Di sistemi di condizionamento emotivo-mentale occulti

Comunque, a volte mi sorge netta e assai vivida l’impressione che certi sistemi di condizionamento emotivo, e dunque pure mentale, siano ben più diffusi di quanto si possa credere, sovente celati in oggetti apparentemente banali e innocui.

Le confezioni termosaldate degli alimenti nella grande distribuzione, ad esempio – salumi, formaggi, eccetera -, in particolare quelle con le scritte, generalmente sugli angoli, “APRI QUI”.
Ecco, apri qui. Ti dici: bene, c’è scritto, bastano due dita, tirare un pochino, la confezione si aprirà come niente, no? Invece niente, appunto: di frequente la confezione non si apre affatto, tu tiri, tiri, tiri, t’inquieti, tiri, storci l’angolo e i lembi, tiri ancora, t’innervosisci sempre più… niente da fare, la confezione “APRI QUI” non s’aprirebbe nemmeno se a tirare i suoi lembi invincibili fosse il campione del mondo di forza bruta. C’è gente che per eccessiva fiducia verso il proprio apparato dentale (ha provato ad aprire la confezione pure coi denti, sì) s’è ritrovata a spendere un bel tot di Euro dal dentista, eh! Meno male che c’è un paio di forbici, in un cassetto della cucina, ma nel mentre che ti tocca intervenire con tale “piano B” ti arrovelli mente e animo chiedendoti con non poco astio: ma che ca…volo ce la mettono a fare, i maledetti, quella scritta APRI QUI? Che ti fanno pure male le punte delle dita, per quanto hai tirato inutilmente!

Caso opposto: confezione con scritta “APRI QUI” o “TIRARE QUI”, magari accompagnata con un’invitante “apertura facilitata, confezione richiudibile!”. Eh – ti dici – un gioco da ragazzi, per di più che è pure comoda, ‘sta confezione richiudibile (ovvero, l’orgoglio di aver fatto un buon acquisto, anche in senso pratico: roba mica da poco per chi non sia così avvezzo alla spesa quotidiana al supermercato). Così, sicuro di te stesso e di ciò che stai per fare, tiri leggerissimamente, ed ecco che la confezione ti si disintegra tra le mani, con il contenuto che inesorabilmente cade un po’ ovunque (di solito su un pavimento tirato a lucido da pochissimi istanti) e insieme cadono – verso abissi di cupo disagio – il tuo orgoglio ferito immantinente nonché, ovvio, il tuo umore.

Ecco. Ditemi se queste circostanze non finiscono per condizionarti la giornata!

O non finirebbero per: in fondo, basta servirsi del buon vecchio alimentari vicino casa, risolvendo la questione coi suoi bei pacchetti di carta, possibilmente riciclata/riciclabile. Certo, sempre che per via della proliferazione di megacentri commerciali e dei loro prodotti termosaldati sottocosto tre-per-due tessera-punti-ricchi-premi ce ne sia ancora qualcuno di tali negozietti, vicino a dove vivete.

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In Montagna si vive, sempre

(Steve McCurry, “Mountain Men” series, 2015-2016.)

In montagna non ci si abita, non si risiede o si lavora, non si alloggia e non si soggiorna per poco o tanto tempo, non la si visita ovvero semplicemente ci si sta ma, sempre e comunque, in montagna si vive. Per una sola ora o per la vita interna, mentre si svolge una professione o ci si diverte oppure durante qualsiasi altra attività di sorta: si vive, costantemente e pienamente, punto.

Questo deve diventare un “nuovo” (sempre che tale possa essere considerato) paradigma fondamentale, se si vuole che la Montagna torni a vivere veramente. Non più un luogo dove alcune persone vivono e altre persone fanno qualcosa d’altro. No: ci si resti per solo qualche ora o per un’intera esistenza, lo stare in Montagna deve sempre essere sinonimo di vita, dunque di completa e profonda consonanza con l’ambiente montano. Un ambiente che è vivo in ogni suo elemento, e che dunque richiede altrettanto a chiunque decida di interagirvi. Le separazioni sociali e commerciali tra abitanti e villeggianti, tra residenti e turisti (e per certi versi pure tra “montanari” e “cittadini”), non hanno più senso o, meglio, risultano del tutto antitetiche ad un rinnovato sviluppo autentico e virtuoso dell’ambiente montano. La Montagna non è un oggetto, non lo è mai stato ma per troppo tempo così è stata considerata: un “mezzo”, uno strumento per conseguire certi interessi più o meno futili o leciti, quindi una merce da vendere, utilizzare e poi lasciarsi alle spalle. Qualcosa di sostanzialmente inerte, insomma, quando di contro è un ambito, la Montagna, che come pochi altri rappresenta la vita alla massima potenza – il suo essere un iper luogo viene proprio (anche) da qui. Giammai “oggetto” ma soggetto, entità, essenza, come già veniva considerata da numerose popolazioni antiche e come oggi si ricomincia a considerare anche dal punto di vista giuridico (come di recente accaduto con il Monte Taranaki in Nuova Zelanda, ad esempio). E non si credano queste mere iniziative “esotiche” di paesi lontani e diversi: c’è molto di che riflettere e imparare, da parte nostra, riguardo tali realtà.

