C’era una volta lo sci estivo (e i suoi ghiacciai): il Colle del Gigante

Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.

Il Ghiacciaio del Gigante, ad esempio, raggiunto dalle funivie che da Courmayeur salivano al Rifugio Torino e a Punta Helbronner, ove sul Colle omonimo (già in territorio francese ma con impianti italiani) si è sciato fino agli anni Novanta. Ecco com’era tra gli anni Sessanta e Settanta:

Ecco come si presentava il giorno 8 agosto 2022, dalle webcam di Punta Helbronner e dell’Aiguille di Midi, sopra Chamonix:


(Cliccate sulle immagini per ingrandirle.)

P.S.: altri ghiacciai ove si praticava lo sci estivo dei quali ho già scritto:

La libertà in montagna

[Foto di Marc Sendra Martorell su Unsplash.]
Qualche giorno fa un amico mi ha sollecitato una riflessione sul tema della libertà in montagna, il quale, ve ne sarete resi conto, è tornato sulle prime pagine degli organi di informazione e nei servizi dei media radio-tv dopo la tragedia della Marmolada – e chissà perché (!) torna sempre in auge dopo siffatti episodi tragici, mai in altri contesti nei quali la discussione sul merito risulterebbe senza dubbio meno condizionata e istintiva e più meditata.

Comunque, la sollecitazione dell’amico – posto che nel suo caso era mirata innanzi tutto alle aree sottoposte a tutele particolari – è di quelle che possono generare riflessioni e considerazioni della durata di giorni. Per farla breve, in senso generale ovvero al di là di casi specifici, è inutile rimarcare che il tema della libertà in montagna è (sarebbe) di base legato alla percezione soggettiva e anche per questo risulta sicuramente delicato, ma io credo più in forza dell’immaginario collettivo diffuso e per la stortura che esso subisce in forza della generale mancanza di cultura e di sensibilità “consapevole” al riguardo. A tale proposito, dal mio punto di vista il problema nemmeno si pone o si porrebbe, perché la libertà è una dote che ha senso e valore solo con la paritetica presenza di consapevolezza e responsabilità – siamo veramente liberi quando ci rendiamo conto di esserlo e di cosa significhi sia in quanto a diritti che a doveri: la libertà inconsapevole è solo una convinzione presunta, non una condizione presente.

In tema di montagna, continuiamo a presentarla come un luogo da fruire esclusivamente in modo ludico, una mera periferia ricreativa, dunque divertente, della città nella quale potersi analogamente comportare da “cittadini”, salvo poi definirla “assassina” con vario corredo di toni e paroloni apocalittici appena qualcuno ci lascia le penne. Come fosse una sorta di confortevole e dilettevole parco giochi cittadino le cui giostre improvvisamente e inauditamente diventano mostri antropofagi che uccidono malcapitati innocenti. Che senso ha? E, posto ciò, che senso può avere l’imporre dei divieti istituzionali quale “soluzione” per la mancanza della suddetta cultura e della conoscenza di ciò che è realmente (e da sempre) la montagna? Con quello che accade di tragico lungo tutto l’anno (oltre 450 morti nel 2020, anno più recente del quale trovo le statistiche del CNSAS) allora la montagna andrebbe vietata sempre! Ci sarebbero più morti, senza i divieti? Forse sì ma per mancanza di cultura e responsabilità, non per assenza di ordinanze amministrative! Le quali, è bene non dimenticarlo, risultano sempre costituzionalmente discutibili per come limitino la libertà delle persone nel contesto naturale in base a situazioni forzatamente considerate “d’emergenza” quando invece sono parte della realtà ordinaria delle montagne – da qualche decina di milioni di anni, eh non da ieri!

Limitarne l’accesso ai monti non è un salvaguardare le persone, è uno scaricarsi di dosso le responsabilità, è un voltare le spalle al dovere (anche politico) di sviluppare una fruizione consapevole dei territori montani, è una dimostrazione di non conoscenza dell’ambiente di montagna e al contempo è una sorta di ottusa negazione della sua naturale pericolosità. Come se quando il pericolo diventa palese e innegabile lo si voglia nascondere per proteggere l’idea della montagna-parco giochi accogliente, divertente e rilassante – cioè facilmente vendibile. Ce la immaginiamo una brochure promozionale con su scritto «Salite tutti in vetta, è bellissimo, è super-wow, ma attenti che se crolla un seracco o cede il sentiero ci lasciate le penne!»? Veramente si vuole arrivare a quella scellerata nonché stupida idea delle bandiere verdi o rosse come al mare, proferita dal Presidente della Provincia Autonoma di Trento poco dopo la tragedia della Marmolada? Peraltro una forma mentis, questa, perfettamente funzionale alla sempre maggiore infrastrutturazione della montagna, al fine di addomesticarla come non mai agli agi turistici e vincerne tutte le sue pericolosità, appunto, traendone il maggior profitto possibile a totale discapito del suo valore e della sua identità culturali.

