L’importanza fondamentale del dare un nome alle cose, secondo Zygmunt Bauman (Summer reload)

(Una rassegna degli articoli più “cliccati” dell’ultimo anno qui sul blog, in attesa di tornare a pieno regime dopo l’agognata e giammai necessaria pausa vacanziera! 😉 )

(Zygmunt Bauman, © Umberto Rigotti)

Un anno fa (questo articolo è stato pubblicato in origine il 10 gennaio 2018 – n.d.L.) ci lasciava Zygmunt Bauman, uno dei maggiori e più influenti pensatori dell’epoca contemporanea, al quale si deve molto della più illuminata visione del tempo presente che possiamo elaborare.

Lo ricorda David Bidussa con un articolo pubblicato sul sito web della Fondazione Feltrinelli, nel quale disserta dell’ultimo lavoro pubblicato da Bauman, Retrotopia, in particolare dell’importanza ontologica della lingua e della fondamentale necessità di denominare le cose del mondo in cui viviamo al fine di identificarle, riconoscerle, condividerne sostanza e senso dunque per porre le migliori basi alla loro comprensione.
Scrive Bidussa al proposito:

Il nome è importante, non solo per i significati che include, ma perché l’atto di denominare non è un dato tecnico, ma descrive un processo culturale e intellettuale di primaria importanza.
È nel nome che la lingua manifesta il suo carattere ontologico: nel nome il mondo viene alla presenza, nel nome l’uomo si apre alla verità del mondo. In esso la parola dell’uomo si apre, prima ancora che alla conoscenza del mondo, all’incontro con il mondo e la sua lingua si svela tutt’altro che semplice strumento per afferrare e impadronirsi di ciò che non ha lingua.
Le cose esistono, ma non basta indicarle. Per comprenderle, perché acquistino per noi un significato, siano discutibili, entrino a pieno titolo nella riflessione pubblica e dunque siano oggetto di confronto, e di crescita, occorre che abbiano un nome. La facoltà di nominare come aveva intuito molto tempo fa Walter Benjamin nel suo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo (1916), è quella condizione e quella possibilità che consente poi di dare un volto e, nel tempo, contenuto alle cose. Non consente solo di riconoscerle, ma di parlarne.

Non è un caso se tali principi risultino fondamentali anche nello studio geoculturale e antropologico dei territori e dei paesaggi, disciplina che m’appassiona ormai da tempo – altrettanto, non è causale che a mia volta consideri Bauman fondamentale anche per tali studi, attraverso la cui lente mi viene di leggere quanto scritto da Bidussa. Il pensiero del grande sociologo polacco mi fa tornare alla mente quanto ha scritto un altro grande osservatore di mondi, territori, paesaggi, genti e culture, Paolo Rumiz, in La leggenda dei monti naviganti: «Finché ci saranno i nomi, ci saranno i luoghi». È sul serio una verità assoluta, questa: i nomi delle cose, ancor più quando diventano nomi di luoghi dunque toponimi, sono “contenitori” tanto piccoli nella forma quando infiniti nella capienza di culture, sapienze, tradizioni, usi e costumi, storie grandi e belle o tristi e terribili, vicende umane, credenze, leggende, miti. Rappresentano perfettamente il carattere ontologico della lingua citato da Bauman e rimandano allo stesso carattere identitario-culturale del linguaggio, rappresentando pure, i nomi e i toponimi, marcatori referenziali fondamentali alla generazione del legame antropologico tra uomo e territorio, ambiente, paesaggio, spazio (e anche tempo) ovvero con l’intero pianeta sul quale tutti stiamo e con ogni cosa esso contiene. Un legame che, nella sua essenza ancestrale e immutabile, definisce il nostro essere “civiltà” se non, ancor più specificatamente, identifica cosa è la civiltà umana.

Forse Bauman, sostiene Bidussa, ci ha proprio lasciato “orfani” di una parola, un ultimo fondamentale nome, capace di definire una genealogia del presente e identificare, almeno in nuce, il futuro che ci attende. Sicuramente e non solo, dico io: come già scrivevo un anno fa nel giorno della sua scomparsa, un uomo e una mente come Zygmunt Bauman mancheranno sempre di più, alla nostra civiltà e al nostro futuro.

P.S.: potete leggere l’articolo integrale di David Bidussa cliccando sull’immagine in testa a questo post.

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Essere o non essere – di parola


Nel guazzabuglio fuori controllo di parole e parole e parole e parole proferite nell’etere, inquinanti la mente al pari delle polveri sottili con l’aria – per di più con l’aggravante generata dai media, sul web o altrove -, trovo incredibile (ingenuamente se non stupidamente incredibile, lo ammetto) quanto ormai poco o nulla conti la “parola”, quella spesa in forma di patto orale, di accordo, di impegno tra persone che un tempo, proprio in forza di ciò ovvero della virtù di saper tener fede alla parola spesa – “essere di parola”, come si dice in questi casi – si sarebbero definite gentiluomini (o gentildonne, ma capite bene che è una mera questione di definizione e non di genere).

