Montagne “YES LIMITS”!

Ricercare costantemente nuovi obiettivi e andare sempre oltre qualsiasi limite. Oppure riconoscere che in certi casi il limite non debba essere superato e che l’obiettivo è una questione di misura.

A quale delle due condizioni, secondo voi, può essere meglio associato il concetto di libertà?

Siamo liberi quando tendiamo a superare senza sosta i limiti, o siamo liberi quando possiamo e sappiamo stabilire dei limiti da non superare e rispettare? Oppure, per dirla in altro modo: superare costantemente i limiti o saperne stabilire di insuperabili, quale delle due cose rappresenta di più una libera scelta?

Forse, non c’è una risposta univoca e del tutto soddisfacente. L’uomo si è fatto Sapiens e ha creato la propria civiltà proprio perché ha saputo costantemente superare i limiti suoi e del mondo che ha intorno; di contro, molti dei danni cagionati al mondo stesso sono stato causati dall’aver superato limiti insuperabili che, da Sapiens qual è, l’uomo doveva saper percepire, comprendere e rispettare.

Di conseguenza, se in certi casi superare i limiti è nella natura stessa dell’uomo e fa parte della sua evoluzione, in altri casi funziona all’opposto e l’evoluzione della natura umana deve – dovrebbe – saperci far capire quando sia il caso di non andare oltre, di rispettare il limite, di avere il senso della misura – lo dicevano già i Greci duemilacinquecento anni fa.

Quindi, tornando alle domande iniziali, abbiamo l’impressione di sentirci liberi quando possiamo superare costantemente i limiti perché intendiamo il “limite” come fosse un recinto che ci imprigiona e l’andarci oltre come una conseguente “liberazione”. Ma una volta superato un limite, ce ne sarà un altro da superare, poi un altro ancora e uno successivo e così via: la libertà di cui pensiamo di godere si rivela essere una ossessione, un assillo, dunque, a ben vedere, una sostanziale privazione di libertà che ci imprigiona in un meccanismo incalzante e opprimente dal quale uscirne è parecchio difficile. A volte una tale ossessione può anche avere risvolti positivi: il caso classico è quello della costante ricerca del superamento dei record sportivi – che comunque non è mai stata esente da lati oscuri, come sappiamo bene – oppure dei “limiti” scientifici e tecnologici che hanno permesso il progresso umano – ma anche in tal caso le ombre sono tante, basti solo pensare alla questione dell’intelligenza artificiale.

Viceversa, in molti casi appare una scelta molto più libera saper definire dei limiti da non superare, e obiettivamente anche più coraggiosa. La libertà intellettuale di comprendere il limite, di stabilirne la misura e di scegliere consapevolmente di non superarla.

[Foto di Mrexentric da Pixabay.]
Manifestare uno stato di libertà attraverso una limitazione può sembrare qualcosa di controintuitivo e per certi versi paradossale, invece in molti ambiti e per tante situazioni è la cosa più liberamente razionale che ci sia nonché la più necessaria da mettere in atto, che permette di sottrarsi sia dall’ossessione del “no-limits” tanto suggestiva quanto pericolosa, sia da quella evidente perdita del senso del limite – dunque della misura – che caratterizza troppo di frequente la civiltà di noi Sapiens, totalmente centrata sul superamento di qualsiasi limite pur di conseguire risultati e generare profitti nel disinteresse pressoché assoluto delle conseguenze derivanti.

Come ha scritto di recente su “La Stampa” l’amico Daniele Cat Berro, climatologo e divulgatore scientifico, in riferimento al progetto “Monveso di Forzo. Montagna Sacra” che si basa proprio sul concetto di “limite” soprattutto in relazione all’invasività umana negli ambienti naturali,

