Lidia Rolfi

Come già fatto in passato, vorrei ringraziare di tutto cuore i tizi che la notte del 24 gennaio a Mondovì hanno apposto la scritta «Juden Hier» – “Qui c’è un ebreo”, con tanto di Stella di David – sulla casa di Lidia Rolfi, partigiana monregalese deportata nel lager di Ravensbrück nel 1944 e autrice di libri di memorie come Le donne di Ravensbrück. Casa nella quale la donna ha vissuto sino alla morte e dove ora vive il figlio Aldo. Ne parla diffusamente questo articolo de “L’Unione Monregalese”, dal quale ho tratto anche l’immagine in testa al post. Per la cronaca, né Lidia né la famiglia Rolfi sono di origine ebraica.

Li ringrazio quei tizi, sì, perché il loro gesto mi permette di poter conoscere, apprezzare e ammirare – proprio in prossimità del Giorno della Memoria – la preziosa storia di Lidia Rolfi, nata Beccaria a Mondovì nel 1925.

Lidia Rolfi. Foto tratta da http://www.heroinas.net/2018/04/lidia-beccaria-rolfi-escritora.html, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=75030367.

Come racconta l’articolo relativo su Wikipedia, nel 1943, appena diciottenne e subito dopo conclusi gli studi magistrali, Lidia entrò in contatto con la locale Resistenza (XI Divisione Garibaldi, XV Brigata “Saluzzo”) e diventò staffetta partigiana già nel dicembre del 1943 con il nome di battaglia di “maestrina Rossana”. Il 13 aprile del 1944 fu arrestata dai fascisti della Guardia Nazionale Repubblicana a Sampeyre ed incarcerata a Cuneo. Consegnata alla Gestapo, venne trasferita prima a Saluzzo e poi alle carceri nuove di Torino. Nel carcere di Torino divise la cella anche con Anna Segre Levi, nonna del suo compagno di brigata Isacco Levi. Il 27 giugno venne deportata nel campo di concentramento nazista di Ravensbrück assieme ad altre tredici donne. Rimase nel Lager sino al 26 aprile 1945, dapprima nel campo principale e successivamente nel sotto-campo della Siemens & Halske. Ritrovò la libertà nel maggio 1945, durante la marcia di evacuazione organizzata dalle SS.
Rientrata in Italia nel settembre del 1945, riprese l’insegnamento, cui affiancò un’intensa attività di testimone lavorando per l’Istituto Storico per la Resistenza di Cuneo e per l’Associazione Nazionale ex Deportati. Per quasi trent’anni si impegnò per far conoscere l’esperienza concentrazionaria delle deportate donne, portando la sua testimonianza nelle scuole e in molti incontri pubblici. Nel 1978 scrisse insieme ad Anna Maria Bruzzone Le donne di Ravensbrück, prima opera in italiano sulla deportazione femminile nei campi di concentramento della Germania nazista. Nel 1996 diede alle stampe il suo secondo libro, L’ esile filo della memoria, racconto autobiografico del suo ritorno dopo l’esperienza del Lager e del difficile reinserimento nella vita civile. Nel 1997 uscì postumo Il futuro spezzato, un saggio sull’infanzia durante la dittatura nazista, cui Lidia Beccaria Rolfi lavorava da quasi venti anni e che Primo Levi aveva apprezzato tanto da scriverne l’introduzione.
Nella sua opera di testimone contro ogni negazionismo si espresse criticamente contro chi identificava la Resistenza nella sola esperienza della lotta armata, rimarcando l’importanza dell’opposizione antinazista realizzata dai detenuti nei Lager.

Per saperne ancora di più su Lidia Rolfi, potete leggere quest’altro dettagliato articolo tratto dall’Enciclopedia delle Donne.

