Un vademecum di “micosofia” che parla di funghi ma racconta della vita: “Lo Zen e l’arte di andare a funghi” di Matteo Righetto

Non ho mai goduto del talento di trovare i funghi, a differenza di mio padre al quale invece bastava fare qualche passo nel bosco per trovare subito qualcosa di notevole – un porcino di bella taglia, ad esempio – nemmeno avesse in corpo un radar fatto apposta per intercettarli. E, avendo passato tutte le mie estati dagli 1 ai 20 e più anni in montagna, in alta Valle Spluga, a funghi ci si andava spessissimo e a me piaceva un sacco vagare senza apparente meta (dal mio punto di vista, dato che di funghi non ne sapevo trovare) nel bosco: credo sia stata una delle attività che più mi ha introiettato la montagna dentro, nella mente, nel cuore e nell’animo, prima che col passare del tempo l’andare per monti diventasse una pratica più mirata e consapevole. E mi piaceva un sacco che ci si disperdesse nel bosco, gli altri per trovare i funghi, io per approfondire la relazione crescente con l’ambiente naturale, per la quale il perdersi tra gli alberi, e in ogni altro contesto, diventa(va) un metodo sorprendentemente efficace per trovare se stessi, a volte anche ritrovarsi dopo smarrimenti d’altro genere in ambiti differenti.

D’altro canto «Il bosco, come ogni grande esperienza spirituale, non cambia ciò che facciamo, cambia come lo facciamo. Il ritorno alla casa interiore è riconoscere che la quiete non sta tra gli alberi, ma nella consapevolezza di esserci.» Lo scrive Matteo Righetto a pagina 117 del suo nuovo libro, Lo Zen e l’arte di andare a funghi (Feltrinelli, 2026) e afferma una cosa illuminante: il bosco, dimensione tra le maggiormente affascinanti e assolute del mondo naturale, e di quello montano ancora di più, dona a chi ci vaga attraverso la consapevolezza di esserci. Che è duplice, peraltro: «essere» come manifestazione di vita consapevole – il «cogito ergo sum» cartesiano – e «essere» come stare in un dato luogo con altrettanta consapevolezza. Non cito per caso quel principio di Cartesio che è considerato il fondamento della filosofia moderna, perché il nuovo libro di Righetto è un saggio pienamente filosofico, oltre che poetico, sulla libertà, sull’attenzione, sull’inutile necessario, che si rifà al pensiero Zen, tanto da averlo citato nel titolo, ma non solo. Anzi: l’andare a funghi come pratica filosofica, meditativa e profondamente umana che racconta Righetto nel libro, in qualche modo amplia la stessa idea classica di “filosofia”, la trasferisce dall’immateriale della teoria intellettuale al materiale della pratica nella realtà, e genera una correlazione niente affatto bizzarra, come forse si potrebbe inizialmente pensare, tra l’«amore per la sapienza» – ciò che letteralmente significa il termine “filosofia” – e la ricerca della verità che è il fine ultimo del pensiero filosofico, alla ricerca dei funghi e all’amore per la Natura che a sua volta potrebbe e dovrebbe essere uno dei fini fondamentali di noi abitanti del mondo, ancor più essendo Sapiens, per poterlo vivere nel modo migliore e più benefico possibile.

E se al mondo non c’è (o quasi) ambito “filosofico” come il bosco, nel quale «il primo uomo che cercava per vivere e l’uomo contemporaneo che vive per cercare tornano a essere uno» (pag.16) e dove «più ci si immerge in esso, più ci si sente parte di qualcosa» (pag.56), un qualcosa che si potrebbe anche identificare come una “verità” in senso filosofico – e dal punto di vista biologico e ecosistemico il bosco una verità lo è un senso assoluto – poche altre cose nel bosco come i funghi rappresentano a loro volta qualcosa di filosofico: organismi misteriosi, sfuggenti, né piante e né animali, nascosti tanto nelle loro posizioni, il che rende così intrigante la loro ricerca e il trovarli, quanto nella loro essenza, visto che quello fuori terra è solo il frutto mentre l’organismo principale, il micelio, vive sotto il terreno o nel legno ed è formato da una fitta rete di filamenti grazie ai quali crea simbiosi con altri organismi, come alberi e piante. Eppoi protagonisti di un florilegio di leggende antiche e moderne ma che richiedono una conoscenza quasi scientifica e una consolidata esperienza per essere riconosciuti e raccolti, tanto gustose alcune specie quanto letali altre anche quando del tutto simili alle prime… «Il fungo non è un oggetto, è un incontro. Nasce quando smetti di volerlo, si mostra quando non lo pretendi più» scrive Righetto a pagina 30, aggiungendo – tornando alla filosofia Zen – che la sua ricerca si basa sul «cercare senza desiderare di trovare».