Oggi, complice un clima culturale parecchio degradato che ha finito per degradare i rapporti umani e sociali in alcune loro basi fondamentali, finendo pure per togliere valore a numerose azioni quotidiane invero a modo loro importanti ma sovente assai banalizzate, nonché per via di certi modus vivendi e delle gesta di tanti “personaggi” diffusi dai media e sovente presi a modello (dai politici in giù) le cui parole pomposamente proferite in pubblico e riecheggiate ovunque da organi d’informazione compiacenti cambiano a ogni colpo di vento per poi essere ribaltate e infine puntualmente disattese – per tutto ciò, insomma, certi impegni per i quali una sola parola reciprocamente riconosciuta bastava a renderli ineludibilmente rispettati non esistono quasi più. Similmente a tante altre cose, anche tali “parole da gentiluomini” sono state virtualizzate, come fossero post pubblicati sui social che si possono modificare e cancellare quando e come si vuole. Una formula come «Hai la mia parola!» un tempo considerata sacrosanta, oggi conta come un’emoticon su facebook: possiede (forse) un mero valore nel mentre che viene proferita e solo in quell’istante e poi non si sa, forse a breve non conta più niente, finisce nel nulla proprio come un qualsiasi banale contenuto web.

Eppure io, sempre ingenuamente se non stupidamente (e sempre di più, temo) continuo a dare valore pressoché assoluto a una parola spesa, ancor più che se fosse messa nero su bianco, proprio perché verba volant, scripta manent: la parola spesa oralmente è – per così dire – più “debole”, quindi abbisogna di maggior attenzione e considerazione nei riguardi del senso e del valore che porta con sé, nonché dei suoi effetti concreti. È la fonte e il sigillo di un patto dal valore assoluto, appunto, una pratica sociale che, se fosse ancora pienamente rispettata e salvaguardata, farebbe “girare” questo nostro mondo in modo migliore, ne sono certo, dando per giunta maggior valore e spessore umano ai singoli individui e alle loro azioni così come alla rete dei rapporti sociali che volenti o nolenti ci unisce tutti quanti, grazie ai quali il mondo si muove e “vive”.

In fondo, io credo, è anche una questione di coerenza, lealtà, onestà intellettuale, di sincerità d’animo, di onorabilità. Forse, pure queste, tutte doti umane delle quali ormai non frega più nulla a nessuno o quasi, già.

Di necessari provvedimenti giuridici (ri)alfabetizzanti

Eppure, accidenti, si deve pur trovare un modo di formulare una definizione di “analfabetismo funzionale”che non sia solo di natura sociologica (e tecnicamente tale) ma anche filosofica e lo sia al punto da risultare pure giuridica, così da poterla sancire a chi dimostra di esserlo senza tema di smentita ed esponendo finalmente l’analfabeta funzionale conclamato ad “adeguate” conseguenze legali!
Adeguate, sì: nel senso che, per un analfabeta funzionale, ad esempio la lettura di buoni libri rappresenta una condanna terribile, oppure il divieto di guardare la TV o di accedere ai social… ma adeguata, qualsivoglia sanzione che si commini, anche perché l’analfabetismo funzionale è veramente una piaga terribile per la società contemporanea e una sorta di imbarbarente cancrena che, se non bloccata rapidamente, rischia sul serio di portare al trionfo definitivo della cretinaggine più assoluta. E in tal senso siamo già a buon punto, basta guardarsi intorno e giudicare la realtà delle cose.

Quindi forza, filosofi del diritto di tutto il mondo: unitevi, meditate, formulate e teorizzate indi determinate! Fate presto, ribadisco, prima che voi stessi diventiate vittime di quello stesso imbarbarimento pandemico e finiate per essere creduti quelli che perdono tempo a filosofeggiare intorno al principale colpo del gioco del tennis solo perché l’abbiano detto in tivù o scritto su facebook con relativi n-mila like!

Una (prima) piccola/grande rivincita della geografia

Saul Steinberg, “View of the World from 9th Avenue”, copertina del “The New Yorker” del 29 marzo 1976.

Qualche giorno fa è uscito nella sezione Libri de Il Post un piccolo ma interessante articolo (clic) nel quale si mette in luce la particolare presenza crescente, sugli scaffali delle librerie, di guide, atlanti illustrati e, in generale, di pubblicazioni che tornano a narrare i luoghi del mondo anche attraverso le raffigurazione geo-cartografiche, proprio quando in altri ambiti – quello scolastico nostrano, ad esempio – la geografia è stata sciaguratamente eliminata, provocando un danno antropologico e culturale immane.

