Impianti sciistici più grandi? Impatti ambientali più piccoli! (Una storiella ironica, ma forse no)

Durante una riunione degli impiantisti, qualche tempo fa.

V.: «Dobbiamo costruire più impianti e più grandi, più capienti, più potenti!»
P.: «Ok, ma come facciamo poi con quelli che dicono che così distruggiamo le montagne?»
C.: «Non le distruggiamo noi le montagne, le v-a-l-o-r-i-z-z-i-a-m-o
P.: «Sì, ma quelli comunque parlano male di noi. Il problema resta.»
M.: «Sì, vero. Dobbiamo trovare una soluzione… dobbiamo fare in modo che i nuovi impianti siano meno… visibili, nonostante siano più grandi.»

(Attimi di silenzio.)

C.: «Ho un’idea! Dipingiamoli di bianco, tutti quanti, cabine, sostegni… così si confondono con la neve e diventano quasi invisibili!»
V.: «Sì, certo, come no, così d’estate invece si vedono di più! Ma che dici?»
M.: «Senza contare che ormai pure d’inverno ci sono i prati dove non spariamo la neve artificiale!»
C.: «Ah già.»
P.: «Una volta ho visto non so dove che un tizio aveva costruito una casa in montagna rivestendone l’esterno di specchi che riflettevano il paesaggio circostante. Così la casa diventava praticamente invisibile. Potremmo farlo con i nostri impianti!»
M.: «Mmm… ma se diventassero invisibili in questo modo poi il rischio sarebbe che la gente ci va a sbattere contro e ci tocca pure pagare gli indennizzi assicurativi. No, non mi sembra una buona idea
C.: «E le donne utilizzerebbero i sostegni delle cabinovie per rifarsi il trucco!»

(Risate, poi silenzio.)

V.: «Ho io una buona idea. Diminuiamo i sostegni lungo le linee degli impianti! Sostituiamo una seggiovia che ha venti o trenta sostegni con un impianto più grande e capiente ma che ne abbia solo dieci
P.: «Uhm… in effetti…»
V.: «In quel modo potremo dire di aver ottenuto una riduzione significativa dell’impatto ambientale e sul territorio, dunque di aver reso “sostenibile” il nuovo impianto, più “green” e tutte quelle scemenze che piacciono tanto agli ambientalisti.»
M.: «Sì, ma se l’impianto è grande il doppio o il triplo rispetto a quello precedente, come può diminuire l’impatto sull’amb…»
V.: «BASTA NON FARLO NOTARE! La gente non è così sveglia, molte cose se non gliele fai notare nemmeno le vede. Facciamola pensare semplice: trenta sostegni prima, solo dieci ora, quindi impatto ambientale ridotto della metà se non di più. Fine. Questo va detto e la gente questo deve sapere. Non di più.»
P.: «Mi sembra un’ottima idea!»
C.: «Sì, anche a me!»
P.: «Tutto cambi affinché nulla cambi, in pratica! L’ho sentita l’altra sera da un tizio alla TV, dev’essere il verso di una canzone di non so chi.»
V.: «Bene, allora procediamo! E fatelo sapere anche a tutti gli altri, che lo dicano quando verranno intervistati su qualche nuovo impianto in costruzione! Sarà una parte della nostra strategia di comunicazione. Ci provino a dire che noi impiantisti non difendiamo l’ambiente delle montagne!»

(Cenni generali di consenso e soddisfazione.)

[La zona sciistica dell’Alpe Tognola nel comprensorio di San Martino di Castrozza. Immagine di Roberto de Pellegrin, tratta da www.sanmartino.com.]
Già. Questa storiella, ovviamente ironica e del tutto “inventata” (?!), mi è comparsa in mente appena dopo aver letto nell’articolo de “Il Dolomiti”, al quale si riferisce l’immagine lì sopra, le affermazioni sul minor numero di sostegni che farebbero diventare meno «impattante sull’ambiente» un impianto di risalita più grande e capiente di quelli precedenti. Affermazioni che avevo già letto e sentito altrove in circostanze simili, e a sufficienza da poter pensare che la loro perfetta corrispondenza non dipenda da una mera casualità ma da un’idea ben precisa e condivisa. Una strategia di white washing, insomma, per far credere che un nuovo grande impianto di risalita ad uso sciistico in alta montagna sia meno impattante di quanto per logica venga da credere e che, dunque, lo sci sia un’attività che preserva l’ambiente e i territori che coinvolge.

