Nevica come nascono le vacche

Anche durante il giorno, dopo le quattro, si rimette a nevicare. Prima delle quattro, il cielo si alza, forse per quel poco di sole che c’è, anche se invisibile, sopra gli strati della nebbia. Poi, nell’ora che solitamente il sole scompare dietro l’alta montagna, il grigio del cielo si abbassa fino al limitare dei tetti, e riprende la neve. Forse, durante la notte, il tempo è regolato dalla legge che governa, dicono, il parto delle vacche: forse è effetto della luna, anche se la luna non si vede sopra gli strati spessi della nebbia: i contadini sorvegliano le vacche fino alla mezzanotte e, se per quell’ora non si sono sgravate, possono anche buttarsi sullo strame per tre o quattr’ore, il vitello nascerà all’alba.

(Giovanni Orelli, L’anno della valanga, Edizioni Casagrande, 1991-2017, pag.22; 1a ed. Mondadori 1965.)

Annunci

Forti con i deboli, deboli con i forti

LA CORNACCHIA E LA PECORA

Un’odiosa cornacchia planò sulla schiena di una pecora.
Affondando i suoi artigli affilati sul dorso lanoso dell’ovino, la prepotente si fece portare a lungo nel cammino.
La pecora, dopo un po’ si girò verso l’uccellaccio, e disse:
“Se ti fossi posata sulla schiena di un cane lupo, avresti visto! Devi solo ringraziare gli dei che non ho i denti affilati e i riflessi del lupo”.
Ma la cornacchia rispose:
“Mia cara, distinguo bene i deboli dai forti. Scelgo chi posso sfruttare, so chi devo blandire e ne approfitto di conseguenza.
Per questo vivo mille anni.

(Gaio Giulio Fedro, Favole. Tratta da La Rivista Culturale, qui.)

P.S.: sì, Fedro è nato più di due millenni fa in Tracia, non in tempi recenti in Italia. Anche se si direbbe, già.

Un Leone, a Lucerna

Il Löwendenkmal. Soltanto la bella scultura d’un leone in una falesia rocciosa, verrebbe da dire. Ovvero, con meno superficialità, il monumento creato dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen in memoria dei soldati svizzeri caduti in difesa del Re di Francia nella battaglia delle Tuileres, nel 1792. Comunque una sorta di mausoleo all’aperto come se ne possono trovare tanti, in giro per il mondo… Invece vi è di più. Un di più che non è da vedere e cogliere nello sguardo, ma da percepire e comprendere con lo spirito fin da quando ci si avvicina al minuscolo parco che cinge il monumento, e che quasi inaspettatamente ci si ritrova davanti, in mezzo al traffico e ai palazzi cittadini.
[…]
Sulle orme del grande Mark Twain, che del Löwendenkmal scrisse in A tramp abroad, e nella scia odorosa di tabacco da pipa o da sigaro, mi reco al suo cospetto ogni volta che arrivo qui a Lucerna, entrando nel piccolo parco con passi lenti e leggeri, cercando di ignorare il vociare troppo rumoroso delle consuete comitive presenti che vi si approcciano come ad un’altra delle tante attrattive turistiche della città. Osservo la roccia scolpita in silenzio, scatto fotografie già scattate altre volte e ne sono consapevole, ma è come se cercassi ogni volta di catturare, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica, almeno un poco della sacralità che questo luogo emana, la quale non ha nulla di “religioso” – non in senso classico e ovvio – e che va oltre la sua precipua natura commemorativa per diventare qualcosa di più ampio, di più intenso e universale. Come se l’espressione triste e struggente del leone di roccia, realmente commovente alla massima potenza, raffigurasse ed esternasse in qualche modo tutta la malinconia del nostro mondo moderno, l’afflizione per quanto vi è in esso di deleterio, di sventurato, e lo sapesse fare – in ogni modo lo si osservi – senza alcuna vuota retorica qui, in una delle città più belle ovvero meno tristi, dacché dotata di così grande avvenenza urbana per ogni visitatore, dell’intera Europa.
Sotto certi aspetti, ciò che il Kapellbrücke è per Lucerna i e suoi abitanti, il Löwendenkmal lo è su scala globale. Solo un leone scolpito nella dura roccia, appunto, ma in grado di scolpirsi in modo ugualmente indelebile in ogni spirito sensibile.

lucerna_book1_800
Brano tratto da
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più!

Davide Sapienza, “Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione”

Il grande poeta americano Henry Wadsworth Longfellow ha scritto che «La musica è il linguaggio universale dell’umanità»; gli ha fatto buona eco Oscar Wilde con uno dei suoi celebri aforismi, nel quale afferma che «La musica è il genere di arte perfetto». In effetti la musica è un’arte che non pochi definiscono “totale”: è l’unica che, per essere goduta, non abbisogna che il fruitore vada ad essa ma il contrario. La lettura di un libro impone una certa concentrazione; la visione di un film lo stesso e similmente l’arte visiva; la musica invece ti avvolge col proprio effluvio armonico e ti rende partecipe della sua eventuale bellezza anche se stai facendo altro – guidando l’auto, lavorando, correndo, eccetera. Anzi, in certi casi diventa essa stessa promotrice di altra pratica artistica, come certi autori che non riescono a scrivere, o certi pittori a dipingere, senza della buona musica in sottofondo.
«Ok, ma che c’entra tutto questo con un libro che parla di geografia, Natura, ambiente, cammini?» vi starete probabilmente chiedendo. La risposta è bell’e pronta, ed è doppia: in primis, perché anche la relazione tra uomo e Natura, sia essa più o meno antropizzata, è per molti versi assai simile a quella che lega la musica al suo ascoltatore – non fosse altro perché si basa sull’armonia; in secundis, ma potrei anche dire soprattutto, perché vi sto per raccontare del nuovo libro di un autore, Davide Sapienza, che dalla musica proviene e che della musica (di qualità, è bene ricordarlo) è stato apprezzato cantore – tanto che, non incidentalmente, nel libro in questione di musica ce n’è e in molteplici forme. Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione (Bolis Edizioni, 2019) è l’ultimo libro del grande scrittore monzese – ma di “cittadinanza” orobica di lungo corso, ormai – e mai come in tal caso si dovrebbe dire, parafrasando il modo di dire anglosassone, “ultimo, ma non ultimo”. Perché Il Geopoeta, lo dice il titolo stesso, è “il” libro del geopoeta-Sapienza, quello che, dopo diversi lustri di esperienze profondamente e intensamente geografiche, dai quali sono scaturiti numerosi libri di successo (a partire dal 2004 e dalla prima edizione de I diari di Rubha Hunish) mette nero su bianco la “disciplina” geopoetica sapienziana []

(Leggete la recensione completa de Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

La libertà (di andartene dove ti pare)

La vodka cominciava ad agire e io avevo pensato: Si sta bene in libertà! Appena mi congedano, me ne vado per ore a zonzo per le strade di Leningrado. Faccio un salto al bar di via Marat, mi fumo una sigaretta sulla panchina davanti al palazzo della Duma…
So che la libertà è un concetto filosofico. Ma non m’interessa. Gli schiavi non si interessano mica di filosofia, no? Andare dove ti pare, ecco cos’è la libertà!…

(Sergej DovlatovLa valigiaSellerio Editore, Palermo, 1999-2017, traduzione di Laura Salmon, pag.75.)