«L’ennesima ciclovia senza una visione organica, senza ascolto del territorio, che desta seria preoccupazione», parola di MTBikers

Tra i molti commenti interessanti ricevuti (i cui estensori ringrazio di cuore*) al mio articolo di qualche giorno fa sulla nuova “strada” tra Lecco e Ballabio, ovvero il tratto locale della ciclovia “Transorobica Orientale” che sta devastando la zona e distruggendo le vie storiche a colpi di ruspe in nome di un «recupero della viabilità storica» e di una «valorizzazione identitaria» che a me come a tanti appaiono motivazioni del tutto opinabili se non ipocrite, funzionali all’ennesima sconsiderata turistificazione del territorio naturale, ce n’è uno particolarmente significativo per come sia proposto da North N Line, associazione lecchese composta da guide di cicloescursionismo, istruttori MTB e trail builders che dal 2022 si è posta l’obiettivo di ampliare l’offerta turistica bike del territorio locale, offrendo servizi diretti di accompagnamento (sportivi, turisti e locali) con tour guidati, corsi di guida, camp, organizzazione di eventi nonché di manutenzione volontaria della rete sentieristica locale in collaborazione con il Club Alpino Italiano e le amministrazioni pubbliche. Dunque, frequentatori delle montagne lecchesi dotati di un occhio di riguardo e di uno sguardo sensibile a certe cose e al loro portato concreto, per ciò in grado di proporre osservazioni e considerazioni particolarmente importanti, come detto.

Ecco cosa mi hanno scritto:

Come appassionati e professionisti della MTB, riteniamo doveroso esprimere pubblicamente le nostre forti perplessità riguardo ai lavori in corso sul tratto Passo del Lupo – Bonacina, inseriti nell’ambito del progetto “Transorobica Orientale – Lotto 2”, promosso dalla Comunità Montana.

Da anni operiamo sul territorio del Lario con l’obiettivo di promuovere una rete sentieristica accessibile, sostenibile e condivisa, favorendo la pratica della mountain bike come strumento di valorizzazione del territorio, del turismo outdoor e della frequentazione consapevole della montagna. Nel corso del tempo abbiamo collaborato con enti, associazioni e professionisti, maturando competenze specifiche nella realizzazione e manutenzione dei sentieri dedicati alle due ruote.

Fin dalle prime interlocuzioni con il progettista avevamo manifestato la necessità che questo intervento fosse sviluppato attraverso un confronto concreto con i soggetti che quotidianamente vivono e mantengono questi percorsi. Avevamo evidenziato l’importanza di preservare il carattere originario del sentiero, mantenere una tracciatura coerente con il percorso storico e garantire una percorribilità efficace anche per le mountain bike, in particolare nei tratti in salita.

Purtroppo tali indicazioni sembrano non essere state recepite. Inoltre, non vi è stato alcun aggiornamento o coinvolgimento delle realtà interessate durante le fasi operative, e i lavori sono stati avviati senza che fosse possibile effettuare un confronto tecnico sul risultato finale atteso.

Le opere realizzate fino ad oggi evidenziano criticità che destano seria preoccupazione. Le pendenze introdotte appaiono eccessive e difficilmente compatibili con una percorrenza sostenibile in mountain bike. Alcune modifiche al tracciato si discostano sensibilmente dalla linea originaria del sentiero, alterandone le caratteristiche storiche e naturali senza apportare evidenti benefici in termini di fruibilità. Emergono inoltre dubbi sull’effettiva sostenibilità dell’intervento nel lungo periodo e sulla sua capacità di resistere ai fenomeni erosivi che inevitabilmente interesseranno i tratti più ripidi.

La nostra posizione non nasce da una contrarietà preconcetta al progetto, bensì dalla convinzione che un intervento su un sentiero debba essere progettato e realizzato secondo criteri consolidati di sostenibilità e fruizione. Da anni condividiamo infatti la filosofia e le linee guida di IMBA IMBA Italia (International Mountain Bicycling Association), punto di riferimento internazionale per il trail building sostenibile.