Be’, al netto del caso singolo e dell’opera in sé, che sarà funzionale al comprensorio in questione e al suo business nonché realizzata con tutti i crismi del caso, la suddetta idea è quanto meno bislacca. Come se l’impatto ambientale generale di un grande impianto di risalita si misurasse solo con lo spazio occupato sul terreno dai suoi sostegni e non esistesse l’impatto visivo – proprio e rispetto al paesaggio circostante: stazioni più grandi, sostegni più elevati, franco da terra maggiore, eccetera – quello acustico oppure quello, indiretto (ma non troppo), dettato dalla portata oraria e quindi dal maggior afflusso di persone nel luogo e lungo le piste. Equivarrebbe a dire che un nuovo grande stabile costruito su un’area non ancora edificata vi impatterebbe meno se fosse sollevato da terra ovvero sopraelevato da una serie di pilastri, dunque che il conseguente consumo di suolo sarebbe pari alla sola superficie di tali pilastri! A questo punto perché allora non costruire una grande funivia con solo un paio di sostegni? Da 33 a 10 a 2: così si avrebbe una riduzione ancora più significativa dell’impatto ambientale e sul territorio. O no?

[Veduta estiva dell’Alpe Tognola, tratta da https://www.facebook.com.]
Mi verrebbe anche da rimarcare quella che a me pare una solita incongruenza, cioè la presenza di una grande area sciistica (con tutto ciò che ne consegue a livello di impronta ambientale e ecologica) all’interno di un Parco Naturale, quello di Paneveggio – Pale di San Martino: invece non posso farlo in quanto la presenza del comprensorio sciistico è legittima, sia perché esistente prima dell’istituzione del Parco (1967) e sia perché impianti e piste sono posti in una delle zone di “Riserva controllata” dell’area protetta, nelle quali le aree sciabili sono consentite così come la loro modifica «in funzione di un migliore inserimento nel paesaggio circostante o dell’adeguamento tecnologico e funzionale» (Capo III, art.15 del Piano del Parco in vigore). Tuttavia, ciò non toglie che la presenza di infrastrutture ad uso prettamente ludico-ricreativo di notevole impatto all’interno di un’area di tutela ambientale, come dei grandi impianti di risalita, resta dal mio punto di vista e in senso generale opinabile e raramente derogabile. Ma è una mera opinione personale, questa.

Una funivia sulla vetta di tutte le montagne!

La Presidente di ANEF – l’Associazione Nazionale degli Esercenti Funiviari – ormai non ha più remore, più vergogne, più scrupoli. Evidentemente perché non ha parimenti più nessuna relazione autentica, culturale, umana con le montagne e la loro realtà, che la Presidente vede solo come spazi vuoti da riempire, cementificare, infrastrutturare, consumare e (s)vendere a tutti, pensando di far passare tutto ciò come la montagna “inclusiva”, dove tutti hanno il “diritto” di salire, dove sia «normale» arrivare in vetta in funivia (magari in abiti e tailleur griffati oppure vestiti come se si fosse in spiaggia a Riccione), e dove quelli che la pensano diversamente desiderano solo le montagne «abbandonate» in preda a «disastri».

La montagna viene svilita, vilipesa, cancellata: e solo perché la Presidente “vende” funivie pretendendo che chiunque si inchini al suo volere? Ma sul serio si può cadere così in basso, palesare un pensiero tanto banale e dimostrarsi a tal punto cinici nei riguardi delle nostre montagne? Oppure tale comportamento in realtà dimostra le sempre maggiori difficoltà – per ragioni climatiche, ambientali, economiche, eccetera – e il conseguente nervosismo crescente del settore che rappresenta?