D’altro canto non c’è bisogno, in fondo, di spingersi in considerazioni di natura “panteista” dacché non serve (non dovrebbe servire) di rimarcare quanto sia oggi necessario, doveroso, imprescindibile salire verso l’alto per vivere la Montagna, per esserne parte attiva e virtuosa e non più per altro. Chi va sui monti, fosse solo per qualche ora ovvero per motivi del tutto ricreativi, deve starci come se ci vivesse da sempre e come se per sempre dovesse viverci, deve comprendere come la sua presenza in quel territorio massimamente vivo non possa contemplare alcuna passività perché il territorio e l’ecosistema montano sono vivi della vita che ogni elemento vi apporta, così come subiscono danni e alterazioni se accade il contrario, se vi viene apportata inerzia, incuria e nocività. C’è la vacanza, la giornata di divertimento, il relax, ci mancherebbe: ma nessun momento pur meramente ludico può esimersi nella sostanza dall’essere un momento di vita piena proprio perché vissuto in un luogo che è pieno di vita. Cosa che, per giunta rende, la vacanza o la giornata di relax ancora più bella, più divertente e ritemprante, più memorabile.

Sia chiaro: è un principio, questo, che vale per qualsiasi territorio. Tuttavia, se possibile, in Montagna vale ancora di più e assume significati ancora più emblematici. In fondo, sostenere che sui monti la vita si eleva verso l’alto come in nessun altro posto non è cosa affatto insensata né tanto meno metaforica. Anche per questo, dunque, in Montagna si vive e si deve vivere sempre. Ogni altra presenza, lassù, ogni altro modus vivendi, ogni altro “stare”, obiettivamente con la Montagna, e con il buon futuro di essa, non c’entrano – non possono c’entrare più nulla.

P.S.: articolo pubblicato su Alta Vita, qui.

Benvenuti nell’era del “non viaggio”!


Noto il titolo di un articolo, su un sito web d’informazione, e quanto recita mi incuriosisce:

SULLA NAVE PIÙ GRANDE DEL MONDO DOVE A BORDO C’È GIÀ LA DESTINAZIONE

Cioè? In che senso “a bordo c’è già la destinazione”?
Leggo l’articolo:

Il mezzo è esso stesso vacanza, la destinazione non è l’itinerario ma la nave stessa. Il nuovo trend nel mercato delle crociere sempre più in espansione prevede un intrattenimento che non conosce distinzione, giorno, notte, infinità di ristoranti e attrazioni così eccezionali da valere o meglio da essere esse stesse meta di viaggio. Intorno c’è il mare ma potrebbe esserci il “nowhere” (anch’esso tendenza in fatto di viaggi e tempo libero) e sul pavimento dell’ascensore è indicato il giorno della settimana, potresti dimenticarlo per troppo relax o per straniamento non fa differenza.
L’itinerario perde sempre più importanza in questo modo di fare vacanza soprattutto se a bordo c’è un’offerta tale di cose da fare che puoi fare a meno persino di scendere per le escursioni e poi per visitare un luogo ci arrivi prima diretto prendendo un aereo.
(I grassetti sono miei.)

Mi vengono i brividi. A me, che ritengo il viaggio una delle più efficaci e necessarie forme di filosofia, e che cerco in tutti i modi di essere un viaggiatore nel vero senso del termine, leggere cose come:

la destinazione non è l’itinerario ma la nave stessa

sul pavimento dell’ascensore è indicato il giorno della settimana, potresti dimenticarlo per troppo relax o per straniamento non fa differenza

L’itinerario perde sempre più importanza in questo modo di fare vacanza

mi pare un’autentica e assai grave demenza.

