I boschi come patrimonio civico

Sul nel bosco con scuri, seghe e roncole, tutta la gente della contrada per l’assegnazione del legnatico d’uso civico. Una cosa antichissima: da bambino andavo con mio nonno, e mio nonno con il suo, e così indietro per secoli perché quassù non c’erano padroni né canonici né nobili; poveri sì ma liberi, e per nostra legge antica i boschi sono della comunità.
La legna per i focolari, il legname e il carbone dolce per il commercio con la pianura e con Venezia. Il ricavato di questo commercio serviva per la spesa pubblica: il medico, i maestri, per l’assistenza ai più bisognosi, per il prete, per il piccolo esercito a difesa della patria montana. Nel 1310 avevano scritto «Il bene del Governo è quello del Popolo e il bene del Popolo è quello del Governo. Tutte le cariche pubbliche sono elettive». E ancora: «Il prete bada esclusivamente alle cose dell’anima e non può intervenire nella cosa pubblica». E così i «fuochi» eleggevano i pubblici amministratori, i soldati i loro comandanti, i fedeli il prete, e poi tutti, scaduto il mandato, non erano rieleggibili al fine di evitare nepotismi e clientele. E siccome c’era rispetto per le idee altrui chi veniva quassù trovava ospitalità. Poi capitarono Napoleone, Francesco Giuseppe e i Piemontesi. Per non dire della guerra.

(Mario Rigoni Stern, Legnatico d’uso civico in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.176.)

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Silenzi montani

Quello che in montagna crediamo essere il “silenzio” è in verità è un’armonia di note così leggere e soavi che si può ascoltare non tanto con le orecchie e l’udito ma con il cuore e lo spirito.

La libertà sulle montagne

«E tu come mai te ne stai così da sola, lontana dalle altre?» ho chiesto alla nuvoletta solitaria.
«Perché sto volando sui monti e la montagna dona sempre la più grande libertà, anche a noi come a voi. Volevo goderne almeno per un po’, prima di scendere verso la pianura e diventare mera foschia in mezzo tutte le altre nuvole» mi ha risposto, prima di muoversi lentamente in direzione Sud con la soavità che le nuvole sui monti manifestano come si manifesta la libertà nell’animo di chiunque stia lassù.

(Sì, a volte avere la testa tra le nuvole è necessario. Per parlarci insieme, quanto meno.)

25 aprile: Leopoldo Gasparotto

Qualche anno fa, per rimarcare a mio modo il valore imprescindibile di una celebrazione come il 25 Aprile, scrissi (vedi qui) di Riccardo Cassin, uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi, e della sua attività partigiana tra le fila dei volontari combattenti per la liberazione dall’oppressione nazifascista nella sua Lecco.

Alla stessa maniera, “torno sui monti” anche stavolta per incontrare un’altra figura di grande alpinista e uomo libero: Leopoldo Gasparotto, nato a Milano il 30 dicembre 1902, ucciso dai nazifascisti a Fossoli (Modena) il 22 giugno 1944.
Avvocato, medaglia d’oro al valor militare alla memoria, esperto alpinista e accademico del Club Alpino Italiano (molte le sue “prime” sul Monte Rosa, nel Caucaso e in Groenlandia), Gasparotto era stato – come tenente di complemento – istruttore presso la Scuola militare di Aosta. Dopo l’8 settembre 1943, avendo bene assimilato l’educazione alla democrazia e alla libertà impartitagli dal padre Luigi, con lui e con altri antifascisti milanesi cercò vanamente di organizzare la difesa di Milano. Capitolato il comando militare della piazza, Gasparotto salì sul Pian del Tivano, dando impulso alle prime formazioni partigiane Giustizia e Libertà.
Nella motivazione della Medaglia al valore è così condensato il suo impegno per la libertà: “Avversario da antica data del regime fascista, già prima dell’armistizio dell’8 settembre 1943 organizzava il movimento partigiano nella Lombardia. Nominato successivamente comandante militare delle formazioni lombarde «Giustizia e Libertà», dava impulso all’iniziativa, esempio a tutti per freddo e sereno coraggio, dimostrato nei momenti più difficili della lotta. Caduto in agguato tesogli per vile delazione, sopportava il carcere di San Vittore subendo con superbo stoicismo le più atroci sevizie, che non valsero a strappargli alcuna rivelazione. Trasportato nel campo di concentramento di Fossoli per essere deportato in Germania, proseguiva imperterrito a lottare per la causa e tentava di organizzare la fuga e l’attacco ad una tradotta tedesca per salvare i deportati avviati al freddo esilio e alla lenta morte. Sospettato per la sua nobile attività, veniva vilmente trucidato dalla ferocia nazista”.
A ricordo di Leopoldo Gasparotto sono state intitolate strade a Milano, a Varese, a Tremosine, a Sacile e a Fossoli. Porta il suo nome anche un istituto scolastico di Carpi.

Su Gasparotto vi consiglio la lettura di un pregevole volume che narra della sua vita sui monti, prima come valente scalatore e poi come combattente per la libertà d’Italia: Leopoldo Gasparotto. Alpinista e partigiano, di Ruggero Meles, edito da Hoepli.
Il testo di questo articolo l’ho invece tratto dal sito dell’ANPI, lo trovate in originale qui.

In fondo, quella del 25 aprile non è tanto, e non solo, la celebrazione di una ricorrenza (fin troppo strumentalizzata, ça va sans dire) ma, ancor più, lo è delle donne e degli uomini che l’hanno resa possibile, e che oggi permettono agli italiani di celebrarla. O non celebrarla, già.

Pochi passi per grandi viaggi

A volte si percorrono grandi distanze ma si fanno “piccoli” viaggi. A volte invece basta fare pochi passi per compiere viaggi e avventure incredibili, o per scoprire che di ciò che si credeva di conoscere in verità si conosce poco o nulla.

Per il viaggio autentico non serve tanto una meta, e non serve un modo di viaggiare più di altri: se è vero ciò che disse Pessoa, «i viaggi sono i viaggiatori», è perché è altrettanto vero che i viaggiatori sono il viaggio. Che questo sia lungo solo pochi passi oppure milioni di chilometri, che porti in capo al mondo o poco oltre l’uscio di casa: non è tanto che per viaggiare servano dei viaggiatori, semmai per un autentico viaggiatore serve un viaggio da fare. Qualsiasi esso sia, ovunque esso porti.

È ciò che rende un viaggio veramente autentico, più di ogni altra cosa.