“La debolezza è più opposta alla virtù di quanto non lo sia il vizio.”*

Non c’è che dire: la debolezza civica e culturale sta facendo grandi passi avanti, in questo nostro mondo contemporaneo. Debolezza ovvero degenerazione, lassismo, irrisolutezza – il tutto in senso antropologico e subito dopo sociologico, mi viene da dire – che si stanno espandendo perché sovente (forse in perfetto “fake style” tanto in voga, oggi) viene imposto e spacciato per risolutezza, forza, ardire.

Si prenda – per citare un esempio parecchio in “voga”, di questi tempi – la questione xenofobia-razzismo dilaganti: chi li propugna, in ambito politico o meno, si spaccia e viene presentato dai media come “uomo forte”, dal “pugno di ferro” e così via. Io credo invece che sia l’esatto opposto: la xenofobia è una paura, dunque sempre una condizione di debolezza che scaturisce da uno stato di inadeguatezza o di soggezione (ben più conscia di quanto si creda) verso l’elemento avversato, verso il quale non si trova di meglio da fare che reagire con violenza – con fenomeni di razzismo, appunto. Ci si trova di fronte un problema, ci si fa intimorire anche perché non lo si sa risolvere (per inabilità o per ignoranza), ergo gli si “urla” addosso, così credendo di mostrarsi almeno forti ma in verità palesando tutta la propria profonda insicurezza. Il vero “uomo forte” (per usare quest’espressione invero assai vacua) invece affronta il problema e trova la soluzione più adatta ovvero ne sfrutta le conseguenze a suo vantaggio, senza alcun timore dacché sapendosi superiore e prevalente.

D’altro canto, per restare nello stesso ambito, vi è similare debolezza in chi affronti la questione nel senso opposto, tralasciando qualsiasi impatto di essa sulla società che la subisce, qualsiasi presa di coscienza culturale del fenomeno, qualsiasi pianificazione strategica per il tempo a venire, e ciò per analoga inabilità o ignoranza, appunto. Come se le cose si potessero sistemare sempre da sole, ovvero come se la storia non insegnasse nulla – quando invece insegna tutto, se la si sa leggere e comprendere.

Tuttavia non voglio certo concentrare il mio focus di questa mia riflessione solo sulla citata questione (la quale semmai è significativa tanto quanto macroscopica, oggi): di esempi di presunti elementi “forti” e in verità deboli (quando non debolissimi) la realtà ne presenta a bizzeffe. I tanti dittatori contemporanei (per inciso: è incredibile e sconcertante che il mondo del XXI secolo debba ancora far conto con tali situazioni!) che si fanno “forti” incarcerando gli oppositori, i giornalisti, gli intellettuali dissidenti, in realtà dimostrano palesemente tutta la loro totale debolezza, la loro incapacità di gareggiare nell’ambito delle idee facendo vincere le proprie, la loro profonda paura di una verità evidentemente differente da quanto essi proclamano dai loro scranni.

Ma pure i tantissimi leader politici incapaci di affrontare i problemi reali del paese o dei territori da essi amministrati, preferendo gli slogan e la mera difesa del proprio potere ovvero degli interessi oligarchici di riferimento, gli organi di informazione a loro sodali e ugualmente incapaci di non raccontare le falsità gradite ai potenti piuttosto delle verità autentiche e necessarie al bene comune, o certa parte della stessa società civile che preferisce chiudere gli occhi rispetto al mondo che ha intorno, che preferisce non pensare e fare spallucce, che baratta la propria libertà, l’orgoglio e la dignità personali con un assoggettamento in stile panem et circenses che puzza tanto di collusione, oppure di vermiforme meschinità.

E c’è poi, per continuare ad un livello “base”, la debolezza di chi non legge “perché non ha tempo”, di chi butta in terra una cartaccia perché “tanto è solo una cartaccia”, di chi parla per idee altrui dacché incapace di formularne di proprie, di chi di fronte al primo e più piccolo ostacolo fugge dalla parte opposta ma pretende che sia intesa come una dimostrazione di coraggio, di chi usa la maleducazione e la prepotenza perché totalmente privo di personalità e di carisma, di chi non ha la forza di vedere e capire la realtà dei fatti, di chi pensa di avere sempre ragione perché probabilmente sa di avere sempre torto ma non ha il coraggio né di ammetterlo e né di cambiare opinione… Fino allo stesso concetto di “maggioranza” in democrazia – o in ciò che ci viene fatto credere sia la “democrazia”: un’ennesima devianza verso una condizione di funesta debolezza.

