Il camminare è architettura

[Foto di Alex Guillaume da Unsplash]
Qualche post fa vi ho proposto una sorta di dissertazione etimologica sull’origine dei vocaboli “essere/esistere”, e devo ammettere di trovare profondamente affascinante che per essa si possa rinvenire una giustificazione etnoantropologica – e architettonica –  direttamente nella storia dell’umanità, ovvero nelle prime azioni attraverso cui l’uomo ha segnalato e sancito materialmente il proprio essere al mondo e nello spazio.

In quel post ho scritto che dalla radice indoeuropea “stal”, “stalk” si fanno derivare sia il termine “esistere/esistenza” che il termine “luogo”, e che il suo significato originare è porre nonché, per diretta derivazione e come sostantivo, posto. Inutile dire che, quando diciamo cose del tipo «ci si trova in quel posto» usiamo il termine proprio come sinonimo di luogo, di spazio determinato e identificato. Proprio in tema di identificazione dello spazio, e di conseguente identificazione e definizione dell’essere consapevole nello spazio, essa venne determinata agli albori della civiltà umana proprio con il porre un oggetto di ben riconoscibile materialità e consistenza cognitiva: i menhir, in assoluto uno dei primi contrassegni antropici nello/dello spazio. Segno “intelligente” di passaggio, di transito (quindi di essenza ed esistenza), primordiale marcatore referenziale, indicatore di orientamento, elemento di identificazione del territorio e, in forma primitiva ed elementare, primo segno architettonico. Il menhir veniva posto (verbo) in un certo punto dello spazio/territorio e dunque – vedi l’etimo citata – ciò creava un posto (sostantivo), dunque un luogo. Un ambito segnato, identificato, riconoscibile e nel quale riconoscersi – o riconoscere l’essenza/presenza altrui.

Insomma: i menhir sono stati tra i primi segni concreti sul territorio attraverso cui l’uomo ha sancito il proprio legame con lo spazio attraversato e vissuto, che nel Neolitico si stava costruendo attraverso il semplice tanto quanto (di nuovo) fondamentale esercizio del camminare – un’altra di quelle cose che tutt’oggi sottovalutiamo grandemente, in senso culturale, nonostante sia una pratica di gran moda e assai ispiratrice di decine di volumi al riguardo.

Fin da quanto i nostri antenati hanno capito che quelle due membra al di sotto della vita servivano – molto di più che le altre due sopra, da bipedi quali divennero – a spostarsi via via, con un po’ di esercizio, sempre più agevolmente, il camminare si è rivelato come (e assai meno banalmente di quanto sembri) la principale forma di esplorazione e quindi di conoscenza dello spazio che essi si trovavano intorno e col quale dovevano interagire: un metodo di arricchimento culturale del legame tra uomo e spazio che si andava costruendo e consolidando nel tempo. Non solo: la semplice pratica del camminare nello spazio/nel territorio ha rappresentato pure – come ho accennato poco fa – la prima forma di architettura della storia umana: quantunque indeterminata e solo “abbozzata” ma già, in nuce, atto di modificazione effettiva del territorio, di imprinting antropico attraverso tracce evidenti e presumibilmente durature nel tempo, dunque pure di appropriazione culturale dello spazio e di territorializzazione. Tracce che, in quei momenti primordiali, erano rappresentate da qualcosa che ancora oggi è elemento ben presente e caratterizzante lo spazio (non urbanizzato, soprattutto): i sentieri, le linee di passaggio impresse sul terreno indicanti i movimenti, i transiti umani, le attività, la vita – l’essenza e la presenza, nuovamente. Guarda caso (concedetemi questa piccola mania personale per l’etimologia delle parole), il termine ἀρχή (árche, “superiore”, “preminente”), che con τέκτων (técton, “ingegnere”, “costruttore”) forma la parola “architetto” (col significato di capo costruttore, dunque, dalla quale è derivata poi “architettura”), aveva nel greco antico anche il significato di “partenza”: un termine quindi parecchio legato alla presenza attiva nello spazio, al movimento consapevole in esso che, appunto, millenni fa era quello sostanzialmente intrapreso con la pratica del camminare. Nemmeno causale è l’evidenza che dal sentiero quale segno della presenza e del transito dell’uomo nello spazio nonché primigenia forma architettonica primaria è nata l’esigenza di marcare il territorio con qualcosa di architettonicamente più concreto e solido, pur tuttavia strettamente legato al nomadismo di quei primi uomini: proprio per questo vennero innalzati i menhir, evoluzione solida e rimarcabile da chiunque del legame concretizzato tra uomo e spazio.