Righetto nel libro racconta come trasformare l’esperienza del bosco e della raccolta dei funghi in una via di conoscenza, un esercizio spirituale laico, una meditazione in movimento. D’altro canto la ricerca dei funghi è una pratica sostanzialmente solitaria e «Andare da soli nel bosco è una forma di meditazione con le gambe» (pag.53) che fa rinascere il “raccoglitore ancestrale” che vive in ciascuno di noi (e c’è in chiunque: siamo “Sapiens” e tecnologici da pochissimo tempo rispetto alla storia umana, la grandissima parte della nostra memoria genetica è fatta ancora di ciò che abbiamo appreso millenni fa da cavernicoli, solo che non sappiamo più percepirla), e rigenera quella parte dimenticata di noi che sa attendere, osservare, perdersi, rinunciare al controllo. Nel bosco – dove non esistono mappe affidabili, orologi, notifiche o risultati garantiti – si impara che la ricerca conta più della scoperta, che la lentezza è una forma di saggezza, che il limite non è una privazione ma una misura e che solo chi accetta di perdersi può davvero ritrovarsi.

[Immagine tratta da www.ilgazzettino.it.]
Tuttavia Lo Zen e l’arte di andare a funghi non insegna a diventare “fungaioli”, Righetto lo precisa fin dalle prime pagine del libro: «In questo saggio […] mi rivolgo ai cercatori-raccoglitori o aspiranti tali. Coloro i quali vogliono iniziare a cercar funghi come forma di meditazione laica, pratica di ritorno allo spirito selvatico originario. Coloro i quali vogliono imparare a guardare, ma anche a non pretendere, a fidarsi del caso, a lasciarsi condurre, a rispettare la Natura intorno a sé trasformandosi in essa» (pag.27). E poco più avanti: «Lo Zen e l’arte di andare a funghi non insegna come trovarli, ma come esserci mentre si cercano. Perché la ricerca è la forma più alta del vivere» (pagg.33-34). La “ricerca” che di nuovo rimanda direttamente al senso della pratica filosofica ma che ricorda pure il Dante celeberrimo del «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza»: ma se ai tempi del Sommo Poeta le virtute e canoscenza seguite, ricercate e trovate rappresentavano la superiorità dell’uomo sul resto del mondo e sugli altri esseri viventi, oggi, al contrario, l’uomo si mostra superiore quando sa conseguire il migliore equilibrio vitale con l’intero mondo e in particolar modo con la Natura, la parte mondana fondamentale per la vita di qualsiasi organismo anche perché ogni vivente ne è parte. Ecco perché è così importante «esserci mentre si cercano» (i funghi, o altro), avere coscienza piena della propria appartenenza all’ambiente naturale e della conseguente relazione con ogni altro elemento vivente e non, avere consapevolezza della matrice assolutamente culturale di questa relazione nonché della doppia valenza del termine “essere”: come manifestazione cosciente dell’io e della presenza interattiva nel mondo – lo stare consapevole nel bosco, in pratica. «Entro nel bosco immergendomi in un’esperienza estetica, ma a poco a poco questa si tramuta in un’esperienza etica e, infine, spirituale» (pag.101).

Dunque è grazie al bosco, al suo vagare in esso, al perdersi nei suoi meravigliosi meandri virenti, alla relazione che elaboriamo e intessiamo con una tale dimensione naturale così potente e viva, e grazie alla ricerca dei funghi, se possiamo vivere un’esperienza profonda e piena che per molti aspetti rimanda al senso stesso della vita – dunque, di nuovo, a una dimensione compiutamente filosofica. Formalmente quello che scrive Righetto del suo libro è vero: Lo Zen e l’arte di andare a funghi non è un manuale per apprendisti cercatori di porcini e finferli, né un libro escursionistico; sostanzialmente, però, lo è: un vademecum di micosofia, per come ritorni al senso primigenio e più profondo della pratica della ricerca dell’uomo che esplora e scopre il mondo. Un senso che, prima di riferirsi alla mera sussistenza, al trovare cibo da mangiare per sopravvivere, è un metodo di conoscenza del mondo e riconoscenza di sé nel mondo, di identificazione del primo e di se stessi in esso, di determinazione compiuta dell’essenza della vita, nella doppia accezione prima rimarcata. E tutto ciò grazie a degli strani organismi in fondo inutili per l’uomo, il quale sopravvivrebbe benissimo anche senza cibarsene ma che egli cerca da sempre con passione a volte quasi insensata senza mai avere la certezza di trovarli, che anzi può succedere che lo “ingannino” e gli provochino conseguenze letali. «Cogito ergo sum» diventa  quaero, ergo sum – cerco, dunque sono. Perché per trovare bisogna prima cercare e per fare ciò bisogna essere, “io” nel “qui-e-ora”. «La consapevolezza di esserci», appunto, nella sua forma piena e compiuta: esserci nel bosco, nel mondo, nel tempo che viviamo, nelle relazioni che intratteniamo, nel pensiero, nell’animo. Esserci in noi stessi.