Tutte debolezze, appunto. Tante debolezze, tante mancanze di coraggio, di orgoglio, di libertà di pensiero e d’opinione, di vivacità mentale e intellettuale, di carattere, di virtù, di spirito.
Tanti intralci a far di questo mondo un posto migliore – se posso essere tanto duro. A meno che non si torni a fare una cosa semplicissima: considerare “forte” ciò che è veramente forte e debole tutto quanto dice di non esserlo ma lo è palesemente. Anche perché la forza autentica non ha bisogno di dimostrarsi tale dacché forte pure della sua consapevolezza, mentre la debolezza deve sempre farsi credere forte per tentare di nascondere la sua reale essenza.

In fondo ciò è qualcosa di assolutamente naturale, virtualmente insito nel nostro stesso codice genetico di creature intelligenti, spirituali, consapevoli della propria essenza e della relativa presenza nella realtà del mondo: virtù indispensabili che i soggetti di cui ho disquisito nell’articolo dimostrano invariabilmente di non avere.

Meditateci sopra.

*: François de La Rochefoucauld.

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Sergio Reolon, “Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose”

La visione della montagna diffusa maggiormente oggi è quella legata soprattutto al valore estetico di essa, e a quello ludico-ricreativo (ovvero turistico) relativo. «Ah, che bella che è la montagna!» si può sentir dire ovunque da chiunque, e d’altro canto è facile pensare che ben pochi potrebbero contraddire una tale visione, al di là della banale dicotomia “meglio il mare/meglio la montagna” o di altre facezie simili. Se tuttavia si prova ad andare oltre il mero consenso, e si indaga sui motivi per i quali la maggior parte delle persone apprezzano i monti e la loro dimensione, ne esce una visione degli stessi legata a stereotipi e luoghi comuni forse più che per altri ambiti – i boschi, i prati, la neve, le mucche al pascolo, le baite, l’aria pura, la tranquillità, oltre alle varie e assortite motivazioni più “turistiche”. Va tutto bene, ci mancherebbe, anzi: è inevitabile che l’imponente bellezza di certi paesaggi alpini resti impressa nella mente delle persone; il problema è che sovente tale immagine resta tale, come fosse un poster, una cartolina o una locandina promozionale e non solo lo sguardo si ferma lì ma pure la riflessione su ciò che si sta osservando, su cosa ci sia realmente dentro al di là delle cose più evidenti e piacevoli. Si vive la montagna come fossimo dentro la storia di Heidi, insomma, con lo stesso afflato ideal-bucolico, cioè idealmente circondati dalle “caprette che ti fanno ciao” come se veramente, lassù sui monti, le caprette ci potessero fare “ciao” e non, magari, prenderci a testate se ci avvicinassimo troppo, come è ordinario “mestiere” da capre di montagna…

E se fosse proprio “Heidi”, ovvero quest’immagine assolutamente idealizzata – e profondamente cittadina – della montagna a rappresentare la rovina della montagna stessa, la zavorra immateriale divenuta ormai alquanto materiale che tiene imprigionati i monti e la loro civiltà in un recinto di stereotipi e cliché anacronistici, ormai del tutto falsi, spesso pure ipocriti quando non sostanzialmente degradanti? Se ci fosse da fare una bella tabula rasa di tutto ciò, con buona pace di Heidi, delle sue caprette e di quei monti artificiosamente selvaggi che la città vuole tenere per sé in qualità di periferia “ristoratrice” ma, alla fine, urbanizzandola pesantemente e trasformandola in ennesimo sobborgo degradato e abbandonato a sé stesso e alla sua effettiva miseria?

È quanto in buona sostanza si chiede Sergio Reolon in Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose (Edizioni Curcu & Genovese, Trento, 2016), veloce e agilissimo saggio il cui titolo è a dir poco programmatico – e già compendia bene ciò che già ho scritto fino a questo punto. (continua…)

(Leggete la recensione completa di Kill Heidi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

P.S.: testo uscito anche (in versione ampliata) sulla rivista letteraria L’Ottavo, qui.

