Bang sonici, boom psicotici…

Già, siamo sempre fermi lì. Sono passati 80 anni esatti, ma in fondo è come fosse ieri.
(Cliccate sulle immagini, se non sapete di che si tratta.)

P.S.: oppure aveva ragione il grande scrittore austriaco Thomas Bernhard, quando sosteneva che

Il clima prealpino rende psicopatici gli esseri umani.

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Si può visitare un “Sogno”? Sì: salendo sul suo “Colle”, domenica 18 marzo!

Questa prossima domenica 18 marzo, dalle ore 14.30, tornerò a farvi da guida alla bellezza, alle peculiarità storiche e architettoniche, al fascino e al Genius Loci di Colle di Sogno, uno dei più bei borghi di montagna delle Prealpi lombarde, autentico piccolo/grande tesoro di cultura capace di narrare una storia poetica che sa coinvolgere chiunque. Camminando tra le vie del borgo, immersi nel suo incanto di pietra e di legno quale fulcro di un paesaggio naturale sublime e maestoso, vi racconterò una storia fatta di tante storie, di genti, animali, alberi, usanze, tradizioni, emozioni, percezioni, di un’identità che è la personalità del Genius Loci di un luogo così potente e peculiare. È l’ecostoria – ovvero la storia impressa e narrata direttamente dai luoghi, più che sui/dai libri – di un forte legame tra l’uomo e il paesaggio costruito lungo i secoli e tutt’oggi ben presente, nonostante lo spaesamento generato da un progresso che dei luoghi come Colle di Sogno ha troppo spesso ignorato la cultura fondante. Ma la resilienza è in atto, e trova la più solida base proprio nella bellezza del luogo e della sua storia: in fondo, averne conoscenza, comprenderne il valore, entrare in essa e fare in modo che il luogo entri in chi lo visita e lo conosce, è la migliore, reciproca forma di salvaguardia e di godimento di quella bellezza. Che può salvare il mondo, appunto: proprio come sancì il dostoevskijano Principe Myškin – ma pure, più pragmaticamente, come può sancire chiunque visiti Colle di Sogno!

Cliccate qui accanto sulla locandina dell’evento – a dir poco eccezionale, visto che vi consentirà di mangiare ottime caldarroste in piena primavera! E in quale altro posto al mondo le potere trovare? – in cui la visita al borgo è inserita per saperne di più, e mi raccomando: non mancate! Sarà l’occasione per la scoperta e la conoscenza di un luogo che vi resterà nel cuore, ne sono certo!

Tutto diverso, tutto come prima

A tutti i “reduci” delle ultime elezioni politiche, ai vittoriosi e agli sconfitti, agli esultanti sobri, a quelli gongolanti e a quelli sguaiati, ai delusi, ai depressi, agli irosi e agli affranti sull’orlo di un crisi di nervi, a quelli che “poteva andare peggio” e a quelli che “non poteva andare meglio”, agli orgogliosi e ai vergognosi, ai boriosi e ai meschini, a quelli che se potessero rivotare cambierebbero la loro scelta e a quelli che nemmeno si ricordano cos’hanno votato, a quelli che dicono che è finita un’era e a quelli che sostengono che ne è cominciata una nuova (ma non si tratta della stessa “era”), a chi commenta, analizza, giudica, critica, esamina, sviscera, profetizza, vaticina, a quelli che saltano sul carro dei vincitori, a quelli che si ritrovano buttati a terra e agli altri che stanno già pensando di diventare nuovi carrozzieri
A tutti costoro, insomma, consiglio di leggerci sopra qualcosa, giusto per svagarsi un attimo e magari capire un po’ meglio come stanno le cose. Ecco, leggere qualcosa tipo il brano seguente, peraltro celeberrimo – anzi, sempre più tale anche perché sempre più atemporale – e poi mettersi il cuore in pace. In qualsiasi caso.