Be’, anche al netto di queste inevitabili considerazioni, le dichiarazioni della Presidente di ANEF appaiono tanto goffe quanto inquietanti. E formalmente pericolose: per il futuro delle montagne, della loro cultura, della loro anima. Montagne che – ribadiamolo ancora – sono di “tutti”, sì, di tutti quelli che vi portano rispetto. Dote che evidentemente la Presidente non sa, non riesce, non vuole più manifestare pur di fare spazio agli interessi propri e dei suoi sodali ben oltre quanto sia legittimo e ammissibile. Davvero possiamo accettare un comportamento del genere?

Per chi non lo capisca: non è affatto una mera questione ambientalista ma morale, politica, civica. Di logico, umanissimo buon senso, insomma.

MONTAG/NEWS #24: alcune recenti e interessanti notizie alle montagne che magari vi siete persi

Dopo qualche settimana d’assenza per cause di forza maggiore, rieccovi la rassegna stampa n°24 di “MONTAG/NEWS, che vi propone alcuni dei fatti di montagna più interessanti sui quali si è scritto in rete e sulla stampa nei giorni scorsi, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento.

Vi ricordo che le notizie più recenti le trovate quotidianamente e con aggiornamenti frequenti sulla home page del blog nella colonna di sinistra, sotto il logo di “MONTAG/NEWS“; l’archivio permanente di tutte le notizie pubblicate lo trovate invece qui.

Come al solito, buone letture e buoni approfondimenti!


A ST.MORITZ STANNO COSTRUENDO CASE NON DI LUSSO

Letta come ne dice il titolo, la notizia che segue sembrerebbe uno scherzo, oppure il frutto di un equivoco. Invece anche nella località per super-ricchi engadinese, che conta cinquemila abitanti stabili, mancano case per molte persone con un reddito medio-basso (per i parametri svizzeri) che vivono e ci lavorano e non possono permettersi gli altissimi affitti della zona. Così nei giorni scorsi è iniziata la costruzione di un edificio che ospiterà 19 appartamenti che il comune intende affittare alle persone residenti in base al loro reddito. È un primo progetto che fa parte di un più ampio piano comunale per provare a risolvere la carenza di case a prezzi accessibili per gli abitanti.


“ALPI IN MOVIMENTO”, UN’AZIONE COLLETTIVA A TUTELA DELLE MONTAGNE

Lo spazio alpino è chiamato ad affrontare grandi sfide comuni: crisi climatica, estinzione delle specie, turismo di massa e congestione del traffico. A partire da quest’anno la giornata d’azione “Alpi in movimento”, che si terrà il 29 agosto 2026, richiamerà l’attenzione sulle possibili soluzioni attraverso una vasta gamma di attività, invitando a vivere le Alpi, a scoprirne la diversità e a festeggiarle insieme. Ogni idea conta: che si tratti di un grande evento o di un’iniziativa locale – una lettura, una visita guidata, una tavola rotonda, un’escursione, un’azione creativa o una manifestazione politica – tutto è benvenuto! Da subito è possibile inserire le attività direttamente sulla mappa all’indirizzo www.alpiinmovimento.org, nel quale troverete ogni altra info utile.


[Immagine generata con Google Gemini AI.]

OLIMPIADI, LA LOMBARDIA CONTINUA A NON PAGARE I PROPRI DEBITI CON LA SVIZZERA

Mentre a soli due mesi dalla fine delle Olimpiadi di Milano Cortina si moltiplicano le notizie sui debiti sempre più alti accumulati dall’organizzazione, in aggiunta agli enormi costi risaputi, il piano per gestire la viabilità e la sicurezza olimpici nel Canton Grigioni dovrebbe risultare meno costoso rispetto ai 5,5 milioni di franchi previsti: a riprova della minor affluenza di pubblico rispetto alle cifre pindariche (e già allora poco credibili) diffuse prima dei Giochi. Di contro, la Regione Lombardia continua a non dare risposte agli svizzeri sul pagamento del contributo a lei spettante: un comportamento istituzionale non solo opaco ma che pure, viene da pensare, rimarca il disequilibrio nei conti olimpici. E sono passati solo due mesi dalla fine dei Giochi!


