Il “black friday” (per la nostra lingua)

(Foto di Gerd Altmann da Pixabay)

Mario Baudino, su “La Stampa” dello scorso 26 novembre, rende conto dell’irritazione dell’Académie Française – equivalente transalpino della nostra Accademia della Crusca, la quale peraltro le è precedente essendo la più antica istituzione linguistica al mondo – riguardo la diffusione sempre maggiore di quello che a Parigi chiamano “franglese”, ovvero un francese sempre più infarcito di termini anglosassoni, cogliendo la buona occasione del black friday onnipresente e globale dei giorni scorsi.

È pure in Italia una questione ormai vecchia ma sempre assai viva, quella della diffusione di parole inglesi quasi senza alcuna “resistenza” linguistica da parte del lessico nazionale e, ancor più, di chi lo parla – ne ho disquisito più volte anche qui sul blog, in passato – con risultati non di rado grotteschi tanto quanto sconcertanti.
Ovvio che la duttilità della lingua inglese, unita all’ormai comune uso su scala mondiale, offra soluzioni linguistiche facili e d’effetto; d’altro canto la traduzione letterale di “black friday” in italiano sarebbe venerdì nero, definizione che evoca (anche nella traduzione letterale francese, peraltro) e viene utilizzata per giornate ben poco allegre e con accezioni solitamente negative quando non tragiche – provate a pensare a quanti “venerdì nero dei trasporti” vi siano stati durante gli ultimi anni!

Se è sempre affascinante constatare come le parole e le varie definizioni del parlato cambino i propri significati per ciascuna lingua nella quale vengano utilizzate, spesso diventando gli uni antitetici agli altri, è anche da denotare che la rapida e facile diffusione di termini di altre lingue – anglosassoni in primis – è segno di una certa mancanza di vitalità del lessico nel quale si “insediano” e non tanto della lingua in sé quanto del rapporto di essa con chi la parla. Da questo punto di vista, seppur in modo ancora prodromico stante la realtà dei fatti, la questione è pure di carattere identitario: si può in effetti sostenere che uno degli elementi che determina l’identità nazionale, ben più che confini o domini politico-amministrativi, sia proprio la lingua condivisa e parlata, capace di generare coesione culturale e sociale tra gli individui meglio che qualsiasi cittadinanza. Una eccesiva introduzione e diffusione di termini “alieni” dacché provenienti da altre lessici, quantunque diffusi un po’ ovunque, potrebbe dunque minare il suddetto carattere identitario della lingua nazionale; come ho sostenuto altre volte, la cosa in sé non sarebbe un grosso problema se avvenisse in un contesto culturale nel quale la conoscenza e la padronanza della propria lingua madre siano a livelli accettabili, altrimenti sì, può essere un problema ovvero può portare ad un sostanziale aggravamento delle conoscenze linguistiche nazionali diffuse e a un (paradossale) disamore, o quanto meno disinteresse, per la propria lingua, che si ripercuote poi a cascata su altri elementi – la lettura, le capacità espressive e cognitive, il livello di alfabetizzazione diffuso e i relativi fenomeni di analfabetismo funzionale, eccetera.

Per cui ben vengano gli “allarmi” delle varie Accademie linguistiche nazionali riguardo tali fenomenologie, fosse solo per una questione di tenere alta l’attenzione su tale argomento rimarcandone l’importanza pratica per chiunque. D’altronde, come si rimarca spesso in merito, la lingua è un elemento vivo ma è e resta così se e quando viene mantenuta vitale dagli individui che la utilizzano, la parlano avendone cura e consapevolezza lessicale, e ne comprendono il prezioso valore culturale. Non esiste idioma pur vivissimo che non rischi di svanire rapidamente senza chi lo parli e lo scriva con adeguata cognizione di causa: non è solo una mera questione di “black friday” o altro del genere, insomma, ma di non svendere a prezzo fin troppo scontato pure la nostra lingua, convinti di aver fatto un grande affare e invece avendo preso una gran brutta fregatura.

Escursioni (nell’insensatezza)

Si avvicina l’inverno – nel senso di periodo dell’anno; come condizione climatica è tutto da verificare, ahinoi – ed ecco che puntuali cominciano a comparire nelle email messaggi come quello a cui si riferisce l’immagine in testa al post, ovvero a forme di “turismo” e di fruizione turistica dei territori di montagna che, nella situazione di emergenza climatica che stiamo vivendo, legata a doppio filo all’inquinamento antropico e in costante peggioramento, nonché alla necessità rimarcata da più parti di una rivalorizzazione della più autentica cultura di montagna proprio al fine di salvaguardare meglio l’ambiente naturale e al contempo di eliminare quegli elementi alieni che stanno pesantemente contribuendo al suo degrado, sono veramente come pretendere di entrare nella “classica” cristalleria con il classico elefante.

Ora, posta la personale cognizione di causa che posso esercitare al riguardo, non giungo a dire che tali attività (e quelle assimilabili) così impattanti – in quanto a inquinamento, rumore, degrado della fruizione culturale dei territori e della relazione con essi, banalizzazione della montagna, eccetera – debbano essere totalmente vietate (ma vorrei tanto dirlo, a costo di passare per integralista), tuttavia dico che dovrebbero essere radicalmente limitate, rese giammai frequenti, dedicate soltanto a iniziative di matrice culturale e non alla mera ricreazione nonché sottoposte a rigidi controlli. Perché, ribadisco, continuare a praticarle liberamente o quasi, oggi, rappresenta una vera e propria idiozia che va imputata a chi ha la faccia tosta di continuare a proporle nonché agli amministratori pubblici che le consentono e che non si rendono conto del danno arrecato ai propri territori. Tanto vale disquisire di emergenza climatica e di salvaguardia degli ambienti naturali, altrimenti: sarebbero solo discorsi ipocriti e demenziali.