Secondo tali principi, un sentiero ben progettato deve:

  • integrarsi con la morfologia naturale del terreno;
  • mantenere pendenze sostenibili e compatibili con l’utilizzo previsto;
  • garantire un corretto drenaggio delle acque per prevenire erosione e degrado;
  • limitare gli impatti ambientali e gli interventi invasivi;
  • preservare il carattere e l’identità del percorso originario;
  • risultare accessibile, sicuro e piacevole per gli utenti;
  • ridurre al minimo le necessità di manutenzione straordinaria nel tempo.

Alla luce di quanto osservato, riteniamo che l’intervento attualmente in corso si discosti significativamente da questi principi fondamentali. Ci preoccupa in particolare il fatto che i lavori sembrino essere stati eseguiti senza il coinvolgimento di figure specializzate nel trail building per mountain bike e senza una reale conoscenza delle esigenze di chi utilizza quotidianamente questi percorsi.

Il rischio concreto è quello di consegnare alla comunità un’opera che, anziché rappresentare un miglioramento della rete sentieristica, venga percepita come l’ennesimo intervento realizzato senza una visione organica, senza ascolto del territorio e senza un adeguato confronto con le competenze specifiche presenti localmente.

Siamo convinti che la valorizzazione della montagna passi attraverso opere di qualità, condivise e durature. Per questo continueremo a promuovere una cultura del sentiero fondata sulla sostenibilità, sulla competenza tecnica e sul rispetto delle caratteristiche che rendono unico il nostro territorio.

Ecco, questo è quanto. Le considerazioni dei ragazzi di North N Line non abbisognano di commenti, e per quanto mi riguarda confermano i timori diffusi sull’opera in questione e, ancor più, sullo scellerato modus operandi che ormai con troppa frequenza molti enti pubblici mettono in atto nell’imporre tali interventi ai territori e alle loro comunità: un «fare tanto per far su» e per spendere rapidamente soldi pubblici, scarsa o nulla coerenza con i luoghi coinvolti e le loro specificità, nessuna reale attenzione all’ambiente naturale, mancanza pressoché totale di competenze specifiche alla base dei progetti, scarsa o nulla interlocuzione con i soggetti della società civile locale, un uso del territorio come fosse un mero spazio da sfruttare e “valorizzare” cioè mettere a valore. E, lo dico chiaramente, una certa presa in giro nel definire tutto ciò «recupero della viabilità storica» e «valorizzazione identitaria», per di più spendendo soldi pubblici, quasi 700mila Euro delle nostre tasse (fatemi essere “populista”, a volte è inevitabile).

Tornerò ancora – lo ribadisco – su questo progetto lecchese e sui tanti altri di pari genere, e simile pericolosità, che si stanno realizzando o si vorrebbero realizzare sulle nostre montagne, i quali non possono e non devono essere ignorati. Come ho già rimarcato, la questione del cicloescursionismo montano sta diventando sempre più “calda” nel dibattito sul turismo in montagna, e nell’estate imminente lo sarà in modo particolare: è da affrontare costantemente senza alcun preconcetto sul tema, ma con l’obiettivo ben chiaro di tutelare quel patrimonio collettivo di inestimabile importanza rappresentato dalle montagne, dai loro ambienti e paesaggi nonché dalla nostra relazione equilibrata e sostenibile con essi: anche questa è un patrimonio di cui godiamo e che non possiamo permetterci di lasciare in mani e a menti così prive di buon senso.

*: così come ringrazio molto gli organi di stampa che hanno ripreso le mie considerazioni. Nel post vedete ad esempio gli articoli de “Il Giorno” e di “Valbiandino.net“.

Questo può essere un «recupero della viabilità storica» e una «valorizzazione identitaria»?

