Consigli di lettura: Michael Sims, “Il sentiero per Walden”

Ovvero: di libri che non ho ancora letto ma so per certo – cioè per vari e giustificati motivi, anche senza averli ancora letti – che siano interessanti e importanti da conoscere subito. E che ovviamente leggerò presto.

Il sentiero per Walden. Vita improbabile di Henry David Thoreau, di Michael Sims, con un saggio di Antonio Moresco, Luiss University Press, 2019.

Scrive al proposito Moresco: «Questo libro racconta la storia di un uomo eccentrico e libero e di un pensatore sconfinatore. Racconta la vicenda di un grande Paese che stava nascendo e continuando telluricamente a nascere, di un mondo nuovo e di una nazione nuova che portava con sé anche il sogno di un uomo nuovo, di un crogiolo di popoli venuti da ogni parte del mondo uniti da una visione esistenziale espansiva, un esperimento umano e politico mai tentato prima, con le sue luci e le sue ombre, le sue grandi speranze ma anche le sue terribili colpe (il genocidio dei nativi, lo schiavismo). E ci racconta anche un incrocio di esistenze personali, di elezioni e destini che si sono trovati a coesistere negli stessi anni cruciali della vita politica e spirituale di questo Paese in progress, in un momento di eccezionale e germinale tensione e fervore, tanto da venire poi chiamato “Rinascimento Americano”…
Il sentiero per Walden è un libro che sta al confine tra biografia, saggio e ritratto di un’epoca, così ricco di informazioni e particolari, così fluido e con un effetto presenza così continuo e vivido che si ha l’impressione di entrare in un’altra esistenza e in un mondo parallelo, di sperimentare un incontro ravvicinato del terzo tipo. L’enorme mole di documentazione che sta alla base di questo libro ma anche la capacità di dominarla e la bravura dell’autore nello scioglierla con naturalezza attraverso mille particolari nel corso della narrazione ne fanno una lettura ricca di suggestioni e pulsante.»

E, mi permetto di aggiungere: Thoreau, direttamente o meno, ovvero sui suoi scritti o su testi critici e biografici che lo narrano, è sempre da leggere perché è sempre fondamentale. Anzi, forse oggi ancor più che ai suoi tempi.

Cliccate sull’immagine della copertina del libro per saperne di più.

Lucerna, la vita letteraria di una città

C’è, forse, un modo letterario per cercare di capire, o almeno di percepire, se un luogo – una città o un altro nucleo di forte presenza antropica, in particolar modo – sta smettendo di essere vivo: quando la sua “vita” viene narrata sempre meno dagli scrittori e sempre più dai cronisti, ecco.
Gli scrittori possono narrare la realtà ovvero la fantasia, a volte entrambe debitamente amalgamate, e possono raccontare del passato, del presente ma pure, immaginandolo con più o meno creatività, del futuro; i cronisti devono sostanzialmente narrare il presente-presente, riportandone le evidenze con la maggiore obiettività e la minore creatività possibili. Sono due attività diverse, certo, ma a ben vedere la loro diversità si manifesta soprattutto nel risultato finale e nella relativa funzionalità, che altrove: entrambi raccontano, in fondo, al punto che vi possono essere cronisti del tutto attinenti alla realtà dei fatti e profondamente letterari, nel racconto offerto, così come scrittori che pongono in secondo piano il valore letterario del testo al fine di conseguire la massima razionalità narrativa possibile.
Tuttavia ciò che conta è il racconto, la narrazione che non sia vincolata al mero resoconto di una realtà del tutto ordinaria, talmente ordinaria da palesare la propria ristagnante insignificanza, anche quando così non sembri. La città è primariamente un racconto, di natura realista ma pure immaginativa: contiene certamente anche la cronaca, che riferisce della sua realtà oggettiva quotidiana, ma non credo vi possa essere una tale realtà senza un racconto urbano dal quale possa scaturire. In altre parole: non vi potranno essere cronisti che riferiscono della realtà cittadina senza scrittori che l’abbiano costruita e plasmata, raccontandone le storie e, in tal modo, determinandone l’identità del momento.

(Autore ignoto, “Veduta della città di Lucerna con sullo sfondo la Rigi”, 1820-1825 circa. Fonte: Biblioteca Nazionale Svizzera, GS-GUGE-ANONYM-B-2.)