C’è un nesso tra la perdita della cultura del limite da parte dell’umanità (e soprattutto della civiltà capitalistica e iper-consumistica) e la crisi climatica e ambientale che stiamo vivendo. Una relazione spesso ignorata, tuttavia elemento-chiave per comprendere e affrontare la più grande sfida che, creata da noi stessi, abbiamo di fronte. […] Il nostro porsi sempre al centro e al di sopra di tutto – in un termine, il nostro atteggiamento antropocentrico – è alla base del grave deterioramento degli ecosistemi e in generale del sistema terrestre da cui dipendiamo, situazione studiata e accertata da migliaia di ricercatori delle più diverse discipline. Tra tutte, la scienza dei limiti planetari (planetary boundaries) ideata dallo scienziato ambientale svedese Johan Rockström, secondo cui sette dei nove limiti definiti dal mondo scientifico come cruciali nel mantenere la stabilità del sistema terrestre (cambiamento climatico, integrità della biosfera, modifica dei flussi biogeochimici, consumo di suolo, utilizzo di acqua dolce, nuovi inquinanti, acidificazione degli oceani) sono ormai pericolosamente superati e lampeggiano in rosso nel cruscotto dell’astronave-Terra.

Quante volte, leggendo le notizie dai media d’informazione o magari constatando i fatti di persona, ci troviamo di fronte a palesi superamenti di limiti, soprattutto nel nostro “fare cose” sulle montagne e negli ambienti naturali? E quante altre volte ci siamo trovati a ritenere quei superamenti così eccessivi da sembrare frutto di una vera e propria ossessione, di un bias cognitivo e comunque di una totale mancanza del senso della misura? Evidentemente, in tutte quelle volte, qualcuno ha preteso per sé la “libertà” di fare risultati, di conseguire obiettivi e profitti, ma così assoggettandosi a un meccanismo che di “libero” non ha nulla perché è dettato da modelli e dinamiche ben determinate e imposte. Senza contare poi che se siano arrivati i risultati e i profitti presunti e pretesi è una questione tutta da verificare. Inoltre, quella libertà singolare imposta a territori, luoghi e comunità quanta libertà collettiva ha impedito?

È il caso delle tante località sottoposte a sovraturismo – l’ormai arcinoto overtourism – nelle quali, per “libera” ingordigia imprenditoriale degli operatori turistici e per incapacità di pianificazione e di gestione degli amministratori pubblici, dunque di determinazione e imposizione di limiti, i residenti subiscono notevoli disagi e privazioni della propria libertà, a partire dall’essere liberi di poter vivere tranquillamente nella propria località di residenza.

Quante volte, invece, la vera libertà – di mente, di coscienza, di spirito – consiste nel comprendere e determinare limiti e misure da non superare, così come il vero coraggio sta nel saperli rispettare? Per tornare al progetto della “Montagna Sacra” – «sacra» nell’accezione universale di sacro come “diverso da noi” – che chiede simbolicamente a chiunque di non salire sulla vetta del Monveso di Forzo: è più libero chi pretende di poter salire qualsiasi vetta, andare ovunque e farci qualsivoglia cosa, o chi sceglie liberamente di non salire una montagna per manifestare il proprio rispetto del senso del limite? Ed è più coraggioso il primo nelle sue pretese ossessive o il secondo nella sua rinuncia consapevole?

Come dice bene Michil Costa, rispettare il limite non significa rinunciare a qualcosa ma darsi una forma, cioè determinarsi. Proprio come le montagne, che per moltissimi frequentatori sono sinonimo di “libertà” e per tanti di essi anche di limiti da superare – vette da salire, altitudini da raggiungere, pareti da superare, eccetera – ma che in verità sono ovunque fatte di «limiti»: innanzi tutto proprio la vetta, sommità massima oltre la quale non si può andare, e poi limiti morfologici, geografici, naturali, ambientali. Se non ci fossero limiti non ci sarebbero forme, e questo vale anche per noi Sapiens: saremmo indeterminati, privi di “contorni” intellettuali, emotivi, morali, etici, mere “macchine prestazionali” alle quali viene imposto di correre sempre più veloce oltre ogni limite. Che in effetti è ciò che molti elementi della nostra società contemporanea ci vorrebbero imporre di fare, perché funzionale al loro continuo inseguire e superare limiti, obiettivi, record, profitti. Un circolo vizioso senza fine, inesorabilmente deleterio per tutti – anche per chi pensasse di poterci guadagnare.

