Buone letture utili al cammino #2

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Camminare, la grande libertà

Solo camminando potremo fare esperienza della libertà, concetto astratto se descritto da seduti, realtà concreta se praticata. Poi cresciamo e la diabolica comodità di spostarci con mezzi meccanici – il cui funzionamento è antitetico alla meccanica del nostro corpo – ci ha conquistato. Lentamente, ciò che per millenni aveva regolato il nostro rapporto con il mondo si è trasfigurato in astrazioni che non hanno favorito il nostro organismo, al contrario, lo hanno mortificato e ancora lo mortificano. Pensandoci bene, è ciò che continuiamo a fare alla Terra: mortificandone gli sforzi di tenerci nella sua comunità.
Camminare può essere faticoso, proprio come vivere. Ma camminare, come vivere, è un atto libero da qualsiasi dipendenza. I piedi ci possono condurre ovunque. La loro intelligenza primordiale sa trasformare gli impulsi del corpo in immagini della mente, mappe, memoria, conoscenza, un percorso in continuo cambiamento che ci attraversa dallo sguardo attivando i nostri sensi, raffinando la nostra percezione. Più tutto questo è vivo, più siamo liberi. La specie umana non può sostituire la prossimità corporea, la permanenza, l’adesione alla Terra: è un dato biologico, occorre dare spazio al proprio respiro per calibrarsi con ciò che ci circonda, per arrivare a quella formidabile sensazione di comprendere la vastità del mondo e del nostro posto nella sua immensità.

(Davide Sapienza, sempre meravigliosamente illuminante, in Camminare, la grande libertà, pubblicato su “Vanity Fair” il 14 giugno. Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo nella sua interezza.)

Cambiamenti

Diversivo. Distrazione. Fantasia. Cambiamento di moda, di cibo, amore e paesaggio. Ne abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Senza cambiamento, corpo e cervello marciscono.

(Bruce ChatwinAnatomia dell’irrequietezza, traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, 1996. La foto è tratta da qui.)

Preziose mappe geodialettali

In questi giorni, nel “Diario” del suo sito “Stile Alpino”, Michele Comi – mirabile guida alpina valtellinese o, meglio, malenca (della Valmalenco), del quale vi ho già parlato altre volte, qui – si sta impegnando in un lavoro di «restituzione della memoria al dialetto. Indagheremo modi di dire, tempo meteorologico, credenze, toponimi, detti sapienti, espressioni genuine…» e lo fa traendo spunti preziosi dal volume del 2011 Il volgar eloquio – dialetto malenco di Silvio Gaggi, rinomato artigiano/artista della pietra ollare di Valmalenco. Perle di saggezza vernacolare che, come sovente accade con la cultura e i saperi della montagna, nascono tra le vette ma possiedono un valore spaziale e temporale illimitato.

Potete leggere i vari contributi, aggiornati quotidianamente, qui. Ora io ne traggo uno, pubblicato giovedì 19 marzo, che trovo particolarmente affascinante per la sua matrice geo-topografica, che dimostra bene da cosa possa scaturire un senso identitario culturale realmente virtuoso in relazione ai territori abitati e giammai ottusamente ideologico  – come oggi capita spesso in tema di “identità”.
E leggete quanto più potete le cose di Michele Comi, che sono sempre interessanti e illuminanti!

L’Alpe Son (Sun, nel dialetto locale), uno degli alpeggi di Torre di Santa Maria, in Valmalenco. Immagine tratta da qui.

Nella comunicazione verbale il nome di un sito è sempre accompagnato e preceduto da un avverbio di luogo che lo colloca in un preciso ambito territoriale.
Mentre quando si parla in italiano si dice a Sondrio, a Morbegno, in Valmalenco, il dialetto dice sö a ciapanìc, fö a cagnulèt, int a löna, ué ai crestìn, giò a turnadö…
Il dialetto organizza lo spazio partendo mentalmente da un punto che corrisponde al centro del paese, al campanile della chiesa principale. Da qui parte tutto il sistema d’orientamento generale del territorio, attraverso un meccanismo di relazioni geografiche riconoscibili nel linguaggio. Per mezzo della grammatica del dialetto è quindi possibile riconoscere l’appartenenza ad una comunità.
In altre parole, un abitante di Torre di Santa Maria anche quando si trova a Milano continua ad identificare come punto di osservazione il centro del paese, precedendo i nomi dei luoghi con: int, ué, giò... (Voce: Attilio Mitta, Torre di Santa Maria.)

Il viaggio dev’essere avventuroso

Il viaggio dev’essere avventuroso. «La gran cosa è muoversi,» dice Robert Louis Stevenson in Travels with a Donkey, «sentire più da vicino le necessità e gli intralci del vivere; scendere da questo letto di piume della civiltà, e trovare sotto i piedi il granito del globo, sparso di selci taglienti». Le asperità sono vitali. Tengono in circolo l’adrenalina. L’adrenalina l’abbiamo tutti. Non possiamo eliminarla dal nostro organismo o pregare che evapori. Privati di pericoli, inventiamo nemici artificiali, malattie psicosomatiche, esattori delle tasse, e, peggio di tutto, noi stessi, se siamo lasciati soli nella stanza singola. L’adrenalina è la nostra indennità di viaggio. Tanto vale consumarla in modo innocuo.

(Bruce ChatwinAnatomia dell’irrequietezza, traduzione di Franco Salvatorelli, Adelphi, 1996, pag.124. La foto è tratta da qui.)