NON CI SONO PIÙ I BIVACCHI DI MONTAGNA D’UNA VOLTA (?)

bivacchi in alta montagna oggi stanno vivendo un momento contraddittorio: se l’alpinismo prestazionale tutto velocità e cronometro li snobba, possono di contro sostenere la frequentazione meno impattante e più genuina delle montagne, e infatti anche per questo l’architettura li sta rendendo sempre più tecnologici e confortevoli. Non solo: con il notevole numero di persone che affrontano le montagne senza adeguata preparazione, la loro funzione di riparo d’emergenza riacquisisce valore. Luca Gibello, autore del bel volume “I bivacchi delle Alpi”, di innovazioni tecnologiche e “cultura del bivacco” attuale ne ha parlato di recente qui, spiegando come il bivacco sia tutt’oggi un presidio montano fondamentale ma in certi casi “incompreso” e banalizzato.


OLIMPIADI DI MILANO CORTINA, MEDAGLIA D’ORO AI DEBITI

La Fondazione Milano-Cortina, organizzatrice dei Giochi olimpici e paralimpici che si sono svolti fra Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige a febbraio e marzo, rischia di chiudere il 2026 con un rosso in bilancio da circa 300 milioni di Euro. La cifra, riportata da diverse fonti nelle ultime ore, sarebbe stata stimata nel corso dell’ultimo CdA della Fondazione, che si è svolto lo scorso 9 aprile. Una perdita economica provocata dall’aumento dei costi (di circa 230 milioni) e dagli introiti totali più bassi del previsto. E chi li pagherà, secondo voi, questi debiti? Le Regioni, le provincie, i comuni coinvolti. Cioè noi tutti contribuenti. Come avrebbe esclamato la sublime Sora Lella, «ANNAMO’BBENE, PROPPRIO’BBENE!»


LO SCI IN CRISI, ANCHE SULLE MONTAGNE BRESCIANE

In un dettagliato dossier, il quotidiano “BresciaToday” racconta la crisi crescente delle stazioni sciistiche della provincia di Brescia, tra la neve che non c’è oppure è sempre più incerta e discontinua, gli impianti che chiudono o vengono dismessi, l’innevamento artificiale, i costi energetici e idrici altissimi, le settimane bianche che non si fanno più, la montagna cambia volto: ma il modello dello sci è davvero destinato a sopravvivere? Il turismo nei numeri cresce ma quando sale sui monti lo fa sempre meno per sciare e per ciò il sistema dello sci manifesta una fragilità strutturale sempre maggiore. Insomma, anche sulle montagne bresciane l’epoca dello sci di massa sembra sempre più avviata verso il tramonto.


DEREGULATION DELLA CACCIA, C’È DA ALLARMARSI

Mountain Wilderness Italia lancia un nuovo allarme riguardo la deregulation della caccia contenuta nella riforma della legge in vigore, che si sta discutendo in Parlamento: «Si sta inserendo nei calendari venatori la possibilità di cacciare specie protette: tetraonidi, fauna aviaria, stambecchi, marmotte, corvidi, aironi e cormorani. Si sta procedendo a uno sgretolamento della normativa europea per favorire una categoria come quella dei cacciatori che chiede sempre più spazio a discapito di numerose specie di fauna selvatica in difficoltà, il tutto condito da un sensibile ridimensionamento della componente scientifica che si occupa dei problemi legati alla fauna». Domanda (spontanea): come mai tutto questo supporto di certa politica ai cacciatori, categoria ormai in via di estinzione?