Una volta – intendo qualche anno fa, mica secoli – chiunque salisse sui monti, che avesse frequentato corsi specifici o per raziocinio popolare diffuso, sapeva bene che lo faceva a suo rischio e pericolo e a prescindere dalla possibilità di essere soccorsi. Oggi la propaganda turistica vende (appunto) l’idea che in montagna ci si possa salire liberamente come se non esistessero rischi e pericoli, poi, quando questi si manifestano, ecco che interviene la propaganda politica – la stessa che patrocina la prima – e vieta tutto come se si avesse a che fare con l’inferno in Terra. Passiamo dal «no limits!» al «all limits!» senza un briciolo di riflessione e di considerazione culturale al riguardo, nonostante nel mezzo di quei due “limits” ci sta tutta la montagna con ogni cosa che le dà forma e sostanza.

Ribadisco: che senso ha?

Detto ciò, come ho già rimarcato, il tema potrebbe essere disquisito per giorni interi, con infiniti rimandi a questioni correlate. Il presente è solo un piccolo e fin troppo conciso contributo personale, senza alcuna pretesa di indiscutibilità – anzi! -, che mi auguro possa agevolare anche in altri la riflessione sul tema, tanto grande da sembrare indefinibile eppure oltre modo importante, che sia correlato alla montagna o qualsiasi altri ambito vitale.

Una cartolina dal Grand Golliat

Quando da ragazzino, passando i pomeriggi a sfogliare mappe geografiche e libri di montagna e così ritrovandomi davanti il Grand Golliat, oronimo accompagnato da fotografie assai suggestive della sua notevole mole rocciosa, subito la fantasia mi generava nella mente l’immagine di una mitologica creatura ciclopica che qualche incantesimo avesse trasformato in monte, così celandone le enormi membra ma al contempo mantenendone il nome che a chiunque, per facile assonanza, verrebbe da associare al più famoso gigante della storia, Golia. D’altro canto, un toponimo all’apparenza così particolare, “Grand Golliat”, non stonerebbe nemmeno sul fianco di una potente nave da battaglia oppure, per restare in ambiti più o meno adolescenziali, come nome di una paurosa creatura spaziale battagliante contro qualche robottone da manga nipponico – tipo Goldrake, per dire. Di certo farebbe pensare a una montagna enorme, impressionante, tra le più alte in assoluto.

In verità la montagna è imponente ma non così elevata, raggiungendo “solo” i 3238 m, e trovandosi in fondo alla Val Ferret (italiana, ma anche di quella omonima svizzera sul versante opposto) al cospetto del Monte Bianco e dei suoi satelliti nordorientali, il Grand Golliat appare inesorabilmente subalterno a quelle ben più elevate e importanti vette. Forse è anche per questo, viene da ironizzare, che un pur tanto affascinante toponimo non rimanda affatto al Golia biblico (Goliath, sia in francese che in inglese) bensì, molto meno suggestivamente, alle parole goille in patois valdostano o gouille in francese valdostano, che indicano una pozza d’acqua o un piccolo laghetto – in effetti presente alla base della parete est, alimentato soprattutto dalla fusione nivale estiva, sul fondo di una conca un tempo occupata da un ghiacciaio (il Glacier des Bosses) ormai ridotto a piccoli brandelli nevosi.

Nessun gigante mitologico trasformato in montagna, dunque: ma il Grand Golliat resta comunque una vetta tra le più belle di quel settore delle Alpi, ben più rinomata se non avesse vicino i numerosi quattromila del Monte Bianco; un elemento fondamentale di un paesaggio montano alquanto selvaggio e altrettanto affascinante, almeno quanto il suo singolare toponimo.

Appartenere al punto di vista dei vagabondi

[Foto di Sergey Pesterev da Unsplash.]

