Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito (2° tempo)

P.S. – Pre Scriptum: nel suo bel blog Accendi la mente, Emanuele dedica una sua risposta, ed alcune interessanti osservazioni, al mio articolo Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito (cliccate sul link per leggerlo, se ve lo siete perso), nel quale disquisivo del rapporto non sempre “idilliaco” (eufemismo!) tra molte persone e l’arte contemporanea, sovente accusata – riassumo brutalmente i concetti per chiarezza e rapidità – di essere incomprensibile, troppo cervellotica, scarsamente dotata di autentico valore artistico ovvero frutto di mediocre talento, per così dire.
Di seguito potete leggere l’articolo/risposta di Emanuele e, successivamente, le mie contro-osservazioni, in un confronto di idee assolutamente intrigante per il quale non posso che ringraziare Emanuele di cuore.

Caro Luca,
ho letto con interesse il tuo articolo sull’arte contemporanea e ho deciso di risponderti con un post invece che con un commento. Iniziamo!
Io sono uno di quelli che dice “Quella roba lì la potevo fare anche io!“. Dietro questa frase semplicistica si snodano diversi pensieri (strettamente personali) che concorrono alla mia opinione sull’arte contemporanea. Eccone alcuni.
La prima caratteristica di un artista è la capacità di comunicare un messaggio attraverso l’opera senza intermediazioni. Messaggio che può variare a seconda di chi osserva poiché ognuno di noi interpreta in base al proprio costume ed alla propria sensibilità. Ciò rende molto personale il rapporto fra l’opera e chi la osserva.
Se si esclude la spiegazione dell’artista molte delle opere contemporanee risultano fredde ed imperscrutabili. La sensibilità del singolo fruitore non ha più valenza poiché deve essere guidata dal commento del critico.
Un’opera d’arte deve farmi provare qualche tipo di emozione o sensazione anche senza conoscere il motivo alla base della sua creazione.
In molte opere contemporanee tali sensazioni giungono solo dopo l’analisi del suo significato. L’emozione è quindi il risultato di un pensiero logico.
Un artista comunica soprattutto attraverso il proprio talento (appunto) artistico. Per essere artisti contemporanei esso non è un requisito necessario. Ad avere valore è quindi unicamente il messaggio.
Concludendo, per me l’arte è un insieme di talento e comunicazione. In quella contemporanea trovo più elucubrazioni mentali che talento. Per questo la considero più affine alla filosofia.
Non comprerei mai un taglio di Fontana, ma acquisterei volentieri un libro in cui mi spiega il significato di tale opera.

* * *

Caro Emanuele,
innanzi tutto grazie di cuore per la tua risposta così ben motivata al mio post – e grazie per avergli riservato una tale considerazione, ne sono molto onorato.
Le tue osservazioni sono del tutto comprensibili e, per certi aspetti condivisibili. In effetti entrambi mettiamo in evidenza, nella relazione tra l’opera d’arte contemporanea e il suo fruitore, l’importanza della sensibilità personale – sia dell’artista che decide di proporre pubblicamente la sua opera, che del fruitore. Sicuramente ce ne sono parecchi di casi di artisti che una tale sensibilità non la dimostrano granché ovvero (ed è anche peggio) la sottomettono ad altri fini più legati all’aspetto mercantile dell’arte contemporanea; d’altro canto non posso di nuovo non rimarcare come pure in molti che non capiscono/dicono di non capire l’arte contemporanea, o si dichiarano ostili ad essa, sia evidente una mancanza di sensibilità, a volte superficialmente preconcetta, altre volte legata a mera “indolenza intellettuale”, se così posso dire. Ma sai bene che da quando le avanguardie otto-novecentesche hanno definitivamente fatto tramontare (o quanto meno reso secondaria) la primaria percezione di matrice estetica dell’opera d’arte, dando prevalenza alla fruizione mentale e intellettuale più che a quella sensoriale ed emozionale, sono cambiati pure i paradigmi di riferimento al riguardo, ivi comprese (sovente per scelta precisa degli artisti) la stessa fruizione e la comprensibilità. Tale evoluzione in fondo è stata dettata anche dallo sviluppo culturale della civiltà umana, sempre più legato (nel bene e nel male) al pensiero logico, alla tecnica, al modo e alla necessità di comunicare messaggi sempre più densi e strutturati che tuttavia, alla fine dei conti, non possono (e non potranno mai, credo e spero) prescindere da quella sensibilità che entrambi abbiamo messo al centro della nostra discussione.
Posto ciò, e da qui, le nostre opinioni divergono: ove tu ritieni che la sensibilità del fruitore, e la relativa scaturente emozione, vengono fatte ostaggio del pensiero logico ovvero della mediazione esterna (alla sensibilità del fruitore, in primis) del critico, io ritengo che invece proprio la più ostica fruibilità del’arte contemporanea divenga elemento di accrescimento della sensibilità la quale, per essere “piena” com’è necessario che sia, in una situazione del genere, deve comporsi tanto di emozione quanto di ragione. In tal senso la figura del critico è preziosa al fine di strutturare in maniera piena e compiuta quella sensibilità, anche per non renderla “finita” nel momento in cui la fruibilità dell’opera possa dirsi, se possibile, “totale” ma facendola andare oltre – il che è un altro scopo dell’arte contemporanea, a mio modo di vedere: non fermarsi a sé stessa, non confinarsi al mero ambito delimitato dallo spazio-tempo della della relazione opera-fruitore ma necessariamente andare al di là. In fondo è il retaggio e l’evoluzione del taglio nella tela di Fontana, questo.
Dal mio punto di vista dissento anche su che per l’artista contemporaneo il talento artistico non sia più un requisito necessario. Secondo me invece lo è ancora di più, proprio perché a far fronte ad una eventuale mancanza di talento non c’è più la mera tecnica, ovvero la capacità di generare valenza estetica, con il conseguente “facile” apprezzamento pubblico, e dietro di essa nascondere la carenza espressiva e comunicativa. Che poi oggi l’artista debba pure essere un gran comunicatore è assolutamente vero in quanto ineluttabile: è il mondo che gira così (non solo quello artistico), se l’artista vuole mangiare del suo lavoro deve necessariamente comunicare. Ecco, qui egli può manifestare un utile “talento”: nel saper equilibrare bene messaggio e arte, necessità comunicativa e valore artistico, godimento pubblico e unicità di un prodotto “privato” frutto dell’ingegno personale quale è l’opera d’arte, facendo sì che le une cose non finiscano per soffocare le altre ovvero che trascendano il senso del termine “valore” dall’ambito dell’arte a quello del mercato.
Anzi, a proposito, e per concludere: pure io non comprerei mai un taglio di Fontana… costa troppo!!!
Grazie di cuore, caro Emanuele, per questa preziosa possibilità di dialogo che, al di là delle opinioni personali, mi dà modo di poter riflettere, ponderare e imparare intorno a un tema tanto vasto quanto affascinante!

