«Un territorio dove non va nessuno forse va bene agli ambientalisti!»

[Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta, uno degli ultimi territori pressoché privi di antropizzazione in questo settore delle Alpi e zona sottoposta a rigidi vincoli di tutela ambientale, che tuttavia la Regione Autonoma vorrebbe rendere sede di un nuovo grande impianto funiviario ad uso sciistico, con opere annesse e connesse. Foto di ©Varasc.it]
La frase che ho reso il titolo di questo articolo, e che da tempo e di frequente viene proferita (con diverse forma ma uguale sostanza) in certe circostanze pubbliche o alla stampa quando il tema è il turismo montano, sembra compendiare una delle “strategie” più in voga e concordate tra quei sostenitori della turistificazione “no limits” delle montagne – in particolar modo impiantisti, associazioni di categoria, certi grandi operatori turistici, certa politica. Ad esempio le parole sopra citate sono (vedi sotto) della Presidente di ANEF, l’associazione dei gestori degli impianti a fune, tra le più attive nel dare contro a chi si impegna nella tutela delle Terre Alte, definito genericamente e strumentalmente “ambientalista”, a volte con riferimento al solito “salotto” (d’altro canto la propaganda strumentale si basa di parole semplicistiche, altrimenti non verrebbe compresa) e per cercare di imporre l’idea secondo la quale chi difende i territori e gli ambienti montani vorrebbe che restassero vuoti e abbandonati da tutti perché così la Natura resterebbe incontaminata – immagino sia questo a cui pensino.

[Ho già commentato i contenuti di questo articolo, e le dichiarazioni della Presidente ANEF, qui.]
Posto che si tratta di una stupidaggine sesquipedale che loro stessi sanno essere falsa, come già dimostra quel «forse», proferita da chi evidentemente non ha argomenti migliori per cercare di difendere i propri interessi (legittimi peraltro, fino a che non diventino dannosi per i territori coinvolti e deleteri per le loro comunità), nelle affermazioni di questo genere risultano sconcertanti, e non di meno inquietanti, la citata semplificazione estrema, la banalizzazione degli argomenti e dei contesti, anzi, l’assenza totale del senso dei contesti, l’evidente tentativo di polarizzazione delle posizioni perché quando non si hanno argomenti validi da sostenere si ha bisogno di un nemico da attaccare – proprio come fa la miserevole politica contemporanea. Il tutto sulla “pelle” delle montagne, totalmente assenti (fateci caso) nelle affermazioni suddette se non attraverso trite e ritrite frasi fatte nonché concepite unicamente come spazi invariabilmente da sfruttare e dai quali ricavare tornaconti, e parimenti con l’assenza delle comunità, che devono solo chinare il capo e assoggettarsi ai progetti imposti da chi verso di esse probabilmente si crede superiore, dunque indiscutibile e meritorio della più ampia gratitudine.

In verità non serve dire che di progetti e iniziative di sviluppo e sostegno di una frequentazione turistica delle montagne ben più consapevole, responsabile e ambientalmente sostenibile di quella proposta dai soggetti sopra citati ce ne sono a centinaia, altro che montagne abbandonate dove non va nessuno! Dai Villaggi degli alpinisti – Bergsteigerdörfer ai Villaggi Montani Certificati del CAI, agli innumerevoli progetti di rigenerazione territoriale sviluppati nelle Alpi e in Appennino, alla “Carovana dell’Accoglienza Montana”, parte della “Carovana delle Alpi” di Legambiente, che per di più si è data l’obiettivo di misurare il “Valore Aggiunto Comunitario” generato dal turismo sostenibile. Cioè quello che, tutelando fattivamente i territori, sostiene realmente le comunità valorizzando in modo veramente benefico la montagna, contro chi invece la vuole solo “mettere a valore” (l’accezione con la quale quelli utilizzano così spesso il termine «valorizzazione») piazzando funivie e infrastrutture d’ogni sorta per appicciargli un prezzo e venderla sul mercato turistico, esattamente come una località balneare o un parco divertimenti. Perché «Se non avessimo gli impianti, l’alta quota resterebbe a uso esclusivo di chi può raggiungerla con le proprie gambe» (sempre parole – deliranti, dal mio punto di vista – della Presidente di ANEF). Eh già, perché in montagna mica ci si può andare a piedi, quando mai! A questo punto riempiamo il mare di piattaforme galleggianti e passerelle pedonali, sennò resta a uso esclusivo di chi sa nuotare!

[In questa rappresentazione generata con l’AI, ecco come forse certi soggetti preferirebbero trasformare il Vallone delle Cime Bianche nonostante sia uno degli ultimi territori privi di turistificazioni in Valle d’Aosta e le rigide norme di tutela ambientale che in forza di ciò lo proteggono, nel quale peraltro ci vanno molti escursionisti appassionati, siano essi ambientalisti o no. Quale delle due versioni preferite voi?
Be’, inesorabilmente la pochezza di pensiero prima o poi finisce per cadere nel ridicolo: bisogna ammettere che certi soggetti sanno benissimo minare la propria credibilità da soli, senza bisogno di aiuti esterni. E a pensare che costoro hanno in mano una certa parte delle sorti delle montagne un po’ di brividi vengono! Di contro la suddetta pochezza di pensiero delinea pure, da un lato, la grande debolezza generale delle azioni che ne derivano (da me a da altri già dimostrata con dati oggettivi varie volte), e dall’altro lato la certezza che la sua manifestazione mediatica non identifica affatto tutti gli operatori turistici, i quali poi, spentasi l’eco di quella propaganda strumentale, si ritrovano a sostenere le innumerevoli crescenti criticità che il turismo montano oggi presenta, e non solo nella stagione invernale.