GIOVANI IN MONTAGNA PER RISCRIVERE LA PROPRIA VITA

Mountain è un progetto Erasmus+, Cooperation Partnerships in Youth, coordinato dal consorzio Comunità Brianza, che vede il Club Alpino Italiano come partner ed è cofinanziato dall’Unione Europea. L’obiettivo dell’iniziativa è dare una seconda possibilità per i giovani già autori di reato o devianti, quindi tendenzialmente a rischio. Il progetto è già entrato nella sua prima fase di attivazione, con i primi minori che sono stati accolti, formati e accompagnati in montagna, la quale può così diventare un terreno fertile per provare a fare germogliare il seme del cambiamento con una fatica che non è fine a sé stessa, ma mira a riparare il danno arrecato, a trasformarlo in buone azioni. Utili non solo alla società, ma all’individuo stesso.


[Il Rifugio Roda di Vael, nel gruppo del Catinaccio/Rosengarten (Dolomiti). Foto di Obisnow, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

IL CLIMA FARÀ CAMBIARE ANCHE LE APERTURE DEI RIFUGI?

Le aperture stagionali dei rifugi in alta montagna sono sempre state molto regolari: tre mesi in estate più alcuni weekend, e qualche settimana in primavera per quelli scialpinistici. Oggi invece la crisi climatica in corso sta cambiando anche tale aspetto dell’andare sui monti: a volte nevica talmente poco o tardi, oppure la meteo è ancora favorevole, che a ridosso dell’inverno le condizioni sono simil-estive, altre volte invece ad inizio stagione sono sfavorevoli, inoltre capita sempre più spesso che in estate manchi l’acqua, per l’estinzione dei ghiacciai che prima alimentavano i rifugi o per i periodi di siccità prolungata. D’altro canto prolungare la stagione di apertura potrebbe comportare rischi economici per i gestori. Tra i quali il dibattito al riguardo è ormai aperto.


[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.]

INVERNO 25/26: POCA NEVE SUI MONTI, POCA ACQUA NEI LAGHI

Secondo ARPA Lombardia, le riserve idriche regionali si presentano sotto la media all’inizio della primavera: al 28 marzo la disponibilità complessiva – tra grandi laghi, neve e invasi idroelettrici – è pari a 2455 milioni di metri cubi. Il confronto con la media degli ultimi vent’anni evidenzia un deficit di oltre 800 milioni di metri cubi, circa il 25% in meno rispetto ai valori di riferimento. Ciò in quanto, nonostante le affermazioni (di mera propaganda) degli impiantisti, di neve sulle montagne lombarde ne è venuta poca: in Orobie e in Valcamonica il manto nevoso è inferiore di circa la metà rispetto alla media del periodo. Per di più l’ultimo inverno è stato il terzo più caldo degli ultimi 35 anni, provocando la fusione di molta neve prima del solito.


DIFENDERE I MICROBI DEI GHIACCIAI PER DIFENDERE LA VITA (E NOI STESSI)

La conservazione della biodiversità si concentra su ciò che vediamo: foreste, coralli, grandi mammiferi. Ma il vero sistema di supporto della vita sulla Terra resta invisibile: è il sistema microbico, che regola l’ossigeno che respiriamo, il carbonio che assorbiamo, la stabilità degli ecosistemi e risulta dunque fondamentale per ogni organismo vivente. Eppure, mentre proteggiamo specie iconiche, non facciamo lo stesso con i microbi, che stanno collassando senza che ce ne accorgiamo per gli effetti della crisi climatica e delle attività antropiche. Come quelli che dimorano nei ghiacciai: sono comunità microbiche uniche, che potrebbero contenere soluzioni mediche o ecologiche oggi impensabili. Che stanno svanendo insieme ai ghiacciai che le ospitano.


 

«Almeno quest’inverno ha nevicato un sacco!» (Ovvero: il “bias nivologico” è servito!)