La questione del cicloescursionismo montano sta diventando sempre più “calda” (non solo climaticamente!) nel dibattito sul turismo in montagna, soprattutto per come l’attività viene di frequente imposta: a suon di innumerevoli nuove “ciclovie” – le quali non sono altro che vere e proprie strade, chiamiamole come si deve – spesso costruite in luoghi naturali ancora intonsi oppure distruggendo vie rurali storiche, a fondo naturale ma in certi casi con selciati secolari. Il tutto inneggiando alla “valorizzazione”, all’ecosostenibilità e al turismo “green”: è vero, il cicloescursionismo formalmente lo sarebbe, “green”, ma non certo in queste modalità! Dietro una forma apparentemente “virtuosa” viene nascosta una sostanza di ben altro genere, invasiva, impattante e pericolosa per i territori montani coinvolti, senza alcuna garanzia di benefici autentici per le loro comunità. Di contro, questa ennesima turistificazione della montagna alimenta gli stessi affarismi invernali (in questo caso “destagionalizzazione” la chiamano) e gli identici modelli del turismo di massa: tutte cose con le quali purtroppo certa politica va a nozze.

Alla questione ho già dedicato numerosi articoli ma ne seguiranno tanti altri, inevitabilmente. Temo sarà un’estate rovente, al riguardo, e di nuovo non (solo) per il clima.

Ecco ad esempio, nelle immagini, la nuova ciclovia con la quale tra Lecco e Ballabio, nella valle del Torrente Grigna e a monte della località Sant’Egidio, si vuole «recuperare la viabilità storica» e realizzare la «valorizzazione identitaria» dei percorsi secolari che dalla città lariana salgono verso la Valsassina: una nuova strada larga quasi 3 metri, dunque formalmente adatta anche al transito motorizzato in base alle normative vigenti, quando la precedente mulattiera a fondo ghiaioso aveva una larghezza di circa 1,60 metri, che non solo sta incidendo pesantemente sull’ambiente naturale in loco (la zona non è intonsa, anzi, ma non nel tratto interessato dai lavori: le immagini sono molto eloquenti) ma sta pure tagliando e distruggendo in più punti il percorso storico. Che sono – percorso storico, ambiente naturale, boschi, montagne – un patrimonio collettivo, è bene rimarcarlo dacché spesso ce lo scordiamo.

Tuttavia, siccome le istituzioni che “rappresentano” la comunità civile hanno scritto sul cartello del cantiere che si tratta di un «recupero della viabilità storica» e di «valorizzazione identitaria», va tutto bene. Recupero della viabilità storica e valorizzazione identitaria, già.

Oppure no, non va tutto bene?

Tornerò presto sull’argomento, appunto, sul caso specifico e in generale, nelle sue numerose ambiguità. È inevitabile.

P.S.: ringrazio molto l’amica Silvia Tenderini e la sua assistente Frida per il reportage fotografico e per avermi dato l’assenso all’uso delle immagini.

Tutto questo florilegio di ciclovie montane… ma perché?

[Foto di Adrián Gómez – Millán Díaz da Pixabay.]
Sta tornando la bella stagione ed ecco che leggo o sento da più parti della realizzazione di nuove ciclovie in montagna, nuovi percorsi di mtb, nuove linee di downhill, ennesime sistemazioni di sentieri per renderli ciclabili e accessibili, eccetera.

È ormai evidente che il cicloescursionismo montano sia stato eletto ad attività estiva complementare allo sci da discesa: ma non tanto per dare corso a “destagionalizzazioni” turistiche, a creare alternative alle attività ludico-ricreative solite, a “valorizzare” territori e itinerari che ad oggi non lo sono, quanto perché le ciclovie permettono alle amministrazioni pubbliche di spendere soldi stanziati per il turismo in modo facile e veloce (nonché «sostenibile», ovviamente) senza doversi impegnare troppo a elaborare progetti articolati e così altrettanto facilmente potersene vantare sulla stampa. Come lo sci d’inverno, in pratica. Peraltro, riguardo tale situazione in essere, che i nuovi percorsi siano fruiti, quanto lo siano e come siano realizzati o manutenuti non interessa realmente a chi li propone e sostiene, va detto.