Fatto sta che qui, palesemente, l’unico territorio vuoto e abbandonato è quello del buon senso, della decenza, del rispetto verso le montagne, del senso del limite e della misura, e non certo dagli “ambientalisti” (chi sono costoro, poi? Ne ho scritto qui) ma dai soggetti che in forza dei propri interessi pretendono di spadroneggiare economicamente (e non solo) i territori montani, insieme ai loro sodali pubblici e privati. Peccato, perché se tali soggetti fossero ben più sensati e responsabili nelle proprie idee e nelle azioni messe in atto, chiunque ne ricaverebbe benefici concreti: loro stessi, le montagne, le comunità, gli ambientalisti, i turisti e i gitanti. Invece, un atteggiamento così bieco e gretto, ampiamente basato su superficialità e falsità, strumentalizzato, polarizzato e funzionale a scopi che nulla hanno a che fare con la realtà delle nostre montagne, genera solo danni a tutti. Inevitabilmente.

Dove (e come) la montagna diventa una “soglia geodimensionale”

Credo che non esista in alcun territorio montano un angolo che, per sue caratteristiche, peculiarità, prerogative geomorfologiche, naturali, ambientali o paesaggistiche, non sia a suo modo speciale. Anche quelli dove la presenza umana si è fatta fin troppo invasiva e pesante restano tali. D’altro canto le cose degli uomini prima o poi decadono, si consumano, magari spariscono, mentre la montagna resta e in ogni luogo dal quale sia stata “scacciata” vi ritorna proprio scaturendo nuovamente da quella sua anima peculiare speciale.

Tuttavia ci sono dei luoghi che, per vari motivi, acquisiscono se possibile ulteriori valenze specifiche e si fanno soglia tra un di qui più umano e un di là più naturale, più selvatico e, per così dire, primordiale. Attraversandoli si ha proprio la sensazione di entrare in una dimensione differente da quella cui si proviene, anche se all’apparenza le due non siano geomorfologicamente così diverse e l’una sia conseguenza naturale dell’altra. Ma si supera quella soglia e, appunto, qualcosa cambia, a volte tutto cambia e spesso questa sensazione non è tanto la mente che ce la fornisce ma l’animo, non i sensi ma l’intuito, una sensibilità superiore che a sua volta sembra attivarsi proprio nel momento in cui si varca tale soglia.

Una di queste “soglie” la trovo sempre in alta Valle del Bitto di Gerola, quando il sentiero che sale verso gli alpeggi di Trona e l’omonima bocchetta supera la spalla nordorientale che scende dal Pizzo Mellasc, uscendo dal solco della Val Vedrano con una svolta netta verso meridione e ritrovandosi improvvisamente di fronte la testata dell’alta Valle della Pietra: uno dei paesaggi più potenti di tutte le Orobie valtellinesi, con le sue numerose vette che più sembrano imponenti e sovrastanti di quanto la quota non eccezionale farebbe pensare, le articolate creste a volte nette e affilate e altre variamente turrite, le convalli e le vallecole che vi si infilano, le fitte abetaie, le giogaie e i pascoli che le inframezzano i quali danno respiro ad un fondovalle profondo e ombroso… Il tutto distribuito con armonie e prospettive tanto morfologicamente rudi e selvaticamente alpestri quanto sublimi e a modo loro proporzionate, a creare una quinta montana che più ideale al luogo non potrebbe essere.

In essa, come dicevo, ci si affaccia quasi all’improvviso con quella svolta netta a meridione: si varca la soglia in corrispondenza del crinale superato e la sorpresa e l’emozione sono immediate, intense e invariabili – io le avrò vissute decine e decine di volte e ciascuna è come fosse sempre una prima assoluta, a riprova di come in montagna il paesaggio non sia mai lo stesso, anche quello visitato e ammirato migliaia di volte. La sensazione è proprio quella di un ingresso in una dimensione altra, differente, e questo non perché sia incontaminata e priva di segni umani – che ci sono e anche ben visibili, dalle due dighe agli alpeggi, le baite, le strade al loro servizio, gli elettrodotti, i tradizionali bàrèch e i calécc per la lavorazione del latte in altura, i sentieri… – ma che anzi, nonostante tali segni della presenza umana, sappia conservare un peculiare carattere selvatico, primigenio, indomato, assolutamente consono alla presenza leggendaria dell’Homo Salvadego che proprio quassù si palesava ai montanari d’una volta.