Lucerna non ha tale problema, inutile che lo denoti – non avreste questo libro in mano, d’altra parte. Da secoli ha ispirato scrittori, sia indigeni che forestieri, che hanno trovato indispensabile raccontarla ovvero narrarla attraverso le storie che in essa ambientavano. Ciò ha contribuito a costruire la sua aura cittadina, la sua essenza estetica, culturale, antropologica, dalla quale scaturisse la più ordinaria vita urbana quotidiana i cui fatti sono divenuti campo d’azione e di relazione dei cronisti. Ma, in fondo, non c’entra che Lucerna possa godere e far godere chiunque d’una strabiliante bellezza paesaggistica e architettonica – o meglio: conta, senza dubbio, ma non è ciò che possa realmente spingere gli scrittori a scriverne. Contano di più altre cose: conta di più, ad esempio, che prima che dagli scrittori la città venga narrata nelle storie private degli innamorati che la percorrano mano nella mano e, sulle sue forme architettoniche come disegnate dal vibrare delle loro emozioni, vedano rispecchiata la fervida passione che li infiamma. O che la racconti a sé stesso e ai suoi piccoli amici il bambino che nelle vie cittadine si senta un antico cavaliere conquistatore di quel reame fantastico protetto da un grande fossato liquido entro cui faccia buona guardia lo stesso drago che all’alba del 26 maggio 1499, dopo un temporale terrificante, emerse dalle acque selvagge della Reuss, nei pressi della Spreuerbrücke – come racconta la leggenda. Oppure ancora che Lucerna venga descritta, perché no, dall’immigrato giunto in città da chissà quale lontano e diversissimo paese – per cultura, costumi, usi, visioni e quant’altro – il quale nella propria descrizione a sua volta diversa dacché basata su metri di giudizio differenti e ancora vibrata da inquietudini, timori o incertezze, consapevolmente o meno cominci a mettervi una primigenia, confusa eppure percepibile sensazione di casa, di parvenza domestica, di nascente reciprocità urbana prima ancora che sociale e culturale.
Se tutto ciò avviene, se tutte queste e tante altre narrazioni elementari scaturiranno da chi, in un modo o nell’altro, avrà a che fare con la città e ne dovrà riferire il personale dialogo, allora potrà scaturire ogni altra narrazione più strutturata, approfondita, articolata ovvero letteraria. Perché dalla città scaturirà vita, appunto, fatta non tanto di meri e ordinari accadimenti quanto di frementi istinti vitali e di sentimenti, emozioni, passioni, fantasie, illusioni: allora gli scrittori racconteranno la città e ne continueranno la “costruzione” materiale e immateriale, preservando nel tempo la sua bellezza, il fascino, l’attrattiva, il mistero. A beneficio di tutti quelli che, lettori o meno, decideranno di visitarla, conoscerla e venirne quanto più intensamente ravvivati.

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Brano tratto da
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

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P.S.: voglio ringraziare Marco Piras Keller, lettore «italo-lucernese» che mi ha scritto ricordandomi come il Rigi, il monte ritratto nel dipinto sopra riprodotto, è in realtà identificato dagli svizzeri al femminile, die Rigi, dunque «la Rigi», quasi a definirne la grande simbolicità culturale e antropologica nell’immaginario alpino elvetico che la rende LA montagna (al femminile, appunto) per eccellenza. Ho così corretto la didascalia dell’immagine.

Di cose che nessun ereader sa fare (tié!)

Ehi, voi coi vostri ipertecnologici ereader! Provate a fare questo, se ne siete capaci:

P.S.: sia chiaro, nulla in contrario agli ebook e agli ereader, stavo solo ironizzando. Ma di certo la meraviglia dei dipinti nascosti sui bordi dei libri antichi, una pratica nata intorno al 1600 che offre opere veramente stupefacenti, è qualcosa che mai nessuna diavoleria tecnologia contemporanea può riprodurre con uguale fascino.

