Cacciatori “ambientalisti”

Devo ammettere una cosa che io stesso ritengo “sconcertante”, per certi aspetti, ma che per altri si basa su fatti assolutamente oggettivi: da abitante della montagna non sarò mai un cacciatore – e ribadisco, mai – ma non posso che ringraziare solo i cacciatori se zone tutt’oggi ampie dei boschi e dell’ambiente naturale dei monti di casa sono ancora ben tenute, a tutto vantaggio della stessa avifauna, e non lasciate in balia del rimboschimento selvaggio, condizione di dissesto potenziale per il terreno, di disequilibrio biologico oltre che segno palese e desolante dell’abbandono della cura della montagna.

Sono loro che vedo per i boschi, fuori dalla stagione venatoria, a far manutenzioni varie, a pulire e sistemare i sentieri, ad assestare i piccoli smottamenti del terreno e togliere le piante schiantate al suolo nel corso di qualche tempesta, insieme a volontari di gran cuore che tuttavia si contano sulle dita di una sola mano. Loro, e non altri.

Detto ciò, lo ripeto, per me stesso non ammetto e concepisco l’attività venatoria a scopo ludico, quantunque ne consideri l’appartenenza alla tradizione storica delle montagne di casa e d’altrove. Ma, appunto, se non ci fossero quei cacciatori, sicuramente molti dei boschi e dei sentieri attraverso i quali pratico il mio vagabondare montano non sarebbero più accessibili, in preda alla più disordinata selvatichezza di ritorno e con conseguente cospicuo danno al valore culturale del territorio.

Ecco.

(Cliccate sull’immagine – presa da qui – per saperne di più, sulla caccia.)

 

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I boschi come patrimonio civico

Sul nel bosco con scuri, seghe e roncole, tutta la gente della contrada per l’assegnazione del legnatico d’uso civico. Una cosa antichissima: da bambino andavo con mio nonno, e mio nonno con il suo, e così indietro per secoli perché quassù non c’erano padroni né canonici né nobili; poveri sì ma liberi, e per nostra legge antica i boschi sono della comunità.
La legna per i focolari, il legname e il carbone dolce per il commercio con la pianura e con Venezia. Il ricavato di questo commercio serviva per la spesa pubblica: il medico, i maestri, per l’assistenza ai più bisognosi, per il prete, per il piccolo esercito a difesa della patria montana. Nel 1310 avevano scritto «Il bene del Governo è quello del Popolo e il bene del Popolo è quello del Governo. Tutte le cariche pubbliche sono elettive». E ancora: «Il prete bada esclusivamente alle cose dell’anima e non può intervenire nella cosa pubblica». E così i «fuochi» eleggevano i pubblici amministratori, i soldati i loro comandanti, i fedeli il prete, e poi tutti, scaduto il mandato, non erano rieleggibili al fine di evitare nepotismi e clientele. E siccome c’era rispetto per le idee altrui chi veniva quassù trovava ospitalità. Poi capitarono Napoleone, Francesco Giuseppe e i Piemontesi. Per non dire della guerra.

(Mario Rigoni Stern, Legnatico d’uso civico in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.176.)

L’odore della primavera

Finalmente si può lavorare con la finestra aperta; ed anche stando al tavolo tra carte e libri finalmente si può annusare l’odore della terra in amore e del letame sui prati. Solo che ora rimango incerto tra il lavoro qui nella mia stanza del sottotetto e quello che mi aspetta fuori. Comunicare con i miei lettori o ripulire attorno alla casa le scorie dell’inverno e bruciarle nel debbio?

(Mario Rigoni Stern, Segnali di primavera in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.79.)

Il canto di rinascita del cuculo

Nell’aprile del 1945 ero in un Lager e dai boschi di Graz avevo sentito il cuculo; poi tra le macerie di un vecchio bombardamento un vecchio vestito da cacciatore mi aveva sussurrato: – Non aspettare nessuno, mein liebe Freund. Vai a casa, scappa!
Anche per questo ogni anno desidero il canto del cuculo, che avrà pure rallegrato in quello stesso giorno gli amici della contrada e di scuola diventati partigiani che dentro il Bosconero aspettavano il segnale. Insomma i rondoni per la mia felice infanzia, e il cuculo per il giorno della speranza sono i segnali di sempre per ogni primavera. Infine se non abbiamo speranza a che vale vivere?

(Mario Rigoni Stern, Segnali di primavera in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.81.)

Il bosco come necessità vitale

Ma lui cammina così sull’harnust per controllare nei boschi gli effetti dell’inverno: i danni delle nevicate pensati di novembre, quelli delle bufere di gennaio e ancora delle nevicate pesanti di fine febbraio che qualche volta hanno trasparenze rossicce per la sabbia del Sahara che il vento dei tropici porta fin qui.
Nessuno gli dice di andare per i boschi a constatare i danni, per controllare questi ci sono i guardaboschi comunali e le guardie forestali della Regione; ma lui ci va ugualmente perché questi boschi li sente suoi più che ogni altro, non per proprietà ma perché parte della sua vita, e necessari a lui come l’aria, l’acqua, il cibo.

(Mario Rigoni Stern, Il vecchio boscaiolo in Uomini, boschi e api, Einaudi, 1a ed.1980, pag.172.)

N.B.: harnust (“corazza”) è termine di origine longobarda con il quale sull’Altopiano di Asiago, i cui abitanti in origine sono Cimbri dunque di stirpe germanica, ci si riferisce al tipico manto nevoso primaverile, caratterizzato in superficie da una dura crosta ghiacciata generata dalla fusione diurna e dal seguente rigelo notturno.