[Il Monveso di Forzo, la “Montagna Sacra” della Valle Soana.]
Dunque, ribadisco: il valore autentico della libertà sta anche nell’essere liberi di rispettare i limiti, ben più che nell’imporsi di superarli senza sosta. Come accennavo prima, i Greci lo avevano capito già duemilacinquecento anni fa elaborando il concetto filosofico di Métron (μέτρον), “misura”, per il quale bisognava vivere katà métron (κατὰ μέτρον), ovvero “secondo misura”: significava avere equilibrio, autocontrollo, conoscere i propri limiti e non cadere mai nell’eccesso (cioè nell’hybris, l’arroganza di superare i limiti umani). Mantenere il métron per un cittadino della Grecia classica era l’unico modo per raggiungere la vera armonia e felicità, dunque per sentirsi libero e affrancato da qualsiasi imposizione, ossessione, diktat oppressivo.

Un concetto vecchio di millenni ma che, visti i tempi e i rischi che corriamo, sarebbe quanto mai valido e necessario anche oggi, forse più di allora.

Perché spesso non sappiamo veramente “essere/stare” sulle montagne?

[Campitello di Fassa, Dolomiti, Trentino. Foto di lucas wesney su Unsplash.]
Saliamo sulle montagne e, guardandoci intorno, osserviamo e contempliamo qualcosa che come poche altre associamo – in modi più o meno fondati – al concetto di “bellezza”, di “meraviglia”, a volte di “infinito” e di “libertà”. Ovunque siamo e stiamo, lassù in alto, ci illuminiamo d’immenso, per dirla ungarettianamente.

Penetriamo nel bosco e ci ritroviamo in un regno fantastico nel quale luci, ombre, colori, odori, suoni, silenzi, presenze e assenze ci sorprendono, ci affascinano, ci incuriosiscono e ci fanno sentire bene.

Possiamo ascoltare il fluire del vento, il frusciare dell’erba nei prati, lo stormire delle cime e delle chiome degli alberi, lo zampillare dell’acqua nei ruscelli o lo scrosciare nei torrenti e innumerevoli altre armonie che risuonano le note della vita più viva che ci sia.

Camminiamo lungo sentieri più o meno ripidi e agevoli e comprendiamo che la fatica che proviamo è salutare, necessaria, persino gradevole e desiderabile – sembra un paradosso ma è così perché capiamo che altrimenti ci sarebbe qualcosa di sbagliato, di fuori posto.

Sulle vette ci ritroviamo alti sopra ogni cosa del mondo d’intorno e mai così vicini al cielo, a contatto di un infinito assoluto che amplifica quello delle montagne, allunga lo sguardo, dilata il respiro, accresce le nostre emozioni e ci fa sentire nel posto giusto al momento che è sempre quello giusto, quando siamo lassù.

Ovunque attiviamo i nostri sensi, in montagna, troviamo qualcosa che ci emoziona, entusiasma, stimola, affascina, a volte ci strabilia e altre volte forse ci intimorisce ma anche così incuriosendoci e attraendoci, perché è comunque qualcosa che racconta, rivela, insegna, che ci rende più ricchi perché ci fa stare bene e il benessere autentico è la ricchezza primaria di cui possiamo godere. Forse ci rende persino felici, in fondo la felicità esiste soprattutto nei modi in cui la si vuole percepire e non conta cosa sia ma come ci faccia sentire – in montagna bene, appunto.

[Altmünster am Traunsee, Oberösterreich, Austria. Foto di simon su Unsplash.]
Ecco: le montagne ci danno tutto questo e molto di più semplicemente standoci. Essere lassù e basta, semplicemente. Non serve altro.

Allora perché dobbiamo avere bisogno di mille stupidaggini fasulle – ponti tibetani, passerelle, panchine giganti, strade, funivie, ciclovie, giochi e giostre e infrastrutture d’ogni sorta, rumori e baccani e altre cose simili – per essere in montagna? Perché non ce la possiamo fare senza? Veramente non riusciamo proprio?

Forse non riusciamo perché, se abbiamo bisogno di tutte quelle cose per “godere” delle montagne, sulle montagne non ci stiamo veramente. Non siamo lassù. Non siamo, punto.

Ecco anche perché, probabilmente, il turismo che da tutto ciò deriva non “valorizza” le montagne, come alcuni affermano, ma le svilisce, consuma e degrada. Con le conseguenze che solo chi non ha i sensi attivi non può comprendere.