Sulle proprie pagine social il servizio di informazioni meteo-climatiche Meteo Valle d’Aosta di recente ha spiegato bene come l’affermazione sovente diffusa da molti – in primis i gestori dei comprensori sciistici (e ci sta: fanno propaganda a loro favore) e a ruota da certa stampa (e non ci sta per nulla: dimostra quanto sia superficiale l’informazione giornalistica odierna) – sul fatto che nell’inverno da poco concluso abbia nevicato molto, sia palesemente errata. Meteo Valle d’Aosta parla chiaramente di «fake news che supera la scienza» e la definisce come il frutto di un bias, termine della psicologia che identifica «una distorsione cognitiva o un errore sistematico di giudizio, spesso causato da pregiudizi, che porta a interpretazioni irrazionali o previsioni errate della realtà». Qualcosa che viene creduto vero e reale quando invece non lo è affatto e lo si può dimostrare facilmente. Un bias nivologico, in pratica.

Così scrive Meteo Valle d’Aosta sulle proprie pagine a corredo dell’eloquente immagine che vedete in testa a questo articolo, raffigurante la gran parte del comprensorio sciistico di Breuil-Cervinia ripreso dalla webcam di Plateau Rosa:

Se parliamo con qualcuno dell’inverno appena trascorso ci dirà che «quest’anno almeno di neve ne è venuta un sacco». Purtroppo non è così e questo è frutto di un bias nato dopo le abbondanti nevicate di dicembre osservate in un angolo di Alpi (nel cuneese, o meglio tra Marittime e Liguri, che a loro volta rappresentano meno della metà delle Alpi cuneesi).
Tale bias ha fatto credere ai più che la situazione neve delle Alpi Marittime e Liguri fosse la stessa di tutto l’arco alpino: falso. Sul resto delle Alpi Piemontesi e della Valle D’Aosta fino a fine gennaio le nevicate sono risultate in media o con un modesto deficit e la neve è riuscita a permanere al suolo grazie a temperature nella norma, questo è il vero punto. Tra fine gennaio e febbraio sulla nostra regione c’è stato poi un buon recupero grazie alle correnti da nord-ovest, che tuttavia hanno sfavorito le zone di sud-est.
Da marzo è poi iniziata una fase sopra media a livello termico con una rapida fusione del manto, in parte controbilanciata dall’evento nevoso di metà mese, quando però la neve è scomparsa in pochi giorni per le alte temperature. Aprile ha poi accelerato la fusione: dopo le tempeste di vento di fine marzo, è arrivata una lunga fase con temperature bollenti, tanto che la nostra stazione a Plateau Rosa a 3467 m ha registrato ben 10 massime ad aprile sopra lo zero ed una media massime di -1.32 gradi fino ad oggi, ovvero la media di maggio.
Siamo un mese avanti a livello termico, ma con poca neve: il risultato lo vedete nel confronto fotografico della cam di Plateau Rosa per le annate 2024, 2025 e 2026. Le due annate precedenti presentano un innevamento molto migliore: la 2024 è stata però una primavera eccezionale, con nevicate copiose, mentre la 2025 possiamo dire che si avvicina più all’atteso. Una forte fase di maltempo con 150/200 cm di neve a metà aprile 2025 aveva riportato l’innevamento vicino alle medie, dopo che a inizio mese già si raggiungevano livelli sotto media.
Sapete a cosa assomiglia la stagione 2026? Al 2022, annata molto negativa per i ghiacciai.

Ecco. Inutile rimarcare che la nota previsionale finale su come potrebbe essere la prossima estate per i ghiacciai alpini è a dir poco inquietante.

In ogni caso, dal mio punto di vista il nocciolo della questione evidenziata da queste osservazioni di Meteo Valle d’Aosta non è soltanto legata all’andamento effettivo della stagione nivologica 2025/2026, ma concerne pure la permanente superficialità con la quale viene veicolata l’informazione pubblica relativa ai fenomeni meteo-climatici: una superficialità che, temo, si autoalimenta aggravandosi sempre di più e generando di conseguenza una altrettanto crescente superficialità cognitiva generale riguardo ciò che sta accadendo al clima, ovvero a ciò che sta accadendo a noi. Sostenere che ha nevicato tanto quando non è proprio così non rappresenta solo un tentativo di affermare il falso per motivi più o meno funzionali, come può essere per i gestori dei comprensori sciistici che gioco forza non possono ammettere che la materia prima con la quale essi lavorano sta svanendo ogni inverno di più ponendoli di fronte, in molte località delle montagne italiane, a una fine prossima e inesorabile: a me sembra anche, se non soprattutto, il tentativo maldestro di allontanare da sé la realtà delle cose, di rifiutarla come se così facendo si potesse invertirne il corso, con un effetto che, preso per sé, non sarebbe rilevante ma, ove rilanciato dalla stampa senza alcuna visione oggettiva con l’unico intento di costruire titoloni roboanti acchiappa-like, può diventare devastante per la sensibilità ecologica e ambientale diffusa e della cui definizione crescente la nostra società avrebbe bisogno.

