Il problema della Stupidità

Mi rendo conto che il problema della Stupidità ha la stessa valenza metafisica del problema del Male, anzi di più: perché si può persino pensare (gnosticamente) che il male si annidi come possibilità rimossa del seno stesso della Divinità; ma la Divinità non può ospitare e concepire la Stupidità, e pertanto la sola presenza degli stupidi nel Cosmo potrebbe testimoniare della Morte di Dio.

[Umberto Eco su “L’Espresso” del 20 luglio 2006, pagina 170.]

[Immagine tratta da qui.]

Gleno, novantotto anni fa

1° dicembre 1923, novantotto anni fa, ore 7.15: crollo della diga del Gleno.

Dopo il Vajont, il peggior disastro in Italia causato dal cedimento dello sbarramento di un bacino idroelettrico per errori tecnici. Era l’unico esempio al mondo di diga mista a gravità e archi multipli: un disegno architettonico assai raffinato che celava una concezione ingegneristica tragicamente sbagliata.

Le foto – dall’alto: il paese di Bueggio e la valle del Gleno prima della costruzione della diga, la diga terminata nell’ottobre 1923, i resti dello sbarramento dopo il crollo, Bueggio dopo la tragedia – sono tratte da archiviogleno.it, sito web del progetto “Il crollo della diga del Gleno: un’eredità culturale viva e vitale per la comunità”, elaborato dalla Proloco di Vilminore di Scalve, con la collaborazione della Biblioteca Civica, per raccontare la presenza e il significato del crollo della diga del Gleno tra le persone che abitano la Val di Scalve, utilizzando materiale d’archivio e materiale multimediale appositamente realizzato, e per creare una banca della memoria della comunità di eredità legata a questo triste evento. Il progetto, estremamente interessante in forza delle sue molteplici valenze culturali, si propone di fare il punto sull’immaginario legato alla diga del Gleno, con l’obiettivo di mettere in evidenza l’attualità della presenza della diga e le potenzialità che essa fornisce oggi per uno sviluppo culturale e comunitario della Val di Scalve, oltre a rimediare a una mancanza: l’assenza, fino a oggi, di un contenitore organico che raccogliesse le narrazioni – visive e non solo – del passato sul crollo della diga del Gleno.

Cliccate qui per visitare il sito e suoi i contenuti, nell’attesa che si concretizzi il progetto del Museo della Diga del Gleno, la cui apertura è prevista per il centenario del disastro, nel 2023.

P.S.: di un testo alquanto interessante che tratta del disastro del Gleno dal punto di vista tecnico ho scritto qui.

L’è andà così

“Un giorno incontrai per la montagna un tale che aveva inciso sul cinturino del cappello questa frase: l’è andà così. Gli chiesi: com’è andata? E lui, guardando lontano e stringendosi nelle spalle rispose: mah, così è andata.”

(Mario Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi, 1a ediz. 1962.)

Questo fulminante incipit d’un racconto de Il bosco degli urogalli del grande Rigoni Stern (del quale lo scorso 1 novembre si è celebrato il centenario dalla nascita), che coglie così bene il tipico pragmatismo montanaro fatto di poche parole e altrettanto poche emozioni, se ormai considerate superflue per la propria quotidianità, mi fa riflettere sul senso e sull’essenza della memoria. Perché se è fondamentale ricordare la storia, sapere ciò che custodisce per riflettere, capire e imparare, è altrettanto fondamentale non recriminarci sopra e, per ciò, perdersi in inutili compatimenti. La storia è figlia del tempo e lo segue inesorabilmente, tornare indietro non si può: ricordare sempre sì, fare della memoria una fonte di rimpianti no. Altrimenti è un po’ come ammorbare il presente e avvelenare il futuro. Il passato è passato: di qualsiasi cosa esso sia fatto, ormai è andata. Amen.

P.S.: da qualche settimana è nelle librerie Mario Rigoni Stern. Un ritratto, l’ultimo libro di Giuseppe Mendicino, forse il massimo esperto del grande scrittore di Asiago nonché suo biografo appassionato e sensibile. Con le opere di Rigoni Stern, è certamente un libro da leggere, per conoscerlo ancora meglio proprio in occasione di questi tempi di celebrazione centenaria.