La mattina del 24 agosto iniziava il secondo mese di cammino attraverso le Alpi. Fin qui, nella mia ricostruzione, ho voluto raccontare il viaggio quasi passo passo, giorno per giorno, per consentire al lettore di immergersi nella trasformazione emotiva di ragazzi che affrontano il distacco dal mondo cittadino per diventare viandanti della montagna, in cerca delle molte risposte che la civiltà umana non sa dare. Come capii allora, avendone conferma in occasioni successive, dopo circa un mese di traversata – nelle condizioni di isolamento dalle cronache del mondo civile che si viveva all’epoca – si apre una nuova porta esperienziale e cognitiva: ormai si appartiene al punto di vista dei vagabondi, la natura è la propria casa e gli schemi di pensiero tipici della vita urbana sono dimenticati, quasi che non dovessero mai più riguardarci.

(Franco Michieli, L’abbraccio selvatico delle Alpi, CAI / Ponte alle Grazie, 2020, pag.156.)

L’importanza fondamentale di conservare in noi, esseri tecnologici fondamentalmente stanziali, la natura vagabonda ovvero l’impulso al nomadismo, nelle parole e nell’esperienza di Michieli. Una dote che come poche altre ha reso l’uomo un Sapiens e lo ha relazionato al mondo vissuto ma che oggi appare quasi del tutto dimenticata, nella sua accezione originaria e antropologica. Ne riparlerò a breve, di questo tema.

Il meraviglioso Samivel

In questi giorni si ricordano i trent’anni dalla scomparsa di Samivel, pseudonimo di Paul Gayet-Tancrède, scrittore, regista, fotografo, esploratore, alpinista e, se posso dire soprattutto, uno dei più meravigliosi, raffinati, poetici, emozionanti illustratori delle montagne, i cui acquerelli ammiravo fin da piccolino su riviste e libri dedicati alle Alpi e all’alpinismo e mi affascinavano allora come oggi, non avendo perso nulla della loro bellezza e anzi accrescendola sempre di più, anche per il messaggio oltre modo prezioso che comunicano e che, appunto, diventa sempre più importante. Infatti Samivel fu anche un grande e appassionato difensore dell’ambiente naturale montano, riguardo il quale fin dalla metà del Novecento egli intuì i pericoli e i danni cagionati dall’eccessiva antropizzazione a fini turistici. Si oppose con forza a funivie, strade, installazioni in quota, denunciò già più di mezzo secolo fa che sulle Alpi era in corso una «catastrofe estetica», criticando gli «abili mercanti di montagna, che sanno parlare alla testa e alle tasche della gente», scrisse del «buon odore di gasolio portato dal vento» che regnerà sulle montagne se quei progetti fossero andati avanti, rivendicando per le montagne il «valore estetico, culturale e sociale».

A volte le sue battaglie, nelle quali sapeva coinvolgere molta parte dell’opinione pubblica – in primis francese – Samivel le vinse, altre volte no, ma è comunque diventato una figura imprescindibile dell’immaginario culturale alpino, molto amata, rispettata da tutti – incluso chi non la pensasse come lui – proprio anche per la mirabile bellezza che sapeva creare e offrire con i suoi disegni i quali sono diventati in molti casi il motivo migliore – senza bisogno di tante parole, dunque – per dimostrare la necessità della salvaguardia della Natura alpina. Alla sua morte, il 18 febbraio del 1992, il quotidiano “Le Monde” lo ricorderà come «disegnatore di picchi e di vette, cantore della montagna vergine e della natura inviolata, fustigatore degli inquinatori di tutti i tipi, inclusi gli sciatori che si fanno depositare in quota dagli elicotteri», anche così denotando quanto fosse capace di prevedere e comprendere certe pericolose devianze del turismo alpino. Sono passati trent’anni da quelle sue parole e ancora si sta cercando di difendere le Alpi dalla dissennata pratica dell’eliski… non serve dire altro.

Un bellissimo ricordo di Samivel lo trovate in questo articolo di “Montagna.tv (articolo quanto mai necessario, visto che in Italia Samivel non è così conosciuto: prova ne è che non abbia nemmeno una pagina su Wikipedia), dal quale ho tratto anche le citazioni che avete letto in questo mio post. Con l’augurio che la sua presenza, come la sua sublime arte, resti sempre a vegliare sulle montagne e sulla loro, e nostra, fondamentale bellezza.

(P.S.: le immagini della piccola galleria in testa al post sono tratte dal web. Se nel farlo avessi violato qualsivoglia diritto, sono ovviamente disponibile a rimuoverle.)