Lo Zen e l’arte di andare a funghi è un libro bellissimo e emozionante, profondo e delicato, sovente illuminante. Profuma di sottobosco, di resine, di terra umida, di aria pura, di saggezza senza tempo e, parimenti, di umanità profonda. Ve ne consiglio caldamente la lettura, vi piacerà sicuramente. Anche se, come me, i funghi non li trovate nemmeno se vi inciampate contro.

Lo zen, i funghi, il bosco, la vita. E il nuovo libro di Matteo Righetto

Non c’è lavagna nel bosco, né orari, né voti. Eppure ogni volta che varchiamo la soglia degli alberi, sentiamo di entrare in classe, a scuola. Una scuola antica, senza mura e senza maestri visibili, ma con una disciplina ferrea: quella del silenzio. Nel bosco infatti non si parla, si ascolta. Ogni fungo trovato, ogni foglia che cade, ogni scricchiolio, ogni avvistamento d’animale, ogni movimento d’aria è una lezione. Il maestro però, ricordiamocelo, parla solo a chi sa tacere. […] Il bosco insegna senza spiegare. Non predica, non punisce, non premia. Mostra. [pagg.97, 100.]

Dal 7 luglio è in tutte le librerie Lo zen e l’arte di andare a funghi, il nuovo libro di Matteo Righetto, una delle figure più importanti della letteratura di montagna e tra i più amati scrittori contemporanei. È un libro che, nel solco del precedente Il richiamo della montagna (2025), racconta l’andare a funghi come pratica filosofica, meditativa e profondamente umana, che racconta del bosco che parla dell’uomo, che dice dei funghi e parla della vita. Non è un manuale escursionistico, né una guida alla raccolta. È un saggio poetico e filosofico che usa il bosco e i funghi come punto di partenza per parlare di qualcosa di più grande: la lentezza, l’attenzione, il valore di cercare senza pretendere di trovare. Un invito a disintossicarsi dall’ossessione della produttività e a recuperare un rapporto diverso, non predatorio, con la Natura.

Lo sto leggendo, ne scriverò molto presto ma, fin d’ora, ve ne consiglio caldamente (giammai termine più consono, in questo periodo) la lettura: i libri di Righetto sono dei meravigliosi e affascinanti vademecum di resistenza silenziosa alla frenesia del mondo contemporaneo attraverso la riconnessione profonda con la Natura – della montagna ma non solo – e tra il paesaggio esteriore e interiore.

Insomma, ve ne parlerò più diffusamente a breve, del libro, ma leggetelo. Non vi farà che bene.

Se la “sindrome di Heidi” fa ancora danni, sui monti

La trasfigurazione della lotta quotidiana per la sopravvivenza in aree montane strutturalmente deboli in un auspicabile ideale di esistenza è stata in primo luogo un’invenzione di circoli borghesi urbani. Non va dimenticato, per esempio, che Johanna Spyri, l’autrice di Heidi, un successo mondiale, abitava in un moderno appartamento di Zurigo e detestava i lavori domestici, mentre la sua innocente e sonnambula protagonista faceva ritorno, dalla residenza altoborghese di Francoforte, alla miseria degli alpeggi e alle spicciole cure del nonno. Questo genere di racconti svenevoli produceva nei lettori di città un desiderio nostalgico di ancestralità, serenità d’animo e radicamento, in breve, di ciò che abbiamo imparato ad associare all’ingannevole concetto di Heimat. Tuttavia questa Heimat fantasticata doveva ancora essere messa in scena.

A pagina 91 del suo importante e illuminante libro All intrusive. La montagna tra nostalgie e disillusioni turistiche, uscito nel 2024, Selma Mahlknecht ritorna a quella “malattia” della quale ancora oggi la montagna contemporanea soffre, la cosiddetta “sindrome di Heidi”, che ha fatto da radice a molta della visione superficiale e banalizzante con la quale il turismo di massa considera le montagne e le trasforma in quella “Heimat” ingannevole citata nel brano. Una visione che, appunto perché semplicistica, risulta del tutto funzionale ai propri interessi meramente economici e consumistici.

