Il presente

Presente (s.m.). Parte dell’eternità che separa la sfera della delusione da quella della speranza.

(Ambrose BierceDizionario del diavolo, a cura di Giancarlo Buzzi, Baldini Castoldi Dalai, 2005. pag.142.)

Uno strano dialetto italiano

Anche le lingue straniere affascinavano il nonno: ci giocava senza averne mai veramente imparata una. Mi ricordo che a volte, soprattutto a tavola, assumeva improvvisa mente un’espressione d’importanza e tirava fuori qualche parola inglese che aveva sentito a San Moritz, per esempio: Good morning, How do you do, How are you, As you like it. Con settanta parole francesi apprese alla scuola secondaria poteva intrattenersi con qualsiasi francese. Con i pastori e gli aiutanti bergamaschi o della Valtellina parlava uno strano dialetto italiano, che non esisteva, che inventava sul momento in modo intuitivo. A un muratore italiano che stava lavorando vicino a casa nostra ha detto con una faccia critica e indicando il cielo rabbuiato: «Aa, mi’l crec ca’l ven dal piöv». Naturalmente piovere il muratore italiano l’avrà capito e infatti non ha neanche riso, avrà creduto che quello fosse un dialetto della regione.

(Oscar Peer, Il rumore del fiume, Edizioni Casagrande, 2016, traduzione di Marcella Palmara Pult, pag.210. Cliccate sull’immagine qui sopra per leggerne la mia “recensione”.)

Perdere il passaporto

Perdere il passaporto era l’ultima delle preoccupazioni; perdere un taccuino era una catastrofe. In vent’anni e più di viaggi ne ho persi soltanto due. Uno era scomparso su un autobus afgano. L’altro requisito dalla polizia segreta brasiliana che, con una certa perspicacia, credette di riconoscere in alcune righe che avevo scritto – a proposito delle ferite di un Cristo barocco – una descrizione in codice delle sue pratiche ai danni dei prigionieri politici.

Leggo su “tvsvizzera.it” una notizia dal titolo Il passaporto italiano meglio di quello svizzero (⇐ clic) che racconta dell’indice redatto annualmente dalla società di consulenza inglese Henley & Partners che, basandosi sui dati dell’Associazione internazionale dei trasporti aerei (IATA), stila la classifica dell’indice di “gradimento” geopolitico dei passaporti di tutti i Paesi del mondo, ovvero quelli che permettono di viaggiare senza avere un visto nel maggior numero di Stati del mondo.

La notizia è ottima per i viaggiatori italiani, visto che il passaporto emesso dall’Italia è il 3° più gradito al mondo, alla pari con quello della Finlandia, del Lussemburgo e della Spagna. Meglio fanno solo i passaporti di Singapore, Giappone (i migliori in assoluto), Germania e Corea del Sud.

D’altro canto, tale notizia mi ha subito riportato alla mente il celebre passaggio sopra riportato de Le vie dei canti (Adelphi, 1988) di Bruce Chatwin, il grande scrittore e viaggiatore inglese: perché disquisisce proprio intorno all’importanza effettiva del passaporto, per un viaggiatore, rispetto ad altre cose amministrativamente meno importanti ma molto più rispetto al concetto più autentico di viaggio, di esperienza relativa e di retaggio culturale (nonché spirituale) personale del viaggiatore. Il quale se perde un passaporto deve solo attivarsi verso le autorità preposte in loco per ottenerne un duplicato; se invece perde le annotazioni (che siano su taccuino, digitali o in qualsiasi altra forma) con le quali ha fissato nella mente il viaggio stesso e i luoghi che ne sono stati meta, salvo l’affidarsi alla propria buona memoria, è un po’ come se perdesse se stesso in quei luoghi, pur senza essersi formalmente smarrito e tornando a casa sano e salvo.