Se sul futuro della montagna i bambini imparano mentre gli adulti vaneggiano…

(Articolo pubblicato su altavita.com il 20/11/2017):

In tempi di sempre più profondi cambiamenti climatici, di imminente estinzione dei ghiacciai alpini (la principale riserva di acqua potabile a nostra disposizione, è bene ricordarlo), di palesi gravi problemi di siccità, e posto lo stato di fatto del mercato turistico invernale attuale, credere di poter rilanciare stazioni sciistiche (in passato già fallite, peraltro) attraverso nuovi impianti di innevamento artificiale è un po’ come affannarsi a nuotare in una piscina priva di acqua sperando di riuscire ad arrivare dalla parte opposta prima di sfinirsi inevitabilmente per l’inutile sforzo. La prova di una dissennatezza profonda nonché d’una grande mancanza di cultura, insomma.

Veramente c’è da riporre ben poca fiducia in siffatti amministratori pubblici, membri di una fin troppo numerosa fazione alla quale evidentemente nulla interessa del proprio territorio e della sua autentica salvaguardia e tutto interessa di propri personali tornaconti – ovvero, in alternativa a ciò, ai quali amministratori pubblici la testa non deve più tanto funzionare bene da parecchio tempo, ormai.

E veramente, di contro, c’è da porre la massima fiducia (e l’altrettanta speranza) in una nuova generazione di cittadini-montanari civicamente consapevoli dell’importanza, del valore e delle potenzialità dei propri monti sui quali, sia chiaro, si potrà pure praticare lo sci su pista ma solo in modo totalmente sostenibile, sia ambientalmente che economicamente, ma in primis ove possano finalmente nascere nuove (o rinnovate) forme di turismo in virtuosa armonia con l’ambiente montano le quali, se ben concepite e messe in atto, saranno senza alcun dubbio ben più remunerative di quelle fino ad oggi praticate e stoltamente perseverate. Con l’aggiunta di avere una montagna nuovamente e veramente viva, vitale, salvaguardata e valorizzata al meglio, e non il solito, vile e dannoso divertimentificio alpino: quello che la montagna la svilisce, la soffoca e, inesorabilmente, la uccide.

P.S.: ennesimo grazie a Michele Comi, che sulla propria pagina facebook ha pubblicato i due articoli ripresi nell’immagine in testa al presente post, rimarcandone la sconcertante contraddizione.

Sono nel bosco! (Per la Giornata Nazionale dell’Albero 2017)

Oggi, 21 novembre, si festeggia la Giornata Nazionale degli Alberi. Un’ennesima festa retorica, magari dirà qualcuno di voi, e sono piuttosto d’accordo: non tanto per il senso della stessa, che è certamente nobile, quanto perché vorrei che ogni giorno dell’anno fosse una tale “festa” ovvero una manifestazione di rispetto, soprattutto per quegli alberi che vengono incendiati dolosamente, abbattuti per cementificare, contaminati dall’inquinamento umano e così via.
Di contro, non posso non dirmi sensibile a questa giornata in modo speciale: per rimarcarlo, ripropongo questo testo già pubblicato tempo fa nel quale in breve racconto le basi della personale sensibilità al riguardo. Perché, appunto, ambisco certamente a poter essere considerato un Homo Sapiens nel senso più pieno della definizione ma, forse, in certi momenti (peraltro sempre meno rari) preferisco identificarmi come un Homo Silvanus.
E viva gli alberi, 365 giorni all’anno!

Se non mi trovate, sono nel bosco!