Il ragazzo divenne serio: il suo volto triangolare assunse una inaspettata espressione virile. “Parto, zione, parto fra mezz’ora. Sono venuto a salutarti.” Il povero Salina si sentì stringere il cuore. “Un duello?” “Un grande duello, zio. Contro Franceschiello Dio Guardi. Vado nelle montagne, a Corleone; non lo dire a nessuno, sopratutto non a Paolo. Si preparano grandi cose, zione, ed io non voglio restarmene a casa, dove, del resto, mi acchiapperebbero subito, se vi restassi.” Il Principe ebbe una delle sue visioni improvvise: una crudele scena di guerriglia, schioppettate nei boschi, ed il suo Tancredi per terra, sbudellato come quel disgraziato soldato. “Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev’essere con noi, per il Re.” Gli occhi ripresero a sorridere. “Per il Re, certo, ma per quale Re?” Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impenetrabile e caro. “Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?” Abbracciò lo zio un po’ commosso. “Arrivederci a presto, Ritornerò col tricolore.” La retorica degli amici aveva stinto un po’ anche su suo nipote; eppure no. Nella voce nasale vi era un accento che smentiva l’enfasi. Che ragazzo! Le sciocchezze e nello stesso tempo il diniego delle sciocchezze.

(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, Feltrinelli, 1969 – 1a ed.1958.)

Carlo Limonta, “Gavarot” (e il premio OFF!)

Non che vi fossero bisogno di ulteriori attestazioni probanti sulle grandi capacità artistiche e narrative di Carlo Limonta, pregevole film maker del quale già vi ho scritto più volte, qui sul blog, e vi ho parlato – in radio, avendolo come illustre ospite della 3a puntata della stagione in corso di RADIO THULE (potete riascoltare la puntata con il podcast, qui.)

Non ce ne sarebbero bisogno, dicevo, ma ben vengano quando ce ne sono – e da qualche giorno c’è una nuova e assolutamente prestigiosa attestazione: Carlo, nell’appena conclusa XII edizione di OFF – Orobie Film Festival, ha vinto la Sezione OROBIE E MONTAGNE DI LOMBARDIA e il Premio Fondazione Riccardo Cassin, con il suo Gavarot, con la seguente motivazione: “Il film, preziosa testimonianza della vita e delle fatiche d’alpeggio, ha il merito cinematografico di mettere una volta tanto al centro la vera tradizione delle nostre montagne dando visibilità alla vita dei pastori, da sempre veri custodi della montagna e motori di un’economia rurale spesso dimenticata e bistrattata che è invece da valorizzare.” (In testa all’articolo uno still dall’opera.)

Ho frequentato un po’ Limonta in queste settimane, incrociandoci di frequente per via della radio o per altre iniziative alle quali entrambi collaboriamo, e ho potuto dunque comprendere ancora più a fondo il suo lavoro cinematografico – ma mi verrebbe da dire la sua vita professionale al servizio della narrazione per immagini, intendendo con quel “vita professionale” l’intensa simbiosi tra l’uomo, la sua quotidianità, il regista-artista e il suo lavoro. Ambiti solo all’apparenza disgiunti ma in realtà cosa sola e univoca, per i quali fa da collante la profonda passione di Carlo per le immagini e per la narrazione di storie apparentemente semplici eppure emblematiche e intriganti, la capacità di saperle raccontare ovvero di trasmetterne l’essenza, il suo grande bagaglio culturale nonché – e l’ho compreso bene in questo ultimo periodo, appunto – la sua notevole sensibilità: sensibilità tecnica, percettiva, emotiva, spirituale, umana.

Sono dunque estremamente felice per questo ennesimo riconoscimento a Carlo Limonta, e ancor più tale occasione la rendo ulteriore buon motivo per chiedervi di conoscere la sua produzione cinematografica e ad assistere – anzi, a godere delle immagini nelle proiezioni pubbliche in cui i suoi film saranno protagonisti. Ne resterete prima incuriositi, poi affascinati, quindi conquistati e, infine, illuminati – nel senso vero del termine, dacché avrete l’occasione di osservare quella parte di mondo ripresa dai suoi obiettivi sotto una luce diversa, probabilmente più chiara, più penetrante, più perspicace. E ne uscirete arricchiti, senza alcun dubbio.