Il paesaggio è un soggetto, non un oggetto

Il grosso, permanente problema che abbiamo con il paesaggio è che continuiamo troppo spesso a considerarlo un “oggetto” invece che un soggetto. Cosa che invece è pienamente: perché il paesaggio siamo noi, ne siamo parte fondamentale insieme agli elementi naturali che lo compongono e perché diventa “paesaggio” grazie alla nostra elaborazione culturale [1]: esiste innanzi tutto nelle teste degli osservatori, diceva Lucius Burckhardt, dunque anche in questo modo il paesaggio siamo noi. Soggetto, non “oggetto”.

Invece, come detto, continuiamo a considerarlo un oggetto e per ciò qualcosa del quale usufruire, sfruttare a nostro vantaggio e piacimento, usare, consumare. Questo accade sia quando vi realizziamo cose, anche le più invasive e impattanti, senza curarci delle conseguenze che generano nel paesaggio, sia quando – più semplicemente ma non meno significativamente – lo consideriamo uno sfondo suggestivo e instagrammabile per i nostri selfie senza nemmeno renderci conto di cosa sia, di quali caratteristiche presenti, di quali specificità abbia. Come un poster, bello ma ordinario, che sta bene dietro di noi nell’ennesimo autoscatto da postare e dimenticare sui social media o, su altra scala, come contesto funzionalmente pittoresco al godimento delle solite attrazioni turistiche, dalle panchine giganti agli impianti sciistici – almeno per come molte persone ne godono, tanto liberamente quanto banalmente.

Ecco, la banalizzazione del paesaggio è la conseguenza inesorabile di tutto ciò. Come un qualsiasi oggetto, appunto, banalmente utilizzabile e consumabile, e quando non ce n’è più se ne trova un altro da sottoporre allo stesso processo altrove. Senza capire che, se non c’è più il paesaggio, è perché non ci siamo più noi: come persone, come uomini e donne, come civiltà, come fatture umano che fa il paesaggio insieme agli elementi naturali. Diventiamo semplici, banali fruitori, anzi clienti, visto che spesso paghiamo un prezzo per frequentare un paesaggio. Ovviamente, essendo spesso trasformato in un bene da vendere cioè in un oggetto.

Come notate, si torna sempre qui, a questo vulnus fondamentale. Che, se non lo risolviamo, manterrà costantemente il paesaggio a rischio di degrado e distruzione e noi con lui. Perché il paesaggio siamo noi, lo ripeto di nuovo, e tutto ciò che di dannoso e pericoloso facciamo al paesaggio lo facciamo a noi stessi.

Sembrerebbe una cosa non così difficile da capire. Invece lo è, a quanto ci tocca constatare.

[1] Come viene definito e sancito dalla Convenzione Europea del Paesaggio, che trovate qui.

Una domanda provocatoria su tutti questi incidenti in montagna

Sarò provocatorio, sappiatelo, ma lo faccio per agevolare una riflessione che è comunque da compiere (dacché non la si affronta ancora molto).

Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) ha diffuso le statistiche relative agli interventi dello scorso anno: nel 2025 si è raggiunto il più alto numero di interventi di sempre in montagna, con un aumento dei decessi del 13% rispetto all’anno precedente, ben 528, e quasi metà delle missioni effettuate (43,6%) per soccorrere escursionisti, di frequente in difficoltà legate al terreno e alle condizioni ambientali. Al punto che il CNSAS conclude che «Il quadro complessivo rafforza la necessità di investire in prevenzione, sensibilizzazione e formazione»: ovvero, per essere chiari, i soccorritori sono intervenuti per aiutare persone che in molti casi – con tutti i possibili e immaginabili distinguo del caso – non dovevano essere lì dove sono finite e non sapevano come cavarsi dalle difficoltà perché impreparati.

Dunque chiedo – provocatoriamente, ripeto: se la montagna è sinonimo di libertà e chiunque è libero di frequentarla, in certe condizioni il diritto e la libertà di andarci è veramente dovuta a tutti?

Lo so bene, la domanda è provocatoria tanto quanto retorica: certo che chiunque ha il diritto di poterci andare! Come si può stabilire obiettivamente il contrario? Già. Tuttavia, mi viene da dire, si dovrebbe osservare pure il dovere di esserne il più possibile consapevole. Come dice il noto motteggio: prima il dovere, di tenere acceso il cervello e possedere almeno le più elementari nozioni sull’ambiente montano, poi il piacere di frequentarlo e andare ovunque, mantenendo sempre la testa sulle spalle – e anche per questo divertendocisi di più. Non è solo una questione di «Se si fa male sono cavoli suoi, se l’è cercata!», non la si risolve così facilmente: ci sono in gioco molti altri aspetti, spesso sottovalutati eppure paradigmatici.