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Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito

Lucio Fontana, “Concetto spaziale, attese”, 1964.

Non di rado mi ritrovo a chiacchierare di arte contemporanea con amici e conoscenti non troppo avvezzi ad essa i quali sostengono di “non capirla”, oppure di non riconoscerle alcun valore artistico – nel senso “classico” del termine – finché spesso, in quelle chiacchierate, rispunta ciò che si può ormai definire un “luogo comune” sul tema: «Ah, ma quella roba lì la potevo fare anch’io!».

Ecco dunque che io mi ci metto d’impegno* per cercare di spiegare il rivoluzionario superamento della superficie della tela, e del relativo limite espressivo, dei tagli nei Concetti Spaziali di Lucio Fontana, o la geniale e sagacissima critica al mercato della Merda d’Artista di Piero Manzoni, oppure il tanto provocatorio quanto illuminante e indubitabile messaggio al mondo contemporaneo sulle fondamenta della sua società lanciato da L.O.V.E. – la mano tesa nel saluto romano rotta con le dita mozzate a parte il solo solo dito medio – di Maurizio Cattelan davanti alla Borsa di Milano – tre esempi a caso tra gli innumerevoli che potrei citare… ma di frequente è uno sforzo inutile, l’incomprensione e la diffidenza quando non il disprezzo (ovvero la mancanza di volontà d’approfondimento e di riflessione, se posso dire, con tutto il rispetto) restano.

Ma, cari amici che dite di “non capire” l’arte contemporanea: e se provaste a riflettere sul fatto che, se essa vi risulti incomprensibile, ciò sia un preciso fine della stessa, ovvero un elemento di accrescimento della sua attrattiva? Se vi dicessi che, sovente, è lo stesso artista a rendere la sua opera di difficile comprensione, dacché vuole spronarvi a riflettere ancor più del normale su di essa, sul messaggio che porta con sé e sulla sua portata artistico-culturale? Se tale “difficoltà” fosse l’indispensabile elemento di rottura nelle vostre (presunte) certezze e convinzioni, per far sì che possiate farle evolvere verso nuovi ancorché ignorati livelli di comprensione e di illuminazione?

Uno degli scopi fondamentali dell’arte contemporanea è proprio questo, in fondo: offrire nuove quando non rivoluzionarie («L’arte o è plagio o è rivoluzione» disse Paul Gauguin) visioni, letture, concezioni e rivelazioni sul mondo, sulla realtà e sulla vita che, in quanto tali, all’inizio pochi sanno comprendere e apprezzare nonché molti arrivano a disprezzare. Ma fu proprio un grandissimo maestro del “non comprensibile” come René Magritte a sostenere che «Solo un quadro capace di resistere a qualsiasi spiegazione è un quadro riuscito»: una provocazione, per certi versi, ma pure un principio fondamentale dell’arte di maggior valore culturale, e la miglior risposta, da una delle più sublimi fonti possibili, a chi si ostina a non voler capire l’arte contemporanea.