Ma attenzione: questo svelamento dimensionale che la soglia della Valle della Pietra concede non è per tutti. Lo può percepire e comprendere chi sa entrare in sintonia con il luogo, chi sa rendere il paesaggio esteriore quello interiore, chi apre mente, cuore e animo alla dimensione sublime e li fa sensibili al valore autentico e profondo del luogo, che non è affatto quello che la mera frequentazione ludico-ricreativa di esso potrebbe offrire. Bisogna (ri)diventare a propria volta un po’ Homo Salvadego, ripensarci nel luogo e nella sua Natura come parte di essa – pensare come la montagna del posto, per dirla con Aldo Leopold – e non semplicemente come visitatori e fruitori: soggetti in un soggetto e non in un oggetto, Natura consapevole noi come Natura autorevole è ciò che lassù si ha intorno. In teoria semplicissimo per chiunque, in pratica difficile per molti, forse impossibile.

Di soglie così ce ne sono a bizzeffe ovunque, sulle montagne: sono certo che anche voi ne avete attraversate e me ne potete citare molte. Anche noi possiamo essere “soglia”, quando siamo in montagna, punto di contatto e di passaggio, di circolazione tra la nostra natura umana e quella naturale, primordiale, congenita. Esattamente come lo sono tutte le montagne che non dividono ma uniscono, mettono in contatto, invitano al varco, al passaggio, all’andare al di là e tornare al di qua.

La relazione che possiamo – e dobbiamo – intrattenere con le montagne, ovvero ciò che ci fa comprendere pienamente la loro bellezza e il valore che hanno per noi, è questo in fondo: contatto, congiunzione, unione, varco noi sulla montagna e varco la montagna sulla quale noi stiamo, varchiamo noi le loro soglie morfologiche e geodimensionali e “varcano” loro le nostre geosofiche, della mente, del cuore e dell’animo.

P.S.: ringrazio di cuore Alessandra e Simone, i gestori del Rifugio Trona Soliva che si trova oltre la soglia che ho raccontato qui, per avermi aiutato nella stesura dell’articolo (senza sapere come l’abbiano fatto ma tant’è: la volta prossima glielo spiegherò!)

La montagna è in mano ai giovani (e non è affatto scontato sostenerlo!)

Potrebbe sembrare ovvio e banale sostenere che, come il futuro è in mano ai giovani, anche il futuro specifico della montagna lo è. Tuttavia, a constatare ciò che poi accade realmente, con i territori montani continuamente sottoposti a progetti, opere e interventi palesemente basati su modelli di “sviluppo” obsoleti e fuori contesto, che sembrano pensati per una montagna di decenni fa che oggi non esiste più da persone che evidentemente ragionano – per anagrafe, mentalità, incompetenza, convenienze personali – da “vecchi”, quel pensiero iniziale non appare più così scontato e risulta quanto mai necessario.

E in effetti di giovani che scelgono di restare o salire in montagna e lì vivere e lavorare, spesso attuando idee e progetti realmente innovativi, di grande valore comunitario oltre che socioeconomico e finalmente protesi verso il futuro, ce ne sono a migliaia, tanto sulle Alpi quanto in Appennino. Fateci caso, d’altronde: quei tanti progetti palesemente opinabili di cui spesso si ha notizia – infrastrutture turistiche, urbanizzazioni, sfruttamenti eccessivi del territorio naturale, opere invasive e impattanti, iniziative commerciali, eccetera – quante volte sono proposte da giovani e quante altre da soggetti (pubblici e privati) di una certa età, quindi di una certa vetustà mentale? Con tutto il rispetto per qualsiasi fascia anagrafica, sia chiaro, ma spero abbiate capito ciò che intendo. E quante volte i secondi – i “vecchi”, sì – non sostengono adeguatamente le iniziative dei giovani quando non arrivano a mettere loro i bastoni tra le ruote?

Ad esempio di tutto ciò, tra gli innumerevoli sui quali si trova notizia sul web, cito la significativa storia di Sofia e Simone, da qualche anno neo-montanari stanziati ai Piani Resinelli, nelle montagne lecchesi, e di “Resinelli Tourism Lab”, l’associazione da loro fondata che sta facendo della località un laboratorio di rigenerazione sociale con lo scopo di promuovere non solo un turismo sostenibile ma anche di creare una rete tra chi abita la montagna locale alimentandone la relazione con il luogo e il senso di comunità, elementi fondamentali per la vitalità stanziale delle Terre Alte. La loro esperienza, peraltro premiata anche con la “Bandiera Verde” di Legambiente lo scorso maggio, è raccontata in questa puntata della trasmissione “Orobie Extra”:

Ecco: mi auguro, da vecchio o quasi quale sono, che veramente il destino futuro delle montagne sia sempre più nelle mani dei giovani e sempre meno in balìa di idee vecchie, arretrate, sterili e deleterie, e che ai primi sia dato modo di lavorare liberamente dai secondi. È una delle speranze più preziose alle quali la montagna si può affidare per costruire il proprio miglior futuro possibile. Non solo per un’ovvietà apparente, come già detto, ma in forza di un’opportunità concreta, che le montagne meritano e hanno bisogno.