Immagino migliaia di persone che si imbarcano in un certo porto, se ne stanno rinchiuse per una settimana o più in una sorta di prigione dalle sbarre dorate senza nemmeno sapere dove sono, forse in quei giorni neanche chi sono, poi sbarcano nello stesso porto dal quale sono partite, magari sullo stesso molo, come se da lì non si fossero nemmeno mosse se non per salire e scendere le passerelle d’imbarco e vagare per i ponti della meganave. La perdita di ogni connessione col mondo, con la geografia, con i luoghi, la loro cultura, la conoscenza e l’esperienza, barattati con balletti, casinò e buffet 24/7, la “vacanza” che diventa tale, sì, ma per l’intelligenza. In pratica, il livello superiore (o forse due o tre sopra) del “vecchio” villaggio vacanze, con le sue formule all inclusive e le animazioni demenziali – ma almeno lì un mare e un paesaggio intorno da vedere e (voler) conoscere c’è ancora.

Insomma: dopo il non luogo – con la nave che diventa essa stessa un “non luogo assoluto” (terribilmente inquinante e per fini evidentemente inutili, peraltro) – siamo ormai al non viaggio. Dopo “la meta che è il viaggio”, come recita il noto adagio, dopo i viaggi che sono i viaggiatori, come diceva Pessoa, e dopo i viaggiatori che sono il viaggio, come sostengo io… ma, a ben vedere, si può ancora parlare di “viaggio” in presenza di (in questi frangenti) non persone così? Io credo di no. Con tutto il rispetto verso la libertà di chiunque di fare ciò che vuole, ovviamente; ma non mi si parli di viaggio, di “vacanza”, di “esperienza” o di cose simili, tutte lontane anni luce da ciò.

Posto ciò, come non concludere – inevitabilmente – con una citazione quanto mai emblematica di colui che meglio di ogni altro ha raccontato e disquisito di crociere – e del tipico “crocierista medio”, categoria umana che più globalizzata non si può?

Ho sentito cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedevano all’Ufficio Relazioni con gli Ospiti se per fare snorkeling c’è bisogno di bagnarsi, se il tiro al piattello si fa all’aperto, se l’equipaggio dorme a bordo e a che ora è previsto il Buffet di Mezzanotte.

(David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo, collana “Sotterranei”, Minimum Fax, 1998.)

5 gennaio ’18: la visione del “sogno” di Colle di Sogno

Un antico borgo di montagna sospeso tra due valli e due orizzonti nell’oscurità d’una sera di inizio gennaio, col cielo plumbeo da cui scende leggero un qualcosa che a momenti è neve e in altri è pioggia, e i boschi d’intorno a ovattarne l’atmosfera in un silenzio struggente e quasi mistico…

Ma il silenzio è rotto da un vociare ridente e rilassato, puntini luminosi risalgono la mulattiera e ravvivano le pietre delle vecchie case rinnovando continue danze d’ombre mentre per la stretta via che serpeggia tra i muri invitanti olezzi suscitano inebrianti languori e allegri convenevoli. L’antico borgo inopinatamente si ravviva pur nella notte nuvolosa, è come se rinascesse e tornasse alla mai dimenticata vita d’un tempo, almeno per quelle ore in cui i tanti presenti che sciamano nella via tra le case e i fienili si lasciano sedurre dal suo particolare, accogliente e affabulante fascino…

Tutto questo è accaduto venerdì 5 gennaio scorso nel bellissimo borgo montano di Colle di Sogno, grazie alla Fiaccolata organizzata dall’Amministrazione Comunale di Carenno (nel cui territorio il borgo è situato) in collaborazione con le associazioni locali – Pro Loco, Circolo ARCI, Museo di Cà Martì e Polisportiva Carennese – che ha “portato” ben 150 persone (dico, centocinquanta e più, nel buio della sera e con le previsioni meteo che annunciavano il brutto tempo!) a raggiungere Colle di Sogno lungo i sentieri che vi salgono dal centro di Carenno.

Sull’evento potete leggere i resoconti ad esso dedicati dalla stampa locale (ad esempio qui e qui) ma a me, che ho avuto l’onore di accompagnare due folti gruppi in visita al borgo raccontando ai presenti della storia, delle peculiarità architettoniche e urbanistiche, del paesaggio, delle leggende e del potente Genius Loci d’un luogo tanto particolare, mi preme sottolineare soprattutto un paio di cose, tra le tante sottolineabili.