[Foto di moerschy da Pixabay.]
In ogni caso, al netto degli aspetti “politici”, mi chiedo: ma veramente c’è bisogno di tutti questi percorsi cicloturistici sulle montagne? E c’è realmente la necessità di renderne molti delle vere e proprie strade, ben spianate e private di qualsiasi irregolarità, così che ci possano transitare anche i ciclisti meno abili, come sono spesso i turisti che in montagna ci passano le vacanze?

Quantunque possano essere realizzate con tutti i crismi di ecosostenibilità del caso (il che non è sempre garantito, purtroppo), molte di queste ciclovie rappresentano comunque degli interventi di antropizzazione di territori e ambienti naturali nei quali prima o non c’era nulla oppure c’erano semplici sentieri pedestri, vecchie mulattiere, percorsi a volte dimenticati intorno ai quali la Natura si è ripresa lo spazio un tempo preso dall’uomo. E non di rado queste ciclovie abbisognano di opere che ne agevolano la percorrenza – passerelle, curve sopraelevate, scavi e pavimentazioni, eccetera – che, ripeto, anche se realizzate con materiali naturali e tutti i crismi del caso sono elementi antropici alieni alla naturalità del luogo.

[Immagine tratta da www.neveitalia.it.]
Tuttavia non voglio qui sostenere che non si possa fare nulla del genere – ma sostengo con forza che tutto debba essere sempre fatto bene, con criterio, buon senso, attenzione ai luoghi e alle loro specificità, consapevolezza delle potenziali conseguenze buone e meno buone – perché, più che dissertare sulle opere, discuto il loro senso. Che sovente non trovo, oppure lo trovo e mi pare discutibile se non inammissibile. Soprattutto quando mi sembra che la tal ciclovia non rappresenti altro che uno strumento di banalizzazione ludico-ricreativa, ancor più che meramente turistica, delle montagne, un’ennesima manifestazione del modello del “luna park alpino”, o “divertimentificio alpestre” che sta alla base di molte attrazioni realizzate a mero uso, consumo e banale divertimento di turisti, spesso mordi-e-fuggi, senza alcuna attenzione né ricaduta positiva reale per la montagna che ne viene assoggettata.

Ribadisco: ma veramente gli appassionati di mtb hanno bisogno continuamente di nuovi percorsi sui quali divertirsi? Non ce ne sono già abbastanza, tra strade sterrate, VASP, mulattiere e sentieri già ciclabili senza bisogno di interventi e adattamenti? Se per un ciclista un certo itinerario rurale/naturale è troppo difficile, ne ha sicuramente mille altri in innumerevoli località montane che invece saprà affrontare, senza bisogno che qualcuno glielo sistemi e lo renda una strada più liscia di quelle di città. Oppure i cicloescursionisti di oggi non possono affrontare per due volte lo stesso percorso altrimenti si sentono dei reietti della società? Non credo!

Da appassionato tanto quanto ormai vecchio frequentatore delle montagne, so bene che se non ero in grado di salire un certo itinerario, lo lasciavo a quelli più bravi e ne trovavo infiniti altri da affrontare, senza pretendere che venisse adattato alle mie capacità. Oggi invece sembra – soprattutto nell’ambito del cicloturismo montano, appunto – che se un certo itinerario non sia percorribile da più persone possibile, rappresenti un’infamia per il territorio, una roba orribile, inaccettabile, da trasformare e facilitare al più presto. Infatti ecco che certi amministratori locali non aspettano nemmeno che qualcuno osservi o chieda loro di volere più ciclovie turistiche sul territorio che amministrano: le fanno a prescindere – vedi sopra. Anche se non c’è la domanda, si crea(no) l’offerta; poi, che la domanda si manifesti oppure no, come detto, non è così importante.