Non si sa quanti ce ne siano ancora in circolazione di questi libri, ovviamente preziosissimi e assai ricercati dai collezionisti e dagli appassionati di arte libraria (ben danarosi, certo!). Una delle maggiori raccolte di essi (oltre 150 volumi) è custodita presso la Cary Graphics Art Collection, archivio di libri rari e antichi ospitata dal Rochester Institute of Technology di Henrietta, USA.
La collezione è presentata qui (da Wikipedia, in inglese) e in questo video:

Giacomo Paris, “Jung parlava con i pesci”

Tra i vari bacini lacustri prealpini svizzeri, quello di Zurigo deve certamente la sua notorietà alla presenza sulle sue sponde della più importante città svizzera, la quale fa pure da inesorabile catalizzatrice della presenza antropica lungo le rive, più urbanizzate nella parte settentrionale del bacino – attorno a Zurigo, appunto – mentre via via che si scende verso le Alpi il paesaggio si fa sempre più rurale e silvestre. Tra le località che a Nord rappresentano meglio le peculiarità del territorio – Zurigo a parte – vi è Küsnacht, cittadina che della prima è da sempre uno dei sobborghi più eleganti e mondani; a Sud invece le poche case bianche raccolte attorno alla chiesa e circondate da boschi e prati del villaggio di Bollingen ne fanno un perfetto contraltare. Un cambio di paesaggio e di atmosfera notevoli in soli 30 km di distanza – ma una distanza pur ristretta nella quale si può condensare pressoché l’intera esistenza di una delle più grandi menti umane del Novecento, che qui visse: Carl Gustav Jung. Il quale a Küsnacht e Bollingen aveva le sue residenze principali, a ben vedere ciascuna rappresentante in modi diversi i due principi fondamentali della sua psicanalisi analitica (di derivazione platonica, e non casualmente o per pura logica psicanalitica), l’intro-verso e l’estro-verso, facendo di tale piccola porzione di Confederazione un territorio per molti aspetti “junghiano”.
D’altro canto parrebbe una cosa fuori da ogni logica condensare in così poco spazio, pur metaforicamente, una personalità variegata come quella di Jung, per “genetica” – se così si può dire – uno svizzero DOC, figlio di un pastore protestante, in teoria un prodotto antropologico della più piena cultura mitteleuropea, anzi di quella schwyzertütsch tipica della Svizzera centrale di storia teutonica, ancor più rigida e rigorosa. Perché in realtà Jung fu un individuo alquanto passionale, inquieto, dal carattere a volte impetuoso ma, soprattutto, assai contraddittorio eppure, forse proprio in forza di tale poliedricità, estremamente coerente con se stesso (ci vuole una rigorosa coerenza per mantenere in relazione elementi assai diversi quando non antitetici – la stessa Confederazione Elvetica ne è un esempio, in senso geopolitico) e, al contempo, molto più umano di certi altri personaggi fondamentali del tempo, su tutti il suo maestro Sigmund Freud. Così, quando nel 1955 morì la moglie Emma, Jung visse un periodo di notevole prostrazione mentale, spirituale e anche fisica, che restò custodita nelle appartate mura della sua “Torre” di Bollingen – la dimora che si fece costruire tra lago e boschi quale perfetta rappresentazione della sua visione esistenziale più matura.
È qui, in questo spazio-tempo intimo e per certi versi “misterioso”, che lo scrittore bergamasco Giacomo Paris decide di raccontare del grande psicanalista svizzero nel suo nuovo racconto, Jung parlava con i pesci, (Bolis Edizioni, 2019), il terzo di un percorso di narrazione rivolto ad alcune tra le più grandi figure del pensiero moderno – prima Freud e Hegel – attraverso il quale Paris è come se squarciasse il velo del reale/conosciuto per guardare dentro e superare le convenzioni biografiche condivise su tali grandi personaggi []

(Leggete la recensione completa di Jung parlava con i pesci cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La montagna che protegge

Ero rimasto lì ancora un po’, a osservare il profilo ormai netto delle montagne che giravano tutt’intorno, la frastagliata linea di confine del nostro mondo. Quello che distillava nostalgia allo stato puro ogni volta che ce ne allontanavamo. A molti quel profilo dava l’idea di una barriera opprimente, perfino ostile. Per noi costituiva un susseguirsi di protezioni. Sapevamo bene che bastava salirle per vedere orizzonti sconfinati e inventare nuovi cammini. Un privilegio da condividere con chi si ama, o con chi, in sintonia, fa almeno un po’ di strada insieme a noi.

(Franco Faggiani, La manutenzione dei sensi, Fazi Editore, 2018, pag.248. L’immagine è tratta da qui, cliccateci sopra per leggere la personale “recensione” del libro.)