Un leone di 200 anni

Il Löwendenkmal. Soltanto la bella scultura d’un leone in una falesia rocciosa, verrebbe da dire… Ovvero, con meno superficialità, il monumento creato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen in memoria dei soldati svizzeri caduti in difesa del Re di Francia nella battaglia delle Tuileres, nel 1792. Comunque una sorta di mausoleo all’aperto come se ne possono trovare tanti, in giro per il mondo…
Invece vi è di più. Un di più che non è da vedere e cogliere nello sguardo, ma da percepire e comprendere con lo spirito fin da quando ci si avvicina al minuscolo parco che cinge il monumento, e che quasi inaspettatamente ci si ritrova davanti, in mezzo al traffico e ai palazzi cittadini… Entrandovi senza far caso alla pletora di soliti banali negozi di souvenir, come guidati da un profumo intenso di tabacco da pipa, o di sigaro… Da una folta capigliatura, e da affabili baffi… Dalla figura nobile e vivace di Mark Twain, e dalle sue parole…
The Lion lies in his lair in the perpendicular face of a low cliff — for he is carved from the living rock of the cliff. His size is colossal… – Il suo atteggiamento è nobile. La sua testa è china, la lancia spezzata si conficca nella spalla, la zampa si poggia sopra e protegge i gigli di Francia. (…)
Intorno sono alberi verdi e l’erba. Il posto è un protetto, riposante angolo boscoso, lontano dal rumore, dal trambusto e dalla confusione – e tutto questo è giusto, che un leone muoia in un luogo del genere e non su piedistalli di granito nelle piazze recintati con fantasiose ringhiere in ferro. Il Leone di Lucerna sarebbe impressionante ovunque, ma in nessun luogo così impressionante da dove si trova. [1] (…) È il più triste e commovente blocco di pietra del mondo.
Scrivendo ciò nel suo celebre A tramp abroad, il grande scrittore americano colse perfettamente l’essenza profonda di questo monumento. Sulle sue orme, e nella sua scia, mi reco al suo cospetto ogni volta che arrivo qui, entrando nel piccolo parco con passi lenti e leggeri, cercando di ignorare il vociare troppo rumoroso delle consuete comitive presenti che vi si approcciano come ad un’altra delle tante attrattive turistiche della città. Osservo la roccia scolpita in silenzio, scatto fotografie già scattate altre volte e ne sono consapevole, ma è come se cercassi ogni volta di catturare, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, almeno un poco della sacralità che questo luogo emana, la quale non ha nulla di “religioso” – non in senso classico e ovvio – e che va oltre la sua precipua natura commemorativa per diventare qualcosa di più ampio, di più intenso e universale. Come se l’espressione triste e struggente del leone di roccia, realmente commovente alla massima potenza, raffigurasse ed esternasse in qualche modo tutta la malinconia del nostro mondo moderno, l’afflizione per quanto vi è in esso di deleterio, di sventurato, e lo sapesse fare – in ogni modo lo si osservi – senza alcuna vuota retorica qui, in una delle città più belle ovvero meno tristi, dacché dotata di così grande avvenenza urbana per ogni visitatore, dell’intera Europa.
Sotto certi aspetti, ciò che il Kapellbrücke è per Lucerna i e suoi abitanti, il Löwendenkmal lo è su scala globale. Solo un leone scolpito nella dura roccia, appunto, ma in grado di scolpirsi in modo ugualmente indelebile in ogni spirito sensibile.

[1] “Il Leone giace nella sua tana sulla parete a perpendicolo di una bassa scogliera – dacché è scolpito nella viva roccia della scogliera. La sua dimensione è colossale…”. Il testo originale della restante citazione tradotta è il seguente: “…his attitude is noble. His head is bowed, the broken spear is sticking in his shoulder, his protecting paw rests upon the lilies of France. (…) Around about are green trees and grass. The place is a sheltered, reposeful woodland nook, remote from noise and stir and confusion — and all this is fitting, for lions do die in such places, and not on granite pedestals in public squares fenced with fancy iron railings. The Lion of Lucerne would be impressive anywhere, but nowhere so impressive as where he is.

Così, nel mio Lucerna, il cuore della Svizzera, ho raccontato il celeberrimo Leone di Lucerna che proprio oggi compie 200 anni, dato che fu inaugurato il 10 agosto 1821. Volutamente, nel narrare il mio incontro con il monumento ho tralasciato tutto il sovraccarico di pseudo simbolismi politico-ideologici che per qualcuno lo caratterizzano nonché la sua storia controversa (che potete approfondire qui). Resto ben distante da tali argomentazioni e, dalla prima occasione e ogni qual volta torno ad ammirarlo, conservo in me lo stesso sguardo e lo stesso spirito che con quelle parole così eloquenti Mark Twain ha saputo descrivere, per un luogo comunque sorprendente e profondamente affascinante il quale, ne sono certo, sa colpire chiunque e giammai con sovrascritture ideologiche del tutto fuori luogo ma con la sola, grande forza della sua materialità artistica nel sublime contesto urbano d’intorno.

Dunque buon compleanno, caro Löwendenkmal, e che la tua presenza in città resti solida come la roccia dalla quale affascini così intensamente tutti!

Roberto Calasso

[Immagine tratta da “Informazione.it“, l’articolo originario è qui.]
Roberto Calasso era “la” letteratura di qualità in Italia, ovvero la figura di più nobile riferimento e di più virtuoso esempio nel panorama editoriale nazionale, colui al quale veniva da pensare, più che ad altri (senza togliere nulla a nessuno, ovviamente), quando c’era da porre in relazione “letteratura” (e libri, e lettura) con “cultura”: un aspetto originariamente scontato ma negli ultimi tempi venuto sempre più a svanire. Calasso invece, da avveduto capitano della sua Adelphi, aveva sempre saputo mantenere la barra del timone editoriale ben dritta anche in mezzo a certi recenti e agitati flutti che il settore ha registrato e subìto, sia dal punto di vista commerciale che della qualità letteraria.
Raro esempio (in Italia) di fondatore, proprietario – cioè maggior azionista – e editore della propria società – che si identificava in lui così come Calasso si identificava in Adelphi, non solo dal punto di vista dell’immagine – è stato parimenti un colto e raffinato autore, latore di una “cultura del libro” a tutto tondo di antico e fiero lignaggio tanto quanto di emblematico e paradigmatico valore contemporaneo e futuro.

Ora che Roberto Calasso non c’è più, e che con la sua assenza il panorama editoriale italiano si ritrova senza un punto di riferimento importante se non indispensabile per la sua stessa fondatezza, se così posso dire, c’è solo da augurarsi che la parte di lui che quaggiù rimane, memoria, esperienza, retaggio e spirito di una vita intera da editore, la sua Adelphi, sappia continuare lungo la rotta così magistralmente tracciata da Calasso e fino a oggi percorsa in modo tanto lodevole oltre che, da oggi, ancor più necessario.