C’è un altro aspetto interessante, che consegue da quanto ho affermato finora. Il menhir ha rappresentato – sempre in modo primitivo e del tutto elementare ma pure, nel principio, paradossale – anche una delle prime manifestazioni del bisogno di stanzialità (e di conseguente territorializzazione) dell’uomo primitivo nello spazio: un bisogno materializzatosi attraverso un segno architettonico, dunque di una pratica di organizzazione dello spazio tuttavia generatasi in un ambito di nomadismo quale conseguenza di esso e non, come verrebbe da pensare, antitetico ad esso. È stato grazie al moto nello spazio, insomma, che si è generata la società stanziale dell’uomo: e dal primo segno architettonico marcante, referenziante lo spazio e identificante il “luogo”, è derivata la vera e propria architettura, la scienza ingegneristica e ogni altra pratica di controllo razionale e di modificazione dello spazio – illuminante riguardo questi temi risulta il volume di Francesco Careri Walkscapes. Camminare come pratica estetica, dai quali l’autore parte per giungere a rivelare come la pratica del camminare possa essere persino considerata un esercizio estetico/artistico, come peraltro indicato da numerose avanguardie artistiche novecentesche fino alla contemporanea Land Art.
Un “paradosso” – se è possibile definirlo così, appunto – al quale dobbiamo gran parte dello sviluppo della nostra civiltà.

Io sono / Io sto

[Foto di Markus Spiske da Unsplash]
Tutti quanti, noi, siamo esseri umani.
Lo so, ho affermato qualcosa di totalmente ovvio; ma, al di là dell’evidente ovvietà di questa affermazione, almeno dal punto di vista biologico, mi interessa mettere in evidenza qualcosa di altrettanto ovvio e parimenti trascurato, quando non ignorato, ancorché d’importanza sostanziale, decisiva.

Ogni creatura vivente, ma in particolare l’uomo, la si definisce essere. Un termine che indica e compendia, nelle due sue accezioni principali, lo stato di vita attivo: “essere” come entità vivente, dunque essenza, ed “essere” come esistenza e presenza, in senso astratto e, soprattutto, in relazione ad un dato spazio. La creatura vivente “uomo”, definendosi pienamente vivo, è un “essere” in entrambe le suddette accezioni del termine. L’una giustifica l’altra, in buona sostanza: io sono in quanto essenza vivente, e io sono in quanto esistente e presente nel mondo in cui tutti viviamo. Dunque quando dichiaro ciò, “io sono”, in pratica sto affermando allo stesso tempo la coscienza del mio stato di vita biologico e spirituale e la mia presenza in uno spazio, nel quale mi muovo interattivamente con cognizione di causa. Il caro vecchio descartiano cogito ergo sum, in pratica: la autoconsapevolezza dell’uomo in qualità di creatura pensante è parimenti la consapevolezza della sua esistenza al mondo.

Tuttavia non è certo mia intenzione, qui e ora, costruire disquisizioni fin troppo filosofeggianti. Nella vita mi occupo di parole, semmai, e guarda caso proprio esse, o meglio la loro origine, mi aiuta in ogni caso a supportare e confermare quanto ho appena affermato. Prendiamo infatti l’etimologia di “esistere”: viene dall’unione dei vocaboli latini “ex” e “sìstere”, con questo secondo che a sua volta deriva da “stàre”, col significato di stare saldo, essere stabile. “Esistere” vale “essere” – da cui si deriva “essenza” – che guarda caso, nella forma verbale, forma i suoi tempi composti col participio passato del verbo “stare” – “io sono stato laggiù”, ad esempio. Continuando su questa via etimologica, scopriamo che “stare” deriva dalla radice indoeuropea originaria “stal”, “stalk” che significa porre: da qui viene anche il tedesco “stal”, dimorare – “stalla”, infatti, un tempo significava dimora ma anche stazione (spazio in cui si sta). Per metatesi, poi, “stal/stalk” è divenuto “stlak”, vocabolo che è all’origine del termine antico “st-locus” il quale nella forma latina ha perso la prima parte, diventando semplicemente “locus”: luogo.