Insomma: mi pare che dietro molte di queste ciclovie ci sia poca montagna vera, e poca frequentazione montana autentica e consapevole, e molta strumentalizzazione, molto marketing, molta “moda”, moltissima superficialità e un bel po’ di dettami del turismo più massificato, consumistico e estrattivo. Come troppo spesso sta accadendo ai territori montani, ambiti complessi alle cui problematiche vengono offerte risposte troppo semplici e banali, molto poco ragionate. Cose delle quali, senza alcun dubbio, le montagne non hanno affatto bisogno.

Trasformare le criticità in opportunità. La frana di Lanzada e una potenziale bella lezione per tutte le nostre montagne

Qualche tempo fa vi ho scritto della frana, “piccola” ma impressionante, caduta in Valmalenco sul versante montuoso ove transita la strada che da Lanzada sale verso Franscia e Campo Moro, rimasta gravemente danneggiata il che ha imposto l’isolamento della zona a monte, assai rinomata e frequentata sia in estate che in inverno anche grazie alla presenza di numerosi rifugi.

Al riguardo, su “montagna.tv”, Michele Comi offre una delle sue intriganti riflessioni su come l’evento, al netto degli evidenti disagi che genera (la strada non riaprirà che nella primavera prossima, se tutto va bene) e nella fortuna che non vi sono state vittime, può diventare l’occasione per ritrovare un rapporto più autentico con la montagna e dire addio al mordi e fuggi:

Ora che la strada è interrotta, possiamo provare a rallentare, rinunciare alla toccata e fuga giornaliera, prenderci il tempo necessario per attraversare la montagna dal basso. Due, tre giorni d’avventura. Un viaggio che parte dal fondovalle, attraversa i piani altitudinali uno dopo l’altro e ci rimette in sintonia con il ritmo dell’ambiente.

[Le zone di Campo Moro, con l’omonima diga, e di Campagneda sovrastata dal Pizzo Scalino, rimaste isolate a seguito della frana di Lanzada.]
In effetti, posto che la strada di collegamento alle zone di Campo Franscia e Campo Moro fu realizzata negli anni Cinquanta del Novecento e aperta al traffico privato negli anni Sessanta, è come se tutta l’area ora isolata sia stata rimandata indietro nel tempo di quasi un secolo, quando lassù vi si poteva giungere solo a piedi peraltro lungo mulattiere che in molti tratti rappresentano veri capolavori di ingegneria vernacolare, come la definisco io. In tal senso è ovviamente comprensibile la decisione di alcuni dei rifugi posti a monte della frana di chiudere fino a che la strada non verrà ripristinata, ma è altrettanto ammirevole la scelta dei gestori del Rifugio Zoia, a Campo Moro, di tenere invece aperto, sicuramente per le festività natalizie e poi in base alle circostanze del momento: chi salirà lassù potrà godere di una dimensione alpestre più unica che rara, di quieti e silenzi quasi impossibili da ritrovare altrove sulle nostre iper-antropizzate Alpi, di un’esperienza che, facilmente, diventerà indimenticabile. Chapeau ai ragazzi dello Zoia!

[Il Rifugio Zoia.]
In generale, mi viene da ampliare il principio delle riflessioni di Michele Comi a tutto il contesto montano, che quasi sempre tende a subìre troppo – suo malgrado – le difficoltà e le criticità che ne caratterizzano la realtà corrente. Credo che uno dei paradigmi da cambiare, in tema di vita nei territori montani, sia anche questo: comprendere se e come certe criticità sovente croniche delle quali la montagna soffre non possano essere trasformate in specificità e dunque in potenziali opportunità, in considerazione del fatto che la montagna è differente da ogni altro luogo e comunque non potrà mai godere degli stessi agi dei territori più urbanizzati se non attraverso stravolgimenti materiali e immateriali così profondi dei propri territori e della propria anima da rischiare non solo l’omologazione più banalizzante ma pure l’annientamento dell’identità peculiare, del senso stesso di essere «montagna» e, dunque, della propria esclusiva attrattività.

