Giacomo Paris, “Jung parlava con i pesci”

Tra i vari bacini lacustri prealpini svizzeri, quello di Zurigo deve certamente la sua notorietà alla presenza sulle sue sponde della più importante città svizzera, la quale fa pure da inesorabile catalizzatrice della presenza antropica lungo le rive, più urbanizzate nella parte settentrionale del bacino – attorno a Zurigo, appunto – mentre via via che si scende verso le Alpi il paesaggio si fa sempre più rurale e silvestre. Tra le località che a Nord rappresentano meglio le peculiarità del territorio – Zurigo a parte – vi è Küsnacht, cittadina che della prima è da sempre uno dei sobborghi più eleganti e mondani; a Sud invece le poche case bianche raccolte attorno alla chiesa e circondate da boschi e prati del villaggio di Bollingen ne fanno un perfetto contraltare. Un cambio di paesaggio e di atmosfera notevoli in soli 30 km di distanza – ma una distanza pur ristretta nella quale si può condensare pressoché l’intera esistenza di una delle più grandi menti umane del Novecento, che qui visse: Carl Gustav Jung. Il quale a Küsnacht e Bollingen aveva le sue residenze principali, a ben vedere ciascuna rappresentante in modi diversi i due principi fondamentali della sua psicanalisi analitica (di derivazione platonica, e non casualmente o per pura logica psicanalitica), l’intro-verso e l’estro-verso, facendo di tale piccola porzione di Confederazione un territorio per molti aspetti “junghiano”.
D’altro canto parrebbe una cosa fuori da ogni logica condensare in così poco spazio, pur metaforicamente, una personalità variegata come quella di Jung, per “genetica” – se così si può dire – uno svizzero DOC, figlio di un pastore protestante, in teoria un prodotto antropologico della più piena cultura mitteleuropea, anzi di quella schwyzertütsch tipica della Svizzera centrale di storia teutonica, ancor più rigida e rigorosa. Perché in realtà Jung fu un individuo alquanto passionale, inquieto, dal carattere a volte impetuoso ma, soprattutto, assai contraddittorio eppure, forse proprio in forza di tale poliedricità, estremamente coerente con se stesso (ci vuole una rigorosa coerenza per mantenere in relazione elementi assai diversi quando non antitetici – la stessa Confederazione Elvetica ne è un esempio, in senso geopolitico) e, al contempo, molto più umano di certi altri personaggi fondamentali del tempo, su tutti il suo maestro Sigmund Freud. Così, quando nel 1955 morì la moglie Emma, Jung visse un periodo di notevole prostrazione mentale, spirituale e anche fisica, che restò custodita nelle appartate mura della sua “Torre” di Bollingen – la dimora che si fece costruire tra lago e boschi quale perfetta rappresentazione della sua visione esistenziale più matura.
È qui, in questo spazio-tempo intimo e per certi versi “misterioso”, che lo scrittore bergamasco Giacomo Paris decide di raccontare del grande psicanalista svizzero nel suo nuovo racconto, Jung parlava con i pesci, (Bolis Edizioni, 2019), il terzo di un percorso di narrazione rivolto ad alcune tra le più grandi figure del pensiero moderno – prima Freud e Hegel – attraverso il quale Paris è come se squarciasse il velo del reale/conosciuto per guardare dentro e superare le convenzioni biografiche condivise su tali grandi personaggi []

(Leggete la recensione completa di Jung parlava con i pesci cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La montagna che protegge

Ero rimasto lì ancora un po’, a osservare il profilo ormai netto delle montagne che giravano tutt’intorno, la frastagliata linea di confine del nostro mondo. Quello che distillava nostalgia allo stato puro ogni volta che ce ne allontanavamo. A molti quel profilo dava l’idea di una barriera opprimente, perfino ostile. Per noi costituiva un susseguirsi di protezioni. Sapevamo bene che bastava salirle per vedere orizzonti sconfinati e inventare nuovi cammini. Un privilegio da condividere con chi si ama, o con chi, in sintonia, fa almeno un po’ di strada insieme a noi.

(Franco Faggiani, La manutenzione dei sensi, Fazi Editore, 2018, pag.248. L’immagine è tratta da qui, cliccateci sopra per leggere la personale “recensione” del libro.)

Franco Faggiani, “La manutenzione dei sensi”

Quando usiamo la parola “normale”, ovvero ogni qual volta esprimiamo un concetto di “normalità” utilizzandolo per identificare cose e persone, a cosa realmente facciamo riferimento? “Normale” deriva dal latino norma, sostantivo che indica(va) la squadra, detta anche regola, cioè lo strumento utile a misurare gli angoli retti, da cui anche l’accezione di “retto”, da rettitudine. Questo, stando alla norma (appunto!) etimologica; di contro, quante volte ciò che definiamo abitualmente – e superficialmente – come “normale”, nel mondo contemporaneo, è tutto fuorché qualcosa che denoti il rispetto delle regole e una considerabile rettitudine!
Dunque, posto tale ragionamento, qual è e cos’è la persona “normale”? Semplificando moltissimo, si potrebbe rispondere che lo è la persona che, in primis, non ha problemi fisici ne mentali, tant’è che nei casi opposti si usa dire «quel tizio non è normale!». Ma in tali giudizi, a quale norma facciamo riferimento? A una presunta regola accettata dai più, ovviamente, il che però non garantisce affatto che tale regola sia corretta, o “retta”.
Ecco: tra le tante cose che si possono dire de La manutenzione dei sensi, il romanzo di Franco Faggiani pubblicato da Fazi Editore lo scorso anno, e di cui non ho letto altrove al riguardo (ma non ho certo letto tutto ciò che è stato scritto sul libro, d’altro canto), trovo che Faggiani abbia scritto un testo (anche) sul concetto di “normalità”. Il quale, se non fosse ancora chiaro, è tanto inteso in modo semplice e semplicistico, nel parlato comune, quanto in verità ricolmo di infinite accezioni e interpretazioni non di rado profonde.
Prendo spunto, ad esempio, dalla “normalità” perduta di Leonardo Guerrieri, il protagonista del libro []

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Un confortante isolamento

(Photo credit: https://pixabay.com/it/users/lohrelei-1422286/)

Novembre per molti era dunque un mese triste, noioso. Noi non vedevamo l’ora che le nuvole e l’oscurità venissero ad abbracciare la nostra casa e che la pioggia premurosa verso i ruscelli e i boschi si raffreddasse trasformandosi in fiocchi soffici di neve. Cosi potevamo avere l’alibi per barricarci dentro e dedicarci alle nostre silenziose occupazioni. Al caldo, con la legnaia ricolma e la dispensa ben fornita. In confortante isolamento.

(Franco Faggiani, La manutenzione dei sensi, Fazi Editore, 2018, pag.214.)

L’ipocrita

Ipocrita (s.m.). Dicesi di persona che, professando virtù che non rispetta, si procura il vantaggio di trasformarsi, agli occhi di tutti, in ciò che più disprezza.

(Fonte: Wikimedia Commons)

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, scelta e introduzione di Guido Almansi, traduzione di Daniela Fink, TEA, 1988, pag.102.)