Dunque, grazie ancora, cari tizi sconosciuti che avete compiuto quel gesto tanto infame quanto, nel modo da me qui indicato, utile, anzi, preziosissimo. Se ne farete altri, di gesti del genere, magari potremo probabilmente conoscere altre grandi figure della storia italiana del Novecento, individui meravigliosi di grande e illuminante umanità a cui l’Italia deve profonda e imperitura gratitudine, la cui storia voi proprio state contribuendo a rendere ancora più preziosa, emblematica e di gran valore culturale, sociale, politico. Alla faccia vostra, già!

 

Gli animali sono stupidi

Ancora a proposito di animali e Natura – ovvero, indirettamente ma non troppo, anche di umani: secondo uno studio realizzato dall’Università di Sydney e pubblicato su “Nature” – ne parla questo articolo dell’Agi – «le mucche sono in grado di esprimere emozioni positive e negative, formulare commenti sul tempo o sul cibo e palesare, eccitazione, sorpresa, impegno o angoscia», dimostrandosi «animali sociali e socievoli che affermano la loro identità individuale per tutta la vita» in relazione al gruppo in cui vivono e ai loro simili.

La notizia mi ha fatto subito venire in mente la divertente vignetta sopra pubblicata oltre alle tante volte che, frequentando zone popolate da mucche come i pascoli montani, ho sentito qualcuno irriderle e dichiararle “animali buoni ma stupidi” o altro del genere. E ugualmente tutte le innumerevoli volte che un (cosiddetto) Homo Sapiens ha detto cose del genere nei confronti di un animale, considerato in base alla mera visione antropocentrica, anche intellettualmente, e per questo creduto “stupido”. Palesando invece come gli stupidi siano quegli esseri incapaci di considerare il mondo in cui vivono in altri modi che non siano quelli meramente propri, al di fuori dei quali non sanno ragionare: cosa che d’altro canto gli umani rendono una regola da sempre, per come basta che due di essi parlino lingue differenti o abbiano idee diverse per sobillare uno scontro atto alla supremazia dell’uno sull’altro – dal mero scontro verbale alla più devastante guerra mondiale, già.

Ma poi, quelli “stupidi” sono gli animali come le mucche, eh!

Terry Jones (1942-2020)

Be’, accidenti… leggo che è morto Terry Jones, uno dei Monty Python ovvero “i” comici per eccellenza, inimitabili e insuperabili.

Se oggi il genere umano sa ridere, nel senso più nobile e intelligente del termine, è anche grazie a Jones – che nel fenomenale sketch The Communist Quiz qui sopra riprodotto, tratto dal celeberrimo Live at the Hollywood Bowl del 1984, interpreta Karl Marx – e altri agli Pythons.

Da oggi e più di prima l’aldilà è qualcosa di completamente diverso, già.
R.i.p.

In difesa della Lessinia

Devo ringraziare di cuore Davide Sapienza, grande scrittore e prezioso amico, per avermi edotto su una vicenda di cui avevo sentito parlare ma che ora, grazie a lui, ho cercato di approfondire, una vicenda veramente sconcertante che non fatico a definire – vista l‘emergenza climatica planetaria che solo gli stolti e i mascalzoni non vogliono riconoscere – un autentico crimine ambientale e culturale, perpetrato in una delle più belle zone prealpine italiane, la Lessinia, nel Veneto – per inciso, una regione che protegge solo il 5% (!) del suo territorio.

