
In effetti anche quest’anno i report sullo stato dei ghiacciai ribadiscono una situazione che dura da decenni: ormai lo sanno anche i sassi che i ghiacciai stanno fondendo e svanendo dalle nostre montagne. Così, quei report tanto angoscianti quanto ripetitivi sono diventati “normali” ovvero monotoni, al punto che, ritenendoli ovvi e risaputi, ci lasciano sostanzialmente indifferenti, come accade inevitabilmente per qualsiasi cosa detta e ridetta infinite volte: ci entra da un orecchio e ci esce subito dall’altro, con la mente che riesce a trattenere sempre meno del messaggio comunicato e, anche quando lo trattenga, lo consideri ben poco.
Questo è, risaputamente, il grande problema della comunicazione scientifica. In fondo è da più di mezzo secolo che la scienza ci sta mettendo in guardia dai cambiamenti climatici e dalle conseguenze che ne subiremo, ma con il passare del tempo, invece di acquisire sempre più cognizione responsabile sulla questione proporzionalmente alla crescita in quantità e qualità dei dati che ne attestano la realtà, ne siamo sì tanto più consapevoli (si veda l’infografica sottostante) quanto meno consci, attenti, sensibili. Diventa sempre più probabile che la crisi climatica, nel suo divenire, si trasformi in una vera e propria catastrofe ambientale ma noi, pur essendone informati, facciamo sostanzialmente finta di nulla. Certo, ricicliamo la plastica, mettiamo i pannelli solari sui tetti, acquistiamo auto elettriche: ma la nostra mente, il nostro pensiero, il modus vivendi sul quale basiamo la nostra quotidianità sta veramente cambiando per come la scienza, i dati, i report climatici ci chiedono con sempre più insistenza di fare? Siamo in grado, come società, di desiderare veramente la conversione ecologica – per citare Alex Langer – necessaria al contrasto concreto degli effetti del cambiamento climatico? Oppure quei dati scientifici che attestano la gravità della crisi climatica ci inquietano sì per qualche istante ma poi troviamo ancora conveniente ignorarli perché troppo scomodi, troppo angoscianti in una quotidianità che di motivi di angoscia ne offre già fin troppi, perché non vogliamo elaborare la volontà di comprenderli veramente oppure, come detto, perché ormai ci danno noia e parecchio fastidio e poi «tanto non si può fare nulla» o «tanto che ci posso fare io»?
Siamo tutti quanti a bordo di un “Titanic” che si sta avvicinando sempre più al gigantesco iceberg che potrebbe affondarlo, ma continuiamo a ballare e far festa ovvero a pensare ad altro. Almeno sul Titanic – quello vero, partito dal porto di Southampton nell’aprile 1912 – avevano la nebbia come “scusante” per la fine tragica che poi hanno fatto, noi invece l’iceberg lo vediamo benissimo. Ma balliamo e facciamo altro. Magari alla fine l’iceberg devierà e ci risparmierà… magari qualcuno troverà il modo di salvare capra e cavoli e alla fine «andrà tutto bene».
O magari no.
È il grande, grosso, grave problema della comunicazione scientifica, ribadisco. Leggiamo i suoi report, capiamo ciò che riportano ma non li comprendiamo veramente, non ne ricaviamo consapevolezza, conoscenza e cultura. D’altro canto i ghiacciai fondono e spariscono, non avremo più a disposizione il loro fondamentale serbatoio idrico ma, per ora, l’acqua dai rubinetti di casa esce; le temperature continuano a aumentare e d’estate sfiorano ormai i 50° ma possiamo accendere il condizionatore e amen; i fenomeni meteo si fanno sempre più estremi e distruttivi, ma se il lunotto dell’auto viene distrutto da chicchi di grandine grossi come mele ci penserà l’assicurazione, e avanti così.
È una dinamica già nota e denominata, con espressione anglosassone, climate fatigue (in italiano porrebbe essere “stanchezza climatica”; ne ho scritto in altri termini anche qui), cioè una risposta psicologica e sociale molto complessa che si manifesta nell’opinione pubblica quando il flusso costante di informazioni allarmanti sul cambiamento climatico supera la capacità degli individui di elaborarle, assimilarle e agire di conseguenza, generando di contro dissonanza cognitiva, senso di impotenza, apatia, sovente cinismo – quello dei negazionisti in primis, i quali sanno benissimo quale sia la realtà dei fatti ma la negano per una cinica convenienza di parte.
Così, alla fine, il gigantesco iceberg cozza contro il Titanic ma tanto hanno detto e crediamo e siamo convinti che è “inaffondabile”, no? Dunque, cari orchestranti, andate pure avanti a suonare che noi continuiamo a ballare e a divertirci!

Spesso la persona che vive lontana dalle montagne viene indotta a pensare che se lassù uno o più ghiacciai spariscono, ad essa non possa importare più di tanto, che la sua vita andrà avanti comunque senza troppi problemi. Forse, io credo, a non essere pienamente compresi non sono tanto i dati scientifici, che attestano l’effetto concreto di un fenomeno reale e in divenire come il cambiamento climatico, ma – per così dire – l’effetto dell’effetto: cosa succede, concretamente, se sulle montagne non ci sono più ghiacciai? E dove succede, chi coinvolge e con quali conseguenze pratiche? Viceversa cosa sta funzionando efficacemente per contrastare quegli effetti, e come si può partecipare attivamente a tali “soluzioni”?

Le inchieste che vennero svolte dopo il naufragio del Titanic stabilirono che la mancanza di preparativi per le emergenze aveva fatto sì che i passeggeri e l’equipaggio del Titanic fossero stati colti alla sprovvista, che l’equipaggio non era stato adeguatamente addestrato, che i tanti avvisi di iceberg ricevuti dalla nave vennero regolarmente sottovalutati, che vennero trascurate anche le richieste di aiuto della nave in difficoltà. Ecco: traslate e contestualizzate questa metafora alla situazione del nostro mondo e di noi che lo abitiamo nei confronti della crisi climatica in atto e converrete che ci sta praticamente a pennello. Con una sola differenza: i passeggeri e l’equipaggio del Titanic furono colti alla sprovvista, noi no. Siamo così annoiati, apatici, insensibili, indaffarati ogni giorno in mille altre cose (ma quante di esse sono veramente utili alla nostra esistenza quotidiana?) da non vedere l’iceberg che ci si staglia davanti sempre più vicino o da osservarlo e pensare che tutto sommato sia anche bello, così luccicante com’è, oppure da negare che ci sia, che sia un miraggio o una falsa prospettiva alla quale solo gli stupidi possono credere.
In fondo «ha sempre fatto freddo», di ghiacciai un tempo «nemmeno ce n’erano sulle Alpi» e poi alla fine «ci abitueremo a questo clima caraibico», no?