Ma le considerazioni di Mahlknecht rimandano anche a un altro libro basilare, quel Kill Heidi del compianto Sergio Reolon – che fu Presidente della Provincia di Belluno negli anni Duemila e raro esempio di politico assennato e consapevole – il quale fin dal titolo (e ancor più nel sottotitolo: Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose) appare pienamente programmatico rispetto alla suddetta “sindrome”. Che peraltro viene alimentata pure da tre delle quattro categorie nelle quali, nel libro, Reolon suddivideva gli abitanti delle montagne: il non montanaro, il montanaro scompaginato, il montanaro localista e il montanaro civicus – categorie mirabilmente raffigurate nel disegno di Michele Comi che vedete qui sotto.

Figure che, nei primi tre casi, rappresentano appunto la causa/effetto dello stato precario della montagna contemporanea: tra chi pretende di avere voce sulle questioni montane solo perché sui monti ci va a fare le vacanze (sovente in hotel di lusso e salendo sulle cime esclusivamente in funivia), chi in montagna ci vive ma non conosce nemmeno i nomi delle vette e delle località visibili dalle finestre di casa, chi invece forse quelle le conosce ma le usa (usando ugualmente preconcetti e identitarismi privi di cultura e ricchi di demagogie) come baluardi entro i quali barricarcisi, rifiutando qualsiasi possibile evoluzione. Infine chi, invece, riesce a coltivare una certa coscienza su come stanno andando le cose e capisce che con l’idea alpestre artefatta di Heidi e dei suoi epigoni reali, con le caprette-che-fanno-ciao ma pure con le seconde case (vuote per 355 giorni all’anno) o gli impianti di sci per piste sulle quali non nevica più (se non grazie all’innevamento artificiale, ovvero prosciugando torrenti e laghi alpini per far divertire qualche annoiato turista e un tot di stranieri per i quali essere sulle Alpi o in Nuova Zelanda non fa granché differenza) ovvero con tutte le (non) strategie di sviluppo turistico messe in atto negli ultimi decenni la montagna non va da nessuna parte, anzi, si sta viepiù danneggiando da sola.

[Un parco divertimenti a tema Heidi in Carinzia, Austria.]
Bene: se tenete conto che quest’ultimo capoverso che avete appena letto lo scrissi più di 8 anni fa proprio “recensendo” il libro di Reolon, e nonostante ciò è tutt’ora validissimo, capite bene come la “sindrome di Heidi” non solo sia ancora ben attiva sulle nostre montagne, ma che una cura efficace ad essa, almeno in molti luoghi, non sia stata ancora realmente trovata. D’altro canto, forse la cura migliore è proprio quella che Reolon rese titolo del proprio fondamentale libro, con buona pace della celeberrima e pur gentilissima Signora Spyri.

P.S.: posto tutto quanto sopra, è bene dire che Heidi non ha colpe, poverina.

Il Conte Mascetti che visita l’alta Val Seriana e parla di “sci”!

Sì, il celeberrimo Conte Raffaello Mascetti della saga di “Amici miei” interpretato da un magistrale Ugo Tognazzi e divenuto immortale grazie alle sue supercazzole (o supercàzzore).

Ecco, proprio a tale proposito, il Conte Mascetti di recente deve essere stato in visita all’alta Val Seriana, dove ha proferito una delle sue fenomenali supercazzole travestito da Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale della Lombardia – persona peraltro degnissima di rispetto, al di là di incarico e appartenenza politica – e, ve l’assicuro, una supercazzola così era da tempo che non la si trovava in circolazione.

In buona sostanza, il Mascetti travestito da Assessore regionale della Lombardia ha annunciato «L’approvazione da parte della Giunta regionale dell’individuazione dell’area sciabile attrezzata del comprensorio Presolana-Monte Pora» con un profluvio di parole e affermazioni che, per come le riporta la stampa (alla cui bontà di cronaca do ovviamente fiducia), non dicono niente di niente. Nulla, il vuoto assoluto di sostanza in un’esplosione di forma retorica che appare quasi grottesca.