A volte percepisco una sorta di disequilibrio tra me e il mondo degli uomini, la società umana – almeno quella quotidiana nella quale mi tocca (volente o nolente) stare – una disarmonia inquieta che mi genera uno stato di estraneità interiore – nulla che si veda dal di fuori, sia chiaro – un sentirmi “fuori schema” e non conta che ciò sia per chissà qual mia improbabile e originale virtù o più plausibile mia colpa ovvero di quelle altrui – non è la solita questione del sentirsi “diversi” (da cosa, poi? E cos’è la diversità, cos’è la normalità? Chi si differenzia da chi, e in base a cosa?) ma, più semplicemente e peculiarmente, una dissonanza spirituale. Lo stare in un posto perché così dev’essere e non capire del tutto il perché, ecco.
Di contro, se c’è un ambito nel quale percepisco più che altrove una sensazione interiore di benessere, di essere in un luogo amico, accogliente in senso pienamente bio-logico, per così dire, è certamente il bosco. Mi troverete lì, nei momenti suddetti. Mi ci immergo come in una dimensione, uno spazio-tempo altro, assolutamente terreno e al contempo profondamente trascendentale, metafisico, vi girovago spesso senza mai sentirmi smarrito – anzi, tutt’altro – e in effetti, devo confessare, è così anche perché con le piante mi ci ritrovo a parlare, e ci faccio delle chiacchierate ben più argute di quelle che certi umani consentono. La dico con fare spiritoso, ‘sta cosa, perché so benissimo che quando la racconto i miei interlocutori in tal modo la intendono e insieme ci scherziamo sopra.
Tuttavia non sto scherzando mica troppo, in verità. Perché è il bosco, più di qualsiasi altro ambiente, che contribuisce a riallinearmi col mondo d’intorno, ad armonizzare nuovamente quelle percezioni dissonanti di cui ho detto, a insegnarmi – le piante, intendo – quale sia l’equilibrio necessario tra presenza ed essenza, tra forza e levità vitali, tra senso e sostanza della vita. Ben più di molti uomini, appunto, mi permetto di ribadirlo. Appoggio la mano sui tronchi e sento – credo di sentire, mi convinco, mi illudo o quant’altro ma tant’è, la cosa non cambia – scorrere più energia vitale (no, la linfa non c’entra) che in innumerevoli altri luoghi convenzionalmente ritenuti “vivi” ma che di viva hanno forse solo una cospicua immaginazione indotta.
Non so se possieda i “titoli” e possa ambire al titolo di Homo sapiens, forse ho più probabilità di poter essere considerato un Homo silvanus, ecco. Nonostante per molti il bosco non sia che un posto pieno solo di “cose” in forma di fusti legnosi fastidiosamente fitti, se non pure piuttosto inquietanti.
Beh, da Homo silvanus, a costoro vorrei dare un caloroso consiglio: imparate ad ascoltarle, le piante, quando avete la fortuna di vagare per i boschi. Vi insegneranno moltissimo. E se nel bosco mi trovate a vagare, come facilmente potrebbe accadere, non disturbatemi più di tanto – anche se sarò felice di incontrare pure voi, in un ambito così profondamente vitale e benefico.

P.S.: le immagini in testa al post sono tratte da qui.

Matera, capitale europea della… incultura?

Dicevano, motivando l’assegnazione del titolo di “capitale europea della cultura 2019” a Matera, che “L’obiettivo di Matera di porsi alla guida di un movimento finalizzato all’abbattimento degli ostacoli che impediscono l’accesso alla cultura è visionario”.

Bene, agosto 2017: delle (sole!) tre librerie cittadine, una è a rischio di chiusura. Riguardo i lavori programmati in poli culturali fondamentali per la città – e per una “capitale della cultura” ancor di più – come il restauro del Museo, il potenziamento della sede universitaria o la stabilizzazione della Biblioteca provinciale, «Non sono neppure state avviate le pratiche». Nel frattempo, i celeberrimi Sassi «si stanno trasformando in un bazar, rinnegando la loro storia. Dove c’erano officine, magazzini, cantine, ora i turisti dormono, mangiano, si abbronzano».

Ma tranquilli, manca ancora un anno e mezzo di tempo al 2019 e non si può non restare coerenti con quanto asserito nella citazione in testa all’articolo: infatti, sperare che in questo tempo rimanente la città diventi una vera e giustificata capitale europea della cultura non trovate sia altrettanto visionario?

Un attimo… vediamo cosa ha ribattuto l’assessore cittadino ai Sassi e alla Gestione Unesco: «Il percorso tecnico è definito, ora la parola passa alla volontà della politica».
Ah, la “volontà della politica”, dice?
Sì, assolutamente, totalmente, inesorabilmente visionario!

Sia chiaro: che l’intero anno 2019 in veste di “capitale europea della cultura” per Matera sia un successo strepitoso. Sperando che nel frattempo si determini cosa si voglia intendere per “cultura”: forse è questo il vero nocciolo della questione nonché l’autentico progetto di sviluppo a lungo termine per la città, ben oltre il 2019.

N.B.: fatti e citazioni riportate nell’articolo sono tratte da La Stampa, qui.