A questo punto diventa chiaro, credo, quanto sia forte il legame – in primis etimologico ma subito dopo, a cascata, in ogni altro senso – tra “essere” in quanto essenza, “essere” in quanto esistenza e, di conseguenza, quest’accezione in rapporto a un dato spazio, ovvero allo stare (essere/esistere) in un luogo. Questo è un altro passaggio fondamentale: io sono in correlazione a uno spazio determinato, che giustifica il mio “essere”. In ciò si genera la realtà antropologica dell’essere umano, il quale è nel rapporto con lo spazio – nonché per certi versi col tempo – che legittima la propria esistenza al mondo e nel mondo. Nello spazio mi muovo, vi interagisco, mi ci rifletto e riferisco. In esso cerco di fissare dei marcatori referenziali – personali o condivisi non importa, ora – che identificano lo spazio ma, soprattutto, vi identificano la mia presenza, vi conferiscono valore e dunque, allo stesso modo, danno valore alla mia essenza – a me stesso, in pratica. D’altro canto tutti noi abbiamo bisogno di riconoscerci nello spazio per non sentirci smarriti: una condizione che inevitabilmente si riflette nel nostro animo, arrivando nel caso a confondere e disorientare la stessa percezione di noi stessi – dunque l’esistenza tanto quanto l’essenza. È una necessità comune a buona parte delle creature viventi: non è solo una rivendicazione di presenza e di appartenenza (reciproca) nei confronti della spazio (questa semmai viene più avanti), in primis è una naturale, spontanea, elementare e comunque vitale necessità di orientamento, il che conferisce non solo un valore al nostro essere nello spazio ma pure un senso, materiale e immateriale. Di rimando, il trovare un senso al nostro essere nello spazio conferisce un corrispondente senso allo spazio stesso: è nuovamente la dualità essenza/esistenza, non ci si scappa da essa.

Dunque, per riassumere: il nostro “essere” si correla e rapporta ad un dato spazio nel quale ci riconosciamo, e per la cui riconoscibilità abbiamo bisogno di marcare con il segno della nostra presenza: un segno che ci certifica presenti in quello spazio così come la nostra essenza consapevole. È qualcosa che l’uomo ha messo in atto fin dalla notte dei tempi e che fin da allora – ribadisco – si è rivelata questione del tutto sostanziale eppure, malauguratamente, poco pensata, poco affrontata, spesso resa in modo superficiale e di frequente travisata – ad esempio deviandola di forza verso prese di posizioni ideologiche reazionarie – salvo che per l’opera di rari pensatori novecenteschi, tra cui Heidegger e Foucault: il primo con Costruire, abitare, pensare, nel quale la relazione tra uomo e spazio è sviluppata soprattutto nell’accezione stanziale, il secondo con vari scritti poi raccolti principalmente nel volume Spazi altri. I luoghi delle eterotopie. Peraltro, dal tema della spazialità dell’essere (al mondo) deriva l’altra basilare questione del “senso di luogo”: un tema che dovrebbe essere proprio del carattere sociale di noi uomini contemporanei e che invece è stato a lungo (e forse tutt’ora ancora troppo) trascurato. Con le conseguenze alquanto degradanti che non di rado possiamo constatare in tanti dei “luoghi” in cui viviamo e stiamo – ma, in tali casi, nel senso meno virtuoso del termine.

Persone poco affidabili

[Foto di Suju da Pixabay]
Avete presente quelle persone che si mettono a parlare con voi, poi fanno per andare, vi dicono cose del tipo «Ciao, ora vado!», «Devo andare, ci vediamo!» eccetera e poi ricominciano a parlarvi, quindi magari di nuovo vi dicono «Ora vado proprio!» e nuovamente riprendono a parlarvi… ecco, su queste persone io non farei moltissimo affidamento, se devo proprio essere sincero. Già.

In vetta anche gli sfaticati e i pigri

Presto o tardi le ere eroiche dell’esplorazione delle montagne avranno fine come quelle dell’esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei celebri scalatori si trasformerà in leggenda. Una dopo l’altra, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili, poi strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; si faranno brillare mine tra i crepacci dei ghiacciai per mostrare ai curiosi la struttura del cristallo; ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo inaccessibili e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.154; 1a ed.1880.)

Insomma: già quasi un secolo e mezzo fa Reclus – non a caso una delle menti più brillanti della modernità – aveva intuito perfettamente la sorte che avrebbero subìto numerose località alpine: quella di diventare dei luna park montani per orde di “turisti” (si notino le virgolette) sfaccendati e comunque assai poco interessati alle montagne e al loro valore. Eppure, nonostante il tono già beffardo con il quale il grande geografo francese disquisiva del fenomeno, segnalandone così tutta la folle assurdità, in 140 anni nulla si è fatto per contenerne il dilagare, anzi, lo si è reso e imposto come qualcosa di “necessario per il bene della montagna”. Solo negli ultimi tempi si sta cominciando a comprendere quali danni abbia causato ai monti questo modus operandi, tuttavia c’è ancora chi persevera nell’attuarlo, decantandone “l’opportunità” solo per nascondere dietro di essa i propri bassi tornaconti (basta constatare quello che sta accadendo nelle Dolomiti, in vista dei prossimi Mondiali di Sci 2021 e delle Olimpiadi del 2026). Un po’ come scriveva Reclus, questo modo di agire sta facendo diventare anche la montagna un “pettegolezzo”: qualcosa di futile, vuoto di senso, buono per il momento e da consumarsi in tal senso e infine inutile. Forse perché, come sosteneva Walter Bonatti, la montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che si fa: cioè, insegna tutto quello che gli individui che hanno trasformato i monti in orribili e insensati divertimentifici alpini solo per fare soldi non impareranno mai.

