentale sotto molti versi, la pratica dell’abitare resta definita da un semplice termine al quale non viene nemmeno riconosciuta la qualifica di concetto, come invocava il citato Le Lannou già a metà Novecento: cosa che sarebbe quanto mai importante soprattutto in relazione a quei territori ben più delicati e fragili rispetto, ad esempio, alle zone urbanizzate e metropolitane (le città) o a quelle la cui geografia non oppone troppi ostacoli morfologici e ambientali (ovvero culturali) a chi le voglia abitare. Senza dubbio spazi emblematici in tema di fragilità e delicatezza sono le montagne, sulle quali la mancanza di una definizione concettuale dell’abitare ha da un lato generato non pochi problemi – pratici ovvero architettonici, e teorici cioè legati alla relazione col paesaggio culturale montano – ma dall’altro impone oggi ancor più di ieri una approfondita riflessione sull’idea e sulla pratica, anche a fronte di una ormai palese deficienza di valore di certi interventi architettonici e urbanistici realizzati soprattutto a seguito dello sviluppo turistico delle montagne, che stupiscono lo sguardo più attento e consapevole per la loro decontestualizzazione (per non dire di peggio) rispetto al territorio in cui sono stati realizzati.
Per tutto ciò, un libro come Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura (Priuli & Verlucca, 2009) scritto da Luciano Bolzoni, architetto milanese tra i massimi esperti di architettura di montagna, i dieci anni che ormai ha non li dimostra affatto. Anzi, sotto molto aspetti la lettura odierna e la considerazione di ciò che Bolzoni scrive sul tema acquisiscono ancora maggior valore e “brillantezza” []

(Leggete la recensione completa di Abitare molto in alto cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)