Dice, l’articolo:

“Forse è una reazione alla diffusione di Google Maps e Google Street, che rendono esplorabile ogni anfratto della Terra. La riproducibilità fotografica satellitare del mondo ha trasformato la cartografia in una scienza esatta, basata sulla visibilità assoluta […] ma questa visibilità ha rosicchiato il regno dell’immaginabile geografico, fin quasi a estinguerlo. La risposta di molti libri è stata quella di inventarlo da capo, riavvicinando paradossalmente e giocosamente la cartografia ai suoi inizi, quando le mappe erano infestate di mostri terrestri e marini.”

Per me, che di recente ho tenuto numerosi interventi pubblici parlando di mappe geografiche come opere d’arte (ovvero di camminare come pratica artistica) nonché dell’importanza della conoscenza e della connessione tra l’uomo e il territorio geografico, leggere di questa piccola/grande rivalsa della geografia rispetto all’imperare dei non luoghi contemporaneo mi apre il cuore e lo spirito. Conoscere il territorio, identificarsi in esso e fare che esso ci identifichi, comprenderne le peculiarità geografiche, saperlo leggere come un testo ecostorico assoluto, saperlo pure rappresentare, se non con tratti grafici quanto meno con le parole, la sensibilità e l’immaginazione (generando così l’equivalente paesaggio), ritengo sia qualcosa di imprescindibile per l’uomo che voglia realmente dirsi essere umano. Perché noi uomini siamo tali anche in forza del nostro legame con il territorio che abitiamo e col quale interagiamo, per pochi attimi o per lungo tempo: indebolire o addirittura rompere questo legame non genera soltanto fenomeni di alienazione e dissonanza cognitiva ma, appunto, non ci permette più di definirci umani. Diventiamo forestieri nel nostro territorio, che è poi manifestazione geografica (e non solo) locale dell’intero pianeta Terra. Non comprendere ciò, ribadisco, equivale a non poterci realmente definire abitanti di esso.

P.S.: per saperne di più sull’illustrazione di Steinberg in testa al post, cliccate qui.

Valori (?!)

Valori. Più o meno “occidentali”, “cristiani” o “laici”, “civili”, “civici” o quant’altro, da “difendere”, “preservare”, “salvaguardare”, a volte “imporre”… quante volte oggi, sui media, sentiamo o leggiamo questo termine – usualmente declinato al plurale, appunto: “valori”, vero?
Già, ma poi, in fin della fiera: “valori” cosa?

[…] gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno “l’obbligo” di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso “di stabilirsi” ben sapendo che “sono diversi” dai loro e «non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante». Di quali valori stiamo parlando? Quelli della società occidentale? In Gran Bretagna, che anche dopo la Brexit credo rimanga occidentale, il kirpan è ammesso. Il velo è proibito nei luoghi pubblici in Francia, ma non in altri paesi occidentali. Per i paladini nostrani dell’abolizione del velo, questa peraltro varrebbe solo per le donne islamiche, non per le suore o le fedeli ortodosse. Proibire di circolare armati è senza dubbio giusto, meno armi, meno pericoli, però stride con lo spirito della legge appena approvata in Parlamento sulla legittima difesa. […] La convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere». Parole condivisibili, ma qual è il nucleo comune? Quali i valori di riferimento? Sono comuni a tutti coloro che includiamo nel “noi”? In altri termini, siamo davvero un “integro” tale da considerarci una unità coerente?

(Marco Aime, Valori occidentali?, su Doppiozero, 18 maggio 2018.)

Ho tratto il passo sopra pubblicato da un ottimo articolo al riguardo di Aime, certamente non risolutivo ma assai utile a suscitare una quanto mai necessaria riflessione intorno al tema – che dunque vi invito caldamente a leggere cliccando qui. Perché prima di usare il (e sovente abusare del) termine “valori” nonché discettare al riguardo, sarebbe finalmente il caso di stabilire e fissare alcuni fondamentali punti fermi: cosa dobbiamo intendere per “valori”, e cosa non? Come vogliamo fruire del senso e del significato filosofico/sociologico principale del termine, in seno al nostro mondo quotidiano e alla società nella quale viviamo? Quanta relativa coerenza possiamo stabilire di associarvi, e quale livello di ipocrisia decidiamo di non accettare?
Ma ancor prima e ancor più, forse: se i “valori” vanno condivisi e per ciò difesi, quanto siamo realmente pronti a condividerli? E quanto, nel caso, a rimetterli in discussione, al di là di qualsiasi vetero-ideologia?
Se fossero tali questioni, in verità, i primi e i più importanti dei valori, molto prima di tutto il resto?