Oppure, appunto, quel diritto per alcuni non è poi mica così tale? Che dite voi?

«La montagna è di tutti!»

[Quest’immagine è tratta da un bellissimo post della pagina Instagram di divulgazione ambientale betula_stuff, dove lo potete leggere per intero – cliccate sulle immagini; qui trovate il loro sito web.]
Molte volte, dietro certe infrastrutture turistiche quanto meno opinabili che vengono realizzate in montagna, viene posto un “pensiero” che poi regolarmente si manifesta in forma parecchio dogmatica quando si cerca di osservare la criticità delle opere: «la montagna è di tutti!». Per cui, via con le ciclovie larghe come strade che raggiungono luoghi alpestri incontaminati e spesso spianano sentieri storici o, viceversa, guai a invocare la chiusura di certi percorsi stradali o alpestri perché troppo affollati e per ciò degradati – e degradanti i luoghi che attraversano. «La montagna è di tutti!» ripetono i promotori di quelle opere, «tutti hanno il diritto di poterci andare e di godere delle sue bellezze!» Affermazioni che in realtà nascono ben altri fini – o ben altri affarismi, per meglio dire – le cui parole a loro volta “spianano” le montagne, la loro cultura, l’anima peculiare, in maniera oltre modo pericolosa perché basate sul principio del “si può fare tutto”. L’esperienza montana non conta più, nemmeno la fatica che dava valore alla meta raggiunta e tanto meno la relazione con i luoghi: bisogna arrivarci, punto. E farlo il più agevolmente possibile perché più persone possibili possano farlo. Allora spianiamole tutte queste montagne maledettamente ripide, accidentate, aspre! Chi siamo noi per poter dire che lassù ci si può arrivare solo se ben allenati dopo qualche ora di cammino o soltanto con un’adeguata tecnica ciclistica oppure alpinistica, oltre che con la dovuta consapevolezza del luogo e del contesto? «La montagna è di tutti, tutti ci devono poter salire!»

Questi pensieri, purtroppo spesso articolati proprio dalle amministrazioni comunali di montagna in una deriva culturale inquietante e irritante, rappresentano una delle più gravi mancanze di rispetto nei confronti dei territori montani anche in forza del suo carattere istituzionale. Dimenticano totalmente di considerare il senso del contesto, come se la montagna fosse un ambito uguale agli altri, soprattutto a quelli cittadini, alterano il valore stesso della presenza umana sui monti basata da sempre e inevitabilmente sul dialogo con i luoghi e le condizioni ambientali, tralasciano – con molto ipocrisia – di proferire quelle affermazioni nella loro forma completa: la montagna è di tutti quelli che la rispettano. E lo fanno perché, per realizzare certi progetti, sanno benissimo che il rispetto per la montagna è un ostacolo e non deve essere contemplato, anzi: lo si deve alimentare, spingendo anche i fruitori di quei progetti a dimenticarlo.

[Le orripilanti passerelle metalliche piazzate nel 2022 sul Piz di Olda, a oltre 2500 metri di quota in Valla Camonica, pur di farci arrivare i cicloturisti – ne avevo scritto qui. Fortunatamente poi vennero tolte ma per la mancanza delle autorizzazioni necessarie, non per la loro palese dissennatezza.]
Ma a qualsiasi diritto corrisponde un dovere: ha il diritto di salire sulle montagne chiunque manifesti il dovere di rispettarle. Altrimenti non può salire, fine della storia. Il mondo è grande, di altri posti belli nei quali divertirsi ce ne sono a iosa. E quando certe amministrazioni pubbliche proferiscono le succitate affermazioni pur di giustificare e realizzare i loro progetti, dimostrano di avere annullato il diritto di amministrare le loro montagne. D’altro canto il voto elettorale è un dovere che garantisce il diritto di scegliere chi si ritiene possa fare del bene ai propri territori. Se questa corrispondenza si rompe, viene rotta ogni altra cosa conseguente. Punto.