[Ho chiesto a Google Gemini AI di interpretare il “bias nivologico” e questo è il significativo risultato.]
Cioè, in altre parole, se quel bias individuale evidenziato da Meteo Valle d’Aosta si innesta nel contesto culturale già – almeno in certi ambiti – eccessivamente superficiale e banalizzante che caratterizza il nostro tempo, i danni che ne derivano sono veramente pericolosi, fino a giungere al paradosso sociologico della “Profezia che si autoadempie” ma al contrario: in questo caso, vivere il cataclisma climatico subendone le conseguenze peggiori ma negando che stia avvenendo. Non nevicherà quasi più, sulle montagne, ma basteranno pochi centimetri accumulati in un paio di occasioni per negare che stia avvenendo e continuare come nulla fosse. Fino alla fine.

«Senza lo sci la montagna muore!»

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Non è vero che «senza lo sci la montagna muore», ma è vero che la montagna muore senza alternative allo sci.

La prima cosa la sostiene l’Anef, l’associazione degli impiantisti italiani, e lo fa per tentare di difendere (legittimamente, per carità, ma sempre meno sensatamente) i propri interessi nonostante la realtà delle cose li renda sempre più spesso indifendibili; la seconda è la più ovvia manifestazione di buon senso e di sensibilità verso il futuro delle montagne. Un futuro verso il quale quell’affermazione di Anef non guarda affatto, essendo rivolta al passato e alla difesa di un modello ormai inesorabilmente obsoleto che produce sì un gran giro d’affari, del quale però nulla resta al di fuori della filiera turistica nei territori coinvolti, come dimostrano indubitabilmente i relativi dati demografici e economici. Se lo sci genera tanta ricchezza, perché la gran parte delle località sciistiche perde abitanti come e più di quelle dove non si scia?

Ovviamente nessuno può pensare di far sparire lo sci dai monti dall’oggi al domani – che poi a ciò in molte località ci stanno già pensando la crisi climatica e la congiuntura economica, purtroppo. Di contro, chiunque dotato di buon senso e in primis chi governa i territori montani (toc toc! C’è qualcuno? Ci siete? O ci fate?) deve pensare di emancipare le montagne dalla monocultura esclusiva dello sci e del turismo massificato e rendere la sua economia ben più organica a ogni altra presente e potenziale nelle località coinvolte (turistica, artigianale/industriale, rurale, dei servizi, culturale, scientifica, eccetera). Nella realtà che stiamo vivendo, e vivremo sempre più nel prossimo futuro, solo uno sviluppo organico, articolato e di lungo termine delle tante potenzialità socio-economiche che la montagna sa offrire (la montagna che viene spesso ritenuta, a parole, un “laboratorio di innovazione resiliente”: già, ma i fatti concreti dopo tali belle parole, dove sono?) può assicurare un futuro proficuo e sostenibile alle comunità di montagna, mettendole al riparo dai rischi e dalle tante criticità che la realtà contemporanea presenta e valorizzandone – nel senso più nobile e compiuto del termine, non nell’accezione ipocrita spesso utilizzata – le specificità che fanno di ogni territorio montano un luogo unico e speciale che abbisogna di un percorso di sviluppo altrettanto speciale e dedicato. Come invece possono essere “speciali” dei territori deve si riproduce sempre lo stesso modello socioeconomico monoculturale come quello dello sci?

Ecco. appunto. Questione di semplice, naturale, fondamentale, umanissimo buon senso.