Uno: l’importanza fondamentale di occasioni del genere, ovvero la necessità (che è anche il piacere) di offrire una fruizione di territori tanto secondari nei circuiti turistici “classici” quanto ricchi di meravigliosi tesori basata in primis sulla cultura. Cultura dei luoghi, delle genti che li hanno abitati lungo i secoli, cultura della vita e del rapporto tra l’uomo e la montagna ovvero l’ambiente naturale, cultura delle tradizioni e dei saperi, dell’identità locale e, ultimo ma non ultimo, consapevolezza culturale del valore di luoghi così e della potenzialità che detengono, non solo nell’ottica di processi di rinascita delle aree montane e rurali dopo decenni di degrado socioeconomico, sono solo riguardo al grande interesse turistico (o ecoturistico) di essi ma pure, forse soprattutto, di rinnovata valorizzazione della valenza antropologica di luoghi del genere, capaci di offrire opportunità di vita realmente urbana come la grande e caotica (e inquinata) città non sa più fare. Appunto: a differenza dei troppi non luoghi che ormai infarciscono le aree maggiormente antropizzate suscitando condizioni di alienazione e dissonanza cognitiva, luoghi come Colle di Sogno sono iper luoghi ancora capaci di generare identità, di offrire un potente e suggestivo storytelling, di trasmettere narrazioni culturali che, se ascoltate e comprese, possono rappresentare la migliore base sulla quale costruire rinnovati modus vivendi finalmente armonici con lo spazio d’intorno e pienamente euritmici col tempo (oltre che emblematici per altri luoghi antropizzati), cogliendo tutto il valore della tradizione passata per creare innovazione ovvero nuove tradizioni con cui costruire un futuro fremente di vita.

Due: l’ho già scritto ma lo ribadisco, l’affascinante bellezza di Colle di Sogno, nucleo montano quasi unico più che raro, sospeso sopra due valli, due comuni, due provincie, due eterogenei orizzonti (da una parte la cerchia alpina, dall’altra la pianura lombarda) così come tra passato e futuro per i quali rappresenta un presente potenzialmente ricco di prerogative e possibilità che alcuni progetti tanto visionari quanto paradigmatici stanno cercando di concretizzare. Colle di Sogno realmente può diventare un luogo in cui tentare di costruire un nuovo rapporto tra uomo e montagna, una resilienza progressiva che lasci la resistenza confinata al passato e ricostruisca la più stabile e virtuosa esistenza. Senza dubbio i primi passi verso un tale importante obiettivo sono inevitabilmente fatti di piccole cose, di un rinnovato legame con il luogo, di un dialogo con il suo Genius Loci, di una ristabilita considerazione verso di esso con la conseguente chiara consapevolezza delle sue peculiarità: esattamente quello che a Carenno si sta cercando da qualche tempo di fare. E, personalmente ne sono convinto, venerdì sera scorso un ulteriore e importante passo in avanti verso il futuro di Colle di Sogno, della montagna carennese e della sua gente – ma, per simbolica osmosi culturale, di ogni altro territorio montano assimilabile – lo si è fatto.

Venerdì 5 gennaio: appuntamento serale con Colle di Sogno e il suo intrigante “Genius Loci”

Vi sono luoghi talmente belli e particolari da non abbisognare di nulla affinché qualsiasi visitatore ne resti affascinato. Tuttavia, in certe condizioni, la loro bellezza e il valore che sanno offrire si accrescono ancora di più, al punto da poter entrare in contatto e in dialogo con la più profonda essenza del luogo, il loro Genius Loci.

Immaginatevi Colle di Sogno, uno dei più particolari borghi prealpini lombardi la cui bellezza è riconosciuta da chiunque lo visiti, quanto possa diventare ancor più affascinante di notte, raggiunto con una fiaccolata da Carenno lungo la suggestiva mulattiera che attraversa i boschi della Valle del Cucco e poi visitato alla luce delle stelle, incontrando e riconoscendo tra le sue viuzze il Genius Loci e poi ascoltando alcune delle tante storie che può raccontare…

Tutto ciò accadrà il 5 gennaio prossimo con la classica “Fiaccolata di Natale a Colle di Sogno”, con partenza da Carenno alle ore 18.00: lassù, tra le case del borgo, ci sarò io a condurvi alla conoscenza dello spirito del luogo, della più autentica essenza, quella capace di narrare non solo la storia di Colle di Sogno ma pure il suo fascino più profondo e intenso. Il Genius Loci è questo, in fondo: l’elemento che ci fa tanto percepire e apprezzare la bellezza del luogo quanto che ci fa stare bene in esso. E il 5 gennaio prossimo a Colle, ve lo assicuro, starete veramente bene vivendo un’esperienza assai particolare. Da non perdere!

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