Per ribadire…

Beh… Ma veramente l’elettore italiano crede (o suo malgrado spera) che dal fango possa scaturire l’oro o, tutt’al più, dell’argento pur spurio? Oppure alla peggio del ferraccio che abbia almeno una minima concretezza?

Mmm… purtroppo temo non sia così. A fronte di qualsiasi tradizione alchemica storica, in questo caso e per l’ambito al quale mi sto riferendo l’alchimia da tempo funziona al contrario, trasmutando materiali un tempo (forse) più nobili in elementi via via sempre più infimi e pesanti che si cerca di spacciare, con crescente subdolerìa, per qualcosa di “prezioso”. E se così in tanti ancora c’abboccano, come pare, non posso che ribadire e riconfermare che veramente ogni popolo ha gli alchimisti che si merita e, inesorabilmente, relativa insulsa poltiglia giallastra al posto dell’oro promesso. Poltiglia nella quale, sia chiaro, non si può nuotare, non ci si riesce: ci si resta invischiati, tremendamente insozzati e rapidamente si va a fondo.

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Comandi

(Non so perché, ma stranamente questa vignetta del The New Yorker mi fa pensare alla politica italiana, ovvero al rapporto ordinario tra i “leader” politici nostrani e i loro seguaci e, più in generale, a una buona parte degli elettori.)

(Già, proprio strano. Chissà come mai mi fa sorgere certi bizzarri parallelismi!)

La “Festa” del “lavoro”?

Ma poi, scusate… Nel giorno della “Festa della Mamma” o “del Papà” si ignorano madri e padri? E l’8 marzo, nella “Festa della Donna”, vengono forse celebrati gli uomini e magari il 2 giugno, che è la Festa della Repubblica, si inneggia alla monarchia? Oppure, per dirne un’altra ancora, la Giornata degli Alberi del 21 di novembre per caso viene festeggiata a colpi di motoseghe e accette?
No, appunto.
Dunque perché nella Festa del lavoro (o dei lavoratori) del 1° maggio non si lavora*?
P.S.: la mia è una provocazione, certo. Ma, ribadisco, poco apprezzo tali celebrazioni one shot, che finiscono spesso (e loro malgrado) per rendere ambiguo se non ipocrita il messaggio pur importante ed emblematico che vi sta alla base. Piuttosto, al riguardo, ciò su cui io rifletto è altro, ovvero: è il lavoro che nobilita l’uomo, o è l’uomo che deve saper nobilitare il lavoro che fa? (Sempre poi che certi lavori nobilitino ancora, o possano essere nobilitati…) E, in tal senso, aveva forse ragione (con provocazione letteraria, qui, ma tant’é) Sebastiano Vassalli, quando affermava, ne La Chimera, che “Il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni! È l’ultima speranza dei falliti, ricordatene!”? Insomma: ok, lavorare è (forse) giusto e bello, se lo si fa bene, ma oggi, in fin dei conti… cui prodest?

*: salvo chi sia costretto a farlo, ovviamente – il che è già un bel controsenso, in molti casi.

Sia dato l’incarico di formare il nuovo governo a Pippi Calzelunghe!

(Ovvero: Pippi Calzelunghe for President! – Reloaded)

Già: ogni tanto mi viene da ripostarlo, questo articolo, e ora ancor più dacché a breve il fantastico e ribelle mondo di Pippi Långstrump (come si chiama in originale svedese) lo potrò conoscere a fondo. Ma, in effetti, non servono nemmeno motivi particolari al riguardo, perché del modus vivendi libero e sovversivo (nel senso più virtuoso del termine) di Pippi Calzelunghe ce ne sarebbe e ce ne sarà sempre bisogno, nella realtà quotidiana ben più che nella fantasia letteraria e televisiva.

pippicalzelunghe2Vedevo il telefilm quand’ero piccolino, e mi divertivano le avventure di quella piccola peste che lei era – in fondo non potevo che vederla in questo modo giocoso, allora. Di recente ho rivisto alcuni episodi di quella serie su un canale satellitare, con lo sguardo e l’animo di oggi nonché con la mia mente attuale, sui cui “scaffali” stanno le reminiscenze di decenni di letture di filosofia e sociologia, oltre che di tante altre cose. Beh, posto ciò non posso che affermare con decisione: Pippi Calzelunghe for President (of the world, possibilmente)!
Perché? Perché Pippi è intelligente, indipendente, allegra, fantasiosa, creativa, solidale e disponibile con chiunque, libera, insofferente al potere e alle regole quand’esse siano palesemente ottuse (e quante ve ne sono con le quali abbiamo a che fare quotidianamente, no?), anarchica ovvero perfettamente in grado di governarsi da sola e cavarsela in ogni cosa facendo del bene a sé stessa e a chi interagisce con lei, astuta, sagace, onesta, perspicace al punto di capire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in profonda armonia con quanto la circonda, che sia umano o meno… Se ne sbatte altamente di tutto ciò che c’è di inutile al mondo (e non serve dire quante ce ne sono, di cose inutili!) e sbeffeggia di continuo i poteri precostituiti e chiunque si arroga il diritto di ingiungere la propria idea a scapito di quella degli altri, ovvero di imporre la propria forza e prepotenza quand’esse danneggino qualcuno che non lo merita. È, insomma, ciò che un essere umano che si proclami creatura intelligente e senziente – come fa, come facciamo noi tutti da secoli – dovrebbe essere, nonché un esempio, pur in salsa letteraria per ragazzi (il che non gli fa perdere un milligrammo di forza, sia chiaro), tra i più alti di umanità, civiltà e di modus vivendi. Ecco.
Vi parrà ora che stia fin troppo esagerando, forse, con la mia interpretazione del personaggio, il quale in fondo non è che una favola per ragazzi, appunto. Sarà, ma sono convinto che se fossimo tutti un po’ più Pippi Calzelunghe nell’animo e nelle azioni quotidiane, vivremmo in un mondo molto migliore di quello che invece ci impone come “modelli di vita” personaggi immondi, che risulterebbero offensivi persino a bambini di un anno.

Nel sole dell’estate | andiam per boschi e campi | e mai ci lamentiamo: | cantiamo ovunque andiamo, Trallallà! Trallallà! | Tu che sei giovane | non stare in casa | pigro e indolente | ma vieni con noi! | La nostra truppa | di canterini | sale veloce | sulle montagne. | Nel sole dell’estate | cantiamo ovunque andiamo. Trallallà! Trallallà!

P.S.: provate a cliccare sull’immagine in testa al post…

Il paese (sur)reale

Concordo con quanto sostengono molti: la situazione italiana attuale è talmente surreale che se André Breton, nel 1924, avesse avuto l’inopinata capacità di prevederla o la possibilità fantastica di viaggiare nel tempo e così constatarla, avrebbe maturato non poche remore riguardo la pubblicazione del suo celeberrimo Manifeste du surréalisme, quanto meno considerando cosa il termine “surreale” indichi,  nell’Italia di oggi. Ovvero qualcosa la cui accezione è sostanzialmente opposta a quella originaria riferita al mondo dei sogni, mentre qui siamo semmai pienamente addentro nel recesso degli incubi. Già.