A parte che non si capisce perché sia l’Assessore regionale alla Casa e Housing Sociale a parlare di aree sciabili, visto che i suoi compiti ordinari sono ben altri (al riguardo il fatto che l’Assessore sia bergamasco non conta granché), parimenti non si capisce cosa comporti quell’approvazione, che risultati concreti genererà, quali effetti e conseguenze avrà per i territori coinvolti. Si vuole ampliare l’area sciabile della zona? Ma è tutta sotto i 1800 metri, sarebbe una follia assoluta. Si vuole aumentare la sua turistificazione? Come se il territorio non fosse già ampiamente antropizzato e, semmai, avesse bisogno di essere razionalizzato al riguardo. Si vuole consentire una maggiore edificabilità? Cioè più cementificazione e consumo di suolo? È un timore che già qualcuno paventa, visto che a parlare della cosa è una figura istituzionale che si occupa di case.

[Gli impianti sciistici del Monte Pora con sullo sfondo, a sinistra, l’Altopiano di Clusone e, a destra, il Gruppo della Presolana.]
Inoltre, come da “Manualetto del bravo politico che si occupa di montagne” del quale evidentemente il Mascetti-Assessore si è munito, ecco che tale supercazzola viene adeguatamente condita delle solite frasi fatte: contrastare lo spopolamento della montagna, generare sviluppo economico, aiutare i giovani, rendere il territorio attrattivo… e ovviamente non mancano parole come «destagionalizzazione» e «sostenibile», che bisogna pur infilare da qualche parte sennò fa brutto anche se mai una volta si spiega cosa si debba concretamente intendere con esse. E questo «risultato di grande importanza per la montagna bergamasca e per l’intero sistema turistico lombardo» – sono sempre parole del Mascetti-Assessore – lo si vorrebbe ottenere con cosa? Con iniziative che, a quanto viene da pensare e temere leggendo gli articoli della stampa, arrivano direttamente dal secolo scorso, obsolete, superate, che dimostrano una visione della montagna completamente distaccata dalla sua realtà effettiva e appare funzionale alla consueta mera propaganda politica. Non c’entra di quale parte politica, sia chiaro: il sopra citato “Manualetto” ce l’hanno in mano tutti, nelle stanze del potere.

E se si può ammettere che le azioni derivanti da tale «risultato di grande importanza» dovranno essere delineate nell’eventuale Accordo di Programma territoriale, non accennare a nulla e nascondere le reali intenzioni dietro quel profluvio di parole vuote non solo è cosa sospetta ma pure irrispettosa delle comunità dei territori coinvolti nonché dei cittadini lombardi, visto che si tratta di un’iniziativa istituzionale per la quale, se sarà realizzata, si spenderanno soldi pubblici, di tutti i contribuenti lombardi. Posto ciò, ribadisco, che motivo ci sarebbe per presentare tutto quanto con siffatta pompa magna? Forse per buttare in giro tanto fumo e così nascondere l’arrosto bruciato che si pensa di mettervi sotto?

[Il Monte Pora senza già più neve a metà marzo 2023.]
Ok, sarò fin troppo diffidente, critico, polemico, colpevolizzante prima del tempo: ma avendo a che fare con la politica che ci ritroviamo, e soprattutto constatando il suo frequente, opinabile operato sulle nostre montagne, il buon senso civico che ogni cittadino dovrebbe manifestare richiede espressamente di esserlo.

A meno che tutto quanto non sia veramente stato soltanto una gran zingarata del Conte Mascetti, nei panni dell’Assessore suddetto, ai danni delle comunità alto-seriane!

Un appello di Matteo Righetto per l’estate imminente

[Fate clic sull’immagine per far partire il video.]

Se pensate di venire in montagna solo per divertirti, fare chiasso, baccano, baldorie, musiche da discoteca, beh, allora potete starvene tranquillamente a casa!

Comincia così l’“appello” dell’amico Matteo Righetto in vista dell’imminente stagione estiva e vacanziera nelle sue Dolomiti: lo trovate nel video sottostante che rilancio molto volentieri. Un appello peraltro validissimo per qualsiasi altra zona delle nostre montagne sottoposta al turismo più massificato, superficiale e meno responsabile.

La montagna è un luogo speciale che deve essere goduto in modo altrettanto speciale e, proprio per questo, veramente divertente e appagante. Viverlo con un atteggiamento da parco divertimenti non solo è stupido e irrispettoso, ma pure deprimente per chi assume quell’atteggiamento (oltre che per chi lo osserva).

D’altro canto sono certo che si stia diffondendo in maniera crescente una frequentazione turistica delle montagne sempre più consapevole, in primis da parte delle nuove generazioni. Compito fondamentale di chi ha a cuore il destino delle Terre Alte, secondo me, è fare in modo che non ci sia bisogno di dire a qualcuno privo di quella consapevolezza di non venire sulle montagne ma che si possa alimentare una cultura diffusa al riguardo per la quale quel qualcuno resti a casa propria o vada altrove di sua spontanea volontà. Ecco.