Quindi, o uno stop assoluto o una rigidissima regolamentazione. Non ci sono altre vie.

Alpinscena #105

Quando mi chiedono quale sia la miglior rivista che si occupi di cultura di montagna, non ho esitazioni a rispondere: è “Alpinscena”, la rivista della CIPRA, la Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina, organizzazione indipendente, senza fini di lucro, impegnata per la protezione e lo sviluppo sostenibile delle Alpi.
Pubblicata in cartaceo da due a quattro volte l’anno nelle varie lingue in uso negli stati alpini, e con carattere solitamente monotematico, “Alpinscena” affronta questioni di attualità per le Alpi con modalità molteplici ma sempre altamente approfondite e attraverso visioni tanto innovative quanto costruttive. A informazioni basilari fornite da esperti sono affiancati esempi concreti riguardanti le seconde case, il riscaldamento globale, la diversità biologica, le costruzioni energeticamente efficienti, l’innovazione e molto altro che oggi forma l’ambiente alpino e determina la vita e la relazione con esso dei suoi abitanti o dei visitatori. Il tutto in poche ma dense pagine, nelle quali si può trovare quello che probabilmente è il punto di vista più avanzato in tema di Alpi, di paesaggio alpino, di vita in montagna, di fruizione della regione alpina. Ed è persino gratuita e scaricabile direttamente dal sito della CIPRA! – anche se un sostegno economico volontario è assai gradito.
Insomma, da conoscere e leggere, se siete studiosi, ricercatori cultori, abitanti, appassionati delle Alpi della loro realtà culturale.

Cliccate sull’immagine in testa al post per conoscere l’ultimo numero di “Alpinscena”, oppure qui per abbonarvi alla versione cartacea. Qui invece potete navigare nel sito web della CIPRA.

Buone e proficue letture alpine!

I paesaggi delle Alpi, e di Salsa

Il paesaggio rappresenta uno spazio di vita in cui riconoscersi, un antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di uno scenario muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti. Sono queste le ragioni per le quali non vogliamo che i paesaggi alpini vengano messi a tacere. Le nostre Alpi devono continuare a comunicare la propria anima alle future generazioni, pur con le necessarie trasformazioni imposte dai tempi e dalla natura delle cose.

Annibale Salsa è una delle figure italiane fondamentali per chi, come me, si occupa di cultura di montagna e di relazione tra l’uomo e le «terre alte» – ho scritto spesso di lui e delle sue pubblicazioni, qui. Antropologo di fama, docente universitario per lungo tempo, ex Presidente Generale del CAI e persona assai affabile (lo posso dire con cognizione di causa), è autore del basilare Il tramonto delle identità tradizionali, un testo che, appunto, tutt’oggi risulta esemplare nell’impostazione teorica (ma per molti aspetti pure pratica, senza dubbio) dello studio delle tematiche sociologiche e antropologiche alpine.
Posto ciò, sono dunque ben felice di denotare l’uscita del suo nuovo libro per Donzelli, I paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, dalla cui presentazione sul sito dell’editore ho tratto la citazione che apre questo post e che certamente leggerò presto.

Cliccate sull’immagine per saperne di più, sul libro.

L’influenza (culturale)

Sulla propria pagina Twitter, World Index ha pubblicato di recente la graduatoria dei paesi del pianeta con maggior influenza culturale:

L’Italia è al primo posto. Posto che tali graduatorie sono sempre da prendere un po’ con le pinze ma che quelle ben fatte sono comunque significative circa lo stato di fatto delle tematiche che classificano, poniamo pure che l’Italia possa non essere prima ma che comunque si trovi nelle primissime posizioni – dacché è evidente che, col proprio inestimabile patrimonio culturale, l’Italia possa ben starci in testa a una tale graduatoria.

Be’, si conferma quanto vado affermando da tempo (non per mio particolare intuito ma per quanto sia una situazione del tutto evidente), ovvero che l’Italia potrebbe tranquillamente rappresentare la guida culturale dell’intero pianeta – ben più di qualsiasi altro paese, superpotenza o meno che sia – se sapesse mettere a frutto il tesoro di cultura che ha disposizione. Invece, a fronte di tale tesoro, è un paese che sembra aver dichiarato una sorta di guerra sadomasochistica al proprio patrimonio culturale, facendo quasi nulla da lustri per promuoverlo, salvaguardarlo, farne un volano economico, renderlo identificante in modo virtuoso di ciò che è il paese e la sua civiltà; ci vivacchia sopra, sfruttandolo parassitariamente con un turismo spesso mal organizzato e con poco altro, lasciando che vadano alla malora numerose istituzioni culturali di gran pregio, senza contare l’assenza istituzionale – in senso politico tanto quanto economico – a supporto di tutti quei comparti che sulla cultura si poggiano (scuola e istruzione, ricerca, sviluppo umanistico e non solo, arti visive, produzione culturale, tutela del paesaggio, eccetera) e che insieme ad altri rappresentano lo strumento di trasformazione della cultura in bene pubblico, progresso sociale, sviluppo economico, prestigio internazionale.

Eppure l’Italia è comunque lì, in testa o nelle prime posizioni della graduatoria, pur con tutti i suddetti problemi e con i tanti altri guai al seguito. Pensate se invece il paese promuovesse la cultura come dovrebbe, che potrebbe accadere! Ma, appunto, l’Italia è come una bellissima donna la cui avvenenza è pubblicamente riconosciuta da tutti, che tuttavia continua ad abbruttirsi nascondendo il proprio fascino dietro gli stupidi, spesso orribili mascheramenti che soprattutto la politica le mette addosso.