
La prima cosa la sostiene l’Anef, l’associazione degli impiantisti italiani, e lo fa per tentare di difendere (legittimamente, per carità, ma sempre meno sensatamente) i propri interessi nonostante la realtà delle cose li renda sempre più spesso indifendibili; la seconda è la più ovvia manifestazione di buon senso e di sensibilità verso il futuro delle montagne. Un futuro verso il quale quell’affermazione di Anef non guarda affatto, essendo rivolta al passato e alla difesa di un modello ormai inesorabilmente obsoleto che produce sì un gran giro d’affari, del quale però nulla resta al di fuori della filiera turistica nei territori coinvolti, come dimostrano indubitabilmente i relativi dati demografici e economici. Se lo sci genera tanta ricchezza, perché la gran parte delle località sciistiche perde abitanti come e più di quelle dove non si scia?
Ovviamente nessuno può pensare di far sparire lo sci dai monti dall’oggi al domani – che poi a ciò in molte località ci stanno già pensando la crisi climatica e la congiuntura economica, purtroppo. Di contro, chiunque dotato di buon senso e in primis chi governa i territori montani (toc toc! C’è qualcuno? Ci siete? O ci fate?) deve pensare di emancipare le montagne dalla monocultura esclusiva dello sci e del turismo massificato e rendere la sua economia ben più organica a ogni altra presente e potenziale nelle località coinvolte (turistica, artigianale/industriale, rurale, dei servizi, culturale, scientifica, eccetera). Nella realtà che stiamo vivendo, e vivremo sempre più nel prossimo futuro, solo uno sviluppo organico, articolato e di lungo termine delle tante potenzialità socio-economiche che la montagna sa offrire (la montagna che viene spesso ritenuta, a parole, un “laboratorio di innovazione resiliente”: già, ma i fatti concreti dopo tali belle parole, dove sono?) può assicurare un futuro proficuo e sostenibile alle comunità di montagna, mettendole al riparo dai rischi e dalle tante criticità che la realtà contemporanea presenta e valorizzandone – nel senso più nobile e compiuto del termine, non nell’accezione ipocrita spesso utilizzata – le specificità che fanno di ogni territorio montano un luogo unico e speciale che abbisogna di un percorso di sviluppo altrettanto speciale e dedicato. Come invece possono essere “speciali” dei territori deve si riproduce sempre lo stesso modello socioeconomico monoculturale come quello dello sci?
Ecco. appunto. Questione di semplice, naturale, fondamentale, umanissimo buon senso.
La montagna come il mare e le localitò più gettonate del turismo è destinata a morire per mancanza di neve d’inverno e di attrattive d’estate, perché la sua vita non può essere concentrata in pochi mesi all’anno.
Come hai scritto la gente del posto se ne va altrove perché solo un esiguo rivolo di ricchezza gli arriva come se fosse un’elemosina.
Esatto. Il turismo va bene fino a che non supera certi limiti, ma per come si manifesta oggi di limiti non sembra che voglia sentir parlare e ciò lo rende un elemento di inevitabile degrado dei luoghi turistici. Anche qui è soprattutto una questione di fondamentale buon senso, e sai bene quanto spesso sia carente dalle nostre parti.
Siamo perfettamente d’accordo. Una località non può vivere ed esistere solo per pochi mesi l’anno. Solo chi l’abita per 365 giorni la rende viva.
Il buon senso l’abbiamo tutti ma pare che per molti sia una merce avariata
A Chernobyl dopo 40 anni, con pochi uomini e centrale spenta la natura si è ripresa quello che era suo.
La montagna muore quando c’è l’uomo, con ski o senza ski. Senza l’uomo e senza la sua presuntuosa valorizzazione del territorio la montagna non muore mai vive alla grande.
Grazie Cla! Sono meo “radicale” di te ma concordo assolutamente, come ho scritto, che la montagna non ha certo bisogno dell’uomo per vivere, dunque l’uomo, se ci vuole salire, deve soltanto adattarsi a ciò che la montagna è. Ogni cosa che vada oltre a tale assunto diventa facilmente una violenza alla Natura e all’anima della montagna.