Élisée Reclus, “Storia di una montagna”

Quando visitiamo un territorio, lo osserviamo, lo studiamo e cerchiamo di conoscerlo al meglio ma sovente anche solo attraversandolo nel modo più ricreativo ma in ogni caso quando stiamo, in quel territorio, intessiamo una relazione la quale, oltre che della nostra sensibilità e del nostro bagaglio culturale, si nutre del corpus di esperienze, situazioni, narrazioni, conoscenze e visioni di chi prima di noi ha viaggiato, lì o altrove, generando la concezione contemporanea di viaggio – non tanto nel senso turistico quanto in quello culturale. Altri viaggiatori che nemmeno conosciamo, in buona parte dei casi, ma le cui avventure formano il “pacchetto base culturale” al riguardo, che noi apprendiamo in vari modi e sul quale costruiamo poi la nostra personale nuova avventura.

Ecco: se dunque noi oggi viaggiamo e visitiamo il mondo osservandolo e cogliendolo in un certo modo – cioè nel modo che determina la pratica del “viaggiare” contemporanea – e se noi concepiamo la geografia del territorio nel quale viaggiamo in un certo modo, che non lo sappiamo ma è diverso rispetto a quello di qualche decennio fa, lo dobbiamo anche a Élisée Reclus. Personaggio fondamentale delle discipline umanistico-geografiche nella cultura occidentale, considerato l’erede del celeberrimo Alexander Von Humboldt nonché il padre della moderna geografia, quella che dopo di lui e grazie a lui venne definita “geografia sociale” e più avanti geografia umana, figura di vastissima cultura e rarissima sensibilità, tanto da apparire premonitrice circa molte realtà contemporanee, eppure, Reclus, sconosciuto ai più, ignorato dai colleghi, messo al bando fino a non molto tempo fa ovvero alla sua “riscoperta” e ineluttabile illuminazione, al punto che oggi il suo nome e la sua opera appare imprescindibile per quasi ogni cosa affine alla geografia. E una tal sorte solo perché Élisée Reclus fu anche un attivista anarchico, difensore “scientifico” e appassionato della libertà degli individui, avversario di ogni potere politico che, tra le altre cose, aveva conformato la geografia politica del mondo in modi tanto arbitrari quanto illogici e soprattutto totalmente distaccati dalla storia della civiltà umana e delle genti da essi stessi governate. In tal senso si deve anche (e molto) a lui se oggi la storia e la geografia vengono considerate due discipline assolutamente “sorelle”, strettamente correlate e giammai affini a due ambiti umani e umanistici differenti: Reclus dimostrò con grande forza scientifica l’evidenza che è quasi sempre stata la storia delle genti a “formare” la geografia delle terre da esse abitate e non viceversa, come ancora oggi comunemente ritenuto. La geografia certamente influenza la presenza dell’uomo nel territorio, ma è poi l’uomo a determinare nei secoli la forma e il valore del territorio abitato, conferendogli scopo, valore, identità fino a trasformarlo in un “luogo”. Quella che oggi viene definita territorializzazione, e un tempo (si veda Eugenio Turri) “umanizzazione”, è a tutti gli effetti il moto fondamentale di conformazione e trasformazione dello spazio abitato dall’uomo sul pianeta, dunque l’elemento principale di determinazione delle geografie dei territori, anche quando esse diano l’idea di spazi ancora “vergini” o ancora dominati dalla Natura.

Se questa relazione tra l’uomo e il territorio è ovviamente palese negli spazi più antropizzati, diventa più sofisticata e per questo emblematica in montagna, luogo peraltro simbolico e rappresentativo anche per il concetto di “libertà” così amato e propugnato da Reclus. Per tutto ciò, nel fondamentale percorso culturale e geofilosofico reclusiano, un libro come Storia di una montagna (Tararà Edizioni, Verbania, 2008, con prefazione di Mercedes Bresso e commento/postfazione di Claude Raffestin; 1a ed.1880) assume un valore particolarmente grande ovvero a sua volta emblematico. []

(Leggete la recensione completa di Storia di una montagna cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)