E per quelli che dicono «Ah, ma quella roba lì la potevo fare anch’io!»: be’, allora perché non l’hai fatta tu?

(*: sia chiaro che io disquisisco di arte da mero appassionato e non voglio certo millantare le competenze e la bravura di un critico, che è la figura deputata a fare da mediatrice tra opera d’arte e fruitore. Nell’articolo ho semplificato la questione perché ciò di cui voglio parlare è altro; l’eventuale dibattimento sul ruolo della critica nelle situazioni descritte (peraltro molto attivo nel mondo dell’arte) ne svierebbe il senso finale.)

Auguri, Matera!

Tra pochi giorni, esattamente sabato 19, Matera sarà ufficialmente eletta (insieme alla bulgara PlovdivCapitale Europea della Cultura per l’anno 2019.

Auguro di gran cuore alla città, e a chiunque abbia lavorato negli anni scorsi per ottenere tale riconoscimento e lavorerà per portare a termine il programma nel migliore dei modi, che quest’anno anno sia un grandissimo e memorabile successo. È un’occasione di importanza ineguagliabile per Matera e lo è ancor di più per l’Italia intera, un paese che ha un disperato bisogno di cultura, di rinascita, rinnovamento, re-invenzione culturale, un paese che deve smetterla finalmente di frapporre al proprio cammino di sviluppo culturale (che è sinonimo di altrettanto sviluppo civico) infiniti ostacoli ideologici, politici, burocratici, sociali e quant’altro di affine, e che deve invece cogliere questa preziosa occasione per tornare a rendere carburante fondamentale e irrinunciabile del proprio progresso l’unico elemento, forse, realmente in grado di costruire il miglior futuro possibile per il paese e per la sua società civile: la cultura, appunto. Quella cultura di cui l’Italia è ricchissima come pochi altri paesi al mondo e che è sempre fonte di bellezza: la bellezza del sapere, della conoscenza, della scienza, delle arti, del buon vivere, della più armoniosa socialità. Quella bellezza che salverà il mondo per la quale Matera mi auguro sia durante tutto l’anno in corso un esempio e una fonte possenti, insuperabili e inesauribili anche negli anni futuri.

(Cliccate sull’immagine per visitare il sito web di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura.)

Come la democrazia può mutare rapidamente in totalitarismo

Se la democrazia, anche la più compiuta e apparentemente solida, si priva della cultura – o ne viene forzatamente privata – in tempi molto rapidi si trasformerà inevitabilmente in una dittatura. Dacché la prima si alimenta innanzi tutto di cultura, prima che di politica, di economia o di altro, la seconda si alimenta di ignoranza, trovando la sua primaria ragion d’essere e di sussistenza proprio nella negazione più assoluta della cultura. Quindi, se in un paese dichiaratamente democratico la cura nei confronti della cultura – in ogni sua forma – viene meno, la strada verso il totalitarismo e l’oppressione è ampia e spianata. Ancor più se la società civile non se ne rende conto – d’altro canto una conseguenza ineluttabile, questa – della suddetta mancanza di cura verso la cultura. Conseguenza strategicamente voluta: è bene tenerlo presente, finché ci si riesce.

Quelli che cercano i libri in libreria e poi li comprano on line

La Fountain Bookstore, una libreria indipendente di Richmond, nello stato americano della Virginia, poco prima di Natale ha denunciato sul proprio profilo Twitter (cliccate sull’immagine per leggere il tweet) la frequenza con la quale constata il deprecabile fenomeno dello showrooming, ovvero l’abitudine di molte persone di recarsi in libreria per cercare libri, magari chiedere consigli ai librai, fotografarne le copertine e poi acquistarli on line, su Amazon in primis, vantandosi pure di tale propria “furbizia”. Dalle nostre parti ne ha parlato Business Insider Italia: cliccate qui per leggere l’articolo, che contiene altre interessanti osservazioni intorno alla questione in oggetto.

Posto quanto sopra, e in particolare che siffatte persone, da me intercettate più volte anche qui, si vanterebbero di questo loro showrooming così deleterio per le librerie indipendenti (del cui incalcolabile valore socioculturale quali genuini presidi a difesa della pratica della lettura dei buoni libri, ergo dell’editoria di qualità, spero sia inutile riparlare), con malcelabile orgoglio permettetemi di vantarmi (non per mero snobismo polemista, semmai per doverosa par condicio) del contrario: dacché io, per abitudine ormai consolidata, cerco i libri che vorrei leggere on line e poi vado ad acquistarli dal mio piccolo librario (indipendente, ça va sans dire) di fiducia. E se non li ha, glieli ordino e in pochi giorni li faccio arrivare. In fondo, l’attesa della lettura di un libro è essa stessa parte del piacere di poterlo leggere, no?
Ecco.