Questo (serve dirlo?) non significa che gli abitanti dei territori montani debbano essere condannati a vivere in maniera meno agiata rispetto a quelli dei contesti cittadini, ma significa che non si può sempre pensare di infrastrutturare le montagne a (bieca) imitazione delle città solo perché così si rende la vita più comoda ai turisti, che invece devono finalmente tornare a comprendere che, ad esempio, un rifugio di montagna innanzi tutto non è un albergo e, ancor più, che per essere ciò che è deve richiedere di essere raggiunto in maniera consona e equilibrata al luogo in cui si trova: con una bella e rinfrancante camminata su un vero sentiero, con l’adeguata attenzione al territorio che si attraversa, portandosi in spalla uno zaino con tutto ciò che occorre alla frequentazione autentica dei territori in quota… così come con la considerazione che il villaggio nel quale si alloggia non è un quartiere periferico di una grande città ma un luogo che proprio in ciò che non ha sa offrire molto di ciò che manca alle città. Che non sono negozi parcheggi locali notturni discoteche o che altro ma la dimensione montana vera, il silenzio, la tranquillità, il cielo stellato senza inquinamento luminoso, la magia del bosco, la fatica del sentiero e la soddisfazione di averlo percorso fino alla meta, le chiacchiere scambiate con altri escursionisti lungo quel sentiero, la visione sfuggente di un selvatico, le multiformi geografie alpestri e la vastità dei panorami da lassù visibili… insomma, non credo serva continuare perché chiunque potrebbe andare avanti per ore.

[Uno dei Laghi di Campagneda con il Pizzo Scalino.]
Trasformare le criticità in opportunità, senza piangersi addosso e/o aspettare che la politica intervenga o altri soggetti facciano “cose”, quasi sempre calandole dall’alto senza interlocuzione con le comunità, ma riflettere, meditare, analizzare, capire come le proprie specificità montane possano e sappiano rendere i luoghi speciali, ognuno a suo modo unico e dotato di proprie potenzialità geografiche, economiche, sociali, culturali delle quali poter fruire e poi offrire ai visitatori come valori aggiunti del luogo. Sarebbe una piccola/grande rivoluzione per le nostre montagne, di sicuro non semplice da mettere in atto ma altrettanto certamente più difficile da dirsi che da farsi se mancano la visione necessaria e almeno la volontà di provare di cambiare quelle carte – sempre le stesse, in effetti – fino a oggi sul tavolo montano.

Un esempio significativo al riguardo lo offre lo stesso Michele Comi nel proprio articolo su “montagna.tv” in merito a quanto accaduto in Valmalenco:

Provare a pensare che un singolo minibus può trasportare gli occupanti di molte vetture e liberare dai parcheggi intere cataste di lamiere, oltre ad esporre molto meno le persone ai pericoli di crollo, che non potranno mai essere del tutto eliminati. È un inizio semplice, concreto. Perché non provare ad agire sui comportamenti, e non soltanto sulle opere di contenimento e difesa?

[Il Gruppo del Bernina riflesso in un laghetto nella Valle di Scerscen.]
Ecco. Godere di questi mesi di silenzi profondi e salvifici, lassù oltre la frana di Lanzada, e capire come farne un privilegio peculiare del luogo non facendoci più andare così tante autovetture private come prima, invece che una calamità perché le autovetture private non ci possono andare come prima. Cambiare paradigma, prospettiva, visione, consapevolezza. È difficilissimo da fare solo se non vogliamo farlo. Se invece volessimo, chissà, potrebbero aprirsi dei mondi straordinari che avevamo a portata di mano ma non eravamo capaci di vedere.