Se ancora si vogliono piazzare croci sulle vette dei monti…

Come sa chi segue il blog, sono particolarmente sensibile alla questione “Croci sulle vette dei monti”, la cui “abitudine” di installazione trovo profondamente insensata, oggi – qui potete leggere in modo più dettagliato le mie ragioni, che sostengo da molto tempo. D’altro canto è d’uopo denotare che il piazzare una croce in cima a una montagna non ha mai rappresentato un segno di genuina devozione popolare, semmai è stato fin dall’inizio di tale pratica (nell’Ottocento) un gesto di matrice meramente urbanizzante nato lontano dai monti (ai montanari autoctoni non sono mai interessate le vette delle montagne, se non per andarci a cacciare qualche ungulato) nonché sollecitato e imposto dalla chiesa per cercare di contrastare attraversi quei segni “politici” di potere la secolarizzazione della società avviatasi con il coevo progresso civile e sociale.
Ma se si può accettare il fatto che le croci “storiche” – e con ciò si intende quelle vecchie di almeno un secolo – siano diventate parte dell’immaginario collettivo locale di certe montagne, purtroppo la pratica di piazzarne di nuove viene ancora bizzarramente sostenuta da alcuni, e questo sta accadendo anche dalle mie parti: ho sentito il dovere e la necessità, dunque, di mettere in evidenza quanto sopra con la seguente missiva alla stampa locale, che vuole pure essere una proposta di azione concreta contro quelle pratiche “crocifiggenti” dei monti eventualmente messe in atto altrove.
I toponimi che leggerete sono chiaramente quelli dei monti delle mie parti oggetto della questione; l’articolo a cui rispondo lo potete raggiungere e leggere da qui.

Nuove croci sui monti: è veramente il caso?

Mi permetto di sottoporre alcune considerazioni personali relative al ripristino, o installazione ex novo, di una croce sulla sommità di Sopra Corna, anticima del Monte Spedone, di cui avete detto nel Vostro articolo dello scorso 10 gennaio.
Premetto da subito che è massimo il rispetto dello scrivente per qualsiasi sensibilità di sorta nonché per ogni opinione teorica ovvero pratica: non è mio intento qui andare “contro” qualcuno o qualcosa né lo sarà in futuro, semplicemente desidero mettere in luce alcune ineluttabili evidenze correlate all’iniziativa annunciata.
Posto che la pratica contemporanea di installare nuove croci sulle vette dei monti trova ormai negli ambienti culturali di montagna sempre più ampie obiezioni – il grande alpinista Reinhold Messner, ad esempio, oppure il professor Annibale Salsa, uno dei più importanti antropologi italiani nonché ex presidente generale del CAI; ma è interessante denotare pure la posizione della Commissione Pastorale dell’Arcidiocesi di Trento, che si è espressa contro i “tentativi di ostentazione di una religiosità urlata, imposta, gridata. Essa non aiuta certamente a riflettere, a meditare, a contemplare la natura del creato con animo religioso” – e posto che nel concreto l’intervento sulla cima di Sopra Corna sarebbe relativo alla posa di un nuovo manufatto (per di più la precedente croce era recente in quanto risalente agli anni ’80), mi chiedo se alla valorizzazione dei nostri meravigliosi eppur spesso poco considerati territori montani servano veramente nuove croci sulle sommità oppure altri interventi più funzionali allo scopo – ripristino e manutenzione dei sentieri, restauri dei manufatti storici, segnaletica, ausili informativi-culturali, eccetera – e dunque se le pur “non esorbitanti cifre” citate nell’articolo suddetto non siano appunto meglio utilizzabili per siffatti interventi di autentica valorizzazione territoriale. Ad esempio, piuttosto che impiegare tempo e denaro per nuove croci di dubbia valenza devozionale, si potrebbero impiegare tali risorse per il recupero delle numerose antiche “tribuline” sparse lungo i sentieri della valle, esse sì testimonianze della tradizione devozionale storica della zona nonché, in frequenti casi, elementi artistici e architettonici di pregio così come importanti marcatori referenziali e identitari narranti dell’antico legame tra le montagne in oggetto e la gente che da secoli le abita.
Tutto ciò, ribadisco, senza rimarcare alcun intento meramente critico o polemista e con il più discreto riguardo verso l’oggetto di queste mie considerazioni, tanto quanto con la massima e appassionata attenzione verso una reale e proficua riscoperta culturale, oltre che sociale ed economica, delle nostre montagne.

(Ringrazio la redazione di LeccoNotizie che ha pubblicato questo mio testo.)