[Foto di Adert – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=79976364 ]
Qui, con la proposta di legge regionale n.451 presentata dai consiglieri Stefano Valdegamberi, Alessandro Montagnoli ed Enrico Corsi, la maggioranza al potere in Regione Veneto (ma sia chiaro da subito: dal mio punto di vista gli schieramenti politici in gioco non mi interessano affatto, qualsiasi essi siano) intende tagliare più di 1.700 ettari di area protetta del Parco Naturale Regionale della Lessinia, nelle province di Verona e Vicenza, una delle aree protette più importanti e preziose di tutto il Nord Italia. Ciò – come si legge sulla lettera redatta lo scorso dicembre da una sorta di comitato spontaneo formato da ben 115 associazioni che subito si è mosso per cercare di opporsi a tale scellerata decisione – «senza i necessari approfondimenti sulle esigenze e le motivazioni che la giustifichino, senza adeguata documentazione a supporto, con poche e generiche righe di illustrazione, si vorrebbe stravolgere la legge istitutiva del Parco della Lessinia aprendo a scenari difficilmente prevedibili che destano grande preoccupazione per la salvaguardia dell’area protetta.
In assoluta controtendenza rispetto agli altri paesi europei e a una sensibilità diffusa a livello mondiale, la proposta di legge in oggetto comporta, una restrizione dell’area protetta di circa il 20% del territorio del Parco. Si tratterebbe del primo caso in Europa. Oltre alle criticità esposte di seguito, il danno di immagine e di credibilità si ripercuoterebbe in termini negativi su tutta l’attività promozionale, ricettiva e turistica della Lessinia che fa della unicità ambientale del territorio uno dei suoi punti di forza» – cliccate qui per leggere la lettera nella sua interezza. Una roba di una insensatezza assoluta, insomma.

Così scrive Davide Sapienza al riguardo:
«La decisione presa dal consiglio regionale veneto settimana scorsa ha dell’incredibile. Vero è che da molti anni ci sono gruppi di interesse, ben rappresentati dai governi lombardo-veneti di questi ultimi (troppi) anni, che come sentono parlare di “aree protette” hanno difficoltà cognitive a comprenderne il senso (ad esempio, il futuro dei propri figli e dei territori, invece del continuo saccheggio). Ma arrivare a ridurre un Parco Regionale di 1700 ettari, questa ci mancava. In rappresentanza di oltre 120 associazioni (tra le quali il CAI Nazionale), che sono la voce di quasi mezzo milione di associati in tutta Italia, domenica 26 gennaio da Roverè a Bosco Chiesanuova ci sarà un cammino per malghe durante il quale, esperti con argomenti per dare conoscenza e motivazioni sull’esistenza del Parco, spiegheranno molte cose. Questo perché “la politica”, ai cittadini, argomentazioni (scientifiche o economiche o naturalistiche), non ne ha date, a parte qualche sparata tipica dell’attuale clima “politico” nel quale i processi cognitivi sono in letargo da lungo tempo. Nel frattempo, vi consiglio vivamente di visitare la Lessinia e di farvi un’idea: i Vaj, che verranno esclusi dal parco, ne costituiscono un tratto geomorfologico e culturale – geopoetico, dico io – fondamentale.
Giovedì 30 gennaio 2020, il Parco Regionale compie 30 anni. Un triste compleanno, che si spera di trasformare in un compleanno di diverse opportunità e di apertura di un confronto serio. Sperando, un giorno, nell’arrivo della rivoluzione giuridica chiamata wild law, “Diritti della Natura”.»

È stata appositamente creata una pagina facebook, “Lessinia Futura”, per tenere informato chiunque sia interessato alla vicenda sui suoi sviluppi, nella quale potete trovare ulteriori ragguagli in merito; sono stati inoltre programmati alcuni eventi di sensibilizzazione, tra i quali quello la cui locandina vedete qui sotto:

Ecco. Ribadisco: mi pare una vicenda d’un gravità sconcertante, che necessita d’una presa di coscienza civica e culturale degna di un paese realmente avanzato e civile, contro iniziative meramente politiche – nel senso peggiore e più triviale del termine, quello in uso in Italia, insomma – che sono invece manifestazione di un paese in costante imbarbarimento e indegno del tempo in cui viviamo.

George Orwell e la libertà

[Foto di Cassowary Colorizations – George Orwell, c. 1940, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=73550374.%5D

Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.

(George Orwell, che lasciava questo mondo esattamente settant’anni fa, il 21 gennaio 1950. La citazione è tratta dalla prefazione de La fattoria degli animali, traduzione di Guido Bulla, Mondadori, Milano, 2011; 1a ed. Animal farm, 1945.)