Un’ennesima discutibile “ciclovia” all’Alpe Lendine in Valle Spluga?

[L’Alpe Lendine, 1700 m, sovrastata dal Pizzaccio, 2589 m. Immagine tratta da https://ape-alveare.it.]
Giorgio Tanzi, amico Accompagnatore di media Montagna “titolare” di Insubria Trekking oltre che Naturalista ed Educatore Ambientale, mi segnala che tra l’Alpe Lendine e l’Alpe Laguzzolo in Valle del Drogo, una laterale della Valle Spluga di grande bellezza alpestre relativamente poco conosciuta e frequentata e per questo capace di offrire angoli di natura sostanzialmente intatta (salvo che per la presenza della Diga del Truzzo e delle opere annesse, d’altro canto prossime al secolo di vita e dunque ormai storicizzate nel paesaggio), è stata realizzata quella che sembra un’ennesima ciclovia, o opera apparentemente similare, che per lunghi tratti ha totalmente stravolto il sentiero originario allargandolo e livellandolo ma di contro presentando pendenze sovente molti forti che appaiono inadatte per la percorrenza con biciclette elettriche o muscolari, semmai più consone ad un transito motoristico. Il tutto, anche qui come in numerosi altri luoghi che hanno subìto la realizzazione di tali tracciati, con ben poca cura dell’inserimento in ambiente e delle finiture dell’opera, al punto che, rimarca Giorgio, sono bastate le prime gelate notturne a generare dissesti sulla superficie del nuovo tracciato.

[Nelle foto di Giorgio Tanzi, sopra il sentiero originario, sotto la nuova “ciclovia” con il fondo già dissestato.]
Vista la zona, il pensiero mi corre subito ad un’altra recente e criticata ciclovia, quella realizzata nella vicina e poco più settentrionale Val Febbraro, tra l’Alpe Piani e il lago di Baldiscio, sotto l’omonimo passo sul confine con la Svizzera (dove è denominato Balniscio) e sopra l’abitato di Isola: ne ho scritto qui. Anche in questo caso, una zona fino ad oggi quasi per nulla turistificata e di grande pregio naturalistico (tant’è che viene definita spesso «selvaggia» dalla promozione turistica locale), ora diventa accessibile anche a chi lassù mai ci sarebbe potuto arrivare, se non a piedi e con un buon allenamento ovvero in forza di una passione autentica per i luoghi montani e la loro bellezza originaria.

Non sono stato di recente in Valle del Drogo, ma la segnalazione “edotta” di Giorgio (che ringrazio di cuore per avermela comunicata), viste le sue notevoli competenze montane, mi impone di salirci, appena possibile, per verificare di persona quanto è accaduto. Fatto sta che sono episodi, questi, che danno nuova forza al timore manifestato già da tanti in base al quale, per certi amministratori pubblici locali e per i loro sodali del settore turistico, sembra proprio che l’infrastrutturazione per ebike dei territori montani, e in particolar modo di quelli ancora intatti, stia diventando la versione estiva di quella sciistica oltre che la discutibile declinazione dell’idea di “destagionalizzazione”: un grimaldello con il quale violare zone in quota altrimenti non sfruttabili turisticamente al fine di piazzarci attrazioni conseguenti e, al contempo, spendere (e spandere) finanziamenti pubblici con l’altrettanto abusata scusa della “valorizzazione” (in passato ho scritto spesso sulla questione, vedi qui). Generando invece evidenti dissesti del territorio, il degrado e la banalizzazione dei luoghi, la messa a valore degli stessi per venderli come “merce turistica” senza di contro apportare alcun vantaggio concreto per le comunità locali, anzi, inquinando la relazione culturale e antropologica intessuta con le loro montagne.

Se per caso qualcuno passerà dalle zone citate e così sarà testimone diretto di quanto sopra riferito oppure di altre cose simili e similmente discutibili, me/ce lo faccia sapere. Grazie!